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  • HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?

    HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?
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    Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.

    Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.

    La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.

    Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.

    Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.

    Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.

    Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…


    i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)

    Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20

    “La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.

    È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.

    Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”

    ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.

    Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.

  • ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).

    E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.

    Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.

    Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.

    Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:

    1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).

    2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.

    3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.

    4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.

    5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.

    Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.

    Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

  • LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    Originale in inglese: QUI

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.

    Preambolo

    Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.

    Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

    Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.

    La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.

    Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.

    Definizione

    L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

    Linee guida

    Generale

    • È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
    • Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
    • L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
    • L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
    • Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.

    B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti

    • Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
    • Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
    • Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
    • Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
    • Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.

    C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti

    ( se si approva o meno la vista o l’azione)

    • Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
    • Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
    • Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
    • Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
    • Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.

    Firmatari

    • Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
    • Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
    • Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
    • Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
    • Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
    • Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
    • Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
    • Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
    • Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
    • Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
    • Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
    • Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
    • Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
    • Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
    • Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
    • Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
    • Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
    • Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
    • Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
    • David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
    • Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
    • Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
    • Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
    • Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
    • Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
    • Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
    • Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
    • John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
    • Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
    • Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
    • Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
    • Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
    • Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
    • Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
    • Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
    • Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
    • Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
    • Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
    • Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
    • Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
    • Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
    • David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
    • Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
    • David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
    • Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
    • Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
    • Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
    • Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
    • Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
    • Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
    • Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
    • Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
    • Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
    • Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
    • Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
    • Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
    • Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
    • Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
    • Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
    • François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
    • Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
    • Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
    • Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
    • Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
    • Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
    • Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
    • Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
    • Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
    • Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
    • Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
    • Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
    • Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
    • Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
    • Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
    • Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
    • Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
    • Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
    • Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
    • Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
    • Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
    • Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
    • Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
    • Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
    • Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
    • Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
    • Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
    • Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
    • Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
    • Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
    • Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
    • Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
    • Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
    • Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
    • Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
    • Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
    • Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
    • Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
    • Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
    • Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
    • Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
    • James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
    • Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
    • Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
    • Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
    • Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
    • Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
    • Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
    • Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
    • Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
    • Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
    • David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
    • Eva Menasse, romanziera, Berlino
    • Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
    • Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
    • Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
    • Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
    • Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
    • Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
    • Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
    • Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
    • Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
    • Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
    • Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
    • James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
    • Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
    • Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
    • Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
    • Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
    • Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
    • Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
    • Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
    • Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
    • Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
    • Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
    • Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
    • Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
    • Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
    • Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
    • Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
    • David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
    • Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
    • David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
    • Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
    • Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
    • Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
    • Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
    • Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
    • Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
    • Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
    • Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
    • Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
    • Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
    • Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
    • Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
    • Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
    • Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
    • Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
    • Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
    • Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
    • Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
    • Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
    • Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
    • Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
    • Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
    • Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
    • Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
    • Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
    • Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
    • Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Firmatari post-lancio
    • Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
    • Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
    • Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
    • Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
    • Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
    • Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
    • Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
    • Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
    • Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
    • Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
    • Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
    • Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
    • Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
    • Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
    • Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
    • Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
    • Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
    • Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
    • Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
    • Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
    • Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
    • Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
    • Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
    • Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
    • Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
    • Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
    • Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
    • Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
    • Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
    • Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
    • William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
    • Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
    • Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
    • Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
    • Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
    • John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
    • Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
    • Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
    • Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
    • Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
    • Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
    • Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
    • Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
    • Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
    • Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
    • Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
    • Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
    • Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
    • Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
    • Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
    • Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
    • Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
    • Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
    • Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
    • Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
    • Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
    • Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
    • Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
    • Rebecca Kobrin , Columbia University
    • Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
    • Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
    • Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
    • Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
    • Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
    • Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
    • Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
    • Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
    • René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
    • Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
    • Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
    • Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
    • Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
    • Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
    • Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
    • Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
    • Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
    • Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
    • Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
    • Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
    • Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
    • Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
    • Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
    • Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
    • Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
    • Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
    • Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
    • Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
    • Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
    • Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
    • Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
    • David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
    • Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
    • Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
    • Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
    • Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
    • Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
    • Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
    • Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
    • Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
    • Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
    • Adam Shatz , professore in visita, Bard College
    • Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
    • Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
    • Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
    • Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
    • David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
    • Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
    • Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
    • Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
    • Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
    • Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
    • Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
    • Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
    • Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
    • Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
    • Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
    • Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
    • Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
    • Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
    • Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
    • Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
    • Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
    • Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
    • Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
    • Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
    • Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
    • Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri
  • KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    di Stefano Vernole – originale QUI

    Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
    Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
    Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
    Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.

    Di seguito il contributo di Stefano Vernole.

    Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.

    Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.

    Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.

    Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.

    La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.

    L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].

    Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.

    L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].

    L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party  (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].

    L’importanza geostrategica del Kashmir

    Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.

    Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.

    Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].

    Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.

    Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.

    Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).

    Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.

    Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.

    Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.


    La repressione dei musulmani nel Kashmir


    Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.

    L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.

    La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.

    L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.

    Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.

    L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.

    Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].  

    L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.

    Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].


    Finora non si registrano passi in avanti sostanziali


    Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.

    Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.

    Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].

    La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.

    Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].

    Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.

    Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.

    I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.

    Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.

    In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.

    Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.

    “Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.

    Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.

    Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].

    Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].

    Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.


    NOTE AL TESTO

    [1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:

    “La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.

    Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:

    “Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”

    [2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.

    [3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.

    [4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).

    [5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.

    [6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.

    [7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.

    [8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.

    [9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.

    [10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.

    [11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:

    HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)

    Total Killings                                  90,776

    Custodial Killings                             6,817

    Civilians Arrested                        111,269

    Houses/Shops Destroyed           105,143

    Women Widowed                         22,371

    Children Orphaned                     106,616

    Women Molested                           9,637

    [12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.

    [13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

  • AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

    Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato deldivieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

    Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

    Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

    1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

    2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

  • L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.

    Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.

    Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

    Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

    Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

    Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

    Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).

    Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.

    Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.

    Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

  • ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

    Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.

    Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.

    Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

    Resistenza, giustizia e liberazione

    Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.

    La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.

    Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.

    L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.

    Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.

    Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.

    ONG, sintomi e movimenti

    Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.

    Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.

    Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

    Silenzi, storie e ideologie

    L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.

    Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.

    Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

  • MAMMA LI RUBLI! (MA NESSUNO PARLA DELLA VALUTA DEI BRICS)

    MAMMA LI RUBLI! (MA NESSUNO PARLA DELLA VALUTA DEI BRICS)
    us-dollar-vs-brics-currency-800x526[1]

    di Alberto Spernich, consulente finanziario e patrimoniale

    Da qualche mese la banca centrale russa ha stabilito un cambio fisso oro-rublo pari a 5000 rubli per grammo.[1]

    Se vi prendete la briga di fare qualche moltiplicazione, oggi vedrete che il cambio “crollato” dà un prezzo non troppo distante dalla quotazione dell’oro odierna  (se non sbaglio, ma di poco, dai 53 cca del cambio ai 56 cca del fixing dell’oro).

    Che cosa ci dice questo?

    Pare che RT il 7 luglio abbia confermato il varo della valuta BRICS, che dovrebbe essere presentata il prossimo 26 agosto. Sul fatto che la stampa nostrana non ne abbia parlato stendiamo un pietoso velo, dato che non è il tema del post.

    Il parto della nuova moneta sarà sicuramente travagliato. Arrivare a una moneta comune che interessa svariati paesi, con economie, politiche e sistemi di governo diversissimi tra loro, impiegherà, è un processo lungo. Se non impiegherà un ventennio, come è accaduto per l’Euro/Ecu, certamente sarà guidato con cautela e senza fretta particolare, tenendo conto in particolare della forte componente cinese.

    Piaccia o meno a noi occidentali, da una decisione, o anche semplicemente dall’annuncio di una tale decisione, deriverà forzatamente una riconsiderazione e una riponderazione delle valute finora in uso. Questo perché una moneta ancorata a un bene tangibile non potrà avere, forzatamente, un valore inferiore a quelle ancorate a tipografie, inchiostro e stampanti.

    È vero che uno dei motivi di accettazione di una qualsivoglia moneta è la fiducia. Ma se sotto quella moneta c’è l’oro, capite bene come responsabili di fondi sovrani, fondi pensione, paesi petroliferi o paesi emergenti produttori di materie prime come Malesia e Indonesia, magari qualche domandina su come diversificare il portafoglio se la potranno fare. E, state pur certi, se la faranno.

    Sappiamo che Cina, Arabia Saudita e Giappone non hanno rinnovato parte del debito Usa detenuto in scadenza[1][2] e parliamo di svariati miliardi. Non è pertanto da escludere che lo abbiano fatto, prudenzialmente, per fare spazio a questa nuova valuta, che potrebbe essere il benchmark per lo scambio di beni e servizi con più della metà della popolazione del mondo.

    Personalmente me ne importa poco delle conseguenze geopolitiche, almeno nel breve periodo. Guardando al mio, ossia al mio mestiere di posizionatore dei soldi che mi danno da gestire nei modi migliori possibili, non trovo né pazzo né peregrino osservare con attenzione quello che uscirà fuori tra 8 giorni per poi fare le mie scelte di bilanciamento di portafoglio.

    Permettetemi, infine, una nota finale. Tutta questa agitazione su crisi cinese, rublo in affanno ecc., veicolata a voce unica per 24 ore al giorno sulle reti nazionali dai “professionisti dell’informazione” proprio alla vigilia del summit di Durban è un tantino sospetta. Puzza come i calzini di un adolescente dopo una settimana passata a giocare a basket.

  • QUEL MARE DI CUI CI DOBBIAMO RIAPPROPRIARE

    QUEL MARE DI CUI CI DOBBIAMO RIAPPROPRIARE


    Raccontare gli anni della cosiddetta pandemia è difficile ma terribilmente necessario. Passato – per ora – il violento diluvio di sproloqui che ha inondato le nostre vite, resta un campo di macerie da bonificare, un vorticare di significati intenzionalmente distorti che attendono di essere ripristinati. Resta un enorme bacino di ragioni inespresse da liberare, un tessuto di storie piccole che devono essere re-intrecciate, di immagini da riordinare in sequenze finalmente coerenti.

    Questo è appunto l’orizzonte davanti a cui si pone Massimo Selis, regista sardo e fondatore della casa di produzione Phausania Film, nel suo “Passi sul mare”. Un’opera in cui ogni fotogramma è pensato e pesato per restituire il solco di una narrazione autentica, di una parola faticata. In cui non c’è spazio per virtuosismi narcisistici, sovraccarichi enfatici o quant’altro un cinema sempre più ruffiano ci abbia abituato a digerire. C’è posto invece per quella sobrietà che lascia brillare ogni dettaglio e restituisce tutta intera la ricerca di senso sui tre anni che abbiamo vissuto. A partire dalla voce di persone comuni che hanno saputo resistere agli avatar-narratori dell’emergenza a senso unico: qui, infatti, ad auto-narrarsi sono loro, senza alcuna certezza che non sia quella di un vissuto profondamente meditato. Entriamo dunque nella casa di Linda, ex allenatrice di pallacanestro e donna dalla grande tensione introspettiva. Insieme a lei conosciamo suo marito, parrucchiere in pensione, e la giovane figlia. Tutti e tre non vaccinati per scelta, a costo di dolorose rotture. Alle loro storie un sapiente montaggio intreccia quella di Zoe, spirito schietto e ribelle, militante indipendentista cresciuta nel cuore della Sardegna, viva grazie alle tanto vilipese cure domiciliari. E scampata al gorgo del collasso sanitario in cui, purtroppo, ha perso la vita suo fratello, portato via su un’ambulanza e spirato – dopo una lunghissima attesa – appena approdato alla sospirata struttura.

    Da loro nasce il rovesciamento del falso racconto delle versioni ufficiali. Contro l’epica dell’iniezione che trasforma masse di anonimi in salvatori del mondo, e contro la costruzione posticcia di un “new normal” fatto di protesi deumanizzanti o relazioni da remoto, riaffiora un eroismo senza retorica – quello di chi sa scegliere, assumendosi il peso delle proprie verità anche senza il resto del mondo – raccontato fra mura domestiche dove si ripetono gli atti e le scene di sempre, o in mezzo al verde della campagna o sulla riva del mare. Negli spazi da alcuni ritrovati, da altri sempre abitati. La voce della televisione, distante e metallica, qui è un sottofondo disturbante, subito estinto da parole che fioriscono nel silenzio, fluiscono secondo ritmiche non meccaniche. E spiegano la forza di ragioni altre con il lessico della quotidianità, dove finalmente a ogni significante risponde il suo significato, o dove l’assurdo a cui milioni di persone si sono assuefatte può riprendere le sue reali forme grottesche: il paludamento degli operatori sanitari scesi da un’ambulanza diventa un’uniforme da “sbarco sulla luna” e gli esercizi per verificare a distanza lo stato di salute del malato sono quelli dell’asino “che viene fatto girare intorno alla macina” come dicono il marito di Zoe e un suo amico. Le distanze forzate, il mormorio malevolo dei paesani, i licenziamenti, l’irrazionalità dei protocolli, le fratture coi familiari, l’accesso ai bar tramite carta verde tornano nella più trasparente concretezza, a restituire ciò che più di tutto la propaganda teme: la nudità dei fatti senza le manipolazioni o i secondi livelli del discorso artificiale (sarà Linda a ravvisare nel montaggio dei telegiornali ripetute stranezze pericolosamente somiglianti a interruzioni di schema, cavallo di battaglia della PNL e di analoghe tecniche persuasive).

    Tuttavia – ed è questa una delle più brillanti intuizioni del film – l’auto-racconto dei protagonisti non si cristallizza in quei tre anni pur cruciali, ma dà loro un prima e un dopo, li contestualizza nel più complesso percorso di vita di chi narra, e li riempie di senso incorporandoli in una memoria quasi genealogica. Quella di Linda che comincia ricordando la straordinaria forza di sua madre, ad esempio, o quella di Zoe che invece parte da un lontano, afoso pomeriggio di lavoro al termine del quale si presentano per la prima volta problemi respiratori destinati a cronicizzarsi. Le ragioni altre di cui dicevamo, insomma, sono incomprensibili se non viste come il portato di un vissuto: non è l’atto a produrre la persona – come vorrebbero la retorica dell’eroismo vaccinale o la logica del cittadino obbediente – ma è la persona, con tutte le esperienze che l’hanno costruita, a determinare la possibilità di una scelta differente. Non è il camminare sulle acque (da cui il bellissimo titolo del film) a produrre la fede: è esattamente l’inverso. Così è come se sottilmente l’obiettivo si spostasse sullo spettatore, e non su ciò che ha fatto ma su ciò che è o che vuol essere: questo è il sentiero che dal passato si apre alla possibilità di un futuro. Se i protagonisti del film sono stati anzitutto protagonisti delle vite che raccontano, è perché hanno imparato a leggerle per intero attraverso lenti personali: i “segni che sono ovunque” – per usare l’espressione di una delle protagoniste – indicano strade riconoscibili solo da chi ha imparato a vedere con i propri occhi.

    E sono strade che riequilibrano il mondo, istituiscono nessi impensati, reinterpretano l’apparente banalità del quotidiano, reinsediano gli uomini nei loro luoghi. La casa, dicevamo, rivissuta come rifugio intimo e non come carcere, ma soprattutto l’esterno, ossia gli spazi tanto a lungo vietati. Noi che abbiamo vissuto la follia pandemica non dimenticheremo mai le scene – rilanciate continuamente dai media come parte di quell’orrendo ordito spettacolare – di droni che presidiano spiagge deserte per assicurarsi che nessuno si avvicini, o di atleti rincorsi dai carabinieri come fossero pericolosi evasori perché osavano correre in solitudine sulla riva. Non dimenticheremo il mare eletto assurdamente a emblema della zona rossa, e proprio perciò potremo riscoprire nel mare che contrappunta il racconto del film quell’idea di libertà a cui la logica del confinamento voleva sottrarre il nostro immaginario. Tutto si risemantizza nei passi sulla sabbia di una delle ultime scene del film, dove dai margini ricompaiono – quasi fossero i resti di un’epoca remota, disseppelliti per uno scherzo del vento – i segni degli antichi divieti. “Non sembra vero” dicono Linda e suo marito. Ma una verità c’è, e deve essere ritrovata. Zoe dirà la sua, proprio in conclusione, ricordando commossa la tragica scomparsa di suo fratello: “In paese dicono che è morto di covid, ma Marcello non è morto di covid. Io lo dico sempre: Marcello è stato ammazzato. Marcello doveva essere qui con noi”. Ancora una volta la chiave è nella parola: nel dire sempre. Nel dire che la storia poteva (e potrebbe) essere un’altra: ancora una volta nelle parole che fioriscono dal silenzio e talora lo squarciano si apre una strada. E la fine di un film – che anche per questo merita di essere assaporato fino in fondo – può promettere la speranza di un inizio nuovo.

    Tutte le immagini sono tratte dal film.


  • LA NATO TRA AUTISMO E DISIMPEGNO

    LA NATO TRA AUTISMO E DISIMPEGNO

    La trappola dello storytelling

    Quando – dopo otto anni di guerra civile – il conflitto ucraino è finalmente divampato in guerra aperta con la Russia, l’obiettivo statunitense era quello di schiacciare Mosca attraverso una guerra ibrida, la cui durata si stimava in meno di un anno. E, ovviamente, parte di questa guerra era una mobilitazione senza precedenti dell’apparato propagandistico e mediatico anglo-americano. Tenendo presente che il sistema dei media, praticamente a livello globale, ma certamente nei paesi occidentali, è totalmente in mano ad un ristretto numero di produttori/distributori di notizie (tutti di paesi NATO), e che questi sono a loro volta controllati – in modo diretto o indiretto – dalle agenzie di intelligence britanniche e statunitensi, è facile comprendere come ciò fosse logico oltre che necessario.
    Ovviamente, anche la guerra mediatica è stata concepita e messa in atto sulla base del disegno complessivo, che come detto aveva un orizzonte temporale relativamente breve. La funzione della propaganda era relativamente semplice: non soltanto fornire un senso al conflitto, ma costruire una narrazione fondata su due pilastri: la demonizzazione del nemico e la certezza della vittoria.

    Questi due elementi fondanti della narrazione bellica occidentale sono strettamente e funzionalmente connessi, in quanto – se dai per scontata la sconfitta nemica – la sua virulenta demonizzazione diventa non solo utile, ma possibile. Il presupposto, infatti, è che se l’avversario sarà schiacciato ed umiliato, dipingerlo come un mostro legittimerà ulteriormente tale approccio; e, per converso, essendo esclusa a priori l’eventualità del negoziato, non sarà in alcun modo di ostacolo.
    È in fondo la medesima logica per la quale il governo Zelensky fece approvare una legge che vietava ogni trattativa con la Russia (finché alla presidenza di questa vi fosse Putin).
    Il problema di questa postura è che se poi le cose vanno diversamente dal previsto, ci si ritrova incastrati nei propri presupposti; in parole povere, la trattativa (con Putin) dovrà farla un governo diverso, o quello attuale, ma dopo aver smentito se stesso.

    Avendo fatto del conflitto ucraino una proxy war, la NATO si trova oggi in una duplice trappola, costruita dai propri stessi errori. In primo luogo, la guerra si è rivelata non solo tutt’altro che breve, ma anche assai sanguinosa e dispendiosa, cosa che ha messo a dura prova l’intero sistema militare-industriale dell’Alleanza Atlantica e la pone oggi dinanzi alla impossibilità di mantenere nel tempo un tale livello di sostegno economico e militare.
    In secondo luogo, avendo martellato per un anno e mezzo sui due suddetti pilastri (“Putin = Hitler”, “L’Ucraina vincerà”), dinanzi all’evidenza che la vittoria ucraina è letteralmente impossibile, non può facilmente operare una conversione a 180° e, oltre a dover accettare la sconfitta, dover anche trattare con Hitler
    Il gigantesco problema in cui si dibatte oggi la NATO è, quindi, fondamentalmente trovare una exit strategy praticabile. Ma, ancora una volta, a renderlo assai complicato è proprio l’auto-narrazione in cui persiste la leadership atlantica.

    Se guardiamo ad esempio agli USA, che rimangono il fulcro di ogni decisione reale, osserviamo che la estrema polarizzazione che si è determinata (Biden vs Trump, democratici contro repubblicani) fa sì che i due elettorati tendano a far proprie le posizioni dei leader, a prescindere dalle convinzioni personali. Così abbiamo l’elettorato pro-Trump prevalentemente critico verso il prosieguo del sostegno a Kiev, mentre quello democratico è fortemente schierato a favore. Il risultato è che Biden, ormai lanciato nella campagna presidenziale per il secondo mandato, non può facilmente rovesciare la propria posizione in merito per non rischiare di perdere le elezioni. Il suo elettorato, infatti, è stato spinto ad irrigidirsi sul sostegno incondizionato (proprio dalla propaganda Democrat), e non glielo perdonerebbe.
    L’amministrazione Biden, ed al suo interno soprattutto i neocon, era talmente sicura che tutto sarebbe andato come previsto, da non predisporre neanche una vera e propria strategia complessiva atta a conseguire gli obiettivi prefissi, figuriamoci poi dal pensare ad un possibile piano B.

    La NATO, insomma, è rimasta prigioniera della sua stessa “retorica iperbolica”, come l’ha acutamente definita Branko Marcetic [1] su ‘Responsible Statecraft’ [2], la quale ha fatto sì che l’opinione pubblica fosse “indotta a pensare che l’esito della guerra non riguardi solo Kiev e la sua riconquista del territorio perduto, ma abbia una posta in gioco esistenziale, per la sicurezza degli Stati Uniti, per l’intero ordine globale e persino per la stessa democrazia” [3].

    L’estrema radicalizzazione del discorso pubblico sulla guerra, insomma, determina un effetto boomerang, agendo non solo come strumento motivazionale per le opinioni pubbliche occidentali, ma di rimando anche sulle sue leadership, che sono in qualche misura costrette ad attenersi alla propria narrazione del conflitto.

    E questa trappola agisce su due livelli, corrispondenti appunto ai due pilastri della guerra mediatica.

    Cercando una via d’uscita

    Il primo livello è quello determinato dalla demonizzazione del nemico, che rende impossibile recedere da un confronto delineato come apocalittico, così come rende impossibile scendere a patti col nuovo Hitler.
    Ma non meno complesso è quello del secondo livello, legato alla retorica della ineluttabile vittoria dei buoni. Una volta che tale vittoria appare impossibile, si pone da un lato la necessità di trovare le responsabilità di tale rovescio, e dall’altro quella di come affrontare la sconfitta. Perché, ovviamente, una guerra non è una partita di Champions League, non può finire in pareggio. O vinci o perdi. Dunque se la guerra viene vinta dalla Russia, è la NATO ad uscirne sconfitta. Una prospettiva inaccettabile, per Washington, tanto più in un momento di estrema fragilità del dominio globale – quando persino un paese africano come il Niger si permette di sbattere la porta in faccia alla Nuland…

    Questa situazione, sommandosi ovviamente ad una serie di altri fattori, determina l’incertezza con cui a Washington affrontano queste problematiche. Fondamentalmente, per il momento sembra prevalere l’idea di rinviare le scelte – il che, a sua volta, significa tenere in piedi la guerra ancora per un tempo indeterminato.
    Naturalmente, nel frattempo negli states si discute, più o meno apertamente, su come venir fuori dalla trappola. Da mesi, sui maggiori quotidiani statunitensi, ci si confronta su questi temi, sia analizzando più obiettivamente la situazione sul campo, sia interrogandosi sulle possibili vie d’uscita. Il limite più grosso a queste riflessioni, purtroppo, rimane una sorta di autismo politico in cui sembrano a loro volta intrappolate, e di cui il recente summit di Jedda è una perfetta rappresentazione. Tutto il confronto su queste problematiche, infatti, avviene ignorando totalmente l’esistenza della controparte; gli interessi strategici e politici russi, gli sviluppi concreti della guerra, in pratica il fatto stesso che qualunque trattativa debba contemplare la partecipazione della Russia, sono costantemente rimossi. La NATO, di fatto già sconfitta sul terreno, continua a ragionare come se la Russia fosse un soggetto inane, che può solo accettare le eventuali profferte dell’Alleanza.

    Vediamo così che, ad esempio, sul tema delle responsabilità nella sconfitta, è già cominciato uno squallido scaricabarile, con gli ambienti NATO che ne attribuiscono la colpa agli ucraini, accusati sostanzialmente di essere incapaci di applicare le dottrine militari indicate dagli strateghi dell’Alleanza, e di un uso sbagliato dei mezzi forniti, mentre gli ucraini a loro volta accusano la NATO di forniture scarse e tardive, e di proporre tattiche inadatte ed impossibili da applicare. Si tratta ovviamente di un triste gioco delle parti, in cui ciascuno cerca di salvare la faccia rispetto alle proprie opinioni pubbliche, laddove la realtà è che sono entrambe ed egualmente corresponsabili. La Grande Controffensiva ucraina, su cui la macchina mediatica ha lavorato per mesi, e che è stata pianificata di concerto dagli stati maggiori NATO ed ucraino, è stata l’estremo tentativo politico-militare di modificare l’andamento del conflitto, non tanto con l’illusorio intento di una impossibile riconquista territoriale, ma più modestamente con quello di acquisire un minimo di vantaggio su cui far leva. Ma così non è andata.

    In blu le aree conquistate dagli ucraini in due mesi e mezzo di attacchi sul fronte di Zaporoizhia

    Nella Matrix immaginifica in cui galleggiano le leadership NATO, sinora sembra prevalere l’ipotesi del congelamento coreano, ovvero una sorta di fermo immagine del film della guerra che dovrebbe bloccare lo status quo. Il presupposto su cui si basa questa ipotesi è che il conflitto si trovi in una fase di stallo immodificabile, e che quindi uno stop sarebbe vantaggioso per entrambe i contendenti. Su quanto questa ipotesi sia irrealistica, sotto il profilo strategico, ho già scritto precedentemente [4]; essa infatti non corrisponde in alcun modo agli interessi russi. Ma c’è di più. Se di stallo si può parlare, questo vale solo ed esclusivamente per la proxy war ucraina, mentre la situazione sul campo racconta tutt’altra storia.
    In due mesi e mezzo, la controffensiva ucraina si è di fatto impantanata, e per di più dopo aver pagato (ancora una volta, dopo Bakhmut) un altissimo prezzo di sangue [5]. Al contrario, le forze armate russe sono all’offensiva in due settori significativi. A nord-est, sono avanzate di alcuni chilometri in profondità, avvicinandosi fortemente alla città di Kupyansk, che rischia seriamente di diventare il prossimo tritacarne, tanto che gli ucraini l’hanno già evacuata dai civili, oltre quelli di una trentina di insediamenti vicini.

    Questa pressione offensiva è importante non solo sul piano militare, per gli sviluppi che potrebbero seguire la caduta della città su un ampio settore del fronte, ma perché si sta sviluppando nell’oblast di Kharkov, che non fa parte dei quattro annessi alla Federazione Russa.
    Ciò indica chiaramente che sicuramente la Russia non potrà considerare di fermare le operazioni militari sintanto che non avrà realizzato una fascia protettiva ad ovest dei quattro oblast. Solo allora, forse, sarebbe possibile un congelamento della situazione.
    Inoltre, ormai ininterrottamente da settimane le forze aerospaziali colpiscono ogni notte in tutta l’Ucraina, avendo a bersaglio infrastrutture portuali, impianti industriali, depositi di munizioni e centri di comando. Tutto ciò attesta indubitabilmente che non vi è alcuno stallo generalizzato, ma che il conflitto vede una pressione costante da parte russa, anche se questa non produce (per il momento) vaste variazioni lungo la linea del fronte.

    Farewell, Ukraine

    Una variante più avanzata di questa ipotesi è stata ipotizzata da Stian Jensen [6], il capo di gabinetto del segretario generale della NATO, salvo poi smentirla rapidamente. In questa variante, si ipotizzerebbe uno scambio: i territori liberati dai russi sarebbero riconosciuti come parte della Federazione Russa, che a sua volta accetterebbe l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.
    Anche se Jensen, dopo la dura reazione del portavoce del ministero degli Esteri ucraino Oleg Nikolenko, si è parzialmente rimangiato ciò che aveva detto, appare evidente che anche questa ipotesi è stata formulata in ambito NATO. Che sia trapelata per una ingenuità di Jensen, o per sondare il terreno, è di secondaria importanza. Ciò che conta è che, rispetto all’ipotesi coreana, si fa un ulteriore passo avanti, ma sempre senza tenere conto degli interessi russi.
    Se, infatti, l’altra ipotesi è sostanzialmente una sorta di Minsk III, che servirebbe agli ucraini ed alla NATO per rimettersi in piedi e prepararsi ad una nuova guerra, questa prevederebbe invece una stabilizzazione formalizzata.

    Il punto debole di questo scambio è che non solo Mosca non accetterebbe mai un ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica – in fondo, questa è la ragione principale per cui è entrata in guerra – ma che l’offerta è irrisoria: l’occidente infatti metterebbe sul piatto qualcosa che la Russia ha già, e che non rischia di perdere.
    Siamo quindi ancora nell’ambito dell’autismo politico occidentale.
    Un po’ per necessità materiale, un po’ per convenienza politica, la NATO sarà pertanto spinta ad un progressivo disimpegno. Continuerà a fornire aiuti, ormai soprattutto pacchetti di alto valore simbolico (ed economico…), come missili a lungo raggio e caccia F-16, ma del tutto irrilevanti, incapaci di fornire un apporto decisivo alla capacità operativa delle forze armate ucraine, sia per la quantità sia perché ciò di cui avrebbe bisogno Kiev è ben altro [7].
    Anche, ma non solo, in conseguenza di ciò, si allenterà il coordinamento strategico tra i comandi NATO e quelli ucraini, con i primi sempre più scettici rispetto alle capacità dei secondi, e questi sempre più diffidenti verso i sostenitori atlantici.

    L’esigenza primaria di Washington, e quindi della NATO, tanto più con l’avvicinarsi della campagna per le presidenziali in USA, è insomma quella di procedere ad uno sganciamento soft, scaricandone la responsabilità sugli ucraini; già la narrazione comincia a svoltare verso il plot “abbiamo fatto tutto il possibile, ma non sono capaci…”, che potrebbe preludere – in caso di necessità – anche ad una sostituzione (più o meno indolore) di Zelensky, per poi procedere verso una conclusione gradita.
    Il problema, naturalmente, è trovarne una, e che sia anche praticabile, ovvero che finalmente prenda in considerazione la Russia non come una entità astratta, ma come una realtà portatrice di interessi, e che deve fare i conti sia con gli equilibri interni che con i costi affrontati. Ma questo, al momento, appare assai difficile.
    Certo, mal che vada, c’è sempre la soluzione afghana. Mollare tutto e tutti, avvolgere la bandiera e tornare a casa.

    Ciò che possiamo attenderci, dunque, è si un congelamento, ma delle capacità offensive ucraine, e del sostegno significativo occidentale. Kiev sarà costretta ad adottare una strategia difensiva, rinunciando a velleità di riconquista, e sfruttando così il vantaggio derivante da una condotta operativa che minimizza le perdite. I russi, dal canto loro, riprenderanno la spinta offensiva, ma senza abbandonare la linea di condotta che, a sua volta, cerca di minimizzare le perdite. Continueranno gli attacchi dall’aria, e la distruzione sistematica delle infrastrutture logistiche e militari. Arriverà l’inverno, e i danni alle strutture energetiche ed elettriche si faranno sentire sulla popolazione ucraina, ormai stremata da un numero enorme di morti e feriti e dalla distruzione dell’economia. A meno di un tracollo improvviso [8], la guerra si trascinerà verso il 2024, in attesa che il match Biden-Trump si risolva.
    In Europa, intanto, la crisi continuerà a mordere, e per le leadership vassalle sarà sempre più difficile tenere insieme capre e cavoli. Il mondo scivola verso il multipolarismo, e noi scivoliamo verso il baratro. Prima o poi, dovremo fare i conti con una verità assai semplice: “nous avons besoin des Russes et ils ont besoin de nous” [9].


    1 – Marcetic è un membro della redazione del magazine di sinistra Jacobin, ed ha collaborato con varie testate statunitensi.
    2 – “Can Washington pivot from its maximalist aims in Ukraine?”, Branko Marcetic, Responsible Statecraft
    3 – Ibidem
    4 – Cfr. “Due guerre”Giubbe Rosse News
    5 – Come riassume bene l’analista statunitense Daniel L. Davis, “la fredda e dura verità nella guerra tra Russia e Ucraina oggi è che l’ultima offensiva dell’Ucraina è fallita, e nessuna quantità di giri di parole cambierà l’esito”. Cfr. “The Hard Reality: Ukraine’s Last-Gasp Offensive Has Failed”, Daniel L. Davis, 19fortyfive.com
    6 – Cfr. “Guerra in Ucraina/Territori a Mosca in cambio dell’accesso alla Nato”, Giulia Lecis, Quotidiano Sociale
    7 – Cfr. “Collasso”Giubbe Rosse News
    8 – Ibidem
    9 – Nicolas Sarkozy, intervista a Le Figaro

  • COLLASSO

    COLLASSO

    Perché non si è verificato

    Già lo scorso anno mi chiedevo quanto ancora avrebbe resistito l’esercito ucraino prima di collassare. Ritenevo infatti che l’impatto delle forze russe – sia materiale che psicologico – unito alla consapevolezza dell’impossibilità della vittoria, avrebbe finito col determinare una rottura del fragile equilibrio che sempre tiene in piedi un esercito.
    Nell’antichità, a porre fine alle guerre era quasi sempre una battaglia decisiva; ed a decidere quella battaglia era a sua volta, quasi sempre, il momento in cui uno dei due eserciti riusciva a spezzare lo schieramento nemico, producendo dapprima lo sfondamento delle linee nemiche, poi la fuga disordinata delle schiere avverse – o, nel migliore dei casi, la loro ritirata. Battaglie e guerre, quindi, erano assai spesso decise nel momento in cui si determinava un collasso in uno dei due schieramenti.
    Ovviamente, oggi questo tipo di determinazione è pressoché ormai scomparso. Le guerre non si vincono solo sul campo di battaglia. Ma, se l’esercito collassa, qualsiasi altro elemento cessa di avere valore, e ne consegue la sconfitta.

    A questo punto, pertanto, c’è da chiedersi come mai l’esercito ucraino non sia collassato, e se vi siano elementi (realisticamente prevedibili) che possano determinare tale evento. Non si tratta qui, ovviamente, di stabilire un nesso causale deterministico tra questo ipotetico collasso e la fine del conflitto, ma sicuramente – stante la determinazione dell’attuale leadership ucraina a rigettare qualsiasi ipotesi negoziale, e l’incapacità della NATO di darsi un obiettivo strategico conseguibile – questo rimane uno dei possibili scenari capaci di porre fine alla guerra, nonché (come vedremo) di modificarne non poco l’esito.
    Tanto per cominciare, possiamo chiederci quali sono gli elementi che hanno fatto sì che l’evento non si concretizzasse. A mio avviso vi sono almeno tre fattori che lo hanno (sinora) impedito.
    Il primo, ovvio, è motivazionale: per buona parte dei militari in servizio al fronte, ed indipendentemente dalle singole opinioni sulle ragioni del conflitto (e nel conflitto), si tratta di difendere la patria da un attacco esterno.

    Il secondo fattore è costituito dalla propaganda martellante. Tutto il sistema mediatico occidentale (nel quale l’Ucraina è completamente inserita) in questo anno e mezzo ha alacremente lavorato nel nascondere le sconfitte e le perdite, nell’esaltare il supporto della NATO, e nel dipingere i russi come i cattivi per antonomasia. Quest’ultimo elemento, va ricordato, si colloca in un contesto di feroce russofobia, che attraversa l’Ucraina da un decennio, tra il nazionalismo governativo e quello feroce delle ampie formazioni naziste. Inoltre, l’idea che alle brutte sarebbe intervenuta direttamente la NATO, alimenta la fiducia in un possibile rovesciamento delle sorti.
    Terzo elemento, il fatto che la Russia abbia concentrato i suoi attacchi nelle retrovie sulle strutture militari, ha consentito alla popolazione civile di continuare una vita quasi normale (a Kiev e Lviv, i giovani vanno in piscina e in discoteca, come se non ci fosse una guerra) [1], mentre la ferrea censura sul numero dei caduti occulta la portata delle perdite. Ne consegue che la società ucraina, nel suo complesso, non soffre esageratamente il conflitto, ed i suoi militari restano privi di una visione complessiva, che gli restituisca la dimensione del disastro.

    E naturalmente, il fatto che la linea del fronte sia per certi versi stabile, e non registri clamorosi mutamenti, rassicura i combattenti sul fatto che il loro impegno e sacrificio produca risultati tangibili; essendo stati convinti che la Russia voglia invadere l’intero paese, pensano di stare impedendo che ciò accada. Del resto, come esaminato in precedenti analisi, questa è la distorsione prospettica che acceca l’intero occidente collettivo, e persino le sue leadership politiche e militari, e non c’è quindi di che stupirsi.
    Se passiamo invece ad esaminare i fattori critici, per la tenuta dell’esercito ucraino, ne troviamo svariati, e non certo di poco conto.
    Il principale è ovviamente l’incidenza delle perdite. Ormai anche le fonti semiufficiali occidentali concordano su una cifra di circa 400.000 uomini perduti, tra caduti accertati e dispersi. A questi vanno aggiunti i feriti, che possiamo calcolare solo approssimativamente, basandoci sul normale rapporto numerico che intercorre tra questi ed i caduti, che si aggira tra i 4:1 ed i 3:1; il che porta a stimarne il numero tra 1.200.000 ed 1.600.000. Nel valutarne l’impatto va certamente considerato che il primo è il totale di quanti sono morti, mentre il secondo (che possiamo stabilire mediamente intorno ad 1.400.000) è il totale di quanti sono stati feriti. In parole povere, il primo è un dato che segna perdite definitive, il secondo è un dato che raccoglie perdite solo temporaneamente tali.

    Perché si potrebbe verificare

    Naturalmente una parte dei feriti rimane inabile al servizio [2], un’altra parte richiede una lunga degenza prima di poter riprendere il proprio posto nell’unità di appartenenza, mentre per altri è sufficiente una medicazione sul posto o un breve passaggio in un ospedale da campo nelle retrovie. Nel corso di questa guerra gli ucraini hanno avuto spesso difficoltà logistiche nel recupero dei feriti, sia per l’intensità del fuoco russo che per la scarsità di mezzi, e questo ha ovviamente fatto aumentare l’incidenza sia dei decessi che dell’aggravamento delle ferite.
    In ogni caso, sia i morti che i feriti (questi ultimi anche solo temporaneamente) sottraggono forza combattente ai reparti, ed incidono non solo sull’efficacia operativa, ma anche sul morale delle truppe.
    C’è inoltre da tener conto, al riguardo, anche di un altro aspetto. Come comincia ad emergere con sempre maggiore chiarezza, il conflitto ucraino ha fatto da terreno di coltura perfetto per svariate attività criminali, dal traffico d’armi a quello di bambini, a quello di organi [3].

    Com’è noto, le precondizioni necessarie per l’espianto di organi sono l’immediatezza (subito dopo il decesso) ed un luogo attrezzato all’uopo. Anche se il governo Zelensky si è premurato di offrire una copertura legislativa, rendendo possibile l’espianto anche in assenza del consenso dei parenti, queste due condizioni materiali sono ineludibili. Pertanto è chiaro che ciò significa due cose molto semplici: la presenza di centri di espianto in prossimità della linea del fronte, e la possibilità di dirottarvi tempestivamente i feriti più gravi – vogliamo sperare quelli che al triage vengono considerati insalvabili.
    Già solo questi due elementi richiedono una rete di complicità di base, tra medici, infermieri e personale della sanità militare. Ed è impensabile credere che tale rete possa rimanere del tutto ignota a lungo; quantomeno il sospetto deve essere arrivato ai reparti di linea. Così come il timore che si possa essere avviati un po’ troppo sbrigativamente verso questi centri. Tutte cose che non favoriscono certo la saldezza psicologica degli uomini al fronte.
    Sempre relativamente alla questione delle perdite umane, va considerato che queste si riflettono direttamente sulla capacità di combattimento non solo sul piano quantitativo, ma anche su quello qualitativo. Ogni volta che un soldato esperto muore o viene ferito, viene sostituito (appena possibile…) da un coscritto, senza alcuna esperienza di combattimento. L’impatto sull’efficienza operativa è evidente, ed è ancor più significativo quando a venir meno sono sottufficiali ed ufficiali di truppa, per i quali addestramento ed esperienza sono assai più rilevanti.

    C’è infine da tener presente un ultimo fattore di depauperamento dell’esercito ucraino, ovvero i prigionieri di guerra. Nonostante dovrebbe essere prassi normale che nominativo e numero di matricola dei prigionieri siano segnalati alla Croce Rossa Internazionale (che a sua volta li trasmette al paese cui appartengono), è estremamente difficile avere numeri, anche solo approssimativi. I pochi elementi su cui possiamo avanzare delle stime ipotetiche sono, ovviamente, di parte russa. Quello che sappiamo con certezza è che, solo nella resa dell’Azovstal, furono fatti prigionieri oltre duemila ucraini; e poco più di un anno fa, le autorità delle repubbliche di Donetsk e Lugansk dichiararono di detenerne circa 8.000. Nel frattempo ci sono stati vari scambi di prigionieri, anche se hanno quasi sempre riguardato piccoli gruppi – in genere poche decine o un centinaio di uomini. Da quando gli ucraini hanno lanciato la loro controffensiva, infine, sembra che siano aumentati i casi di interi reparti ucraini che si consegnano spontaneamente ai russi. Riassumendo, si può ipotizzare una cifra tra i 10 ed i 20.000 uomini attualmente prigionieri dei russi.

    A conti fatti, questi numeri ci restituiscono un quadro dell’impatto delle perdite sul potenziale bellico ucraino. Possiamo ragionevolmente pensare ad un totale – tra caduti, dispersi, feriti gravi e prigionieri – intorno ai 500.000 uomini, sottratti alla forza combattente (ed al paese). Da un certo punto di vista, può apparire una cifra non esageratamente significativa, specie se paragonata a quella di altri conflitti moderni. Ma questa va comunque posta in relazione alle condizioni specifiche del paese.
    Tale relazione diviene assai rilevante, non tanto rispetto alla popolazione residua totale [4], dalla quale sarebbe ancora possibile attingere ampiamente con nuove mobilitazioni (in teoria, anche sino a 4 milioni di richiamati) [5], quanto alla capacità/possibilità di addestrarli ed armarli.
    Notoriamente, sono questi – già oggi – i fattori critici con cui deve confrontarsi l’esercito ucraino. Da questo punto di vista, quindi, la questione cruciale non è la disponibilità o meno di ulteriore carne da cannone, ma la possibilità di farne – sia pure sommariamente – una forza combattente.

    E con questo, arriviamo agli aspetti materiali della questione.
    La guerra ucraina, come è stato detto più volte, è un conflitto ad elevatissimo consumo, e le perdite materiali non sono meno cruciali di quelle umane, anche se certamente meno dolorose. Siamo quindi dinanzi ad una guerra in cui la produzione bellica, e la capacità di riparazione, sono fattori decisivi. Ciò mette l’Ucraina in una condizione di ulteriore inferiorità, poiché la sua capacità – in entrambe i settori – è assai limitata; e comunque sarebbe (ed è) esposta ai colpi delle forze aerospaziali russe, che hanno il completo dominio dell’aria.
    Il fatto di condurre poi una proxy war, e quindi di essersi trovati nella condizione di un esercito dopato dalle forniture NATO, ha reso la situazione ancor più complicata, poiché sia la produzione che la riparazione è dislocata altrove (il che, per quanto riguarda quest’ultima, significa tempi più lunghi), e dipendono comunque completamente dalla disponibilità e volontà dei paesi sostenitori.
    Attualmente, questo flusso è in rallentamento, se non proprio in crisi, sia per l’esaurimento delle capacità immediate dei paesi NATO, sia per una crescente insoddisfazione di questi circa l’uso che viene fatto del materiale bellico fornito.

    Le forze armate ucraine sono quindi dinanzi alla prospettiva che, mentre la guerra mantiene i suoi elevati standard di consumo, le proprie capacità di tenere il ritmo si affievoliscono.
    Oltretutto – e di ciò la leadership militare ucraina non può non essere consapevole – si trovano nella difficile situazione di dover consumare uomini e materiali anche solo per rispondere alle esigenze politiche e propagandistiche dei paesi NATO. Basti pensare che, in soli due mesi di tentativi offensivi, sono andati perduti carri armati e mezzi corazzati equivalenti a circa il 30% del totale ricevuto nel corso del 2023. E tutto per una penetrazione che, nel migliore dei casi, non è andata oltre un chilometro in profondità [6].
    È chiaro, inoltre, che questo tipo di disponibilità occidentale si sta esaurendo, un po’ per effettiva mancanza di mezzi da inviare, un po’ per una crescente riottosità a passare dagli annunci roboanti all’effettivo invio. La Germania, per dire, che aveva promesso di inviare 100 Leopard 1, sinora ne ha mandati appena una decina…

    Si è più volte detto che i trasferimenti di materiale bellico dalla NATO all’Ucraina sono sempre stati di qualità medio-bassa, insufficienti quantitativamente, e troppo scaglionati nel tempo. Ma, con l’ondata di trasferimenti primaverili che dovevano servire per la controffensiva, il flusso ha ormai raggiunto il suo apice. Ragion per cui, essendo ormai in via di esaurimento la possibilità di inviare carri MBT, corazzati da combattimento ed artiglierie (per non parlare del munizionamento), il focus si sta lentamente spostando verso altre tipologie di sistemi d’arma.
    È adesso la fase dei missili a lungo raggio, come gli Storm Shadow britannici e gli omologhi francesi (SCALP), presto arriveranno i Taurus tedeschi, e forse il prossimo anno gli F-16.
    Il punto è che si tratta di sistemi d’arma il cui rifornimento è ancora più limitato (oltre che più oneroso) [7], e che soprattutto ha praticamente un impatto zero sulle effettive possibilità dell’esercito ucraino.

    La fornitura dei caccia bombardieri F-16, ad esempio, che sarà per l’ennesima volta propagandata come la panacea risolutiva, sarà assolutamente irrilevante. Non solo perché – è notizia di questi giorni – i piloti ucraini che saranno addestrati sono solo 8 (problemi di sufficiente conoscenza dell’inglese…), ma perché – se tutto va bene – ne saranno trasferiti una decina.
    Dieci caccia, pilotati da ufficiali senza esperienza di combattimento con quello specifico velivolo, che dovranno vedersela con la fortissima contraerea russa, con la capacità nemica di colpire anche il più remoto aeroporto del paese, e che comunque dovrebbero contrastare in efficacia la seconda flotta di aria al mondo (4.173 velivoli)! È fin troppo evidente l’assoluta inutilità. Ciò di cui semmai avrebbe bisogno Kiev sono 5/600 carri MBT moderni, un migliaio di corazzati, centinaia di pezzi d’artiglieria e milioni di proiettili; e tutto insieme, non a spizzichi e bocconi [8]. Solo che è semplicemente impossibile, se pure volesse (e non ne ha la minima intenzione) la NATO non potrebbe fornire una tale quantità di mezzi neppure tra 4/5 anni.

    Siamo quindi, e sempre di più, nell’ambito della pura e semplice propaganda.
    Ma mentre capacità e volontà di continuare a sostenere le forze armate ucraine, da parte della NATO, sono in calo tendenziale, la consunzione cui sono sottoposte dalla guerra d’attrito portata avanti dalla Russia non si arresta. Di là quindi dalla tenuta psicologica e morale delle truppe (e vi sono non pochi segnali di cedimento), la questione fondamentale diventa: sino a quando l’esercito ucraino manterrà una capacità di combattimento, tale quanto meno da non farsi travolgere dalle forze russe?
    A parte le mosse ad effetto, come cercare di colpire nuovamente il ponte di Kersh, attaccare la flotta russa nel mar Nero, o colpire Mosca con qualche drone – tutte cose che fanno notizia nei tg occidentali, ma a cui fa seguito una risposta devastante da parte russa [9] – il problema è chiaramente sul terreno. L’esercito ucraino non ha più una capacità offensiva, neanche a livello tattico, d’un qualche peso. La sforzo che continua a portare avanti, quasi per forza d’inerzia, e che sta pagando amaramente, sembra rispondere più all’esigenza di mantenere aperto il cordone ombelicale con la NATO (e ritardare una possibile offensiva russa) che non alla convinzione di poter mutare il quadro strategico.

    Sinora le forze armate russe hanno impostato una guerra di logoramento, che tiene insieme il massimo risparmio delle proprie forze e la massima consunzione di quelle nemiche. Strategicamente, continuano ad attirare le forze ucraine in battaglie tattiche, da cui queste ultime escono pesantemente decurtate.
    Tra la progressiva riduzione del sostegno militare occidentale da un lato, e consumo del proprio potenziale umano e materiale dall’altro, l’esercito ucraino si trova tra l’incudine ed il martello [10].
    E chiaramente, in questa situazione prima o poi si determinerà – da qualche parte lungo i mille chilometri della linea di fronte – un cedimento. Sarà magari quest’inverno, o la primavera prossima; o magari ancora più in là. Ma ad un certo punto un settore del fronte cederà, e le forze russe sfonderanno. Ed allora ci sarà, di fatto, il collasso [11]. Il cedimento si allargherà a macchia d’olio, investendo l’intera linea di contatto. Le forze armate ucraine cesseranno di offrire una resistenza organizzata, e le armate russe si spingeranno sin dove vorranno.

    Molto semplicemente, se non negozieranno prima che l’esercito ucraino si avvicini al punto di rottura – e dovranno farlo alle condizioni della Russia, quanto più tardi vi accedono tanto più dovranno cedere – l’Ucraina e la NATO si troveranno nella condizione oggi provocatoriamente auspicata da Medvedev, il vae victis. Ma attenzione, il breakeven point non è il collasso ucraino, ma il momento in cui apparirà chiaro che è prossimo ed inevitabile.
    Da quel punto in avanti, Mosca non avrà più alcun interesse a negoziare. E se, ancora oggi, continua a sostenere che il suo obiettivo non prevede di estendersi oltre i quattro oblast annessi alla Federazione Russa, potrebbe invece considerare utile e fattibile spingersi ad ovest sino all’oblast di Odessa – che a quel punto sarebbe facile da liberare, diversamente da quanto non sia adesso. In fondo, mettere al sicuro il mar Nero, e la propria flotta, togliendo alla NATO ogni possibilità di avervi una sponda, sarebbe il coronamento dello sforzo sostenuto.


    1 – L’ONU conteggia poco più di ottomila vittime civili in Ucraina, anche se – accodandosi alla propaganda occidentale – stima che siano molte di più. Se consideriamo che durante la guerra civile (2014-2022) le vittime civili nel Donbass sono state 17.000, e che – contrariamente a quel che fa con i caduti militari – l’Ucraina ha tutto l’interesse a gonfiare questo dato, anche a volerlo stimare in 10.000 risulta evidente che siamo lontani anni luce dalle vittime civili provocate dalle guerre NATO. E che, comunque, l’impatto psicologico sulla popolazione civile è, sotto questo aspetto, pressoché irrilevante.

    2 – Secondo alcune fonti, ad esempio, durante questi ultimi due mesi di tentativi di offensiva, si sarebbe elevato di molto il numero di soldati rimasti privi di almeno un arto, soprattutto in conseguenza dei vasti campi minati russi. La stima parla di 20/30.000 uomini (50.000 dall’inizio del conflitto).

    3 – Secondo notizie non verificate, vi sarebbe tra l’altro un traffico con destinazione Turchia, che passerebbe attraverso una triangolazione con l’Italia, dove opererebbero cliniche compiacenti. L’ipotesi, quantomeno per quanto riguarda il ruolo di cliniche italiane, mi sembra improbabile, se non altro per ragioni logistiche.

    4 – La popolazione ucraina, tra il 1991 – anno dell’indipendenza – ed il 2022, ha perso quasi 20 milioni di abitanti, tutti in conseguenza di una forte emigrazione. Situazione poi aggravata, a seguito del conflitto, dalla fuga dei profughi e dal passaggio sotto l’autorità russa di alcuni milioni di abitanti.

    5 – Nonostante non abbia ancora effettuato una vera e propria mobilitazione generale (ma una serie di mobilitazioni parziali, spesso territorializzate), e l’estensione delle classi mobilitate sia scarsa e variabile, tra il 2022 ed il 2023 le forze armate ucraine avevano in servizio circa un milione di uomini (più o meno il triplo dei russi impegnati nel conflitto).

    6 – Zelensky e lo Stato Maggiore ucraino sventolano continuamente un riconquista di circa 60 chilometri quadrati (quasi tutti all’interno della grey zone), quando i russi, in pochi giorni di offensiva nel settore di Liman, in questo stesso periodo ne hanno liberati una quarantina.

    7 – Ad esempio, uno dei sistemi d’arma trasferiti nell’ultimo anno all’Ucraina, è costituito da moderni complessi di difesa aerea come i Patriot, i Nasam, gli IRIS-T tedeschi ed i sistemi di difesa aerea Crotale francesi. Ma – come scrive The Times, citando un colonnello ucraino – questi sistemi “sono ostacolati da un enorme problema di carenza di munizioni. (…) Non si può pianificare una guerra con una produzione annuale di 150-160 missili Patriot. Li abbiamo esauriti in un mese…Non si può pianificare una guerra con una produzione annuale di 150-160 missili Patriot. Li abbiamo esauriti in un mese…”.

    8 – Naturalmente queste cifre (indicative) avrebbero senso solo fosse possibile un utilizzo di tali forze concentrato nel tempo e nello spazio. Anche a prescindere dalla potenza dell’industria bellica russa, enormemente maggiore di quella occidentale), Mosca può contare su sterminati arsenali di epoca sovietica. Mentre i paesi NATO, ad esempio, hanno praticamente svuotato gli arsenali di vecchi mezzi dismessi, in quelli russi ci sono ancora almeno 60.000 carri armati.

    9 – Dopo gli ultimi attacchi ucraini di questo tipo, è cominciata un’ondata di bombardamenti ed attacchi missilistici su tutta l’Ucraina, andata avanti per più di due settimane di fila.

    10 – Questa è anche l’espressione con cui si suole indicare una manovra tattica tipica di Alessandro Magno: mentre la famosa falange macedone avanzava al centro, col suo muro di sarisse, sull’ala destra la cavalleria pesante sfondava le difese dell’ala sinistra nemica e poi subito convergeva al centro, spingendo il grosso delle forze avverse contro la falange, e quindi – appunto – schiacciandolo tra questa (l’incudine) e la cavalleria (il martello).

    11 – “Un esercito sconfitto e uno distrutto sono due cose diverse. Un esercito semplicemente sconfitto in battaglia può spesso ritirarsi con successo, riformarsi e ricostituire la propria forza, come fece Roma dopo l’umiliazione di Cannae, distruggendo alla fine la sua grande rivale, Cartagine. Ma quando interi eserciti si spezzano, quando perdono la volontà di combattere, anche l’intera nazione può spezzarsi. È quello che è successo ai grandi imperi nella Prima Guerra Mondiale ed è anche il destino che attende l’esercito ucraino.”, in: Michael Vlahos, “The Ukrainian Army Is Breaking”Compactmag.com

  • NON ANDIAMO IN VACANZA DALLA BELLEZZA

    NON ANDIAMO IN VACANZA DALLA BELLEZZA

    Che questo tempo sia dominato dal brutto, e ancor più dal mediocre, è un fatto che non lascia spazio ad interpretazioni. E questo essenzialmente perché abbiamo smarrito ogni reale contatto con la dimensione superiore, sottile. Contatto che ha da farsi dialogo, ponte, per cui nella grande arte, il Cielo si piega per un attimo sulla Terra e la abita. Il divino si incarna e sostanzia la nostra realtà mondana. Oggi tutte le arti attraversano una crisi radicale, e terminale sottolineiamo noi. Nessuna esclusa. Il cinema, con il suo essere l’arte “tipica” di quest’era, lo manifesta forse più chiaramente di tutte le altre. Vi sono alcune eccezioni, ovviamente, ma appunto, restano eccezioni.

    Chi ha uno sguardo critico, rischia però di scivolare in due opposte tentazioni. Da una parte quella di accontentarsi di quello che passa il convento, basta che non sia esplicitamente contaminato dalle ideologie dominanti. Selezionando anche i titoli che “svelano complotti”, mettono in scena visioni distopiche, o adottano uno sguardo divergente su temi politici, economici o quant’altro. Dall’altra, quelli che vivono facendo a meno del cinema, e forse dell’arte in generale. Essendo tutto il sistema corrotto e svilente, ci si disinteressa totalmente. L’attenzione cade su altro.

    E non ci si rende conto che la crisi dell’arte, e non solo, si alimenta anche di questi atteggiamenti, i quali mancano completamente del piano metafisico, e quindi simbolico, della realtà e delle sue crisi. Crisi che per l’appunto interrogano ciascuno di noi che siamo inseriti in questa società. Atteggiamenti che perpetuano una modalità individualistica, matrice dell’era contemporanea, che ci tiene a distanza di sicurezza da ogni responsabilità personale.

    Occorre al contrario nutrirsi di vera Bellezza. E volgendo lo sguardo al passato non è così difficile trovare opere che sanno sfamare l’anima. Ma anche qui non bisogna cadere nel banale nostalgismo, o in un gusto reazionario che vorrebbe solo riproporre contenuti e forme di un certo passato e replicarli identici oggi. Il cibo serve a darci le energie per le opere che dobbiamo compiere, non per essere ammirato in quanto tale. Così l’arte, specialmente quella del passato, deve illuminare la nostra visione e comprensione dell’oggi affinché sappiamo cogliere la chiamata che ci viene rivolta.

    In questo tempo estivo, allora vi invitiamo a dedicare spazio e attenzione alla vera arte. Perché non bastano analisi, non bastano le informazioni corrette e veritiere. Occorre recuperare uno sguardo profetico, occorre una visione; che unifichi il molteplice nell’Uno. Non ci può essere vera politica che non contempli anche una cosmologia, una metafisica e una teologia. Ma noi oggi, di tutto questo non sappiamo più nulla. E manchiamo di visione.

    Poiché qui parliamo di cinema, segnaliamo due film che in modo diverso ci indicano un “oltre” e la incredibile concretezza del miracolo: La fontana della vergine di Bergman e Sacrificio di Tarkovskij.

    Nel film di Bergman, ambientato nella Svezia medioevale, una fanciulla vergine viene aggredita, violentata e uccisa da alcuni briganti mentre attraversava un bosco per portare i ceri alla Madonna. Nel film si avverte la tensione fra il piano esistenziale e quello spirituale, tra il bisogno di amore e l’incapacità a viverlo. Tra la Giustizia e la Misericordia divina e la ricerca della vendetta umana. Ma il finale apre ad un orizzonte più grande. Là dove la giovane vergine è stata uccisa, sgorga improvvisa una fonte, quasi a benedire il suo sacrificio innocente. A rammentare che anche dal male può nascere il bene e che i frutti non sempre sono subito visibili. Presenti al miracolo ci sono i genitori con tutta la servitù della loro fattoria. E dove altri autori, con nessun talento, avrebbero riempito la scena con emotive esclamazioni dei personaggi davanti al miracolo, che tanto piacciono oggi ad un pubblico sempre più “diseducato” all’arte, Bergman lascia parlare i gesti silenziosi che testimoniano il profondo senso di ringraziamento a Dio e il riconoscere che le sue vie sono infinitamente più grandi e misteriose dei sentieri umani. E il dolore, che si ricompone davanti alla contemplazione del mistero, è avvolto da un canto sacro che pare davvero provenire da un “altrove”.

    Sacrificio è invece il testamento spirituale e artistico del regista russo Tarkovskij, a nostro avviso la più grande figura che abbia avuto la settima arte. Il film si apre con una scena in riva al mare in cui il protagonista Alexander racconta al figlioletto la storia di un monaco ortodosso che «un giorno piantò un albero secco sul pendio di una montagna. […] E poi disse al suo giovane allievo di innaffiare l’albero tutti i giorni, finché non fosse diventato verde». Il monaco ogni mattina prendeva un secchio e saliva sulla montagna e innaffiava l’albero secco. «Continuò a fare così per tre anni, finché un bel giorno, salendo sulla montagna, non vide che tutto l’albero era ricoperto di gemme fiorite». Anche qui il miracolo dimostra di essere la vera realtà. È l’invisibile che regge il visibile.

    Cosa vedono invece i nostri occhi? «Noi siamo proprio ciechi, non vediamo nulla», dice il postino Otto. Eppure non sembriamo cercare nulla, ma accontentarci di “piccole verità” rassicuranti.

    E ritornando al film di Bergman, uno dei servitori del padrone così parla: «Vedi come il fumo trema, e si abbarbica sotto il tetto? Come avesse paura dell’ignoto. Eppure se si librasse nell’aria, troverebbe uno spazio infinito dove volteggiare. Ma forse non lo sa. E così se ne sta qui, nascosto, tremolante e inquieto. Con gli uomini capita lo stesso. Essi vagano inquieti, come tante foglie al vento. Per quel che sanno, e per quello che non sanno».

    Noi andiamo in cerca di soluzioni concrete, facili, ci esaltiamo per le analisi geopolitiche, sociali, ma ci sfugge sempre di più il mistero della vita, la sua realtà simbolica che ci parla di continuo.

    Restaurare una civiltà sulle macerie di questa, ormai terminale, si può fare solo alzando lo sguardo, lavorando alla costruzione di un nuovo immaginario estetico che oltrepassi la “cornice” di questo mondo. Ecco perché l’attenzione verso la grande arte non è solo accessoria, ma essenziale e prioritaria.

    La Vita non va in vacanza e la Bellezza è la forma della Vita.

  • UNA GUERRA IPOCRITA E CINICA

    UNA GUERRA IPOCRITA E CINICA

    Il fallimento della guerra ibrida

    La contraddizione più stridente in questa guerra, persino più di quella generica tra la narrazione occidentale e la realtà effettuale, è quella tra la propaganda NATO sull’importanza dell’impegno al fianco dell’Ucraina, e la effettiva natura di questo impegno.
    Ovviamente, i media mainstream ci soverchiano di informazioni sulla quantità di denaro impiegato per sostenere Kiev, così come su quella dei vari trasferimenti di armi, enfatizzando al massimo entrambe, ma dimenticando di ricordare che la gran parte dei soldi erogati sono prestiti (i cui fondi assai spesso vanno direttamente alle industrie militari occidentali, e che un paese messo in ginocchio dalla guerra dovrà restituire), e che contemporaneamente i grandi fondi finanziari stanno saccheggiando quel che resta dell’economia ucraina. Ma ancor più stridente è lo scarto laddove si osservano gli aiuti militari.

    Del resto, l’ipocrita realtà è che l’occidente questa guerra non solo l’ha preparata (col golpe del 2014 prima, con armi ed addestramento militare all’Ucraina da quello stesso anno, coi finti accordi di Minsk per guadagnare tempo poi – come rivendicato da Poroshenko, Hollande e Merkel…), ma con tutta evidenza non ha fatto nulla per evitarla, anzi.
    Come tutti ricorderanno, i servizi segreti NATO per mesi hanno annunciato l’attacco russo, del resto esibito volutamente come minaccia, proprio per cercare di evitare di farvi ricorso. Se veramente si fosse voluto evitare il conflitto, anche senza accedere ad un negoziato con Mosca, sarebbe stato sufficiente stipulare un veloce accordo bilaterale USA-Ucraina e schierare anche solo 2/3.000 uomini in territorio ucraino, in prossimità dei confini orientali, rendendo assai complicato per la Russia intervenire senza scontrarsi direttamente con la NATO. Al contrario, Washington si premurò di ritirare (almeno ufficialmente) tutti i suoi consiglieri, e dichiarò che in ogni caso non sarebbe intervenuta direttamente. Un modo chiaro per dire a Mosca “accomodatevi”. Del resto, recentemente è stato il direttore di Limes, Lucio Caracciolo – non certo un putiniano… – a parlare di un vero e proprio accordo segreto tra Russia e Stati Uniti, proprio in questi termini.

    Se si guarda a questi diciassette mesi di guerra, non si può non cogliere il senso complessivo del supporto offerto dalla NATO all’Ucraina. Che il senso primo del conflitto fosse, per gli USA, recidere drasticamente e duraturamente i legami tra Russia ed Europa, nonché riportare all’ordine i vassalli europei, è abbastanza evidente; e da questo punto di vista, possono ben dire mission accomplished! Che l’obiettivo secondario – per modo di dire – fosse colpire ed indebolire la Russia, è altrettanto evidente; ma in questo caso le cose non sono andate affatto come previsto, anzi, ad essere oggi in crescente difficoltà è proprio l’occidente collettivo. Ma, e qui veniamo al punto, la NATO non si è mai posta davvero la prospettiva di una vittoria sul campo. Per quanto avessero largamente sottovalutato il potenziale militare/industriale russo (e non solo quello…), gli strateghi del Pentagono hanno sempre saputo che per la NATO – e tanto più per gli ucraini – era ed è semplicemente impossibile sconfiggere Mosca in un conflitto convenzionale. Sin dal primo momento, infatti, la proxy war aveva tutt’altri obiettivi, e tutti ben lontani dal campo di battaglia.

    Il disegno strategico dei neocon, come sempre accecati dalla pretesa superiorità dell’occidente, nonché dal proprio fanatismo ideologico, era infatti ben diverso. La guerra, che si immaginava relativamente breve, aveva l’unico scopo di fungere da pretesto per lo scatenamento della vera guerra, quella ibrida, fatta di sanzioni ed isolamento internazionale, e che avrebbe dovuto mettere Mosca in ginocchio in meno di un anno. Come sia andata, è sotto gli occhi di tutti.
    E che questo fosse il disegno, è reso evidente proprio dall’andamento dei trasferimenti di attrezzature belliche, e più in generale del supporto militare offerto a Kiev.
    A parte soprattutto i britannici, che hanno sempre cercato di manovrare gli ucraini per colpire i russi laddove interessava a loro (mar Nero, Crimea, ovvero la flotta russa), per il resto la caratteristica fondamentale delle forniture militari è riassumibile in pochi, precisi elementi:
    – il materiale fornito è quasi sempre vecchio di 20/30 anni, a volte anche 40, provenendo da scorte di deposito;
    – per quanto riguarda artiglieria e corazzati, spesso si è trattato di materiale dismesso e malfunzionante;
    – le forniture sono state molto eterogenee, complicandone ulteriormente l’utilizzo da parte di un esercito costruito sugli standard d’epoca sovietica;
    – l’invio è stato insufficiente numericamente (a volte ai limiti del ridicolo), e molto scaglionato nel tempo, rendendo impossibile sfruttarne la concentrazione;
    – il materiale più recente è stato depotenziato, privandolo delle tecnologie più moderne.
    Insomma, quantità, qualità e tempi di fornitura del materiale bellico sono stati tali da rendere impossibile qualsiasi cambiamento, anche semplicemente tattico, sul terreno. E ciò per la semplice ragione che, per la NATO, fare diversamente sarebbe stato uno spreco inutile.

    Com’è noto, le guerre servono anche per testare i sistemi d’arma e verificarne sia la capacità offensiva che quella difensiva. Servono inoltre, più ampiamente, per mettere alla prova del fuoco le dottrine strategiche e tattiche elaborate precedentemente.
    Ma anche sotto questo profilo, la NATO – e gli USA in particolare – si sono rivelati assai restii. Per quanto riguarda i sistemi d’arma, il timore è duplice: da un lato, che si rivelino assai al di sotto dei livelli propagandati dal marketing, e dall’altro per le conseguenze del reverse engineering (1).
    Anche in conseguenza di queste preoccupazioni, i sistemi d’arma ritenuti più moderni sono sempre stati forniti con riluttanza, preferendo le versioni più obsolete, e magari private dei dispositivi più avanzati. Forniture limitate, inoltre, riducono ovviamente la possibilità che vengano catturati.
    Paradigmatico, da questo punto di vista, il caso dei Leopard tedeschi. La Germania era inizialmente assai riluttante a fornirli, e fu necessaria la promessa statunitense di fornire a loro volta gli Abrams, per convincere Berlino. Una volta arrivati sul fronte, infatti, nonostante la fama di essere tra i migliori carri MBT (2) al mondo, si sono rivelati assai poco decisivi, e soggetti a distruzione come qualsiasi altro tank.

    È interessante notare, al riguardo, che nonostante i britannici abbiano fornito alcuni MBT Challenger 2, questi non sono praticamente mai apparsi sulla linea di combattimento; a suo tempo, circolava anche voce che Londra li avesse forniti proprio a condizione che non finissero in prima linea…
    In ogni caso, sinora tutti i sistemi d’arma forniti all’Ucraina si sono rivelati incapaci di divenire l’elemento game changer, sia perché effettivamente poco moderni, sia soprattutto perché forniti in quantità insufficiente. È il caso, ad esempio, degli americani Abrams, la cui fornitura era stata promessa appunto per sbloccare l’invio dei Leopard. Dopo tanti tentennamenti, sembra che infine saranno inviati (nella versione più vecchia M1A1, oltretutto depotenziata tecnologicamente) tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo; gli USA trasferiranno all’Ucraina circa 30 tank di questo tipo. Una quantità risibile, persino se fossero l’arma-fine-di-mondo. Basti pensare che la Russia, nel solo settore di Liman, dove è attualmente all’offensiva, dispone di 900 carri armati.

    La clamorosa debacle della strategia di guerra ibrida, ha costretto infine la NATO a puntare le sue carte sul piano che sapeva essere il più debole, cioè appunto quello dello scontro militare. Sono quindi cominciate le pressioni – assolutamente politiche – affinché Kiev riprendesse l’iniziativa sul terreno, dando un senso (quantomeno apparente) al sostegno militare ricevuto, ed un po’ di respiro alle élite politiche occidentali.
    La contraddizione qui è emersa sin da subito, in tutto il suo cinismo. I comandi NATO, infatti, erano ben consapevoli che le forze ucraine erano del tutto impreparate per un tale compito. Lo erano per scarsità (e qualità) di mezzi forniti, lo erano per scarsità di personale sufficientemente addestrato, lo erano per significativi gap strutturali (artiglieria, aviazione, electronic warfare). Ciononostante, sono state mandate allo sbaraglio, sperando – come poi hanno candidamente ammesso in occidente – che il coraggio e la spinta motivazionale potessero sopperire a queste mancanze.

    Il fallimento dell’offensiva ukro-NATO

    Il clamoroso ed evidente fallimento anche di questo tentativo, costringe la NATO ad una ennesima giravolta. Dopo oltre due mesi di pressione, infatti, i risultati sono spaventosamente insufficienti; a fronte di avanzate che si contano al massimo nell’ordine delle centinaia di metri in profondità, restando comunque ben lontani anche solo dalla prima linea trincerata russa, le perdite umane (e di mezzi) sono state enormi, con una impennata soprattutto nel numero dei feriti invalidati definitivamente (3).
    Nella prima fase (giugno) gli ucraini hanno cercato di sfondare impegnando uno dei due corpi d’armata preparati per l’offensiva, quello composto prevalentemente da truppe addestrate in occidente e da mercenari, tenendo di riserva quello basato soprattutto sulle truppe mobilitate; il suo compito era quello di aprire un varco attraverso il quale sarebbe poi dovuto penetrare il secondo corpo d’armata, cercando di arrivare a Melitopol e Mariupol. Sanguinosamente fallito questo tentativo, nella seconda fase (luglio) il 9° corpo d’armata – provatissimo – è stato ritirato, ed al suo posto è subentrato il 10°, precedentemente in riserva. Questa rotazione ha conseguentemente prodotto un ulteriore (logico) cambiamento: è stata abbandonata la tattica insegnata dagli addestratori NATO, e si è tornati a quella classica d’impronta sovietica.

    Questo mutamento tattico, oltre che alla rotazione in sé, che ha portato in prima linea truppe non addestrate alle metodologie di combattimento occidentali, è ovviamente dovuta però anche al fallimento di quelle tattiche. Fallimento del tutto prevedibile, come si è detto, stante i rapporti di forza (qualitativi e quantitativi) tra ucraini e russi.
    Peraltro, questo ritorno a modalità meglio padroneggiate è a sua volta incapace di sormontare le summenzionate difficoltà, e ne aggiunge anzi di nuove. Prevede infatti un massiccio uso della preparazione d’artiglieria prima di qualsiasi avanzata dei reparti sul terreno, aumentando quindi velocemente la crisi di approvvigionamento delle munizioni, con cui l’Ucraina fa i conti da mesi. Come si vede sul terreno, anche il passaggio a questa nuova-vecchia tattica non ha prodotto alcun risultato degno di nota, ed i combattimenti restano inchiodati all’interno della grey zone antistante le linee fortificate dei russi.
    I quali, nel frattempo, hanno ripreso ad avanzare più a nord, nel settore di Liman, aprendosi alla possibilità sia di convergere verso Kharkiv, sia di aggirare a sud la linea fortificata ucraina Slovyansk-Kramatorsk.

    Questo duplice fallimento della strategia anti-russa della NATO, pone ora l’Alleanza in una situazione assai complicata, essendo in un certo senso anche prigioniera della propria propaganda. Dopo tutte le parole spese per giustificare gli aiuti all’Ucraina, e dopo tutti i soldi spesi a questo scopo, recedere non è facile. Oltretutto, benché gli aiuti militari siano stati effettivamente avari, la realtà è che sono stati comunque sufficienti a mettere in crisi gli eserciti NATO e le industrie belliche occidentali, che ora hanno scoperto di essere ancor più impreparati ad un conflitto convenzionale di quanto immaginassero (4).
    Il risultato di questa situazione complessiva non è tanto lo stallo delle forze sul campo, quanto quello politico della NATO, che non sa bene come affrontare la situazione. Ma che intanto sembra orientarsi sempre più verso un riallineamento strategico, e si prepara a mollare la zavorra.

    I segnali in questo senso sono numerosi, e sempre più significativi. Già si era visto al vertice NATO di Vilnius, immaginato come un proscenio dove celebrare gli auspicati successi ucraini, e finito invece in un raggelante (per Zelensky) congelamento, non già del conflitto ma dell’adesione ucraina all’Alleanza Atlantica.
    Pressoché contemporaneamente, è improvvisamente cessata la tolleranza nei confronti della petulante arroganza della leadership di Kiev. Se prima poteva impunemente permettersi persino di insultare il capo del governo tedesco, ora britannici prima e persino polacchi poi si son fatti saltare la mosca al naso per molto meno.
    Ma, sotto questo punto di vista, e del tutto logicamente, il vero uno-due viene dagli USA. Prima, attraverso il New York Times (5), hanno sparato a zero sull’offensiva ucraina, attribuendone il fallimento all’incapacità di seguire la dottrina militare della NATO che era stata loro impartita (ovviamente, ammettere che questa era inadeguata, ed impossibile da attuare, è semplicemente inammissibile (6)). Poi, con una mossa – assolutamente politica, di valenza interna ma non solo (7) – con cui Biden ha proposto di trasferire armamenti a Taiwan nell’ambito di un programma di aiuti già stabilito ed indirizzato all’Ucraina; in pratica, un dirottamento.

    Probabilmente, quindi, se entro l’autunno-inverno non ci dovessero essere novità positive dal fronte, assisteremo ad un parziale sganciamento degli USA, che rivolgeranno la propria attenzione più all’Indo-Pacifico ed alla Cina, lasciando la patata bollente agli europei, soprattutto britannici e polacchi come sempre. Se la situazione lo dovesse richiedere, si potrebbe arrivare anche ad una sostituzione – in dolore o meno – di Zelensky, eventualità alla quale i media occidentali hanno già cominciato a preparare il terreno.
    Ciò potrebbe avvenire, ad esempio, seguendo lo schema delineato da Jamie Shea (8), il quale ha dichiarato alla CNBC “penso che si debba sempre distinguere tra il livello strategico e quello tattico, e a livello strategico, geopolitico, il sostegno dell’Occidente all’Ucraina è ancora notevolmente solido” (9); il che, tradotto dal diplomatichese, significa che l’appoggio politico statunitense rimarrebbe, ma quello materiale sarebbe in gran parte scaricato sugli alleati europei.
    Questa guerra è stata sin dall’inizio segnata dall’ipocrisia e dal cinismo occidentali. Sarà ancora all’insegna di questi che cercheranno di porvi fine.


    1 – Il reverse engineering (noto anche come backwards engineering o back engineering) è un processo o un metodo con cui si cerca di capire, attraverso un ragionamento deduttivo, come un dispositivo, un processo, un sistema o un pezzo di software realizzato in precedenza svolga un compito con una conoscenza molto limitata (se non nulla) di come lo faccia esattamente. È essenzialmente il processo di apertura o dissezione di un sistema per vedere come funziona, al fine di duplicarlo o migliorarlo. A seconda del sistema in esame e delle tecnologie impiegate, le conoscenze acquisite durante il reverse engineering possono essere utili per riutilizzare oggetti obsoleti, effettuare analisi di sicurezza o imparare come funziona qualcosa. In campo militare, viene utilizzato sia per migliorare i propri sistemi che le proprie capacità di contrasto del sistema d’arma oggetto di esame; ogni qual volta viene recuperato sul campo di battaglia un sistema d’arma nemico, questo viene trasferito nelle retrovie per essere studiato.

    2 – Main Battle Tank, i carri pesanti, pensati per le azioni di sfondamento e per il supporto ravvicinato alla fanteria meccanizzata.

    3 – Secondo dati forniti dal Ministero della Difesa russo, le forze armate ucraine hanno perso 43.000 militari dall’inizio dell’offensiva.
    Questa cifra non include i feriti e i mercenari stranieri evacuati negli ospedali in Ucraina e all’estero, nonché quelli uccisi a seguito di attacchi con armi di precisione a lungo raggio nelle retrovie.
    Inoltre, le forze armate ucraine hanno perso oltre 4900 unità di varie armi:
    –  26 aerei.
    –  9 elicotteri.
    –  1831 carri armati e altri veicoli corazzati da combattimento, inclusi 25 carri armati tedeschi Leopard, 7 carri armati francesi AMX e 21 veicoli americani da combattimento per la fanteria Bradley.
    –  747 pezzi di artiglieria da campo e mortai, inclusi 76 sistemi di artiglieria M777 americani.
    –  84 cannoni semoventi provenienti da Polonia, Stati Uniti, Francia e Germania.

    4 – Secondo quanto dichiarato da Mara Karlin, Assistant Secretary of Defense for Strategy, Plans and Capabilities“L’Operazione Speciale russa ha aperto gli occhi agli Stati Uniti. Ha mostrato l’incapacità del complesso militare-industriale statunitense di lavorare al giusto livello”.

    5 – Cfr. “Ukrainian Troops Trained by the West Stumble in Battle”New York Times

    6 – “Nel frattempo, dobbiamo convivere con il mondo di oggi. La strategia d’armamento della NATO, che prevede colpi di precisione combinati con sistemi di lancio invulnerabili, ha fallito miseramente. Tutti i nostri sviluppi tattici degli ultimi decenni sono morti. Qual’è la differenza tra un Leclerc/Leopard e un AMX 30 contro un Kornet? La risposta è: non molta, e il cannone di un AMX 30 è sufficiente per uccidere i difensori della trincea. Si è parlato molto della tendenza russa a far uscire dai depositi armi ‘obsolete’, ma un T55 usato come cannone d’assalto o in rilievo spara proiettili altrettanto bene di un T90. Il guadagno in termini di efficacia è minimo. (…) Soprattutto, il fallimento dell’offensiva ucraina è un segno del fallimento della dottrina NATO: i soldati impegnati con l’addestramento occidentale non hanno ottenuto un vantaggio sui russi. Le risorse di intelligence non sono riuscite a trovare le falle nella difesa russa.”, in: Jules Seyes, “The Ukrainian counter-offensive raises the question of NATO’s survival”Donbass-insider

    7 – La mossa dell’amministrazione USA mira anche a mettere in difficoltà i Repubblicani, notoriamente molto più anti-cinesi che anti-russi.

    8 – Jamie Patrick Shea CMG è un membro in pensione della NATO. È stato vice segretario generale aggiunto per le sfide emergenti alla sicurezza presso il quartier generale della NATO a Bruxelles, attualmente membro del think tank Chatham House,

    9 – Cfr. Holly Ellyatt, “Ukraine has tested its allies’ patience with its military strategy and demands”CNBC

  • GERMANIA. LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE È INIZIATA

    GERMANIA. LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE È INIZIATA

    Titolo originale: “Die De-Industrialisierung beginnt”, Jonas Jansen, FAZ, 4 agosto 2023

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    Lanxess, gruppo industriale quotato al DAX attivo nel settore dei prodotti chimici speciali, sta pensando di chiudere due impianti di produzione presso il suo stabilimento di Krefeld-Uerdingen a causa degli elevati prezzi dell’elettricità e delle condizioni economiche generali. L’ossidazione dell’esano è un processo estremamente energivoro e dovrebbe essere smantellato entro il 2026, ha annunciato venerdì il gruppo M-Dax con sede a Colonia. “Qui da un po’ di tempo stiamo bruciando soldi e non ci aspettiamo che il vento cambi nel breve termine”, ha detto il CEO di Lanxess Matthias Zachert in una teleconferenza.

    Anche la produzione di ossido di cromo nello stesso stabilimento è stata sottoutilizzata per mesi perché sempre più produttori di ceramica tedeschi, che sono tra i clienti di Lanxess, si stanno ritirando a causa della situazione economica. Secondo le informazioni divulgate dal gruppo stesso, Lanxess sta cercando di vendere questa divisione; se la cessione non dovesse andare a buon fine, anche questa divisione, con i suoi 52 dipendenti, è minacciata di chiusura. All’ossidazione dell’esano lavorano 61 dipendenti.

    Chiusure per mantenere la competitività

    Lanxess dice che è costretta a chiudere gli impianti per rimanere competitiva. Zachert punta il dito contro la politica. A causa degli elevati costi energetici, l’industria tedesca ha enormi svantaggi di localizzazione in Germania. È così che le aziende sono migrate. “La deindustrializzazione sta iniziando”, ha detto Zachert. Oltre agli alti costi, le aziende soffrono di un’eccessiva burocrazia. “Questo sta seriamente mettendo in pericolo la prosperità tedesca e la sicurezza sociale per le persone a medio e lungo termine.” Il governo federale deve svegliarsi, ha detto Zachert. “Serve una politica economica degna di questo nome”.


    Matthias Zachert, amministratore delegato di Lanxess. Bild: dpa

    Oltre alle chiusure previste, Lanxess sta anche predisponendo un piano di risparmio. Per sostenere a breve termine i risultati dell’esercizio in corso, è previsto un blocco delle assunzioni a livello europeo e tagli dei costi ovunque. I membri del consiglio di amministrazione rinunceranno a un quarto del proprio stipendio fisso e anche i bonus saranno notevolmente ridotti a livelli inferiori. Verranno posticipati investimenti per 50 milioni di euro già stanziati, che dovrebbero far risparmiare quest’anno un totale di 100 milioni di euro.

    Inoltre, il gruppo sta passando in rassegna le proprie attività e strutture a più alta intensità energetica e intende razionalizzare la propria amministrazione a medio termine. Probabilmente ci saranno anche tagli di posti di lavoro, che Zachert non ha ancora quantificato in modo dettagliato. Il gruppo stima una riduzione dei costi una tantum di 100 milioni, che si tradurrà in un risparmio sui costi annuali di 150 milioni di euro dal 2025.

    Anche altri gruppi chimici stanno tagliando fortemente i costi

    Anche altre aziende chimiche stanno effettuando sempre più tagli, sebbene Lanxess sia la prima a presentare un altro programma di risparmio. Ad esempio, il gruppo di prodotti chimici speciali con sede a Essen Evonik bloccherà l’assunzione di nuovi dipendenti fino alla fine dell’anno, ha ridotto significativamente i budget di viaggio e ridotto i costi di consulenza: questo dovrebbe far risparmiare 250 milioni di euro quest’anno. Anche il gruppo di materie plastiche Covestro sta effettuando un giro di vite per tagliare i costi.

    La domanda è “orribile”

    Oltre agli alti costi, il gruppo soffre anche per la debolezza dell’economia. La domanda da parte di quelli che un tempo erano clienti importante è “orribile”, dice Zachert. I clienti hanno ridotto le loro scorte, il che, a sua volta, suggerisce che anche loro stanno producendo meno di quanto inizialmente previsto e stanno quindi acquistando meno precursori chimici.

    Ciò coincide con l’ultimo rapporto dell’Istituto Ifo sull’industria chimica di venerdì, secondo il quale le aziende lamentano una domanda più debole. Le aziende chimiche non sono state così pessimiste riguardo al loro portafoglio ordini dai tempi della crisi finanziaria. Zachert si spinge addirittura oltre: “Sono nel settore da 30 anni ormai, non ho mai visto una crisi così difficile”, ha affermato il CEO di Lanxess.

    Nel secondo trimestre, l’utile operativo rettificato prima di interessi, imposte e ammortamenti (Ebitda) è crollato di quasi il 58% a 107 milioni di euro. Oltre alla riduzione delle scorte e alla debolezza della domanda, i prezzi di vendita più bassi hanno pesato sugli utili. Le vendite sono diminuite di un buon 11% a 1,78 miliardi di euro. Il risultato finale è stato una perdita di 145 milioni di euro, dopo un utile di 48 milioni nello stesso periodo dello scorso anno.

    Lo storico direttore finanziario Michael Pontzen lascerà Lanxess a settembre per diventare CFO in una società al di fuori della Germania. Gli succederà Oliver Stratmann, che ha lavorato per il gruppo dal 2004 e più recentemente ha diretto il dipartimento Treasury & Investor Relations.

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  • MACRON ALLE CORDE SUL NIGER

    MACRON ALLE CORDE SUL NIGER

    Pubblicato originariamente su Milano Finanza il 1° agosto 2023

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    È un processo di decolonizzazione che prosegue, ora in Africa come accadde settant’anni fa nel Sud Est asiatico. Dapprima in Mali, poi in Guinea e Burkina Faso ed ora nel Niger, il domino jihadista sta facendo collassare la Françafrique allo stesso modo in cui il comunismo, ben sostenuto da Russia e Cina, mise la parola fine alla presenza francese in Indocina. Sconfitta pesantemente a Dien Bien Phu nella guerra per l’indipendenza del Vietnam iniziata da Ho Chi Min nel ’46, il possedimento fu diviso dalla Conferenza di Ginevra del ’54 in quattro Stati indipendenti: fu Washington a subentrare, ingaggiando inutilmente sin dal ’65 un nuovo conflitto volto a mantenere l’indipendenza del Sud Vietnam, fino agli Accordi di Parigi del ’73 che segnarono il nuovo ed ancor più mesto ritiro dell’Occidente.    

    Anche stavolta, alla radice c’è una guerra rivoluzionaria, di popolo, che è incontrastabile con i soli strumenti militari: andrebbe affrontata in termini sociali ed assistenziali, vista la pervasività con cui le diverse organizzazioni jihadiste riescono a conquistarsi il favore delle popolazioni, prima in singoli villaggi e poi in intere aree, fino a mettere in crisi il potere politico che per contrastarle si era appoggiato  dapprima alle forze militari francesi e poi in Niger ai contingenti di altri Stati europei e degli Usa.

    Si apre un conflitto, al vertice politico e militare, che determina i colpi di Stato che non solo denunciano la inutilità dell’intervento militare straniero, quanto chiedono il ritiro delle truppe che vengono viste più come strumento d’occupazione, a sostegno di un gruppo di potere asservito agli stranieri ex-colonialisti, e non di liberazione dal nemico interno.

    È così che gli equilibri geopolitici si ribaltano a favore della Russia, che subentra: mentre sul piano della sicurezza agisce per il tramite della sua Compagnia privata Wagner, fa poi leva sulla grande disponibilità di grano e di altre derrate agricole da destinare alle esigenze delle popolazioni, duramente colpite da carestie pluriennali cui seguono alluvioni devastanti. Il petrolio serve, come sempre.

    Di converso, l’Occidente perde in marcatura: dal controllo di aree assai permeabili all’immigrazione clandestina, che proviene dagli Stati africani situati più a sud del Sahel, e conseguentemente delle rotte che ne consentono l’accesso alle sponde del Mediterraneo passando attraverso i confini meridionali di Algeria e Libia, all’accesso ai minerali di importanza strategica, come l’oro e l’uranio nel caso del Niger. La giunta golpista ne avrebbe già sancito il divieto di esportazione all’estero, ed in particolare alla Francia, con decorrenza immediata.  

    È il medesimo nodo islamico che mette Parigi in grande difficoltà, sia nella Francia metropolitana che nelle ex- colonie in Africa ormai da decenni: le endemiche rivolte nelle banlieues sono il portato di un’istanza fortemente identitaria dal punto di vista sociale e religioso di una gran parte della popolazione più povera che ha origini magrebine, e del conseguente rifiuto della politica di assimilazione culturale delle minoranze. Ne conseguono problemi di eccezionale rilievo in ordine alle matrici sociali, etniche e religiose del reclutamento e dell’impiego delle forze di polizia e dei militari di truppa: se, per un verso, è assai fredda l’adesione dei giovani di origine magrebina più sensibili alle rivendicazioni identitarie ai concorsi per l’ammissione nelle forze di polizia, anche quelli di stirpe gallica hanno manifestato insofferenza per la disistima con cui sono stati accolti nel corso dei pattugliamenti urbani effettuati nell’ambito della operazione Vigipirate, decisa in funzione di  prevenzione e di contrasto del terrorismo fomentato dall’estremismo islamico. Parimenti, è assai inopportuno impiegare sia i poliziotti di religione islamica nella repressione delle rivolte nelle banlieues che i militari del medesimo credo religioso nelle missioni all’estero finalizzate al contrasto al jihadismo: li si esporrebbe, infatti, ad un potenziale conflitto di coscienza che può dar luogo a delicate riserve ed obiezioni.

    La questione economica, del sottosviluppo dell’area, è comunque dirimente. Così come è di straordinaria delicatezza la strategia valutaria e finanziaria sottesa alla adozione del franco Cfa: sono quattordici le nazioni che fanno parte di questa intesa, in seno all’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) e alla Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac), alle quali si aggiungono le Isole Comore, per un totale di circa 155 milioni di persone. L’ancoraggio all’euro, ma ancor più la garanzia del cambio derivante dalle riserve in valuta straniera che vengono alimentate dal congelamento di una quota dei proventi delle esportazioni, hanno dato luogo ad un assetto strutturalmente costrittivo, se non recessivo: si prosciugano infatti, prelevandole a monte, le risorse interne che sarebbero altrimenti disponibili ed indispensabili per finanziare sia gli investimenti infrastrutturali che quelli industriali. È una sorta di super euro, senza autonomia politica in materia di tasso di cambio, né libertà in campo di espansione finanziaria.

    Per il Niger l’allarme è massimo: se gli Usa non interverranno in forze, l’Unione europea e tanto meno l’Italia hanno le risorse necessarie per farlo, inchiodate come sono nel conflitto in Ucraina. Sperano tutti che, ad arginare la débâcle francese e dell’intero Occidente, basti la pressione internazionale: d’altra parte, il colpo di mano sembra essere stato avventato, visto che anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, smentendo il capo della Wagner Prigozhin, ha affermato che la Russia è favorevole “al rapido ripristino dello Stato di diritto”.

    Un fallimento si profila comunque, netto: quello della strategia di Parigi volta a costruire una presenza continua lungo tutto l’asse che taglia l’Africa in obliquo, partendo dalla Guinea per arrivare fino alla Libia. Aver fatto fuori Gheddafi, per spiazzare l’Italia che se ne era fatta garante, ha solo aperto la strada alla Russia ed alla Turchia: la destabilizzazione colpisce chi la brandisce.

  • DUE GUERRE

    DUE GUERRE
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    La percezione occidentale del conflitto

    Apparentemente, sono in atto due guerre: una guerreggiata che si combatte sul campo di battaglia, l’altra cognitiva, destinata alle menti di ogni angolo del mondo. In un contesto in cui tutti i soggetti convengono sul fatto che quella in atto è a tutti gli effetti una guerra ibrida e che, quindi, queste due guerre sono in realtà solo due facce della stessa medaglia, potrà forse suonare strano leggere che esistono due guerre distinte.
    È interessante notare che l’Occidente parla di guerra dell’informazione e lo fa nella convinzione che la stia vincendo (il direttore della CIA William Burns si è rivolto al Senato degli Stati Uniti dichiarando che “la Russia sta perdendo la guerra dell’informazione sull’Ucraina”). Sul versante opposto, Andrei Ilnitsky, un importante stratega consigliere del Ministero della Difesa russo, parla invece di guerra cognitiva (mental’naya voina). Ad un primo sguardo, può sembrare che dicano la stessa cosa, solo con termini diversi, ma non è esattamente così.

    Burns pone infatti il focus sul come tale battaglia viene portata avanti, che è appunto – e ben lo sappiamo – un esercizio totalizzante di propaganda: censura delle fonti nemiche, criminalizzazione del dissenso, costruzione di una narrativa distorta. Dal canto suo, Ilnitsky si focalizza invece sul cosa, sull’obiettivo che si vuole conseguire, ovvero la capacità di distinguere e comprendere.
    Ma, ben più importante, è qualcosa che ancora sfugge a questa, pur diversa, lettura. Ed è la dimensione spaziale. Il conflitto in atto, infatti, non è una questione che riguarda soltanto i diretti contendenti; è una prova di forza, il cui valore (ed il cui esito) non stabilisce meramente i rapporti tra gli schieramenti ostili, ma tra questi ed il mondo intero. Se, dunque, il campo di battaglia della guerra guerreggiata è limitato all’est europeo, quello della guerra cognitiva non ha limiti.

    Come in ogni conflitto, c’è ovviamente un intreccio tra le due guerre. La propaganda serve fondamentalmente ad ottenere il sostegno (politico, materiale, morale) alle proprie forze in campo. Ed è quindi rivolta essenzialmente al proprio fronte interno. Ma serve anche a creare un clima internazionale ostile all’avversario. Se guardiamo a questi due aspetti, l’affermazione di Burns risulta totalmente fallace.
    Per quanto riguarda il fronte interno occidentale (USA, Europa, Ucraina), nonostante un uso spregiudicatamente violento della propaganda, risulta abbastanza evidente che il sostegno alla guerra (ed a chi l’alimenta e la vuole) è a dir poco scarso. La popolarità dei leader occidentali è pressoché ovunque assai bassa, a partire da quella di Biden. Viceversa, per quanto il fronte interno russo non sia ovviamente graniticamente compatto, è altrettanto evidente che il sostegno alla guerra, ed ancor più alla leadership, è molto più alto che in Occidente.
    Quanto alla dimensione internazionale, l’accelerazione di innumerevoli processi di smottamento geopolitico rende plasticamente evidente che la guerra cognitiva occidentale ha fallito.

    Come ho avuto modo di sostenere precedentemente, uno dei grandi problemi con cui deve fare i conti l’Occidente, in questo frangente storico, è la propria straordinaria supponenza. È ovviamente qualcosa che ha a che vedere con la storia, con la narrazione storica che l’Occidente si è costruito nei secoli e di cui il suprematismo americano non è che l’ultima manifestazione.
    Nonostante un certo dilagare di pensiero autocritico (sul colonialismo, sul razzismo ad esso connesso ecc.), si tratta comunque di una manifestazione di superiorità (se lo diciamo noi che il colonialismo è cattivo, allora è così…), che peraltro lascia inalterati i reali rapporti presenti tra Occidente e resto del mondo. La frase di Borrell sul giardino e la giungla, voce dal sen sfuggita, è chiaramente paradigmatica del pensiero profondo delle classi dirigenti occidentali.
    Questo enorme problema cognitivo si traduce non soltanto nella convinzione della propria superiorità – morale, politica, tecnologica – ma, conseguentemente, anche in una pericolosa distorsione percettiva.

    Nell’ultimo mese, in Russia è cresciuta la percentuale di chi crede che le operazioni militari in Ucraina stiano procedendo con successo: a giugno era del 54%, a a luglio del 60%. Il 26% pensa invece il contrario. (Fonte: Sondaggio Levada Center)

    Durante la golden age del dominio occidentale, ed ancor più dopo la caduta dell’URSS, il cuore dell’Occidente – ovvero l’impero statunitense – ha esercitato il suo potere globale attraverso una proiezione militare mai vista nella storia, attraverso un esercizio ricattatorio dell’economia e della finanza e, non ultimo, attraverso il soft power della sua gigantesca industria della comunicazione (1). Attraverso quest’ultimo, ha diffuso la propria filosofia di vita, il proprio modello culturale e politico, facendone  – appunto – il modello cui tendere, universalmente.
    Lo scoppio del conflitto ucraino – che è assai più di una delle tante guerre occidentali, ma un passaggio cruciale della storia – ha cambiato radicalmente le cose. E, poiché la posta in gioco è elevatissima, si è reso necessario passare dal soft power all’harsh power: censura delle fonti nemiche, criminalizzazione del dissenso, costruzione di una narrativa distorta.
    Ma questa operazione era possibile soltanto all’interno dell’Occidente. E la sua leadership non si è resa conto né di questo scarto, né delle sue conseguenze.

    In un certo senso, è come se l’Occidente, avvertendo la minaccia del proprio declino, avesse indossato l’armatura approntandosi alla guerra. Ma l’armatura non è solo uno strumento di difesa: è anche qualcosa che condiziona la postura – non solo fisica – di chi la indossa; e la visuale attraverso la celata dell’elmo risulta limitata.
    Fuor di metafora, la scelta bellicista dell’Occidente, il suo rinchiudersi in una prospettiva militare (la NATO-armatura), con la conseguente militarizzazione di ogni ambito civile (l’UE, l’universo mediatico ecc.), hanno dato vita e forma alla sua stessa distorsione percettiva. Il cui apice si raggiunge nel momento in cui la narrazione propagandistica – elaborata in funzione del consenso interno – si insinua nella percezione delle leadership, mischiandosi e confondendosi con la realtà fattuale.
    Questa percezione falsata crea un pericoloso meccanismo di autoinganno, i cui minacciosi riflessi riverberano sulla condotta della guerra, e possono tradursi non soltanto in un tracollo dell’occidente stesso, ma in una disastrosa deriva che dilata la guerra nel tempo e nello spazio.

    Tra tali riflessi possiamo sicuramente annoverare quelli che spingono a mettere in atto disegni tattici e strategici privi di fondamento reale. Tale, ad esempio, è stata la convinzione di poter mettere in ginocchio la Russia in breve tempo e, quindi, di non aver completamente considerato che – qualora questa ipotesi si fosse rivelata infondata – sarebbe stato necessario essere in grado di reggere uno scontro prolungato. La realtà dei fatti si è incaricata di distruggere questa convinzione, con il risultato che la Russia vede crescere rapidamente la propria produzione industriale militare (oltre a poter contare su sterminati arsenali sovietici), mentre l’Occidente ha esaurito le sue disponibilità ed è in forte affanno.
    Lo stesso vale per le pressioni acui sono stati e sono sottoposti gli ucraini affinché sferrassero un’offensiva in grado di cambiare il quadro generale, nonostante fosse ben nota la schiacciante superiorità difensiva russa e la mancanza dei presupposti tattici per il successo (artiglieria insufficiente, assenza di copertura aerea). Pressioni dovute ad esigenze politiche occidentali e cinicamente indifferenti al massacro degli ucraini, ma anche determinate dalla (solita) convinzione che armi e tattiche occidentali avrebbero assicurato il successo di per sé.

    La grande scacchiera

    Ma è l’intero sguardo occidentale al conflitto, ad essere falsato. Sia in ordine alle aspettative che in ordine alla valutazione complessiva della situazione sul campo.
    Al di là degli esiti disastrosi degli ultimi due momenti rilevanti della guerra (caduta di Bakhmut, 50 giorni di controffensiva), permane l’idea dello stallo, ovvero che la spinta di entrambe le forze sul campo di battaglia sia in esaurimento, e che vi sia un sostanziale bilanciamento, tale da determinare appunto una condizione di stasi sostanziale. Idea sulla cui base da tempo si accarezza l’idea del congelamento coreano, ovvero la trasformazione dello stallo bellico in sospensione delle ostilità.
    Ma, ancora una volta, siamo anche qui in presenza di una distorsione percettiva. Si potrebbe quasi dire di una sovrapposizione della propria immaginazione sulla realtà. Realtà che infatti ci dice non esserci alcuno stallo, e che – conseguentemente – non vi è spazio per alcun congelamento.

    All’origine di questa percezione di stasi, c’è da un lato un portato culturale, che ha appunto a che vedere col nostro immaginario (la guerra come movimento), e dall’altro una visione decisamente antica della guerra stessa, come se fosse incentrata sulle conquiste territoriali (o, per usare un’espressione dell’ex-diplomatico indiano M.K. Bhadrakumar (2), su “Westphalian principle” (3)). Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che sta realmente accadendo in Ucraina.
    Innanzitutto, il fatto che la linea del fronte non abbia subito mutamenti radicali negli ultimi mesi, non significa che vi sia un equilibrio delle forze. Questa lettura, infatti, adotta una chiave interpretativa basata sulle variazioni chilometriche, ignorando quelle assai più sostanziali.
    Una lettura complessiva non può non tener conto del fatto che le perdite (umane e materiali) di parte ucraina sono spaventose, così come del fatto che questa è sotto attacco non soltanto lungo la linea di contatto, ma sull’intero paese.
    Inoltre, a limitare l’iniziativa offensiva russa non è tanto una questione di equilibrio della forze (che non esiste, sotto alcun profilo), quanto una scelta strategica: non offrire agli ucraini il vantaggio derivante da una grande offensiva (che implicherebbe grandi perdite), e sfruttare appieno la totale superiorità aerea.

    Contrariamente alla narrazione corrente nel NATOstan occidentale, non c’è dunque alcuno stallo nei combattimenti. Questo misunderstanding rischia però di riverberarsi anche su un possibile percorso che cerchi una via d’uscita al conflitto. Va da sé, infatti, che non è possibile avviare un qualsiasi negoziato, se una delle due parti ignora sia l’effettiva situazione sul campo, sia gli obiettivi della controparte. Perché ovviamente se si guarda alla guerra in corso come una mera questione territoriale, ne discende che gli interessi russi possano essere abbastanza soddisfatti da quanto già ottenuto, e ciò può quindi essere posto a base di un negoziato.
    Al tempo stesso, e per converso, la medesima chiave di lettura può indurre a ritenere che lo stallo sia dovuto all’incapacità russa di fare di più, e che quindi sia in realtà ancora possibile ribaltare la situazione in favore di Kiev, attraverso un intervento diretto della legione baltico-polacca (effettivamente in via di costituzione). Questa è ovviamente l’ipotesi prediletta dalle frange ultrà dei neocon statunitensi.

    Sostanzialmente dismessa, per quanto malvolentieri, l’ipotesi della vittoria ucraina, e di fronte alla necessità di porre fine al conflitto prima che l’esaurimento delle risorse belliche occidentali superi il livello di guardia, per le leadership occidentali – o per meglio dire, per quelle anglosassoni, le uniche che contano – la questione si pone nei termini di riduzione del danno. Come uscire dal cul de sac, salvando il salvabile – ovvero, in ultima analisi, la faccia.
    Le uniche due opzioni attualmente prese in considerazione sono, appunto, quella (irrealistica) del congelamento coreano, e quella del rilancio bellico, attraverso l’intervento diretto polacco.
    Questa ipotesi è ovviamente vista come il fumo negli occhi a Mosca, in quanto avvicina pericolosamente il rischio di un confronto diretto con la NATO. Se pure inizialmente questa legione si limitasse a presidiare l’Ucraina occidentale, ovviamente quel territorio (formalmente ucraino, ma sotto controllo di truppe NATO, aviazione e sistemi di difesa antiaerea compresi) diventerebbe una retrovia intoccabile, di fatto sottratta alla possibilità di essere colpita dalle forze aerospaziali russa. A meno che queste non accettassero il rischio che Varsavia o Vilnius si appellino all’art.5 dell’Alleanza Atlantica.

    E che tutto sommato questa sia ritenuta la scelta più probabile, sembrerebbe confermato sia dallo spostamento della PMC Wagner in Bielorussia, sia dal vertice pubblico tra Lukashenko e Putin, sia dalle dichiarazioni rilasciate dai due.
    Che in effetti, al di là della concordia di facciata, potrebbero però avere visioni diverse in materia. Se infatti per Minsk un rafforzamento baltico-polacco più ampiamente vicino ai propri confini viene percepito come minaccioso, per Mosca l’ipotesi di uno smembramento ulteriore dell’Ucraina potrebbe alla fin fine non essere il peggiore dei mali. Qualora la presenza militare polacca non sfociasse infatti in conflitto aperto e diretto, un’ulteriore divisione del paese non sarebbe solo negativa. Potrebbe infatti diventare la base realistica per una ipotesi negoziale, che veda la regione occidentale della Galizia inglobata de facto nella Polonia (quindi nella NATO), ma che lascerebbe tutti i territori tra qui ed il Donbass (ad est) e la riva sinistra del Dniepr (a sud), come stato ucraino sovrano e neutrale.
    Venticinque anni dopo, si sta insomma ancora giocando la partita descritta (ed in fondo aperta) da Zbigniew Brzeziński nel suo “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives”, ma le possibili mosse sulla scacchiera si fanno sempre meno, e quindi sempre più nervose.


    1 – Dell’importanza di questo fattore sembra essersi resa conto anche Mosca, che dalla fine dell’era sovietica (e quindi della esportazione del comunismo) non si era mai posto il problema. Al recente Russia-Africa Economic and Humanitarian Forum di San Pietroburgo, invece, si sono fatti passi da gigante in tal senso. Nel suo discorso ai partecipanti, Putin ha sostenuto che la Russia e l’Africa dovrebbero creare uno spazio informativo comune, e che “si sta già lavorando per aprire uffici dei principali media russi in Africa: L’agenzia di stampa TASS, Rossiya Segodnya [gruppo mediatico che comprende RIA Novosti e Sputnik], il canale televisivo RT, l’emittente radiotelevisiva di Stato russa, Rossiyskaya Gazeta [giornale]. Dichiarazione accolta con favore dai convenuti; Gregoire Ndjaka, capo dell’Unione africana delle radiodiffusioni (AUB), ha infatti dichiarato che “siamo aperti alla cooperazione con tutti i media russi. Siamo pronti ad accoglierli in Africa”. Tra l’altro, nel Forum è stato detto che la Russia prevede di aprire filiali delle sue principali università nei Paesi africani.
    2 – Cfr. “Glimpses of an endgame in Ukraine”, M.K. Bhadrakumar, Indian Punchline
    3 – Il riferimento è alla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra dei Trent’anni ed a quella tra Spagna e province dei Paesi Bassi. Il senso è che i principi ispiratori dei tre trattati stipulati in quella occasione si fondavano, a conti fatti, su una profonda ridefinizione dei confini tra gli stati. Cfr. Pace di WestfaliaWikipedia

  • L’IMPRONTA DI CARBONIO DEI PANNELLI SOLARI È TRE VOLTE IL VALORE UFFICIALE DELL’IPCC

    L’IMPRONTA DI CARBONIO DEI PANNELLI SOLARI È TRE VOLTE IL VALORE UFFICIALE DELL’IPCC

    Fonte: Solar Panels Are Three Times More Carbon-Intensive Than IPCC Claims, di C. P. Colum e Lea Both (Substack, 24.07.2023) [inchiesta realizzata in collaborazione con Environmental Progress and The Blind Spot]

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    Lo scorso agosto, mettendo insieme Green New Deal e Build Back Better, l’Inflation Reduction Act (di seguito: IRA) del presidente Joe Biden ha donato all’industria delle energie rinnovabili miliardi di dollari di sussidi finanziati dai contribuenti. Quello di cui in pochi, tra i sostenitori del disegno di legge, si sono resi conto è che il maggior beneficiario potrebbe essere la Cina, a causa del suo controllo espansivo sull’industria globale del solare fotovoltaico (di seguito: FV). Peggio ancora, l’IRA potrebbe finire per indirizzare erroneamente gli sforzi per l’energia pulita del mondo verso tecnologie energetiche più sporche di quelle apprezzate a causa della continua dipendenza del paese dall’energia a carbone.

    Le informazioni portate alla luce dall’Information Unearthed by Environmental Progress, un’organizzazione di ricerca senza scopo di lucro, indicano un’enorme falla nel modo in cui le cifre che influenzano la politica di net zero del governo e gli investimenti nel solare in tutto il mondo vengono ordinate e raccolte. Ciò a causa della difficoltà di avere informazioni attendibili dalla Cina, in particolare per quanto riguarda i processi di purificazione utilizzati nella creazione dei wafer di silicio. La ragione di questo punto morto è che un piccolo numero di compilatori di dati fornisce il materiale di partenza per la maggior parte delle valutazioni. E molti, se non tutti, lavorano in collaborazione con l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE). L’industria invia volontariamente i dati in risposta a sondaggi accademici; l’identità e il profilo degli intervistati non vengono mai rivelati pubblicamente, quindi esiste la possibilità che si sviluppino conflitti di interesse.

    Un ulteriore enigma è dato dal modo in cui i dati vengono inseriti in Ecoinvent, organizzazione senza scopo di lucro con sede in Svizzera, fondata nel 1998, che si autodefinisce “il più coerente e trasparente database degli inventari sui cicli di vita di tutto il mondo”. Questi dati sono utilizzati dalle istituzioni dell’intero pianeta, tra cui l’IPCC e la stessa AIE, per calcolare le proiezioni sull’impronta di carbonio, compreso il sesto rapporto di valutazione pubblicato nel marzo 2023.

    Sulla base di tali dati, l’IPCC afferma che [l’emissione di carbonio del] solare fotovoltaico è di 48 gCO2/kWh. Ma, come vedremo in seguito, una nuova indagine avviata dal ricercatore italiano Enrico Mariutti suggerisce che il numero sia più vicino a 170 – 250 gCO2/kWh, a seconda del mix energetico utilizzato per alimentare la produzione fotovoltaica. Se questa stima è esatta, il solare non avrebbe un confronto favorevole con il gas naturale, che ha un’emissione di circa 50 gCO2/kWh con la cattura del carbonio e da 400 a 500 senza.

    Il vantaggio del carburante sporco della Cina

    Nel corso di un’indagine di quattro mesi, Environmental Progress ha confermato che Ecoinvent – forse il più grande database al mondo sull’impatto ambientale delle energie rinnovabili – non ha dati dalla Cina per quanto riguarda la sua industria fotovoltaica. Al contempo, la fonte ultima dei presunti dati pubblici dell’AIE sull’intensità di carbonio del fotovoltaico è riservata e i dati, pertanto, non sono verificabili. Gran parte dei dati relativi all’impronta di carbonio durante l’intero ciclo di vita, a cui poi fanno riferimento i governi per guidare gli array fotovoltaici, si basano piuttosto su ipotesi di modellazione che probabilmente hanno grossolanamente sottostimato – se non inventato – le emissioni di carbonio del solare, dal momento che non esistono dati dettagliati verificabili sui produttori cinesi. Nel suo report più recente, l’AIE prevede che la Cina continuerà a dominare la produzione di energia solare fornendo oltre il 50% dei progetti solari fotovoltaici a livello globale entro il 2024. Questa traiettoria è particolarmente preoccupante, considerato che la Cina controlla già la maggior parte della produzione di pannelli solari.
    L’AIE ha osservato che nel 2022 la capacità produttiva cinese di wafer, celle e moduli è aumentata del 40-50% ed è quasi raddoppiata per il silicio. Infatti, secondo la società di informazioni di mercato Bernreuter Research, nel 2021 la Cina ha prodotto oltre l’80% del polisilicio globale di grado solare, un elemento fondamentale dei pannelli solari. E non finisce qui: la Cina produce il 97% della fornitura globale di wafer solari, un altro componente essenziale.

    Il modo in cui la Cina ha accumulato questa concentrazione di mercato rimane una scomoda verità, fin troppo prontamente messa sotto il tappeto da coloro che spingono per le politiche net zero. Quello che sappiamo per certo è che fino alla metà degli anni 2000 il mercato era dominato da produttori giapponesi, statunitensi e tedeschi, molti dei quali stavano automatizzando le loro linee di produzione, quando i produttori cinesi si sono lanciati per conquistare la loro quota di mercato. L’interruzione è avvenuta in meno di un decennio, con la quota globale cinese di produzione fotovoltaica passata dal 14% nel 2006 al 60% entro il 2013. Ma la maggior parte degli esperti consultati da Environmental Progress concorda sul fatto che il vantaggio competitivo della Cina non risieda in un processo tecnologico innovativo, bensì negli stessi fattori che il paese ha sempre utilizzato per superare la concorrenza dell’Occidente: energia a carbone a basso costo, sussidi governativi di massa per le industrie strategiche e manodopera operante in condizioni di lavoro precarie.

    Il ragionamento di base suggerisce che il cambiamento di produzione debba essersi aggiunto all’intensità di carbonio del solare. Ma, come ha appreso Environmental Progress, nessuno nel mondo del calcolo del carbonio ha ritenuto opportuno scoprire esattamente di quanto. I modellisti stanno stimando le emissioni di carbonio della produzione solare come se i pannelli fossero ancora realizzati principalmente in Occidente, sottovalutando grossolanamente la loro intensità di carbonio, anche se i governi si affrettano a redigere e attuare politiche di net zero basate su quegli stessi dati imperfetti.

    Un crociato dei dati italiano, solitario e ostinato

    Il buco nero grande come la Cina al centro dei dati mondiali sul fotovoltaico potrebbe, nel contesto del settore, sembrare ovvio.

    Ma ciò non ha reso più facile per Enrico Mariutti [nella foto qui sopra], un trentasettenne romano introspettivo ma compulsivo, convincere gli altri nel suo settore della possibilità che ciò rappresenti un problema. Come Greta Thunberg, Mariutti nasce come ossessivo ambientalista desideroso di facilitare la transizione dai combustibili fossili a forme di energia più pulite. Diversamente da Greta, però, Mariutti ha finito la scuola e sa come si usa un set di dati. Ha conseguito una laurea in geopolitica e sicurezza globale, disciplina che, sebbene non esattamente interna a questo ambito, lo ha dotato di competenze quantitative sufficienti a fargli riconoscere la differenza tra dati buoni e dati cattivi.

    Mariutti ha notato per la prima volta che qualcosa non andava con le valutazioni fotovoltaiche circa due anni fa, mentre si preparava per un dibattito online sulle rinnovabili con Nicola Armaroli, direttore del Consiglio italiano delle ricerche. Essendo ossessionato dai dati, decise di scaricare il materiale originale per cercare di capire le ragioni [delle stranezze notate]. Restò innervosito da ciò che scoprì. I dati non si armonizzavano. “Mostravano quanti sistemi solari fotovoltaici fossero stati utilizzati in termini di materie prime: silicio, alluminio, rame, vetro, acciaio e argento. Poi ho visto l’impronta di carbonio. Sembrava semplicemente troppo piccola”, ha detto a Environmental Progress.

    Secondo le sue scoperte, l’intensità di carbonio dei pannelli solari fabbricati in Cina e installati in paesi europei come l’Italia era inferiore di un ordine di grandezza. Un primo calcolo approssimativo collocava l’impronta di anidride carbonica tra 170 e 250g per chilowattora (kWh), un valore lontanissimo dalla stima ufficiale di 20-40g per kWh fornita dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). La sottostima dell’IPCC, una volta applicata ai piani energetici “puliti” dell’UE, produce un risultato scioccante. Seguendo i calcoli di Mariutti, lo stimato ente scientifico sottostima le emissioni degli impianti solari dell’UE costruiti nel solo 2022 per un volume compreso tra 5,4 e 7,6 milioni di tonnellate, come si vi fossero da 3,4 a 4,8 milioni di auto in più sulle strade per un anno.

    Dal 2020 Mariutti si è sentito in dovere di rendere pubbliche le sue scoperte. Ha potuto pubblicare un editoriale sul principale quotidiano finanziario italiano, Il Sole24Ore. Il pezzo sosteneva che fosse sbagliato descrivere come “rivoluzione verde” una transizione energetica dipendente da una tecnologia affamata di minerali, che “potrebbe raddoppiare lo sfruttamento delle risorse della terra in pochi decenni”. L’articolo ha avuto un buon successo, diventando subito virale sui social media italiani. Entusiasta di quello che sembrava un mandato pubblico per la sua missione, Mariutti ha dunque continuato la sua ricerca, inviando decine di domande ai compilatori di dati. Le risposte, tuttavia, sono state tutt’altro che veloci, finché un giorno di novembre del 2022 una delle principali esperte olandesi di rinnovabili, Mariska de Wild-Scholten, ha risposto.

    Mariutti era felicissimo di aver fatto breccia. La de Wild-Scholten è stata una dei cinque autori più importanti che hanno fornito contributi significativi (viene nominata circa 454 volte ) al report dell’AIE di Mariutti “Life Cycle Inventories and Life Cycle Assessments of Photovoltaic Systems (2020)”, un punto di partenza per gran parte del processo decisionale dei governi sulle politiche di emissioni zero. Tuttavia, ciò che la de Wild-Scholten disse a Mariutti non è rassicurante.

    La scorta di dati segreti di Wild-Scholten

    In due e-mail, la Wild-Scholten spiegava infatti come, nel determinare il consumo di elettricità nella purificazione del silicio utilizzato per produrre i wafer, leggesse raramente articoli scientifici “a causa di dati di bassa qualità, obsoleti e/o non trasparenti”, mentre poco diceva sulle sue fonti preferite, oltre al fatto che si basava su sondaggi. Né le risposte ad altre domande erano più rassicuranti.

    Mariutti le chiese cosa pensasse del fatto che 192 paesi decidano la loro strategia energetica a lungo termine sulla base di dati che all’epoca sottostimavano ragionevolmente l’intensità media del carbonio dell’energia fotovoltaica di un ordine di grandezza (40 vs. 250 gCO2/kWh). La sua risposta stimolava più domande che risposte. “La mia esperienza è che nessuno vorrebbe pagare per l’aggregazione dei dati necessaria per fornire aggiornamenti pubblicamente disponibili e gratuiti”, scrisse, aggiungendo che stava lavorando all’aggiornamento dei dati pubblici “ma solo lentamente”. Poche indicazioni, o nessuna, venivano date circa la fonte dei suoi dati.

    Ma, aggiunse, era felice di condividere i dati che utilizzava per informare lo studio AIE del 2020 e li allegava all’e-mail, perché ora erano “obsoleti”. Diceva di essersi basata su dati riservati di singole società senza però specificarne il profilo regionale o altri aspetti. Li aveva tenuti privati solo perché non era riuscita a far finanziare gli studi.

    Dal febbraio 2023, Mariutti ha deciso di autopubblicare le sue scoperte sul proprio sito web in un articolo intitolato “The dirty secret of the solar industry“. Il pezzo faceva un’affermazione audace: gli scienziati stavano usando in malafede i dati europei per modellare l’intensità di carbonio della produzione solare cinese. L’obiettivo, si chiedeva, era misurare l’impronta di carbonio dell’energia solare o semplicemente convincerci che è verde.

    Su sollecitazione di Mariutti, l’articolo è stato ripreso a maggio dello stesso anno in un pezzo di Giovanni Brussato per il settimanale milanese Panorama. Brussato ha attinto all’affermazione di Mariutti secondo cui basta guardare l’analisi del ciclo di vita dell’industria del vetro cinese da parte della China Development and Reform Commission per vedere se c’è un problema di concordanza dei dati. Secondo le fonti cinesi, ha osservato, la produzione di vetro (un altro input critico nella produzione solare) ha un’impronta di carbonio di soli 0,68 kgCO2e/kg nonostante una dipendenza del 70% ammessa dall’energia a carbone. Uno studio comparabile condotto da ricercatori occidentali sull’industria del vetro nel Regno Unito, che è principalmente alimentata da energia a gas naturale più pulita, sulla base dei dati di Eurostat e Guardian Europe, ha valutato che l’industria ha un’impronta di carbonio di 1,12 KgCO2e/kg. Per fare un confronto, l’AIE classifica il solare tra 0,5 e 1 kgCO2e/kg e Ecoinvent con 1 kgCO2e/kg.

    Un grosso problema con i dati solari, secondo Mariutti, è che i compilatori sono stati lenti nel riconoscere lo spostamento dell’industria in Cina. Non lo hanno fatto fino al 2016: solo molto tempo dopo che gran parte della produzione fotovoltaica si era già spostata verso est, la transizione è apparsa sui radar dei raccoglitori di dati. Ma anche allora dipendevano da nuove stime e modelli piuttosto che da fdati provenienti dalla fonte. “Nel 2014, hanno calcolato l’intensità di carbonio dell’energia fotovoltaica come se i pannelli fossero stati realizzati in Europa, con energia a basse emissioni di carbonio”, ha detto Mariutti a Environmental Progress, riferendosi ai compilatori di dati. “A partire dal 2016, i calcoli hanno iniziato a far sembrare che i pannelli fossero stati fabbricati in Cina, cioè presumibilmente con energia ad alta intensità di carbonio”. Tuttavia, quale che sia il modello utilizzato, l’intensità di carbonio risultante era sempre compresa tra 20 e 40 gCO2/kWh. “Se avessero fatto bene i conti, sarebbe risultato tra 80 e 106 gCO2/kWh, e questo escludendo ancora fattori importanti”, afferma Mariutti. Dopo la pubblicazione del pezzo su Panorama, le sue affermazioni hanno suscitato la reazione del dottor Marco Raugei, uno dei principali ricercatori di emissioni da tecnologie rinnovabili presso la Oxford Brookes University, e i due sono rimasti coinvolti in un’intensa polemica.

    “Abbiamo utilizzato tutti miscele elettriche cinesi per il c-Si PV. E abbiamo ancora ottenuto risultati neanche lontanamente così alti come lasci intendere. Quindi, qualcosa è chiaramente fuori posto nei tuoi calcoli approssimativi” ha twittato Raugei nell’aprile di quest’anno. A titolo di esempio, ha citato un documento influente del 2021 sulla sostenibilità dei sistemi fotovoltaici degli analisti del ciclo di vita Enrica Leccisi e Vsili Fthenakis. Mariutti aveva precedentemente criticato l’analisi di Leccisi e Fthenakis nel suo pezzo autopubblicato, osservando che mentre l’input elettrico del solare è stato modellato secondo uno scenario cinese, l’input termico è rimasto europeo. Dopo che Mariutti ha fatto notare a Raugei di aver tentato senza successo di contattare la Leccisi per commentare le sue scoperte, il colloquio si è raffreddato. In un’ulteriore corrispondenza con Environmental Progress, il dott. Raugei ha sottolineato che nella sua ricerca si è sforzato di utilizzare le approssimazioni più vicine possibili ai dati cinesi per creare uno scenario realistico.

    I dati cinesi mancanti

    Quando scienziati, accademici o ricercatori non dispongono di dati accurati nel mondo occidentale, di solito lavorano sodo per riempire direttamente il vuoto. Vengono intrapresi grandi sforzi, e ingenti somme vengono spese per reperire dati sempre più affidabili e migliori. Questo, però, non accade nel caso dell’anomalia dei dati cinesi. La mancanza di trasparenza, le barriere linguistiche e una pletora di istituzioni inaccessibili – insieme a una generale riluttanza da parte dei ricercatori a portare alla luce realtà che potrebbero dissipare le ipotesi esistenti – hanno portato a un eccessivo affidamento su modelli e input estrapolati dai processi di produzione occidentali. La stima dell’IPCC secondo cui l’intensità di carbonio del solare è quattro volte quella dell’eolico e del nucleare, ma 10 volte inferiore a quella del gas e 20 volte inferiore a quella del carbone deriva da tali presupposti.

    Non sorprende che gli autori del sesto rapporto di valutazione dell’IPCC, indicato come AR6, basino le loro valutazioni del ciclo di vita (LCA) dell’energia solare su studi che non rappresentano lo stato attuale del settore. Dei quattro studi citati dagli autori, due valutano solo la produzione europea di pannelli solari. Il terzo modello è un pannello all’avanguardia di fabbricazione cinese, l’Upgraded Metallurgical Grade Silicon (UMG-Si), che non è più in produzione. Il quarto passa in rassegna 16 studi e tutti modellano pannelli solari che non sono più in produzione, modellano pannelli che costituiscono solo pochi punti percentuali del mercato globale o utilizzano gli inventari 1 o 2 di Ecoinvent, che utilizzano anche mix elettrici europei.

    Ecoinvent, l’onnipresente database su cui fanno affidamento i responsabili politici e gli accademici di tutto il pianeta, nonché i produttori, grandi e piccoli, è stato fondato dal Dr. Rolf Frischknecht. Da oltre 20 anni, la sua no profit svizzera, finanziata almeno in parte dal governo elvetico e dall’industria del fotovoltaico, raccoglie dati sull’impatto ambientale delle energie rinnovabili. Una collaborazione recentemente concordata sulla spedizione a zero emissioni di carbonio con i principali attori di tale settore mette in mostra l’influenza ancora in crescita dell’associazione. Dall’inizio degli anni ’90, la reputazione del Dr. Frischknecht è cresciuta di pari passo con l’industria delle energie rinnovabili. Circa 20 anni fa, ha avviato una collaborazione con l’AIE attraverso il Photovoltaics Power Systems Program (PVPS), un’iniziativa congiunta dell’AIE e dell’industria globale del fotovoltaico per condurre ricerche sul solare e trasformarlo in una “pietra angolare” dell’energia.

    Nonostante la sua attenta gestione di Ecoinvent, nel 2021 Frischknecht si è tranquillamente dimesso dall’ente che aveva fondato decenni prima. Nella sua lettera di dimissioni ha segnalato “percezioni inconciliabilmente diverse riguardo a materialità, realtà, qualità e responsabilità” dei loro ultimi dati. “C’è stato un drastico passaggio dai dati (appropriati) alla metodologia”, ha scritto Frischknecht a Environmental Progress. Di fronte a un allontanamento dalla raccolta di dati del mondo reale, dalla discussione su quali fossero i dati cruciali, i riferimenti adeguati e i controlli approfonditi sulla qualità dei dati, come aveva spiegato nella sua lettera di dimissioni, Frischknecht si è sentito obbligato a voltare pagina. “Durante la mia carriera, ho provato e provo a essere indipendente da tentativi diretti, indiretti e sottili di influenzare la modellazione di dati”, ha aggiunto. Ha quindi messo in dubbio la qualità dei dati Ecoinvent, dicendo a Environmental Progress: “I dati sul fotovoltaico in Ecoinvent risalgono al 2011 e non ci sono dati da fonti di informazione cinesi”. Nella corrispondenza e-mail con Ecoinvent, Environmental Progress ha potuto confermare le accuse di Frischknecht. Quest’ultimo ora gestisce Treeze, una società di consulenza “giovane ed esperta” per la valutazione del ciclo di vita, “coinvolta in grandi progetti dell’UE”. Treeze riceve anche finanziamenti dall’Ufficio Federale Svizzero dell’Energia e raccoglie i dati sul ciclo di vita per il rapporto PVPS “Task 12” sulla sostenibilità del solare.

    La totale mancanza di input cinesi nei dati di Ecoinvent, tuttavia, non ha impedito all’AIE di continuare a dipendere dal lavoro potenzialmente obsoleto della creatura di Frischknecht per le proprie stime. Queste rivelazioni minano le fondamenta dell’industria della sostenibilità, che basa una parte significativa delle sue certificazioni sui dati Ecoinvent e promette ad aziende e governi che ottenere le certificazioni proteggerà il pianeta.

    Il settore ha validi motivi per fidarsi di Ecoinvent senza controllarne i dati. L’industria della sostenibilità guadagna miliardi di dollari ogni anno grazie alla portata delle riduzioni di carbonio che afferma di fornire. Rivelare che non ha mantenuto i suoi impegni più basilari minaccerebbe il suo business.

    Dati circolari

    Per maggiore chiarezza sul motivo per cui i ricercatori continuano a fare affidamento su Ecoinvent nonostante le sviste, Environmental Progress ha contattato lo sparring partner di Mariutti su Twitter, il dottor Raugei. Questi ha spiegato che uno dei motivi per cui il database è diventato famoso era la facilità con cui i dati potevano essere “disaggregati”, consentendo l’inserimento di variabili personalizzate. Mentre l’AIE dipende da una serie di aziende per evitare interessi acquisiti che giochino sui risultati, Raugei ha detto che “è vero che alcuni studi non usano la variabile giusta” e che i dati dei documenti chiave sono obsoleti, anche se ricercatori più esperti, come lo stesso Raugei, “sono in grado di inserire le loro variabili nei modelli per rettificare”. Il problema è che molte di queste variabili su misura, come nel caso di Raugei, provengono anche dall’AIE, e ancora una volta si basano sui dati Ecoinvent, il che porta a una situazione perfettamente circolare.

    Ricontattato da Environmental Progress, Frischknecht ha ammesso: “È difficile ottenere dati industriali di prima mano, in particolare da aziende asiatiche”, ma ha poi deviato osservando che il PVPS era riuscito a ottenere dati primari direttamente da almeno un paio di entità commerciali, in particolare FirstSolar e TotalEnergies. Questi dati, a suo avviso, hanno confermato le ipotesi dei ricercatori secondo cui i valori dell’impronta di carbonio compresi tra 25 e meno di 60 g CO2-eq/kWh erano giusti.

    “Personalmente non vedo alcun motivo o prova scientifica per modificare le cifre chiave utilizzate per modellare l’LCI e l’LCA dell’elettricità fotovoltaica”, ha dichiarato a Environmental Progress via e-mail. “Pertanto, non posso supportare la vostra ipotesi di sottovalutazione (drastica/ampia) degli impatti ambientali basati sul ciclo di vita dell’elettricità fotovoltaica”. Tuttavia, resta il fatto che nessuna delle società [menzionate da Frischknecht] gestisce impianti di produzione di wafer in Cina. FirstSolar si vanta anzi di essere l’unico tra i 10 maggiori produttori di energia solare al mondo ad avere sede negli USA e a non produrre in Cina.

    Eppure Frischknecht ha offerto un indizio intrigante sulla natura dei dati proprietari della de Wild-Scholten, a cui attinge anche Ecoinvent. “Aveva accesso a una serie più ampia e riservata di dati del settore (principali produttori di pannelli, celle e wafer cSi)”, ha scritto. Ma anche se la Wild-Scholten avesse avuto accesso a tali dati dalla Cina, non è chiaro se li abbia inclusi nel documento AIE prima menzionato, altamente influente, su cui lei e Frischknecht hanno lavorato insieme. Qui, l’indagine di Environmental Progress lascia aperti dei dubbi.

    Un dato fondamentale nella valutazione dell’impronta di carbonio dell’odierna produzione fotovoltaica è il consumo energetico della purificazione del silicio. È un processo ad alta intensità energetica, che richiede calore superiore a 1000 gradi Celsius ed è alimentato a carbone. La stima dell’AIE in LCI e LCA dei fotovoltaici è di 49 kW-kg: “sospettosamente basso”, dice Mariutti. Ma da dove vengono i dati? È una fonte dell’industria cinese dalla scorta segreta di Wild-Scholten? Il riferimento è all’ennesimo report dell’AIE, Trends In Photovoltaic Applications 2019. Ma anche qui viene fornita solo una stima –49 kW-kg – non una fonte di dati, cinese o meno. Quindi, come ha fatto l’AIE a elaborare la sua cifra per il processo più sporco e ad alta intensità energetica del solare?

    La prospettiva dell’AIE

    Dopo lunghi scambi con Environmental Progress, rappresentanti e collaboratori dell’AIE non hanno potuto che offrire risposte evasive e non sempre del tutto corroboranti.

    “È vero che la purificazione del silicio è la fase a più alta intensità energetica nella produzione fotovoltaica”, ha dichiarato Heymi Bahar, analista energetico senior dell’AIE, al telefono a Environmental Progress. Ha anche ammesso che il punto dati è centrale per tutti i calcoli dell’intensità di carbonio del solare. “Ma questi dati vengono raccolti in modo anonimo e non possono essere condivisi”. Pressato da Environmental Progress, Bahar ha chiesto: “Perché l’AIE dovrebbe condividere i nomi delle società da cui otteniamo i dati?” Alla risposta secondo cui è importante verificare l’esattezza dei dati, viste le enormi implicazioni per la spesa pubblica, ha aggiunto: «Perché? L’industria dei combustibili fossili offre qualche alternativa?” ha risposto, suggerendo che non ci sarebbero opzioni migliori.

    Environmental Progress ha chiesto se AIE ignorasse i dati non verificabili nei suoi rapporti. “Siamo un’organizzazione ombrello”, ha detto Bahar. “Non controlliamo il lavoro di tutti i nostri collaboratori. Non sempre siamo d’accordo con le loro opinioni”. Dunque l’AIE confida che i dati che pubblica in collaborazione siano accurati? “Il più delle volte”, ha detto Bahar.

    Due collaboratori dell’industria solare di AIE, PVPS, hanno offerto interpretazioni leggermente diverse. Daniel Mugnier, presidente di PVPS, ha affermato che i dati sul consumo di energia provengono da “interviste anonime condotte da esperti del Task 12” e che ottenere ulteriori informazioni si rivelerebbe eccessivamente dispendioso in termini di tempo e impedirebbe a PVPS di “proteggere le sue fonti”. L’altro dei due esperti, l’analista Izumi Kaizuka, ha detto a Environmental Progress che le informazioni provengono da un’associazione di imprese cinesi, senza ulteriori dettagli. Environmental Progress ha detto a Mugnier e Kaizuka che le uniche fonti di dati primarie a disposizione del PVPS potrebbero essere le due menzionate da Frischknecht, quelle senza collegamenti degni di nota con la Cina: FirstSolar e TotalEnergies. Ha anche chiesto di conoscere il grado in cui il PVPS si era basato sulle assicurazioni di de Wild-Scholten riguardo all’accuratezza delle conclusioni senza poter effettivamente consultare i suoi dati proprietari. Al momento della pubblicazione non è pervenuta alcuna risposta. Presumendo che i dati misteriosi provenissero da una fonte cinese, Environmental Progress ha chiesto a Bahar se fosse affidabile, dato l’interesse acquisito detenuto sia da Pechino che dall’industria che sovvenziona massicciamente. Ha risposto che la Cina era “parte della famiglia AIE”, il che non lo lasciava nelle condizioni di commentare.

    Environmental Progress ha contattato il professor Angel de la Vega Navarro dell’Università nazionale autonoma del Messico, che ha contribuito al capitolo sei di AR6, dedicato ai sistemi energetici, e al gruppo di lavoro III sulla mitigazione del cambiamento climatico. Ha risposto dicendo che non aveva le competenze per commentare ulteriormente, ma che le domande che stavamo sollevando erano importanti. Dei quattro esperti che secondo lui erano più adatti a rispondere alle nostre domande, solo uno ha risposto, Andrea Hahmann dell’Università tecnica della Danimarca: “Sfortunatamente, non sono abbastanza informato per fornire commenti sulle informazioni che avete fornito in quanto al di fuori della mia area di competenza”.

    Environmental Progress ha contattato Garvin Heath, un collaboratore del quinto rapporto di valutazione IPCC (AR5) e del rapporto AIE PVPS, e ha ricevuto una mancata risposta dal dipartimento di relazioni con i media del suo datore di lavoro, il National Renewable Energy Laboratory degli Stati Uniti. “Purtroppo, a causa degli attuali limiti di tempo con i nostri team di ricerca competenti, non saremo in grado di collaborare”.

    Ecoinvent, nel frattempo, ora guidata dal Dr. Nikolas Meyer, non ha risposto alle richieste di ulteriori commenti sulla mancanza di dati cinesi. In modo inquietante, Mariutti afferma che questa è solo la punta dell’iceberg, con modelli accurati che mancano su stoccaggio, aggiornamenti della rete, emissioni di metano e altro ancora. L’AIE ha ammesso a Environmental Progress che i suoi calcoli dell’impronta di carbonio non tengono conto di tre fattori importanti nella produzione fotovoltaica: estrazione del silicio; rifiuti di pannelli tossici, che rischiano di sopraffare infrastrutture di riciclaggio; e una cosa nota come “effetto albedo” (si verifica quando le proprietà altamente riflettenti dei pannelli solari di colore scuro portano ad un aumento dell’effetto serra). Secondo l’AIE, se presi in debita considerazione, i primi due fattori da soli potrebbero più che triplicare il “periodo di ritorno dell’investimento” per i pannelli, ovvero il periodo che intercorre prima che diventino carbon neutral dopo l’installazione.

    “Perché AIE non è trasparente riguardo alle sue fonti e alle lacune nei dati?” chiede Mariutti. “Una transizione frettolosa al solare e ad altre fonti rinnovabili senza prove concrete dei vantaggi, lasciando il controllo alla Cina, potrebbe essere un errore enorme”.

    Con critici come Mariutti esclusi dal dibattito, la scienza, dice, “si sta comportando come una religione”. I mecenati della scienza sono alti burocrati incaricati di convincere i contribuenti di tutto il mondo a consegnare trilioni di finanziamenti per la tanto celebrata transizione pulita. Assumendo il controllo della produzione fotovoltaica e abituando analisti ben intenzionati alla conservazione dei dati di base, la Cina si è guadagnata la parte del leone dei sussidi globali. I pochi dati che potrebbero esistere sulla sostenibilità dell’industria fotovoltaica vengono rivelati a partner selezionati come AIE in modo frammentario e in modo da garantirne l’inverificabilità.

    Ne emerge l’immagine di un’aspirante industria occidentale catturata al sicuro da una Pechino riservata e amante del carbone. È una preoccupazione per lo sviluppo economico dell’Occidente, per non parlare della sicurezza energetica e dell’azione per il clima. Se il solare è qualcosa su cui dovremo far affidamento in futuro, la grande transizione sembra fondata meno su dati che su un misto di fede cieca e interessi acquisiti.


    * Il grassetto è nostro.

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