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HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?


Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.
Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.
La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.
Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.
Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.
Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.
Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…
i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)
Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20
“La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.
È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.
Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”
ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.
Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.
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ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE


Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).
E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.
Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.
Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.
Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:
1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).
2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.
3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.
4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.
5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.
Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.
Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

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LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO


Originale in inglese: QUI
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.
Preambolo
Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.
Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.
Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.
La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.
Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.
Definizione
L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).
Linee guida
Generale
- È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
- Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
- L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
- L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
- Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.
B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti
- Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
- Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
- Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
- Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
- Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.
C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti
( se si approva o meno la vista o l’azione)
- Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
- Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
- Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
- Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
- Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.
Firmatari
- Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
- Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
- Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
- Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
- Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
- Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
- Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
- Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
- Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
- Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
- Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
- Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
- Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
- Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
- Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
- Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
- Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
- Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
- Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
- David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
- Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
- Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
- Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
- Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
- Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
- Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
- Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
- John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
- Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
- Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
- Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
- Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
- Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
- Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
- Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
- Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
- Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
- Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
- Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
- Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
- Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
- Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
- Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
- David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
- Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
- Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
- David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
- Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
- Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
- Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
- Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
- Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
- Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
- Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
- Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
- Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
- Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
- Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
- Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
- Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
- Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
- Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
- Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
- Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
- François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
- Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
- Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
- Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
- Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
- Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
- Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
- Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
- Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
- Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
- Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
- Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
- Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
- Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
- Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
- Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
- Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
- Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
- Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
- Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
- Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
- Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
- Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
- Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
- Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
- Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
- Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
- Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
- Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
- Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
- Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
- Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
- Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
- Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
- Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
- Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
- Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
- Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
- Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
- Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
- Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
- Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
- James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
- Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
- Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
- Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
- Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
- Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
- Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
- Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
- Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
- Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
- Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
- David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
- Eva Menasse, romanziera, Berlino
- Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
- Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
- Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
- Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
- Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
- Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
- Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
- Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
- Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
- Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
- Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
- Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
- James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
- Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
- Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
- Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
- Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
- Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
- Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
- Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
- Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
- Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
- Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
- Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
- Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
- Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
- Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
- Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
- David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
- Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
- Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
- David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
- Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
- Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
- Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
- Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
- Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
- Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
- Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
- Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
- Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
- Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
- Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
- Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
- Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
- Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
- Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
- Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
- Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
- Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
- Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
- Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
- Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
- Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
- Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
- Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
- Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
- Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
- Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
- Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
- Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
- Firmatari post-lancio
- Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
- Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
- Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
- Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
- Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
- Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
- Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
- Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
- Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
- Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
- Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
- Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
- Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
- Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
- Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
- Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
- Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
- Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
- Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
- Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
- Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
- Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
- Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
- Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
- Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
- Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
- Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
- Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
- Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
- Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
- William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
- Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
- Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
- Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
- Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
- John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
- Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
- Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
- Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
- Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
- Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
- Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
- Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
- Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
- Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
- Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
- Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
- Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
- Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
- Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
- Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
- Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
- Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
- Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
- Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
- Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
- Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
- Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
- Rebecca Kobrin , Columbia University
- Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
- Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
- Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
- Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
- Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
- Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
- Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
- Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
- Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
- René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
- Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
- Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
- Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
- Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
- Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
- Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
- Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
- Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
- Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
- Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
- Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
- Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
- Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
- Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
- Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
- Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
- Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
- Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
- Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
- Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
- Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
- Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
- Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
- David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
- Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
- Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
- Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
- Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
- Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
- Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
- Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
- Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
- Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
- Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
- Adam Shatz , professore in visita, Bard College
- Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
- Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
- Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
- Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
- David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
- Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
- Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
- Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
- Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
- Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
- Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
- Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
- Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
- Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
- Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
- Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
- Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
- Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
- Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
- Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
- Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
- Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
- Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
- Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
- Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
- Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri

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KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA


di Stefano Vernole – originale QUI
Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.Di seguito il contributo di Stefano Vernole.
Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.
Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.
Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.
Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.
La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.
L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].
Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.
L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].
L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].
L’importanza geostrategica del Kashmir
Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.
Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.
Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].
Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.
Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.
Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).
Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.
Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.
Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.
La repressione dei musulmani nel Kashmir
Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.
La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.
L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.
Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.
L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.
Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].
L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.
Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].
Finora non si registrano passi in avanti sostanziali
Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.
Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].
La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.
Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].
Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.
Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.
I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.
Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.
In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.
Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.
“Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.
Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.
Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].
Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].
Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.
NOTE AL TESTO
[1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:
“La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:
“Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”
[2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.
[3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.
[4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).
[5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.
[6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.
[7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.
[8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.
[9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.
[10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.
[11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:
HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)
Total Killings 90,776
Custodial Killings 6,817
Civilians Arrested 111,269
Houses/Shops Destroyed 105,143
Women Widowed 22,371
Children Orphaned 106,616
Women Molested 9,637
[12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.
[13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

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AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI


AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI
L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023
Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”
Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!
Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.
1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html
2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

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L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE


Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.
Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.
Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).
Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.
Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.
Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

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ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.
Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.
Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

Resistenza, giustizia e liberazione
Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.
La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.
Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.
L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.
Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.
Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.
ONG, sintomi e movimenti
Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.
Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.
Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

Silenzi, storie e ideologie
L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.
Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.
Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

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COME COMBATTERÀ LA NATO


Già qualche anno addietro, il Pentagono ed il Dipartimento della Difesa si erano posti il problema di aggiornare la dottrina operativa militare statunitense, poiché quella in uso (l’AirLand Battle) risaliva agli anni ‘80; ed era “ormai ben oltre la sua data di scadenza” [1]. L’esperienza della guerra in Ucraina, a cui i comandi USA partecipano pienamente a livello strategico, e dalla quale traggono informazioni dirette a livello tattico, ha reso ancora più evidente questa necessità. Capire come questa trasformazione si stia orientando, quali lezioni abbia tratto del conflitto in corso, può in qualche misura aiutare a comprendere molto altro, rispetto a quelle che saranno le guerre future che impegneranno le forze armate NATO, e quindi le strategie geopolitiche di Washington.
Fondamentalmente, l’idea su cui si sta fondando il nuovo Joint Warfight Concept (Concetto di Combattimento Combinato) rappresenta una prima, radicale rivoluzione concettuale. Se, infatti, a partire dalla fine della guerra fredda la dottrina strategica americana è sempre stata basata sulla prospettiva di guerre asimmetriche (contro avversari tecnologicamente ed industrialmente assai più deboli), concretizzando così l’impostazione ideologica degli USA come polizia mondiale, adesso il JWC viene esplicitamente concepito in funzione di guerre simmetriche, contro un avversario di pari potenza e capacità [2]. Per converso, sembra permanere un vizio ideologico-culturale, ovvero la presunzione di una propria indiscutibile superiorità, che si manifesta sia esplicitamente, sotto forma di dichiarazioni ufficiali (“superiamo gli avversari grazie a un pensiero, a una strategia e a una manovra superiori”, “l’unico vantaggio che non potranno mai smussare, rubare o copiare, per quanto ci provino, perché è insito nel nostro popolo, è l’ingegno americano” [3]), sia implicitamente, nell’insistere su un modello di warfare tecnologico – mostrando in questo di non aver appreso appieno la lezione ucraina.
Paradossalmente, infatti, proprio nel momento in cui il dominio statunitense ed occidentale viene fortemente messo in discussione, tanto da metterlo non solo in crisi, ma da richiedere anche nuovi piani strategici per riaffermarlo, il senso di superiorità resta inscalfibile.
Rispetto all’esperienza della guerra in corso in Europa, ad esempio, così come si manifesta una certa reticenza ad utilizzarla per testare – in condizioni reali di combattimento – i sistemi d’arma più moderni, ugualmente si può osservare una eguale reticenza a trarne insegnamenti sul piano operativo, tattico e strategico, quando ciò comporterebbe il riconoscimento di una superiorità non meramente quantitativa e/o contingente del nemico.
Questo è ovviamente un considerevole gap, destinato a riflettersi anche sull’evoluzione dottrinale delle forze armate USA-NATO.La seconda rivoluzione che si sta facendo strada nella definizione della guerra futura è il grande predominio affidato all’intelligenza artificiale (AI). Alla base, c’è l’idea che occorra mettere in campo “reti di battaglia collaborative uomo-macchina che conducono operazioni algoritmiche abilitate all’intelligenza artificiale” [4]. Questa idea si fonda sulla convinzione che il campo di battaglia futuro sarà caratterizzato da due elementi: la presenza di sistemi d’arma a conduzione umana così come di sistemi autonomi e misti, e la presenza di una infinità di sensori, in grado di generare una enorme mole di dati [5]. Da qui la necessità dell’AI, sia per raccogliere ed elaborare velocemente questi dati, sia per trasformarli in istruzioni per i sistemi d’arma unmanned. Il tutto alla massima velocità possibile, quanto più prossima alla capacità attuativa dei sistemi-macchina.
Da questo punto di vista, però, si tratta in effetti più che altro di una evoluzione, in quanto si muove all’interno di un concetto di guerra in cui è il fattore tecnologico ad essere ritenuto determinante.In termini generali, sembra che gli USA abbiano dimenticato di aver perso più di una guerra contro eserciti primitivi (Vietnam, Afghanistan), eppure non demordono dalla convinzione che la superiorità sia essenzialmente un fatto tecnologico. Neanche la lezione ucraina viene appresa, benché mostri chiaramente come in una guerra di logoramento siano al contrario assai più importanti le quantità piuttosto che la qualità. Un carro armato degli anni ‘70 spara come uno supertecnologico, e se sei in grado di metterne in campo 10-20 ogni carro moderno nemico, il vantaggio qualitativo decade rapidamente. In più, la differenza di costi – e di tempi di produzione – è tutta a svantaggio della tecnologia. Ancora dall’Ucraina, un esempio chiaro è quello della difese aeree ed anti-missile fornite dall’occidente a Kiev; sistemi costosissimi, con tempi di produzione assai lunghi, in cui ogni singolo missile costa un’enormità, che vengono messi fuori combattimento da droni che costano si e no un centesimo del sistema distrutto. E infatti queste difese ucraine oggi sono quasi azzerate.

Ovviamente, a monte di questa visione strategica non c’è soltanto il senso di superiorità occidentale, ma anche una autentica fiducia – pressoché illimitata – nella tecnologia made in US [6], nonché (e non da ultimo) gli interessi del complesso militare-industriale, che riesce ad ottenere maggiori margini di profitto da una produzione limitata di sistemi d’arma ad alta tecnologia ed alto costo.
La questione dell’ammodernamento della dottrina strategica, infatti, non è una mera questione teorica, ma si riflette immediatamente sia sulla organizzazione complessiva delle forze armate, sia sulla tipologia di sistemi d’arma impiegati, sia sulla produzione industriale che deve sostenere tutto ciò, anche in condizioni di conflitto – e quindi, di elevato consumo.
Ancora dai campi di battaglia ucraini, la constatazione che tra il consumo di munizionamento d’artiglieria e missilistico, e la relativa produzione occidentale, c’è uno scarto considerevolissimo.Tutto ciò comporta che la messa a punto – dottrinale, organizzativa e produttiva – di un nuovo Joint Warfight Concept comporterà uno sforzo finalizzato, la cui durata non potrà presumibilmente essere inferiore ad un lustro [7]. E tutto ciò senza considerare i tempi di addestramento del personale alle nuove tattiche di combattimento. Secondo quanto sostenuto dalla Hicks (con riferimento all’insufficiente addestramento degli ucraini), “per produrre una forza sul campo efficace, in grado di impiegare operazioni armate combinate, per sconfiggere una grande potenza che ha preparato un sistema difensivo a più cinture, è necessario prima disporre di un numero considerevole di brigate da combattimento con equipaggio completo. I battaglioni e le compagnie di ciascuna brigata devono essere dotati di capi di plotone e sergenti, comandanti di compagnia, primi sergenti, sergenti maggiori, comandanti di battaglione e ufficiali delle operazioni con esperienza nella conduzione di tali operazioni. Questi leader necessitano di esperienza da due a cinque anni a livello di plotone, da 5 a 7 anni di compagnia e 15-20 anni a livello di battaglione e brigata” [8]. E stiamo parlando ancora di guerra convenzionale, secondo i vecchi schemi dell’AirLand Battle! Il passaggio ad un JWC basato sull’AI, quindi qualcosa di totalmente nuovo per l’intera linea di comando, difficile credere che possa realizzarsi in poco tempo.
Se questa è la linea strategica su cui gli USA e la NATO intendono orientarsi, significa che non saranno in grado di affrontare uno scontro simmetrico diretto prima di 10-15 anni almeno. Ma nel frattempo sicuramente il PLA (Popular Liberation Army) cinese avrà sopravanzato le forze americane non solo per quanto riguarda le forze di terra, ma anche per la marina. E probabilmente l’economia cinese avrà superato quella USA. Per tacere del fatto che l’accelerazione dell’aggressività statunitense sta già oggi spingendo i suoi principali nemici (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, tutti molto ben attrezzati sul piano militare-industriale [9]) a sviluppare un’avanzata cooperazione su questo terreno, e che in caso di conflitto si attiverebbero tutti contro la NATO e l’ASEAN. Il che non lascerebbe praticamente scampo, alle forze occidentali.
Anche dimenticando che questa dottrina strategica richiederebbe un tempo medio-lungo per divenire operativa e che, quindi, la fase di transizione costituirebbe un momento di debolezza per le forze armate occidentali, essa contiene comunque – a mio avviso – un’eccessiva dose di ottimismo. Innanzitutto, come da tradizione, postula che il nemico sia non semplicemente simmetrico (anzi, “quasi pari”…), ma anche speculare, ossia un nemico che adotti la medesima prospettiva strategica. Il che non è affatto detto. Naturalmente, ogni esercito di una certa potenza integrerà forme di intelligenza artificiale, così come farà ricorso in maniera crescente all’uso di sistemi d’arma basati su macchine autonome. Ma questo di per sé non implica che saranno utilizzati con la medesima logica di quella adottata in ambito NATO.

Se guardiamo, ad esempio, alla categoria dei droni (che vanno dai grandi UAV da osservazione e da attacco, ai droni kamikaze, fino ai piccoli quadcopter da rilevamento), sembra di capire che il loro utilizzo nell’ambito del nuovo JWC sia prevalentemente quello di acquisire informazioni sul campo di battaglia, trasmetterle al software AI che le elabora tutte in tempo reale e poi trasmette gli ordini operativi ai sistemi d’attacco (siano essi droni, unità di terra o aeree). Questo è evidentemente un approccio centralizzato – sia pure a livello di comando operativo – parzialmente attenuato dalla gestione autonoma effettuata dall’AI stessa. Se consideriamo che nell’ambito del conflitto ucraino le forze di Kiev perdono – per propria stessa ammissione – circa 10.000 droni al mese, è facile comprendere che questo tipo di approccio, strutturato per lavorare su grandi quantità di dati, è anche estremamente fragile. Se su un campo di battaglia il flusso di dati dovesse subire un calo drastico, l’intero sistema di controllo e comando rischierebbe di andare in tilt.
Non a caso, al Pentagono è stato elaborato il concetto di manovra espansa. Il succo della manovra espansa è aggregare le capacità operative per ottenere un effetto significativo, mantenendo un’elevata capacità di disaggregarle per sopravvivere a qualsiasi tipo di minaccia. Ovvero, conseguire un’estrema flessibilità del sistema C2. Cosa che, come dice il generale John Hyten [10], “è una cosa semplice semplice da dire. È un’aspirazione. È incredibilmente difficile da realizzare”.
In sostanza, se, come abbiamo visto, il nuovo Joint Warfight Concept si differenzia dal vecchio essenzialmente per l’accettazione di una prospettiva di guerra simmetrica e per un’ulteriore spinta in direzione della tecnologizzazione della guerra, porta però con sé due vecchi limiti: a) presumere che il nemico adotti il medesimo approccio e b) presumere che la superiorità intrinseca del sistema occidentale produca conseguentemente quella del suo apparato bellico.Questo può a prima vista apparire un vezzo (o un vizio) culturale, di secondaria importanza sotto il profilo strategico, ma come si è visto si tratta di qualcosa di più e di più significativo. Questo pregiudizio, infatti, non solo produce la sopravvalutazione delle proprie capacità (e spesso la sottovalutazione di quelle nemiche), ma costituisce un ostacolo all’apprendimento dall’esperienza, anche e soprattutto quando è negativa.
Anche se l’elaborazione del nuovo JWC è iniziata nel 2018, è abbastanza evidente che quanto sta emergendo dalla guerra ucraina non sta incidendo in alcun modo significativo su di esso. Mentre da questo punto di vista i russi si stanno rivelando assai pragmatici e capaci di adeguarsi tempestivamente alle mutazioni che si producono sul campo di battaglia, da parte americana si evidenzia invece una riottosità a riconoscere gli errori – che è poi la premessa per ripeterli, o quanto meno per non correggerli.Pur riconoscendo, ad esempio, che “la cruda verità della guerra tra Russia e Ucraina oggi è che l’offensiva all’ultimo respiro di Kiev è fallita, e nessun tentativo potrà cambiare il risultato” [11], i comandi NATO ne scaricano la responsabilità su quelli ucraini, che sarebbero stati incapaci di eseguire correttamente ciò che gli era stato insegnato durante i frettolosi addestramenti in Europa. Omettendo, però, non solo che era ben noto come i piani suggeriti dalla NATO fossero per più ragioni del tutto impraticabili, ma che l’offensiva in sé risponde assai più ad esigenze politiche dell’occidente, che non a quelle militari dell’Ucraina.
Il rifiuto di ammettere una sconfitta, di assumersene la responsabilità quanto meno condivisa, se può avere un senso sul piano della propaganda e della comunicazione mediatica, è invece esiziale se si manifesta sul piano dell’analisi e della riflessione teorica.
Il rischio, per l’impero americano, è che la fantascientifica cyber-guerra che immagina di combattere in futuro si riveli, invece, null’altro che una favoletta di fantascienza. E che, diversamente da ciò che accade nei fumetti, a vincere potrebbero essere i cattivi.
1 – Cfr. “A Joint Warfighting Concept for Systems Warfare”, Robert O. Work, cnas.org
2 – È interessante notare che, nel suo discorso “L’urgenza di innovare” (pubblicato su www.defense.gov), la Vice Segretaria alla Difesa Kathleen Hicks faccia esplicito riferimento alla Cina, senza mai menzionare la Russia, segno che – nel disegno strategico globale statunitense – viene contemplato lo scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma non con la Federazione Russa. Ciò, nonostante nei grandi disegni strategici di Washington la Russia sia considerata un avversario minore, e se ne persegua la distruzione come apparato statuale, mentre la Cina è considerata un avversario quasi pari, che però va solo piegata.
3 – Cfr. “L’urgenza di innovare”, ibidem
4 – Cfr. “A Joint Warfighting Concept for Systems Warfare”, ibidem
5 – “Il campo di battaglia comprende un intero teatro di operazioni, sorvegliato da migliaia di sensori multi-fenomenologici che forniscono troppi dati e informazioni perché qualsiasi comandante umano possa elaborarli e comprenderli”, ibidem
6 – “la nostra capacità di innovare, cambiare le carte in tavola e, in ambito militare, di immaginare, creare e padroneggiare il carattere futuro della guerra”, “L’urgenza di innovare”, ibidem
7 – Cfr. “La scacchiera di Brzezinsky”, Giubbe Rosse
8 – Cfr. “L’urgenza di innovare”, ibidem
9 – Per quanto riguarda l’Iran, è noto che la sua produzione di droni è tra le più avanzate e massicce al mondo, così come che ha sviluppato a sua volta missili ipersonici (gli USA stanno ancora alla fase di test), mentre la meno nota Corea possiede un possente esercito, ed ha sviluppato sistemi d’arma d’avanguardia. Al riguardo, cfr. “Four North Korean Weapons Types Russia Could Seek to Import Urgently: How Each Could Shift the Balance in Ukraine”, Military Watch Magazine
10 – Citato in “The Joint Warfighting Concept Failed, Until It Focused On Space And Cyber”, Theresa Hitchens, breakingdefence.com
11 – Cfr. “L’urgenza di innovare”, ibidem
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PIANO CINEMA PER LA SCUOLA: È ORA DI TRACCIARE NUOVE STRADE


Sono i giorni dell’80ma Mostra del Cinema di Venezia. Presso l’Italian Pavilion di Cinecittà all’Hotel Excelsior è stata presentata la quarta edizione del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. I bandi, che verranno pubblicati entro settembre, prevedono per quest’anno uno stanziamento di 22,4 milioni di euro a cui si aggiungono altri fondi non spesi nell’edizione precedente che prevedeva uno stanziamento più che doppio.
Presenti, tra gli altri, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e il Sottosegretario di Stato al Ministero della Cultura, Lucia Borgonzoni. Quest’ultima ha dichiarato: «L’obbiettivo principale del sostenere, con risorse pubbliche, l’alfabetizzazione audiovisiva e filmica è quello di aiutare gli studenti a sviluppare le abitudini di indagine e le capacità di espressione di cui hanno bisogno per essere pensatori critici (sic!) e comunicatori efficaci». L’ingenua faccia tosta di certi personaggi è sempre stupefacente. Non addentriamoci poi nella disanima dell’espressione “comunicatori efficaci”, essendo la comunicazione una dei miti portanti di quest’era moderna fatta di slogan, suggestione e manipolazione. Con sapiente ironia, diceva qualcuno: «comunicare è da insetti, l’uomo si esprime». Appunto, noi dovremmo formare uomini, ma forse dovremmo ammettere che non ne siamo più capaci. E infatti non sappiamo più esprimerci, ma solo, al massimo, comunicare.

Facendo il punto sui progetti realizzati nel passato anno scolastico, in cui sono stati coinvolti ben 650 mila studenti, all’evento si sono evidenziate le finalità principali tra le quali non possiamo non segnalarvi la “lotta contro l’analfabetismo iconico”, il “contrastare la diffusione della distrazione comunicativa”, la “comprensione critica del presente” e la “diffusione di una cultura visuale capace di dialogare con la rivoluzione digitale in atto”. Credo che sia superfluo ogni commento. Anche il semplice utilizzo di tale linguaggio parla da sé.
E tra le innumerevoli opere realizzate nell’anno scolastico 2022-2023, il documento riassuntivo segnala questa che non possiamo non citarvi. Si tratta di un lungometraggio realizzato in una scuola secondaria della periferia di Milano: Fuoricondotta. Un docufilm sulla ribellione a scuola. Vale davvero la pena leggere la descrizione completa: «Ricomincia la scuola, ogni anno tra difficoltà e problemi, eppure – in ogni momento di vita trascorso nelle mura dell’istituto, in aula e fuori, durante le lezioni – proprio il mondo scolastico continua a rappresentare il luogo e il tempo fondamentali in cui si forma l’educazione e il pensiero (sic!), gli uomini e le donne del presente e del futuro. Qui si scopre sé stessi, il rapporto con l’altro, il senso delle regole e delle vie che solo la libera espressione può percorrere. Il film porta a Milano, ai giorni nostri, in una scuola secondaria di un quartiere di periferia. Racconta la storia di alcuni studenti che, durante una normale mattinata di lezione, decidono di ribellarsi al nuovo Preside. Questi, infatti, si è dimostrato troppo normativo (sic!) nell’imporre regole ferree per riportare l’ordine all’interno dell’Istituto Scolastico. La colpa, a suo parere, è del predecessore, troppo permissivo e tollerante, e quindi decide di proibire le arti, l’intervallo e l’uso del cortile, trasformando la scuola in un luogo estremamente disciplinato ma insensibile alle problematiche e alle esigenze degli studenti. Alcuni ragazzi decidono dunque di fare qualcosa per cambiare la situazione».
Qui potete gustarvi il trailer:
Tralasciando le “qualità artistiche”, oltre alla stanca retorica del preside cattivo che incarna un legalismo ammuffito e dall’altra i ragazzi che vi oppongono la loro vitalità e creatività, che comunque serve a far passare sottotraccia una certa ideologia, l’aspetto più tragico è che quest’opera sia stata prodotta durante l’anno scolastico che rappresentava un ritorno fra i banchi – solo in apparenza normale – dopo la “parentesi” della scuola lager iper-normativa del “periodo pandemico”. Lasciamo da parte ogni stupore, accantoniamo le lamentele, e superiamo una buona volta anche la pur sacrosanta indignazione. Serve molto di più.
Le attività extracurricolari nel percorso della scuola dell’obbligo non sono certo una novità, ma una triste e consolidata prassi da svariati anni. Montagne di ore, spesso tolte all’insegnamento ordinario, che in maniera più o meno esplicita rinvigoriscono l’opera di “forgiare” le giovani menti a partire dalle ideologie e narrazioni dominanti. Ma anche – e questo ahimè non lo osserva nessuno! – a rinforzare quell’unico immaginario sociale ed estetico dentro il quale muoversi, e oltre il quale non può esistere nulla.

Qui però vogliamo soffermarci su un aspetto, fra i molti che si potrebbero toccare, che non può più essere evitato e che a nostro avviso è quello essenziale e profondo.
Durante la fase più acuta della dittatura pandemica da più parti si è sollevata la necessità di ripensare e ricostruire l’edificio della formazione e dell’istruzione. Non solamente iniziando con la creazione di realtà di istruzione parentale di ogni grado, ma anche con percorsi più strutturati per i ragazzi più grandi. In tutti i casi – con estremo ritardo, dovremmo dire – si è riconosciuto come l’istituzione scolastica stia ormai vivendo la sua crisi terminale e quindi irreversibile, iniziata molto tempo addietro e che quindi ha investito più generazioni.
Pur non rifiutando di adoperarsi anche all’interno delle strutture istituzionali, cercando di salvare o restaurare il possibile, la “chiamata” indicava l’urgenza di costruire realtà completamente autonome, fondate su Princìpi che sono estranei all’epoca in cui viviamo. Un compito eroico, ma che bisognava pur incominciare posando le prime pietre del nuovo edificio. E questo nasceva anche dalla comprensione, o forse ancora dalla semplice sensazione, che a crollare nel giro di pochi anni non sarebbe stata solamente la scuola come la abbiamo conosciuta, ma tutta intera questa società nella quale siamo diventati adulti o perfino invecchiati. Che tutte le “forme”, le dinamiche, le strutture che apparentemente reputiamo o abbiamo reputato normali, sarebbero state prossime a dissolversi, perché “molti veli debbono cadere”. E questo germe di consapevolezza non era condiviso solo da coloro che attivamente si stavano adoperando per costruire le fondamenta di queste nuove realtà. Ci chiediamo oggi: cosa ne è stato di questo germe?

Sappiamo bene che alcuni progetti vengono tuttora portati avanti, ma il passo si è fatto enormemente più lento e pesante. Nella pratica, prima di tutto perché quella parte della società civile che si ritiene distante dallo “spirito di questo mondo” ha abdicato al suo ruolo di protagonista attivo in quest’opera creatrice. Ma la radice del problema è molto più profonda e “invisibile” perché di natura squisitamente intellettuale e riguarda tutti, o quasi, anche coloro impegnati in prima linea nell’opera. Ci si è arrestati alla sensazione di un mondo in agonia, ma non si è davvero compresa l’origine della sua crisi e a quale “risoluzione” ci si doveva preparare, prima di tutto interiormente. Si è agito per “reazione” ad un’emergenza di giustizia e di libertà, ma terminata la fase acuta, ognuno è rientrato nel suo recinto conosciuto: la vita di sempre, il gruppo di sempre, il lavoro di sempre. Ciò che sembrava essersi imposto come un’urgenza per cui ci si batteva per la vita contro la morte, è diventata uno scopo accessorio. A cui dedicare il tempo che resta.
Non si è voluto credere che l’intero “evento pandemico”, su di un piano molto più alto rispetto allo scontro fra poteri e popolo, fosse un Segno che parlava a tutta l’umanità per mostrarle l’abisso in cui era precipitata. Un Segno, pertanto, che si rivolgeva tanto ai “buoni” che ai “cattivi” e che mostrava in maniera esplicita, come ci fossimo tutti, e ribadiamo tutti, allontanati irreparabilmente dalla Vita, dalla Bellezza, dalla Giustizia, dalla Sapienza. E non certo solo negli ultimi anni!
Ma questa umanità non ha saputo e voluto leggere il Segno per il semplice e tragico motivo che da tempi ormai lontanissimi non crede più all’esistenza dei segni. Si accontenta infatti, al massimo, del pensiero critico, ovvero del retto uso di ragione. Ma questo non ci rende ancora pienamente uomini. Per divenirlo dobbiamo raggiungere la luce del pensiero simbolico. Ciò che allora avrebbe dovuto infuocare tutti noi di uno slancio mai veduto, di un coraggio e di uno splendore di pensiero inimmaginabili, si è ridotto a stasi, a passività, a rachitismo culturale dove non si riesce mai a proporre una riflessione che non attacchi “una parte” e faccia sentire l’altra come depositaria dell’intera verità. Perché non c’è nulla da cercare che sia nascosto, nulla di nuovo che getti una luce diversa anche sull’intera nostra storia passata. Tutto è già chiaro ed evidente.
Smorzati gli entusiasmi sulla scuola, parrebbero terminate anche le invettive al mondo dell’arte – e al cinema in modo particolare – per essere triste organo di propaganda, monotona voce incapace di qualsiasi guizzo e genialità. E il motivo è il medesimo. Non si è voluto accettare che eravamo i destinatari di una “chiamata” al cambiamento, anzi ad una metanoia, che doveva investire ogni aspetto delle nostre vite, singole e collettive.
Non abbiamo gettato le basi per un’idea diversa di scuola e formazione. Non abbiamo gettato le basi per un’arte veramente libera e che sappia proporre un immaginario che oltrepassi la cornice di “questo mondo”. E questo è un compito che chiamava e chiama in causa ciascuno di noi, indipendentemente da quale sia la nostra attuale posizione nella società. Non c’è più alcuno spazio per la delega. È una chiamata alla responsabilità totale.

L’arte va liberata in un solo modo, e chi scrive lo dice da molti anni, ben prima della questione covid, ed opera in prima persona: bisogna tornare al mecenatismo, alla parte sana della società civile che si fa carico, economicamente e non solo, della costruzione di un movimento artistico nuovo e genuino. I fondi pubblici servono solo a rinforzare le ideologie, le poetiche, le narrazioni che l’attuale società vuole, o al massimo tollera. Quei milioni di euro che lo Stato riversa sulle scuole che presenteranno i progetti di cultura cinematografica, potrebbero essere messi a disposizione per creare opere dal respiro completamente diverso. Ma per fare tutto questo occorre per prima cosa comprendere a fondo quale tempo “eccezionale” siamo stati chiamati a vivere e quale nuova direzione devono prendere le nostre vite. Molti, troppi, che a parole si dicono estranei allo spirito di questo tempo, vogliono in realtà solamente essere lasciati in pace, lì dove sono, lì dove hanno costruito la loro esistenza, la loro identità. Il male appartiene solo alla parte contraria.
Una scuola diversa, un’arte e un cinema diversi, un’umanità diversa non sono solo possibili, ma sono un dovere. Dipende solamente da noi, da ciascuno di noi. Ma occorre passare per questa strettoia: comprendere e accettare il significato del Segno, entrare in crisi e riconoscere di aver vissuto nel dormiveglia se non addirittura nel sonno profondo, adoperarsi attivamente per costruire nuove realtà totalmente al di fuori dei binari istituzionali. Senza più bramare soluzioni, senza più essere schiavi del mito della vittoria, ma semplicemente rispondendo ad una chiamata che è divenuta un fuoco che ci arde dentro. Un secolo fa Pio XI proferiva queste parole che suonano ancora più urgenti per noi oggi: «Il bene e il male sono alle prese, nella nostra epoca, in un duello gigantesco: nessuno ha il diritto di essere mediocre nell’ora presente». Ognuno si chieda se vuole ancora restare un mediocre.

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SEYMOUR HERSH: “PERCHÉ PUTIN HA UCCISO PRIGODZHIN”


Nelle ultime due settimane di fine estate abbiamo parlato dei disastri americani del passato. Adesso, è giunto il momento di aggiornarvi su come procede la follia in Ucraina.
Cominciamo con le conseguenze della morte, il mese scorso, di Yevgeny Prigodzhin, il leader del gruppo Wagner. Il mercenario ha fatto fortuna affittando le sue truppe come armi da fuoco, in gran parte in Africa centrale, e il gruppo ha subito enormi perdite in brutali e vittoriosi combattimenti casa per casa all’inizio di quest’anno nella città di Bakhmut contro un altrettanto coraggioso esercito ucraino. Il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto alla fine di giugno che il Cremlino aveva pagato all’esercito di Prigozhin, molti reclutati dalle carceri del paese, quasi 1 miliardo di dollari tra maggio 2022 e maggio 2023. Ho riferito in articoli precedenti che la ribellione lanciata da Prigodzhin a giugno era lungi dall’essere una minaccia alla posizione di Putin, come, invece, i media occidentali hanno costantemente riportato. Era invece un modo storicamente russo di mettere da parte un leader mercenario spesso problematico.
Prigodzhin e la sua forza ridotta della Wagner sono stati lasciati nel limbo dopo la rivolta fallita e molti membri della Wagner sono stati assorbiti nell’esercito russo. Putin ha fatto in modo che Prigodzhin e ciò che restava della sua forza mercenaria venissero mandati in esilio in Bielorussia.
Ma Prigodzhin non si è fermato qui. All’inizio di agosto ci sono state segnalazioni di tensioni ai confini mentre i resti del Gruppo Wagner hanno effettuato una serie di intrusioni nello spazio aereo della Polonia e fastidiose minacce ai confini di Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia. Per Putin, innescare denunce da parte dei paesi della NATO è stata una violazione imperdonabile. “Era così”, mi ha detto un esperto funzionario dell’intelligence americana.
Viktor Orbán, il primo ministro ungherese di destra vicino a Putin, è stato uno dei pochi leader occidentali a sottovalutare pubblicamente l’importanza della breve ribellione di Prigodzhin. In un’intervista al Bild, il quotidiano conservatore tedesco, Orbán ha detto: “Quando [la ribellione] viene gestita in 24 ore, è un segnale di forza. . . . Putin è il presidente della Russia, quindi se qualcuno ipotizza che potrebbe fallire o essere sostituito, non capisce il popolo russo e la struttura del potere russo”.
“Prigodzhin stava provocando la NATO e doveva andarsene”, ha detto il funzionario dell’intelligence americana. “L’ultima cosa che Putin voleva fare era dare alla NATO ulteriori motivi per accantonare i suoi crescenti dubbi sul finanziamento infinito del [presidente ucraino Volodymyr] Zelensky”.
Quindi, il funzionario ha detto: “È stato Putin a farlo fuori”. Prigodzhin era diventato troppo pericoloso.
L’aereo del Gruppo Wagner che trasportava Prigodzhin è stato fatto saltare in aria poco dopo il decollo da Mosca il 23 agosto. Insieme a Prigodzhin, sarebbero stati uccisi sei subordinati e tre membri dell’equipaggio. L’aereo era stato improvvisamente ritirato dalla sua linea di volo e sottoposto a manutenzione il giorno prima. Fu allora, ha detto il funzionario dell’intelligence, che le bombe con miccia ritardata sono state piazzate nel vano del carrello. Le bombe dovevano esplodere dopo che il carrello era stato ritratto.
Il funzionario ha anche criticato duramente le recenti ondate di notizie americane ed europee secondo cui la controffensiva ucraina, lanciata all’inizio di giugno, ha iniziato a fare progressi significativi nel penetrare i tre strati di difesa della Russia nelle ultime settimane. “Da dove prendono questa roba i giornalisti?”, ha chiesto? “Ci sono articoli che parlano di comandanti russi ubriachi mentre gli ucraini stanno penetrando le tre linee di difesa russe e arriveranno presto a Mariupol”. La città portuale di Mariupol, sulla costa settentrionale del Mar d’Azov, fu assediata dalle forze russe nella primavera del 2022 e cadde dopo tre mesi di aspri combattimenti. Un tempo città di 450.000 abitanti, è stata ricostruita come modello di città russa ed è stata visitata da Putin e da troupe televisive russe lo scorso marzo. Si trova nell’oblast di Donetsk, una delle quattro province dell’Ucraina che la Russia ha annesso lo scorso settembre. Da allora ha rafforzato il controllo politico e militare russo della regione.
“L’obiettivo della prima linea di difesa della Russia non era fermare l’offensiva ucraina”, mi ha detto il funzionario, “ma rallentarla in modo che, se ci fosse stata un’avanzata ucraina, i comandanti russi avrebbero potuto portare riserve per fortificare la linea. Non ci sono prove che le forze ucraine abbiano superato la prima linea. La stampa americana non fa altro che riferire onestamente sul fallimento finora del reato”.
“Che cosa è successo all’uso delle bombe a grappolo da parte dell’Ucraina? Non avrebbero dovuto aprire la porta [alla controffensiva, ndt]? E Zelensky ora sostiene che l’Ucraina possedesse bombe ipersoniche. Ci ha preso in giro in questo modo, come fa sempre. Dove li producono gli ingegneri e gli scienziati? In un bunker da qualche parte? O a Kiev? Sta fingendo… temporeggiando il più a lungo possibile?”
“Ecco la questione chiave”, mi ha detto il funzionario. “Questo tipo di resoconti da parte della comunità dell’intelligence militare andranno alla Casa Bianca. Ci sono altri punti di vista”, ha detto, riferendosi ovviamente alla Central Intelligence Agency, che non raggiungono lo Studio Ovale. “Cosa succederà? Sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario? Non è che stiamo combattendo contro il Führer in Germania o contro l’Imperatore del Giappone. L’altro giorno l’ex vicepresidente [Mike] Pence ha detto che se non difendiamo Zelenskyj in Ucraina, la Russia verrà dopo la Polonia. È questa la politica della Casa Bianca?”
Se così fosse, ha detto il funzionario, non sarà una mossa vincente. “Zelenskj non riavrà mai indietro la sua terra”. Il leader ucraino ha recentemente licenziato il ministro della Difesa Oleksiy Reznikov tra ripetute accuse di corruzione. Lo ha sostituito con Rustem Umyerov, un membro del partito di opposizione che, come tartaro di Crimea, sarà il primo musulmano ucraino a ricoprire la carica di ministro senior del governo.
In un articolo in prima pagina questa settimana, il Washington Post ha definito la mossa come un passo significativo nella lotta alla corruzione. Nell’ultimo anno, Umyerov è stato a capo dell’agenzia di privatizzazione dell’Ucraina e “ha ottenuto elogi per aver istituito massicci controlli e per aver eliminato presunte corruzione e appropriazione indebita di fondi”.
Il funzionario dell’intelligence aveva una visione molto diversa del nuovo ministro della Difesa. “Il nuovo tipo”, mi ha detto, “è ancora più corrotto”. Gestì la vendita di proprietà statali e fece fortuna. Ha una villa enorme a Maiorca. Umyerov non era nella lista dei trentacinque funzionari ucraini corrotti che il direttore della CIA William Burns ha presentato a Zelenskyj durante un incontro segreto a gennaio. “Non era sulla lista di Burns”, ha detto il funzionario. “La lista non era un elenco telefonico di truffatori; solo quelli che ricevono finanziamenti militari ed economici dagli Stati Uniti”. (Ho scritto dell’incontro di Burns con Zelenskyj in un articolo di aprile.)
Oggi a Washington non si parla della necessità di un cessate il fuoco e di colloqui di pace. Mentre il presidente Biden chiede 40 miliardi di dollari in ulteriori aiuti per l’Ucraina da un Congresso sempre più dubbioso, ciò che sentiamo dal Pentagono e dalla Casa Bianca è che rimarremo in questa guerra per tutto il tempo necessario.
Nel frattempo Putin, ha detto il funzionario, non ha mobilitato le sue forze sulla base dei “nostri obiettivi politici. Sta conducendo una “Grande Guerra Patriottica” e non gli importa se i sondaggi d’opinione pubblica in America lo vedono come un altro Adolf Hitler”.
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LA BATTAGLIA DI RABOTINO


Sono ormai trascorsi tre mesi, da quando è iniziata la controffensiva ucraina, che avrebbe dovuto raggiungere Melitopol e spezzare il corridoio terrestre che unisce la Crimea alle nuove regioni russe dell’ex-Ucraina meridionale. Su questa controffensiva, sui suoi (possibili) risultati, si basava la scommessa dell’occidente collettivo di poter ribaltare – almeno in parte – l’andamento della guerra, consentendo così l’avvio di un processo negoziale, se non da posizioni di forza, quanto meno in condizioni un po’ più riequilibrate. Non a caso, su questa chance gli stati maggiori della NATO e dell’Ucraina hanno lavorato per mesi e per l’occasione i vari paesi membri dell’Alleanza hanno fatto un ultimo, significativo sforzo in termini di forniture militari.
Pur tuttavia, appare francamente incredibile che – nelle segrete stanze ove si pianificavano le operazioni – qualcuno ritenesse davvero possibile raggiungere, non dico Melitopol ed il mar d’Azov, ma anche soltanto superare le tre linee fortificate russe.Nonostante l’invio di centinaia di carri MBT e corazzati vari, nonostante l’addestramento di migliaia di ucraini in occidente, nonostante l’intensificazione del supporto di intelligence della NATO, l’iniziativa nasceva infatti già inficiata da più di un problema.
Innanzitutto, la decisione di contrattaccare – e di farlo in quel settore del fronte ed in quella direzione – nasceva da un’esigenza politica e non da un’opportunità militare. Considerate poi le forze in campo, gli ucraini non soltanto partivano svantaggiati sul piano numerico (sarebbero stati necessari almeno 200.000 uomini), e con personale diversamente [1] e/o scarsamente addestrato, ma soprattutto con una netta inferiorità in due fattori chiave per una operazione offensiva: fuoco di artiglieria e dominio dell’aria.
L’esito, quindi, era in buona misura una vera e propria scommessa. Come è poi via via emerso, tutti davano per scontato un elevato numero di perdite, ma gli alti comandi NATO credevano (speravano?) che la determinazione ucraina potesse almeno in parte sopperire ai deficit militari e consentisse, quindi, di realizzare una più incisiva penetrazione.D’altra parte, i vertici militari ucraini erano a loro volta consapevoli che fosse necessario pagare un prezzo pesante ma, evidentemente, avevano creduto ai loro colleghi di Washington e Bruxelles e pensavano possibile ottenere comunque risultati significativi. Una volta resisi conto che ciò era impossibile – e che il modello tattico impostato dai generali NATO non poteva attuarsi – hanno cominciato a riconsiderare il rapporto costi-risultati, decidendo sostanzialmente di abbandonare le linee guida concordate con gli alleati e fare di testa propria, cercando di ridurre le perdite a fronte dei risultati effettivamente raggiungibili.
Ciò, a sua volta, ha determinato un incrinarsi dei rapporti e, di conseguenza, un certo raffreddamento anche sul piano politico. È partito, insomma, lo scaricabarile: gli ucraini a lamentare (come da loro abitudine) la scarsità degli aiuti e il ritardo con cui sono arrivati, gli occidentali ad attribuire il fallimento all’incapacità dei comandi di Kiev.Al di là di un certo gioco delle parti, la dialettica tra i comandi NATO e quelli ucraini risente di una certa incomprensione reciproca. I secondi pensano, non senza una certa fondatezza, che tutto sommato sono loro che stanno combattendo i russi da 18 mesi. E questo dà loro l’autorevolezza dell’esperienza. I primi sono profondamente intrisi del senso di superiorità occidentale e, di conseguenza, di quella delle proprie dottrine militari. Oltretutto, gli USA guardano all’Europa – e a maggior ragione all’Ucraina – come a una colonia. In un certo senso, adottano l’approccio mentale classico del colonialismo europeo, come descritto da Edward Said [2], ovvero si convincono che gli altri siano realmente come essi li pensano. E, poiché la loro idea degli ucraini è che siano capaci, disciplinati e riconoscenti, si aspettano che si adeguino ai propri desiderata senza troppo discutere.
Ragion per cui, alti funzionari dell’Alleanza hanno incontrato il Comandante dell’esercito ucraino Zaluzhny un paio di settimane fa, per “reimpostare la strategia militare dell’Ucraina”.
In fondo, chi paga comanda.
Il punto, naturalmente, è che la NATO non sembra comprendere del tutto i propri limiti, dottrinali e strutturali, e rifiuta di accettare l’idea che la Russia (considerata poco più che una potenza regionale) possa essere in grado di batterli sul piano militare [3]. Mentre, infatti, tutte le ipotesi pubbliche su una possibile escalation del conflitto danno per scontato che sarebbe la Russia a ricorrere alle armi nucleari, la realtà è che è assai più probabile – qualora si arrivasse davvero ad un confronto diretto NATO-Russia – che sarebbe proprio la NATO a dovervi ricorrere. E questo per il semplice motivo che “dalle notizie emerse in questi ultimi 18 mesi, nessun esercito europeo avrebbe a disposizione il numero di truppe, armi pesanti e soprattutto munizioni per tenere 800 chilometri di fronte contro i russi neppure qualche settimana” [4]. Questa sottovalutazione del nemico, unita alla sopravvalutazione di sé stessi [5], potrebbe essere esiziale per la NATO – ma anche, appunto, ed in senso letterale, per l’intera Europa.
In ogni caso, dopo aver sacrificato decine di migliaia di uomini e centinaia di mezzi, il comando ucraino ha poi deciso di cambiare tattica, risparmiando soprattutto mezzi corazzati. Ben consapevoli che c’è ben poco da sperare per il futuro quanto a nuove forniture occidentali, hanno quindi deciso di operare sul terreno in modo diverso dagli schemi NATO [6]. In particolare, hanno lanciato in battaglia – nel settore oggetto della ormai lunga controffensiva – anche le riserve, il cui ruolo avrebbe dovuto essere quello di penetrare nelle linee russe dopo lo sfondamento. A questo punto, infatti, non c’è alcuna speranza di poter effettuare una penetrazione in profondità, superando la linea Surovikin, quindi tanto vale impegnare al massimo le risorse per cercare quantomeno di arrivare alla prima delle linee fortificate che la costituiscono [7].
In particolare, le forze ucraine si sono concentrate sul villaggio di Rabotino, la cui parte meridionale si trova a cavallo della prima linea difensiva.Rabotino è un piccolo centro abitato (contava circa 500 abitanti), che nel corso dei sanguinosi scontri è stato praticamente raso al suolo. Su questa spianata di macerie russi e ucraini si contendono sanguinosamente ogni metro; al momento, sia pure a prezzo di grandi perdite, le forze di Kiev sono giunte quasi ai margini sud del villaggio, posizione sulla quale sono però inchiodati da giorni dal fuoco dell’artiglieria russa [8]. La situazione, quindi, vede una leggera penetrazione degli ucraini, che sono riusciti a raggiungere la prima linea trincerata russa, creando di fatto un saliente, incuneato nella linea del fronte. Si tratta, ovviamente, di un sia pur piccolo successo, che consente agli alti comandi di Kiev di rivendicare la bontà delle proprie scelte tattiche, più in generale alla propaganda NATO, di alimentare ancora il mito della possibile vittoria. Il problema, ovviamente, è che si tratta di una penetrazione superficiale, relativa solo alla prima delle linee difensive, ed assai circoscritta in ampiezza. Considerato che Kiev non ha praticamente più riserve da mettere in campo in quel settore, rischia di essere un successo di breve durata – e di alto costo.
All’inizio del quarto mese, le forze armate ucraine hanno recuperato circa 100 Km quadrati in totale, a fronte dei 50.000 sotto controllo russo. Nel saliente di Rabotino, dove appunto si è realizzata la maggiore penetrazione, la profondità del cuneo ucraino è di 6/7 Km e la base del cuneo stesso raggiunge circa una eguale ampiezza. In pratica, sono avanzati più o meno di 70 metri al giorno, ad un costo umano di 7 KIA al metro.
Ma non solo questo risultato è straordinariamente limitato, soprattutto se paragonato al tempo impiegato ed alle perdite subite, ma con buona probabilità non porterà niente di buono. Le forze ucraine, infatti, per conseguirlo hanno impiegato anche le riserve e non hanno più brigate disponibili né per spingersi più oltre, né per cercare di allargare il cuneo. Viceversa, i russi hanno forti riserve dietro le linee fortificate, e non le hanno ancora impegnate. Nel momento in cui la spinta ucraina si esaurirà, il saliente creato si troverà a dover reggere l’urto delle forze russe, che non solo sono avvantaggiate dalla natura orografica del terreno (le posizioni russe sono su alture, quelle ucraine in pianura), ma possono colpire il nemico a breve distanza da tre lati.

Al momento, lo sforzo maggiore delle forze ucraine è in direzione Verbovoye, leggermente ad est di Rabotino. Qui viene impiegata l’82^ brigata, che era il reparto più importante delle riserve, nel tentativo di sfondare in questa direzione, per raggiungere anche qui la linea fortificata e cercare eventualmente di aggirare le forze russe che fronteggiano l’avanzata su Rabotino. Complessivamente, Kiev schiera in questo settore circa 35.000-40.000 uomini. Le truppe ucraine sono composte da un gruppo di sette brigate meccanizzate (14^, 15^, 47^, 65^, 116^, 117^, 118^), due brigate d’assalto aereo (46^ e 82^ ODShBr), oltre le forze della 3^ brigata operativa della NSU, molti mercenari stranieri e battaglioni ausiliari, comprese forze speciali. Attualmente, più di 20 grandi formazioni ucraine sono concentrate nelle pianure del settore Rabotino-Verbovoye, il che le espone al fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione russe, che possono operare nel modo più efficiente possibile. Mancano ancora alcuni km alla prima linea con fossati, denti di drago e nuovi campi minati.
Secondo quanto riferito da canali filo-ucraini, il Quartier Generale di Kiev ha dichiarato l’impossibilità di prendere Tokmak, che era la prima città obiettivo della controffensiva che, nei piani ukro-NATO, doveva essere presa in 72/96 ore. Attualmente l’obiettivo è stato ridimensionato ed è quello di espandere la testa di ponte intorno a Rabotino prima della fine della stagione. Il villaggio è al momento del tutto in mano ucraina, ma sotto il costante fuoco russo, mentre l’AFU è riuscita ad espandere la testa di ponte tra Novoprokopovka e Verbovoye.
Le perdite rimangono comunque assai elevate. Solo nell’ultima settimana quasi 1000 militari ucraini, 24 veicoli corazzati, 28 veicoli e 45 pezzi di artiglieria da campo sono andati perduti. Sebbene gli ucraini stiano cercando di economizzare sui mezzi corazzati, preferendo mandare avanti la fanteria, le perdite di mezzi restano comunque alte e di sempre più difficile sostituzione. In questo quadro, quasi inevitabilmente si accentua l’utilizzo della carne da cannone.
Questo è naturalmente il materiale di consumo di più facile sostituzione, anche se diventa sempre più complicato sia mobilitare che addestrare. I rastrellamenti strada per strada, ampiamente documentati da video di fonte ucraina, non sono più sufficienti. Quindi, si allargano le maglie: una serie di patologie, anche mentali, che prima costituivano motivo sufficiente per l’esonero, adesso non lo sono più; ai maschi dai 16 anni in su è fatto divieto di espatrio; le donne che studiano o sono laureate in medicina e farmacia saranno mobilitate per la sanità militare; gli uomini in età di mobilitazione, che attualmente si trovano rifugiati in altri paesi europei, saranno estradati verso Kiev (solo la Polonia, si appresta ad inviarne più di 160.000).
In tutto questo, però, permane una forte discriminazione etnica e di classe. Mentre le mobilitazioni si concentrano nelle aree russofone ancora sotto controllo ucraino, o nelle aree abitate dalle minoranze ungherese e rumena, a Kiev e Lviv (ed in generale nelle regioni più occidentali del paese) centinaia di giovani continuano a divertirsi in discoteca. Quelle, infatti, sono le aree dove risiede la borghesia legata al regime, che si guarda bene dal mandare al fronte i suoi figli.Al di là del fatto che questa controffensiva è stata esageratamente gonfiata di aspettative da ben prima che iniziasse, cosa che si è poi ritorta contro come un boomerang, è fin troppo evidente lo scarto enorme tra le ambizioni iniziali ed i risultati finali. Il fatto è che l’intera conduzione della guerra, da parte ukro-NATO, sembra essere improntata ad una linea strategica molto più mediatica – volta ad essere spendibile sui media occidentali – che non militare – attenta a conseguire risultati sul campo. Che questa, almeno da un certo punto in poi, fosse divenuta l’esigenza primaria della NATO, è abbastanza comprensibile; che a questo si sia piegato anche il comando ucraino, che per altri versi è stato sicuramente migliore di quello occidentale, è più difficile da comprendere.
Mentre ogni azione bellica russa mira chiaramente all’obiettivo – distruggere il potenziale militare ucraino, intaccare pesantemente quello NATO, portare il nemico alla capitolazione – al contrario le azioni ucraine hanno come obiettivo principale i TG occidentali.Non solo la controffensiva è stata lanciata nel settore meglio difeso dai russi, nonostante i rapporti di forza sfavorevoli, ma l’intera gamma delle operazioni ucraine è finalizzata ai media.
Laddove può (Donetsk) l’artiglieria colpisce più i civili nelle città e nei villaggi, piuttosto che le retrovie militari; le azioni contro la Crimea sono esclusivamente simboliche, o comunque di scarso impatto militare; gli attacchi in territorio russo – siano essi compiuti da reparti DRG, da sabotatori o con l’uso di droni – sono chiaramente punture di spillo, il cui impatto è tutt’al più psicologico.
Ovviamente è vero che per Kiev è molto più facile colpire in Russia (un territorio comunque sterminato, e non certo militarizzato) piuttosto che in Ucraina, dove le difese aeree russe sono assolutamente insormontabili; ma, dal punto di vista strategico, la cosa più sensata che avrebbero dovuto fare gli ucraini, almeno a partire dalla scorsa estate, era arroccarsi in difesa. Creare ovunque linee fortificate in profondità, come ha fatto Surovikin (l’unica veramente efficiente è quella Sloviansk-Kramatorsk, costruita durante gli anni della guerra civile nel Donbass). Costringere i russi ad attaccare, pagando un prezzo assai più elevato.Ma Zelensky, così come i suoi uomini nei comandi militari, hanno preferito assecondare le esigenze politiche dei propri sponsor occidentali. Non che l’Ucraina abbia mai avuto speranze, nel confronto con la Russia, ma certamente avrebbe potuto giocarsi molto meglio le sue carte.
Ma c’è una lezione che in tanti si ostinano a non imparare: accodarsi all’impero americano significa votarsi, prima o poi, a fare l’agnello sacrificale.
1 – L’esercito ucraino schiera infatti sia unità addestrate nei paesi NATO, ed in base alle dottrine operative atlantiche, sia unità di fresco reclutamento e sommariamente addestrate in patria (in base agli standard ucraini, che sono un ibrido tra quelli ex-sovietici e quelli NATO), sia unità di mercenari, che vengono tutti più o meno da una formazione di tipo occidentale, ma comunque disomogenea.
2 – Edward Wadie Sa’id, traslitterato anche Said, è stato uno scrittore statunitense, di padre americano (di origini palestinesi) e di madre palestinese. In proposito, cfr. “Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente”, Gamberetti Editrice
3 – Questa idea inossidabile della superiorità occidentale permane fortemente anche in ambito militare, nonostante gli USA e la NATO abbiano accumulato clamorose sconfitte – da ultimo, in Afghanistan. In un recente articolo apparso sul sito del Centre for New American Security a firma di Robert O. Work (Distinguished Senior Fellow per la Difesa e la Sicurezza Nazionale presso il Center for a New American Security), in cui vengono esaminate le esigenze e le prospettive di sviluppo delle forze armate statunitensi, viene reiteratamente ribadito il concetto che il nemico da fronteggiare sarà “quasi pari”. Cfr. “A Joint Warfighting Concept for Systems Warfare”, Robert O. Work, cnas.org
4 – Cfr. “Gli ucraini non sfondano: in Occidente inizia lo scaricabarile?”, Gianandrea Gaiani, Analisi Difesa
5 – “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”, Sun Tzu, “L’arte della guerra”, Sugarco
6 – Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, il personale militare delle Forze armate ucraine lamenta il fatto che “gli istruttori della NATO non comprendano affatto le specificità delle operazioni militari nel Paese e le preparano in modo inefficiente”.
7 – La linea Surovikin è articolata a sua volta su tre linee difensive; una prima, basata su trinceramenti, si trova sul limitare russo della grey zone (ovvero quella terra di nessuno che si trova tra le opposte posizioni russe ed ucraine), una seconda (fortificata e protetta, oltre che da campi minati come la precedente, anche da vasti schieramenti di denti di drago e fossati anticarro), ed infine una terza più arretrata (anch’essa fortificata e protetta come la seconda).
8 – “Anche se l’Ucraina fosse in grado di risolvere tutti questi problemi tattici, farebbe comunque fatica a superare le difese russe senza un maggiore equipaggiamento per lo sminamento, una difesa aerea a corto raggio, una potenza aerea e un vantaggio significativo rispetto alla Russia nelle scorte di munizioni d’artiglieria”. Cfr “Franz-Stefan Gady and Michael Kofman on what Ukraine must do to break through Russian defences”, Franz-Stefan Gady and Michael Kofman, cnas.org
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È DIFFICILE ESSERE UN DIO. SPROFONDARE VISIVAMENTE NEL NOSTRO INFERNO


Raccontare il film di addio del regista russo Aleksej German non solo non sarebbe possibile, ma sarebbe oltremodo sbagliato. È difficile essere un dio è un’esperienza immersiva, totalizzante, che non può in alcun modo essere tradotta in semplici parole. Ve ne vogliamo parlare perché a distanza di dieci anni dalla sua realizzazione, questo film appare come la rappresentazione cinematografica dell’ombra della nostra società e di quello che potrebbe diventare, e forse diventerà. Ombra perché, mentre noi ancora ci culliamo dietro alle luccicanti conquiste della tecnica e del “pensiero” di questo tempo, alle sue frivole comodità, dietro si nasconde l’abisso di perversa disumanità verso cui stiamo precipitando.
Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1964 dei fratelli Arkadij e Boris Strugatskij, autori anche del famoso Picnic sul ciglio della strada da cui è tratto Stalker di Andrej Tarkovskij.

Ci troviamo in un lontano futuro, su un altro pianeta del tutto simile alla Terra, ma che vive indietro di circa 800 anni, in una sorta di Medioevo. Il protagonista è Don Rumata, riconosciuto dalla popolazione come un nobile con presunte ascendenze divine, così almeno molti di loro credono. Egli pare l’unico che cerca di difendere i sapienti e gli artisti che vengono ferocemente perseguitati ed è venerato e temuto allo stesso tempo. Al suo risveglio suona melodie jazz col clarinetto. Abile spadaccino, però non uccide gli oppressori, forse anche per non scatenare ancora di più la violenza che già dilaga.
La vita su quel pianeta è scivolata infatti nella barbarie più insensata. Tutto ebbe inizio con la distruzione dell’Università nella capitale Arkanar e con una caccia feroce a tutti i sapienti, gli intellettuali, gli studiosi e gli artigiani di talento. Questi allora fuggirono nella vicina città di Irukan. Quelli che non vi riuscirono furono arrestati e giustiziati pubblicamente «dalle squadriglie di Don Reba, il Ministro della Sicurezza della Corona. I membri delle unità, autisti e faccendieri, vestivano di grigio; truppe grigie, ministro grigio».
Tutto si svolge in un ambiente umido, sporco e fangoso, spesso avvolto dalla nebbia. I personaggi sono intenti alle pratiche più abiette, si cospargono il volto e il corpo di escrementi, sputano, si sturano il naso e urinano in pubblico. Gli schiavi camminano incatenati e i cadaveri restano appesi nelle piazze per giorni. Tutto è così tragicamente osceno da sembrare a tratti perfino ridicolo, e lo è, in un certo senso. Un’umanità che ha perduto non solamente l’uso dell’intelletto, ma perfino della ragione, e talvolta anche della parola. Si odono grugniti, versi, urla. Dei sensi, sembra predominare l’olfatto, il più “animale” fra tutti e cinque, con una spiccata ricerca degli odori fetidi. La violenza è la norma. Sembra perduto, evaporato come le esalazioni maleodoranti che invadono l’aria, ogni tratto umano, ogni presenza di significato.

La macchina da presa ci getta letteralmente in questa “bolgia infernale” fotografata in un bianco e nero denso. Le inquadrature grondano di dettagli, così come gli ambienti sono sempre saturi di persone, oggetti, animali, fumi, pioggia, fetori. Non si può dire che vi sia una vera e propria trama, quanto un’ossatura che porta la vicenda al suo compimento. Ma le tre ore di film sono la concretizzazione di quell’inferno che non ha affatto bisogno di un chiaro intreccio, perché ciò che va esperito, prima di tutto visceralmente e poi intellettualmente, è il male che ormai è padrone unico di quel mondo. E il male è la privazione di senso, l’obnubilamento totale, l’appiattimento verso gli istinti più bassi, la cancellazione di qualsiasi spinta ideale.
È difficile essere un dio è un fiume che ti travolge a cui non si deve opporre resistenza. Dobbiamo sentirne dolore. Dobbiamo sperimentare l’angoscia. Dobbiamo avvertirci schiacciati nell’impotenza di essere argine a tanto abbruttimento. Dobbiamo lasciar entrare la bassezza di quei personaggi nelle nostre carni, nelle nostre ossa. È una tale sovrabbondanza di male e iniquità da essere catartico.
E non può non riguardarci, perché, come accennavamo all’inizio, questo inferno è l’ombra della nostra civiltà morente, ombra che essa vorrebbe nascondere con le sue “mille luci sfavillanti”. Ad Arkanar i sapienti e gli artisti venivano perseguitati «perché usavano pietre o pittura per creare una seconda natura. Per decorare la vita di persone che non conoscono bellezza. O perché creavano lenti, permettendo ai mezzo-ciechi di vedere, e ai vedenti di avvicinare il cielo».

E non è forse questo che sta già avvenendo nel nostro ridente pianeta che vive 800 anni in avanti rispetto a quello mostrato nel film? Non sono forse vituperate, ridicolizzate, sino ad essere del tutto esonerate la Sapienza e la Bellezza? Ciò che in È difficile essere un dio ha il tono apertamente sudicio e materico, nel nostro mondo si veste di finta eleganza derivante dal progresso tecnico e scientifico, e risulta quasi “etereo”. Ma il vuoto di senso è il medesimo. E medesima è la totale assenza di slanci di puro ideale, di amore oblativo, di Sapienza che squarcia la cornice soffocante del misero sapere moderno. Non esistono oasi o “recinti” felici. Esistono poche “anime randagie” che cercano di sfuggire alla palude del pensiero e dello spirito. Perché qui non ci si può accontentare del semplice pensiero critico, o dell’arte che trasmette valori positivi. Qui una sola cosa è necessaria: recuperare la Sapienza Tradizionale e con essa ricostituire integralmente un immaginario estetico. Ogni altra azione è solo palliativo che ci lascia nella palude illudendoci però di essere in salvo, fra “coloro che hanno capito”.

E non si può restare per sempre inerti, senza sporcarsi le mani lì dove il male sguazza trionfante. Così farà ad un certo punto Don Rumata che, vittima di una cospirazione architettata da Don Reba, si abbatterà con la forza della sua spada su di un popolo che ormai di umano aveva ben poco, seminando morte ovunque. Perché non è restando nelle stanze linde e imbiancate che si può arrestare il degrado e allontanarsi dal precipizio. Occorre scendere lì dove il fango ti investe sino ai fianchi e dove il lezzo è insopportabile. Si perde così la “qualità” di un dio, ma forse si guadagna la Giustizia.
Senza svelare il finale del film, chiudiamo però con queste parole di Don Rumata che interrogano proprio noi, sempre pronti agli accomodamenti, alle facili giustificazioni, alle scelte che ci fanno credere di essere migliori di una massa sempre più abbruttita, ma che in realtà ci mostrano quanto siamo mediocri e aggrappati con tutto noi stessi a “questo mondo”, contestandone solo i sintomi superficiali – che imputiamo sempre a forze “altre” – ma mai scendendo in profondità alle cause prime che ci vedono corresponsabili. «Dove trionfano i grigi, alla fine arrivano sempre i neri, sempre. Non c’è altro modo».

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LA GUERRA IN UCRAINA SERVE AGLI USA. E NON NE FANNO MISTERO – Di Caitlin Johnstone


Titolo originale: US Officials Keep Boasting About How Much The Ukraine War Serves US Interests,
di Caitlin Johnstone, Caitlin’s Newsletter, 3 settembre 2023
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Uno dei buchi narrativi più evidenti nella narrativa ufficiale mainstream sull’Ucraina è il modo in cui i funzionari statunitensi continuano a vantarsi apertamente del fatto che questa guerra, apparentemente non provocata, che gli Stati Uniti stanno appoggiando solo per bontà di cuore, serva enormemente gli interessi degli Stati Uniti.
In un recente articolo per il Connecticut Post, il senatore Richard Blumenthal ha assicurato gli americani che “stiamo ottenendo il massimo profitto dai nostri investimenti in Ucraina”:
“Per meno del 3% del bilancio militare della nostra nazione, abbiamo consentito all’Ucraina di ridurre della metà la forza militare della Russia”, scrive Blumenthal. “Abbiamo unito la NATO e costretto i cinesi a riconsiderare i loro piani di invasione di Taiwan. Abbiamo contribuito a ripristinare la fede e la fiducia nella leadership americana – morale e militare. Il tutto senza che una sola donna o un solo uomo di servizio americano sia rimasto ferito o sia andato perso e senza alcuna deviazione o appropriazione indebita degli aiuti americani”.
Come ha recentemente osservato Dave DeCamp di Antiwar, questo tipo di discorso sugli “investimenti” in Ucraina è diventato sempre più comune. Lo scorso fine settimana il senatore Mitt Romney ha definito la guerra “la migliore spesa per la difesa nazionale che penso abbiamo mai fatto”.
“Non stiamo perdendo vite umane in Ucraina e gli ucraini stanno combattendo eroicamente contro la Russia”, ha detto Romney. “Stiamo diminuendo e devastando l’esercito russo per una somma di denaro molto piccola… una Russia indebolita è una buona cosa”.
Il mese scorso il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell ha affermato che gli americani dovrebbero sostenere la guerra per procura del governo americano in Ucraina perché “non abbiamo perso un solo americano in questa guerra”, aggiungendo che la spesa sta aiutando a impiegare americani nel complesso militare-industriale.
“La maggior parte del denaro che spendiamo per l’Ucraina viene effettivamente speso negli Stati Uniti, ricostituendo armi, armi più moderne”, ha detto McConnell. “Quindi, si tratta a tutti gli effetti di assumere persone qui e di migliorare le nostre forze armate per ciò che potrebbe accadere in futuro.”
McConnell parla già dallo scorso anno di quanto questa guerra avvantaggi gli Stati Uniti. In occasione di un discorso pronunciato lo scorso dicembre, il mostro malato della palude ha sostenuto che “le ragioni più basilari per continuare ad aiutare l’Ucraina a indebolire e sconfiggere gli invasori russi sono i freddi, duri e pratici interessi americani”.
“Aiutare i nostri amici nell’Europa orientale a vincere questa guerra è anche un investimento diretto nel ridurre le future capacità di Vladimir Putin di minacciare l’America, minacciare i nostri alleati e contestare i nostri interessi principali”, ha affermato McConnell.
Come abbiamo discusso in precedenza, i manager dell’impero statunitense hanno parlato di quanto questa guerra sia utile agli interessi degli Stati Uniti sin dal suo inizio.
Nel maggio dello scorso anno il membro del Congresso Dan Crenshaw ha dichiarato su Twitter che “investire nella distruzione delle forze armate del nostro avversario, senza perdere una sola truppa americana, mi sembra una buona idea”.
“È nell’interesse della sicurezza nazionale dell’America che la Russia di Putin venga sconfitta in Ucraina”, ha twittato il perennemente eccitato dalla guerra senatore Lindsey Graham.
Lo scorso novembre il Center for European Policy Analysis, il think tank finanziato dalla macchina da guerra imperiale, ha pubblicato un articolo intitolato It’s Costing Peanuts for the US to Defeat Russia (Sconfiggere la Russia ci sta costando noccioline), con sottotitolo “L’analisi costi-benefici del sostegno statunitense all’Ucraina è incontrovertibile. Sta producendo vittorie a quasi tutti i livelli”.
“Spendere il 5,6% del budget della difesa statunitense per distruggere quasi la metà delle capacità militari convenzionali della Russia sembra un investimento assolutamente incredibile”, ha affermato Timothy Ash, autore dell’articolo. “Se ripartissimo il bilancio della difesa statunitense in base alle minacce che deve affrontare, la Russia avrebbe forse una spesa per minaccia dell’ordine di 100-150 miliardi di dollari. Quindi, spendere solo 40 miliardi di dollari all’anno erode un valore di minaccia di 100-150 miliardi di dollari, con un rendimento di due o tre volte. In realtà, è probabile che il rendimento sia multiplo di questo valore, dato che la spesa per la difesa e la minaccia sono eventi annuali ricorrenti”.
Ovviamente, i mass media sono tutti saliti a bordo riproponendo lo stesso messaggio. Qualche settimana fa David Ignatius del Washington Post ha scritto un articolo in cui spiegava perché gli occidentali non dovrebbero “sentirsi tristi” su come stanno andando le cose in Ucraina, dal momento che la guerra sta solo portando vantaggi agli interessi degli Stati Uniti all’estero:
“Nel frattempo, per gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO, questi 18 mesi di guerra sono stati una manna strategica, a un costo relativamente basso (tranne che per gli ucraini). L’antagonista più spericolato dell’Occidente è stato colpito. La NATO è diventata molto più forte con l’adesione di Svezia e Finlandia. La Germania si è liberata dalla dipendenza dall’energia russa e, in molti modi, ha riscoperto il proprio senso dei valori. I litigi all’interno della NATO fanno notizia, ma nel complesso questa è stata un’estate trionfale per l’alleanza”.
Sospetto che ricorderò periodicamente ai miei lettori quel paragrafo, incluso l’inciso di Ignatius “tranne che per gli ucraini”, per il resto della mia carriera di scrittrice.
Quindi, mentre da un lato la classe politica e mediatica occidentale ci ripete ossessivamente da mesi che l’invasione dell’Ucraina “non è stata provocata” e che gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno svolto alcun ruolo nel facilitare questo conflitto, dall’altra tutti i manager dell’impero sono entusiasti di come questa guerra avvantaggi gli interessi degli Stati Uniti.
Queste due narrazioni sembrano un po’ contraddittorie, non è vero?
Un pensatore critico può conciliare questa contraddizione in due modi. Il primo, può credere che il governo più potente e distruttivo del mondo sia solo un testimone passivo e innocente della violenza in Ucraina e tragga enormi vantaggi dalla guerra solo per pura coincidenza. Il secondo, può credere che gli Stati Uniti abbiano intenzionalmente provocato questa guerra con la consapevolezza che ne avrebbero tratto beneficio.
Da dove sono seduta, non è difficile decidere quale di queste due possibilità sia la più probabile.
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LA SCACCHIERA DI BRZEZINSKI


Spiazzati dalla guerra
Ci sono molte ragioni che spiegano l’afonia degli intellettuali occidentali, e delle stesse chiese cristiane, di fronte a quella che il Papa ha definito come terza guerra mondiale. Ma sono fondamentalmente due le ragioni per cui tale afonia si accompagna – non a caso – a quella di un movimento pacifista che non è mai stato così silente, anzi del tutto assente.
La prima è che questa guerra – diversamente da quella contro l’Iraq, o quella contro la Serbia – è percepita diversamente rispetto alle altre; mentre quelle erano guerre d’aggressione imperialista, in cui l’occidente era l’aggressore (cosa resa ancor più evidente dalla asimmetria dei conflitti), e quindi toccavano le corde della coscienza antimperialista, e più in generale della coscienza tout court, in questo caso – e non solo per effetto della propaganda – l’occidente si percepisce come l’aggredito.
La seconda è che questa guerra (im)pone la necessità di una riflessione differente, perché, sia pure confusamente, se ne coglie la portata assai più profonda, paragonabile a quella che ebbe la seconda guerra mondiale. È chiaro a tutti, tranne forse che alle leadership occidentali (ed anche questo è sintomatico), che questa guerra, comunque vada, cambia l’ordine del mondo.Ho qui più volte parlato dell’autismo dell’occidente – delle sue élite – da intendere nel senso di totale chiusura in sé stessi, di incapacità alla connessione col mondo esterno (la sua realtà). Paradigmatica, in tal senso, appare l’arroganza ed il deficit cognitivo con cui, ancora adesso, il giardiniere Borrell (la cui figura ricorda lo Chance interpretato da Peter Seller, ma priva della sua ingenua simpatia) definisce la Russia come “una stazione di servizio il cui proprietario ha la bomba atomica” [1].
Naturalmente, i servi sciocchi sono sempre in ritardo rispetto al padrone, il quale peraltro solo adesso sembra iniziare a svegliarsi dal suo sonno onirico. Perché poi il grande paradosso di questo tempo è proprio lo scarto enorme tra la lunga progettualità imperiale che sta dietro il conflitto (le cui basi furono gettate appunto da Brzezinski già nel 1997, col suo “La Grande scacchiera” [2]), e la raffazzonata improvvisazione con cui è stato messo in atto il progetto. In un certo senso, è come se gli USA avessero scambiato i propri desideri per una possibilità: lo voglio, quindi posso.Se infatti oggi l’occidente collettivo, la NATO e quindi gli USA in particolare, si trovano ingabbiati nella propria stessa trappola, è perché fondamentalmente hanno sbagliato i calcoli sui tre livelli fondamentali nella pianificazione di una guerra. Hanno profondamente sottovalutato la capacità militare del nemico (soprattutto in relazione alla propria), sia sotto il profilo materiale che sotto quello dottrinale. Ne hanno sottovalutato la capacità di reazione economica, sia in termini di produzione industriale (ancora una volta, in relazione alla propria), sia in termini di resistenza ai meccanismi sanzionatori. Ed hanno data per scontata la propria capacità di isolare internazionalmente il nemico, scoprendo poi che invece il resto del mondo (al di fuori del miliardo d’oro occidentale) semplicemente se ne frega delle indicazioni imperiali, ormai indifferente sia al bastone che alla carota.
Il solo calcolo esatto, sul breve periodo, è stato il totale asservimento dell’Europa, ed il drenaggio delle sue ricchezze verso il cuore dell’impero. Ma questo è stato anche un calcolo fallace, perché ha fatto del vecchio continente una palla al piede, che dipende più che mai dagli USA per tutte le questioni essenziali. Ma che, allo stesso tempo, non può essere mollato, perché se gli Stati Uniti perdono la presa sull’Europa, sono finiti.Adesso, quindi, Washington ha tre nuovi ordini di problemi. Il primo, più impellente, come tirarsi fuori dalla trappola ucraina, minimizzando il più possibile i danni. Il secondo, come non mollare la presa sulla Russia, continuando a tenerla impegnata in conflitti di varia intensità, sufficienti comunque ad impedirle un pieno sviluppo economico. Il terzo, come ripristinare la propria piena capacità di esercitare la supremazia militare, reindustrializzandosi e ripensando la propria dottrina strategica.
Sono ovviamente tutti compiti estremamente impegnativi, e non è detto che gli USA siano in condizione, politicamente e culturalmente, di portarli a termine. In ogni caso, sono problemi la cui soluzione richiede un certo margine di tempo, e che richiedono non solo la volontà di risolverli, ma soprattutto che si determinino le condizioni necessarie perché le soluzioni immaginate possano realizzarsi.La partita russa

Già il più urgente dei problemi, la trappola ucraina, è di non facile soluzione. È ormai assolutamente evidente che l’Ucraina perderà la guerra, si tratta quindi di evitare che questa ineluttabile sconfitta non appaia – o quanto meno non appaia del tutto – come una sconfitta della NATO. In parole povere, bisogna operare un rovesciamento radicale della narrativa bellica sinora sostenuta, passando da “l’Ucraina vincerà (grazie al nostro aiuto)” a “l’Ucraina perderà (nonostante il nostro aiuto)”, fornendo una spiegazione quantomeno sostenibile di tale rovesciamento. Operazione, questa, che tra l’altro richiede un cambiamento sostanziale anche della leadership ucraina, che potrebbe rivoltarsi contro qualora si percepisse abbandonata a sé stessa.
Da quanto si percepisce ormai chiaramente, la strategia di sganciamento prevede la colpevolizzazione degli ucraini, alle cui incapacità si attribuirà la responsabilità della sconfitta. A bene vedere, questa strategia è stata sostanzialmente delineata già al vertice NATO di Vilnius, ed i più recenti articoli di stampa con cui è partita la campagna demolitrice non sono che l’inizio della sua messa in atto.Questa strategia, in ogni caso, richiede un certo tempo per essere pienamente dispiegata con un minimo di credibilità. Sicuramente mesi, forse anche un anno. L’altro pezzo della strategia, quello più complicato, è stabilire il prezzo politico accettabile (e possibile) da pagare. Se infatti la sconfitta militare può essere scaricata sugli ucraini, i termini politico-diplomatici che definiranno il quadro post-bellico investono direttamente – ed ineluttabilmente – la Casa Bianca.
Al riguardo, non appare esserci ancora chiarezza, a Washington, soprattutto perché ancora non riesce ad accettare concettualmente l’idea di essere stata sconfitta; e conseguentemente rifiuta di considerare la posizione russa – i suoi obiettivi strategici, le sue esigenze, le sue preoccupazioni. Ovviamente questo è il nodo centrale di tutta la questione, e quindi il tempo di prolungamento del conflitto dipende in buona parte anche dal tempo necessario affinché la leadership statunitense addivenga ad una determinazione in merito.Il secondo dei problemi – come mantenere la pressione sulla Russia – è probabilmente il più complicato. Per fare ciò, infatti, sono necessarie alcune condizioni. Innanzitutto, ovviamente, occorre un paese confinante con la Federazione Russa, che sia anche disponibile a sostenere un’altra proxy war – il che, dopo la guerra in Ucraina, è tutt’altro che facile… Deve essere anche abbastanza forte da reggere l’urto, senza farsi travolgere in poche settimane o mesi. E deve essere agevolmente raggiungibile dalla catena logistica della NATO.
Già queste precondizioni determinano una drastica riduzione delle possibilità.
La Siria, ad esempio, dove comunque si sta alzando reciprocamente la tensione, non risponde ai requisiti essenziali soprattutto perché non c’è un paese mercenario; nello scenario siriano, non solo gli Stati Uniti sono presenti direttamente (e quindi significherebbe andare incontro ad uno scontro diretto), ma dispongono solo delle truppe di complemento delle SDF e dell’Isis, e per di più si trovano in terra ostile. Le basi siriane ovviamente, ma anche quelle di retrovia, basate in Iraq. Per non parlare del fatto che un inasprimento del conflitto siriano porterebbe ad uno scontro anche con l’Iran, il quale a sua volta potrebbe portare ad un intervento di Israele… Insomma, rischierebbe di prendere fuoco l’intero Medio Oriente.A conti fatti, quindi, l’unico candidato plausibile sembrerebbe essere la Polonia, il cui governo peraltro (follemente) scalpita per entrare in guerra con Mosca. Ma, per quanto Varsavia sia lanciatissima in una corsa al riarmo frenetica e dispendiosa, non appare granché più pronta di quanto non fosse l’Ucraina un anno e mezzo fa – anche se, ovviamente, è assai più integrata nel modello NATO (ammesso che questo sia un vantaggio…).
Questa opzione ha però una serie di problematiche. Innanzitutto, il ruolo che viene attribuito ai polacchi, nell’ambito della strategia europea degli USA, è quello di porsi come guardiani della frontiera orientale, ed al tempo stesso di frapporsi tra Russia e Germania. Lanciarli in una proxy war rischierebbe di lasciarli senza più la capacità di svolgere tali compiti.
Inoltre, il riarmo polacco non è ancora del tutto completato, gran parte delle commesse con le industrie americane e sudcoreane sono ancora in corso. La Polonia, per di più, non ha una sua grande industria bellica, e quindi ancora una volta finirebbe col trovarsi a dipendere dall’aiuto della NATO, la quale è però già col fiato corto.
Infine, i polacchi hanno già avuto diecimila caduti nella guerra ucraina (e presumibilmente due o tre volte tanti feriti), che costituiscono il 15% delle sue attuali forze di terra.Il terzo problema, il ripristino della propria capacità militare, almeno per quanto riguarda l’aspetto industriale è relativamente più facile da risolvere. I problemi maggiori, ma non insormontabili, sono la scarsità di manodopera specializzata, e la catena di approvvigionamento che (per alcuni componenti) dipende dalla Cina.
La questione più complessa è invece la necessaria rivoluzione dottrinale – e le sue ricadute sul modello industriale. Cosa, quest’ultima, che rende necessaria la contemporaneità dei due aspetti. Sostanzialmente, gli USA devono superare il modello strategico basato sull’idea delle guerre asimmetriche, così come su quello (sostanzialmente immutato) dell’airland battle, ovvero la stretta coordinazione tattica tra forze aeree e corazzate. Questo modello, che è strettamente intrecciato anche concettualmente alle esigenze dell’apparato industriale [3], fondamentalmente ha dato vita ad una macchina militare basata su un numero (relativamente) limitato di mezzi, ma ad alta tecnologia (ed elevatissimo costo).Ciò non solo la rende estremamente onerosa economicamente, ma anche estremamente fragile (quasi tutti i sistemi d’arma per la guerra convenzionale risultano scarsamente adeguati ad un uso prolungato). Il fatto che gli states spendano annualmente quasi 1000 miliardi l’anno per la difesa, dipende essenzialmente sia dall’enorme numero di basi sparse per il mondo (oltre 850), con tutti i costi connessi, sia da questo modello militare-industriale basato su sistemi ad elevato valore aggiunto (tecnico ed economico).La guerra ucraina ha chiaramente mostrato come questo modello, sicuramente efficace nelle guerre contro paesi infinitamente più deboli, è assolutamente inadatto ad una guerra simmetrica, in cui l’attrito prevale sulla mobilità, e che comporta un elevato consumo di uomini e mezzi. Tralasciando qui gli aspetti tattici – e quindi strategici – dell’utilizzo intensivo ed estensivo dei droni (di sorveglianza e d’attacco), vero e proprio dominus della guerra d’Ucraina, settore nel quale gli USA sono profondamente arretrati, sia nella produzione che nella dottrina d’uso.

La risoluzione di questo problema, quindi, per le sue estremamente complesse connessioni tra livelli diversi (politico, economico, dottrinale), richiederà quantomeno un periodo di 4/5 anni, anche solo per riportare la capacità industriale ad un livello produttivo tale da ripristinare le scorte consumate nel conflitto ucraino, ed accumularne di nuove sufficienti ad affrontarne un altro.
Ovviamente, ciò si riflette immediatamente anche sul secondo problema, in quanto una vera e propria proxy war come quella ucraina, sarebbe oggi semplicemente insostenibile per la NATO – che, secondo stime occidentali, in caso di un conflitto diretto con la Russia, si troverebbe a corto di munizioni nel giro di pochi giorni.
Tutte questo bel groviglio di problemi, ovviamente, non soltanto deve essere affrontato e risolto, ma ciò deve necessariamente essere fatto entro certi tempi (oltre i quali ogni soluzione sarebbe comunque tardiva), e soprattutto deve essere fatto in un contesto dinamico, che muta continuamente in virtù dell’azione di altri soggetti – primo tra tutti, ma non solo, la Russia.La partita dei russi
Dal punto di vista di Mosca, la questione della guerra non si pone in termini di vincere o perdere, ma quando e come vincere. A condizione, ovviamente, di evitare uno scontro diretto con la NATO, che non solo potrebbe pericolosamente evolvere verso un conflitto nucleare (il quale non prevede vincitori), ma soprattutto impegnerebbe le forze armate russe in un ulteriore sforzo, stressandone non poco la tenuta.
L’obiettivo russo, quindi, è massimizzare i risultati ottenibili con la vittoria, minimizzando non solo le perdite ma anche i rischi di una improvvisa escalation.
Se guardiamo agli obiettivi strategici primari russi, ovvero demilitarizzazione e neutralizzazione dell’Ucraina, è evidente che l’attuale tattica della consunzione sul campo delle forze ucraine sta funzionando alla grande; le perdite sono così elevate che Kiev si sta avvicinando ad un punto di non ritorno (oltre il quale diventa impossibile rimpiazzarle adeguatamente). L’obiettivo bellico della demilitarizzazione è pertanto a portata di mano. L’obiettivo politico, cioè la neutralità ucraina post-guerra, dovrà essere conseguito diplomaticamente, con la trattativa vera, quella con gli Stati Uniti.Il processo di consunzione può ovviamente essere dosato opportunamente, in modo da far sì che a Washington si chiariscano le idee in merito alla propria exit strategy; e, una volta che sia diventato chiaro come gli americani intendono sganciarsi dal conflitto, accompagnare lo stesso verso la sua conclusione. Fondamentale è non mettere gli USA con le spalle al muro, neanche politicamente, perché ciò potrebbe indurli ad una mossa di reazione, rinfocolando la guerra.
Al tempo stesso, difficilmente Mosca si farà sfuggire l’opportunità di sconfiggere la NATO oltre il campo di battaglia, perché ciò le offrirebbe l’occasione di mutare considerevolmente il reciproco prestigio internazionale.
Un possibile sviluppo, quindi, potrebbe vedere, in successione: l’attesa che la spinta offensiva ucraina si esaurisca del tutto, consumando le ultime riserve strategiche significative; una calibrata ripresa della pressione offensiva, cercando di attirare e consumare le residue forze operative di Kiev; e infine, quando lo sganciamento americano si è sostanzialmente compiuto, e le forze armate ucraine sono sull’orlo del collasso, lanciare un’offensiva generale che travolga le ultime difese e costringa l’Ucraina a capitolare.In ogni caso, ad una osservazione lucida del conflitto, dal suo inizio ad oggi, appare evidente che la Russia persegue una linea strategica abbastanza chiara e – nonostante alcuni sbandamenti iniziali, soprattutto di natura politica – anche abbastanza coerente nel suo sviluppo. E poiché tra gli obiettivi dell’Operazione Speciale non c’è mai stata l’occupazione dell’Ucraina (tant’è che, nella fase iniziale, si ritirarono autonomamente da pezzi importanti di territorio nel nord-est del paese) ma soltanto la liberazione di quella che una volta era la Novorussia, una volta acquisiti sostanzialmente questi oblast la strategia messa in campo è stata essenzialmente difensiva.
Anche le ulteriori avanzate territoriali sono state caratterizzate da una tattica che faceva leva sulla necessità ucraina di riconquistare gli oblast perduti, e che sostanzialmente si è tradotta nel premere su un settore, inducendo gli ucraini a concentrarvi forze e contrattaccare, per poi far valere la propria superiorità aerea e nel fuoco d’artiglieria.In pratica, avendo ottenuto gli obiettivi necessari alla messa in sicurezza della Crimea, le forze armate russe si sono potute concentrare sugli obiettivi principali: distruggere l’esercito ucraino e rendere impossibile una successiva adesione di Kiev alla NATO (laddove il primo è anche funzionale al secondo). Con ciò, Mosca ha sostanzialmente messo in atto una strategia effettivamente alquanto anomala, poiché il paese che ha assunto l’iniziativa bellica sta conseguendo la vittoria attraverso un atteggiamento essenzialmente difensivo. Da un punto di vista clausewitziano, di obiettivi politici perseguiti attraverso lo strumento bellico, sta effettivamente massimizzando i risultati, minimizzando le perdite.
Resta da vedere quale sarà la mossa finale, il che ovviamente dipende anche da quando matureranno i tempi per cogliere la vittoria, e da quali saranno le condizioni generali in quel dato momento. Forse a Kharkov, forse a Odessa, ma lo scacco matto già aleggia sulla scacchiera.
1 – Cfr. “Borrell: ‘Putin está sacrificando su ejército y su pueblo para sobrevivir’”, El Pais
2 – Il libro risulta generalmente esaurito, ma sembra essere ancora disponibile su Eurolibro
3 – Sul tema, risulta interessante il pur datato libro di Seymour Melman (“Capitalismo militare”, Einaudi, 1972, oggi difficilmente reperibile).
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TRASPORTI: IL CASO SARDEGNA


D. Quali sono i problemi della Sardegna rispetto ai trasporti?
R. In virtù della dimensione (seconda isola del Mediterraneo), dell’orografia, della distribuzione della popolazione e dello scarso livello infrastrutturale dei trasporti interni, che pone la Sardegna agli ultimi posti tra le regioni europee per dotazione di infrastrutture stradali e ferroviarie, l’organizzazione dei trasporti dell’Isola con il Continente è difficilmente confrontabile con le altre realtà isolane del Mediterraneo. L’organizzazione dei trasporti marittimi e aerei è per tale ragione unica e complessa. Preliminarmente occorre sottolineare la natura dei costi di traporto tra l’Isola ed il continente, da un punto di vista pubblico dovrebbero essere considerati costi di investimento e non di costi di esercizio, alla stregua di un ponte o di un tunnel. Tale impostazione non corrisponde tuttavia a quella adottata nel bilancio statale, redatto secondo le regole unioniste, che considera la spesa pubblica sostenuta per la continuità territoriale come costo di esercizio.Sinteticamente le caratteristiche della domanda e dell’offerta dei trasporti della Sardegna riguardano:
In generale: insufficienza di frequenze, instabilità delle tariffe, livello delle tariffe, stagionalità della domanda in ragione del turismo estivo.
Settore marittimo: scelte del perimetro dei servizi minimi garantiti non rispondenti alle analisi dei fabbisogni, influenze del comparto armatoriale, la governance è statale ma occorrerebbe un maggior coinvolgimento a livello regionale, le risorse messe a disposizione dallo Stato per la copertura degli oneri di servizio pubblico sono scarse in ragione del sottodimensionamento del perimetro dei servizi funzionale a logiche di austerity che hanno comportato tagli consistenti a partire dal 2021. Per fare un confronto rispetto alla Corsica, mentre la Corsica beneficia di risorse statali, adeguate ai costi dell’inflazione, pari a circa 160 milioni/anno (la Corsica ha un terzo degli abitanti della Sardegna), la Sardegna beneficia di soli 36 milioni/anno, risorse ridotte di oltre la metà rispetto al 2020. Di fatto mentre nel resto d’Italia si investe per la velocità, per la Sardegna si disinveste determinando un rallentamento della velocità accompagnato dalla rarefazione dei servizi.
Settore aereo: i vincoli imposti dalla normativa europea, presidiati dagli uffici della Commissione Europea come in un fortilizio che non ha pari quanto a risorse impiegate rispetto a tutti gli altri uffici di Bruxelles, spingono il mercato verso la speculazione anziché verso l’organizzazione di servizi di trasporto ottimali per gli utenti, occorrerebbe invertire l’approccio e considerare le esigenze degli utenti in primo luogo, specie se si tratta di residenti che viaggiano per motivi di studio, lavoro e salute. Il mercato speculativo se porta dei benefici ai turisti low cost, che si avvantaggiano dei prezzi bassi dei biglietti emessi con prezzi civetta acquistati in anticipo e senza particolari vincoli, porta dei grandi svantaggi ai residenti ed ai viaggiatori per necessità che, per gli stessi voli, sono costretti a coprire con il proprio biglietto il sottocosto garantito ai viaggiatori “low cost”.
La certezza dei voli, le tariffe abbordabili rispetto al reddito delle famiglie sarde, la stabilità delle tariffe e dei collegamenti sono le condizioni necessarie per garantire la parità di trattamento tra i cittadini della Repubblica così come stabilito agli articoli 3 e 16 della Costituzione Italiana. Le norme europee di fatto sottomettono i principi costituzionali in quanto consentono la prevaricazione delle regole del “mercato” difese da un fortilizio inespugnabile, quali appaiono gli uffici della Commissione europea, dando un vantaggio ai fornitori del servizio aereo senza alcun limite sostanziale posto a presidio dei diritti dei cittadini.
D. Qual è la situazione attuale nel vostro territorio in relazione ai trasporti? Potete fornire alcuni dati? Quali sono le maggiori sfide?
R. Per superare i problemi evidenziati al punto precedente è necessario apportare modifiche alle norme europee che impongono i vincoli di bilancio che provocano i tagli agli stanziamenti necessari a garantire gli oneri di servizio pubblico adeguati al perimetro dei servizi minimi dei trasporti nonché modifiche alle norme europee che riguardano il trasporto aereo onde invertire l’approccio dando priorità agli utenti-consumatori
piuttosto che ai fornitori dei servizi di trasporto che spingono verso le speculazioni. La liberalizzazione del mercato aereo e le privatizzazioni hanno penalizzato i cittadini delle isole rispetto a quelli del continente causando divergenza ed allargando la forbice degli squilibri. Tali squilibri persistono e nulla si fa per invertire la rotta perché i correttivi incidono sull’essenza dei Trattati.
D. Quali sono le possibili soluzioni ai problemi causati dai trasporti?
R. Modificare le norme europee sul mercato inserite nei Trattati, ma tali modifiche richiedono l’unanimità. Potrebbe mai un cittadino residente ad Amsterdam che ha tutto il vantaggio a mantenere lo status quo venire incontro ad un cittadino sardo o siciliano? Penso di no. L’ipotesi di modificare le norme è utopistica.
D. Potete condividere buone pratiche di governance che sono servite a invertire i problemi associati ai trasporti?
R. Le buone pratiche risalgono tutte al periodo pre-liberalizzazioni e pre-privatizzazioni (i due concetti sono diversi). Si cita in particolare il caso Tirrenia quando era in mano pubblica che offriva un servizio per i cittadini nettamente superiore rispetto a quello post liberalizzazioni e che si sostanzia in: maggior numero di collegamenti, prezzi più bassi e sostenibili dalle famiglie, linee marittime, che ora sono soppresse, garantivano il collegamento dall’area più popolosa della Sardegna (centro sud) verso il centro nord Italia.
D. Qual è la situazione nel vostro territorio? Qual è il campo di gioco? Il partito/i di governo vuole risolvere questo problema? La società civile è attiva? Ci sono organizzazioni o lobby che lavorano su questo?
R. Il campo di gioco è senza dubbio il Parlamento Italiano a cui compete il potere di indirizzo e di controllo sulle politiche nazionali di bilancio ed estera, quest’ultima fondamentale per le scelte sul trasporto aereo, tale potere appare piuttosto sottomesso alle scelte di governo, fiacco e con scarse iniziative. Per quanto riguarda i trasporti marittimi il centro decisionale è a Roma ma, in considerazione dei vincoli imposti dal patto di stabilità, il vero potere è esercitato a Bruxelles, poco margine decisionale residua per il territorio, nel nostro caso rappresentato dalla Regione Autonoma della Sardegna. Prevalgono infatti logiche di tipo meramente finanziario in ragione dei suesposti vincoli di bilancio per cui tendono a prevalere le istanze delle regioni più forti e meglio rappresentate rispetto alle regioni del Sud e della Sardegna in particolare. Per quanto riguarda il trasporto aereo la Regione Sardegna ha proposto diverse soluzioni che sono state puntualmente bocciate da Bruxelles in ragione dell’approccio che tutela il mercato speculativo piuttosto che il cittadino. Le lobby dei cittadini esistono ma sono deboli e ininfluenti rispetto a quelle degli armatori e dei vettori aerei, si può affermare che i cittadini sardi non abbiano voce, anche in ragione del fatto che si tratta di una regione povera e scarsamente popolata la quale esprime pochi parlamentari al Parlamento Italiano e nessuno al Parlamento europeo, Parlamento europeo che, comunque, rispetto alle istituzioni europee del Consiglio e della Commissione, ha un’influenza non risolutiva.
D. Condividi la legislazione più rilevante relativamente ai trasporti nel tuo territorio
R. La legislazione locale sui trasporti esiste ma è subordinata alle regole europee, pertanto non vi sono margini per poter superare gli ostacoli principali espressi ai punti precedenti se non al livello europeo. Una legislazione locale che si esprimesse per risolvere i problemi dei trasporti, come sopra enunciati, sarebbe in contrasto col quadro comunitario. Il quadro normativo attuale di stampo unionista ha senza dubbio peggiorato la condizione dei trasporti in Sardegna e le condizioni delle famiglie e delle imprese.
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ING: “L’ENTRATA DELL’ARABIA SAUDITA NEI BRICS ACCENDE IL DIBATTITO SULLA DE-DOLLARIZZAZIONE”


Il presidente cinese Xi Jinping, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, il primo ministro indiano Narendra Modi e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov al 15° vertice BRICS in Sud Africa Titolo originale: BRICS expansion: The Saudi surprise adds momentum to the de-dollarisation debate, ING Group, 24 agosto 2023. Traduzione: Giubbe Rosse
Espansione accelerata
Sapevamo che l’espansione del gruppo BRICS era in cima all’agenda del 15° vertice BRICS in Sud Africa. Avevamo pensato che gli Emirati Arabi Uniti (EAU), l’Egitto e il Bangladesh sarebbero stati invitati ad aderire, dato che facevano già parte della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS. Alla fine, non sono stati invitati ad aderire solo gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, ma anche l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Argentina e l’Etiopia.
La sorpresa più grande è l’Arabia Saudita. Si vociferava che il Paese volesse entrare nel gruppo, ma la situazione geopolitica – dati i rapporti tesi con l’Occidente – faceva sorgere dubbi sulla possibilità che l’Arabia Saudita formalizzasse i legami politici ed economici con i BRICS.
Insieme agli altri esportatori di petrolio e gas, Iran ed Emirati Arabi Uniti, l’ammissione dell’Arabia Saudita al gruppo BRICS concentrerà inevitabilmente il dibattito sull’uso di valute diverse dal dollaro nel commercio. Per inciso, in questa conferenza, il Brasile ha proposto all’Argentina che il Brasile garantisca i pagamenti argentini per le esportazioni brasiliane in renminbi. Ciò è forse un riflesso della capacità dell’Argentina di sfruttare le linee di swap in renminbi e di mettere in luce la scarsità di dollari. Inoltre, l’Argentina rimane in gravi difficoltà finanziarie poiché fatica a reperire valuta forte per onorare il debito, in gran parte denominato in dollari.
Ripartizione della produzione petrolifera – BRICS vs Resto del mondo ed esportazioni di greggio saudita per destinazione (%, 2022)

Energy Institute, ING Research I sauditi inizieranno a fatturare in valute diverse dal dollaro?
La notizia recentemente annunciata secondo cui una manciata di paesi, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, sono stati invitati ad aderire ai BRICS, aumenta il dominio energetico del gruppo, in particolare quando si tratta di petrolio greggio. Allo stato attuale, i paesi BRICS rappresentano circa il 20% della produzione mondiale di petrolio. L’aggiunta di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran vedrebbe il gruppo BRICS rappresentare quasi il 42% della produzione globale di petrolio greggio.
Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, è il più grande esportatore di petrolio greggio. Nel 2022, il Regno ha esportato circa 7,3 milioni di barili al giorno di petrolio greggio, che costituisce poco più del 17% delle esportazioni globali di petrolio greggio. La maggior parte di queste esportazioni (76%) è destinata all’Asia, di cui il 35% è destinato ai paesi BRICS, Cina e India.
Pertanto, date le ambizioni di de-dollarizzazione dei BRICS, cresceranno sicuramente le speculazioni secondo cui quest’ultima mossa vedrà l’Arabia Saudita passare sempre più a valute non denominate in dollari per il commercio di petrolio. Per alcuni, potrebbe avere senso che l’Arabia Saudita inizi ad accettare yuan cinesi e rupie indiane dalla Cina e dall’India per il suo petrolio greggio. E ci sono state molte voci e, secondo quanto riferito, discussioni tra Arabia Saudita e Cina sull’argomento. Tuttavia, fino ad ora, non sembra che i sauditi siano stati disposti a farlo. Il fatto che il riyal saudita sia ancorato al dollaro statunitense potrebbe significare che i sauditi sono riluttanti a iniziare questo cambiamento.
Tuttavia, il punto su cui abbiamo assistito a un cambiamento è ovviamente relativo all’Iran. Date le sanzioni, tutti gli acquirenti del suo greggio pagheranno in valute diverse dal dollaro. La Cina è attualmente il più grande acquirente di petrolio iraniano e, secondo quanto riferito, paga in yuan.
L’espansione dei BRICS accelererà la de-dollarizzazione?
In un rapporto che abbiamo recentemente pubblicato, abbiamo ipotizzato quali paesi potrebbero aderire ai BRICS e abbiamo anche esaminato tutte le prove di de-dollarizzazione fino ad oggi. Abbiamo concluso che la de-dollarizzazione è stata molto lenta e che, laddove il dollaro ha perso quote di mercato, nell’area asiatica ciò è stato in gran parte assorbito dal renminbi cinese.
La notizia dell’accelerazione dell’espansione – soprattutto tra gli esportatori di petrolio – aggiunge chiaramente slancio al dibattito sulla de-dollarizzazione. Ribadiamo, tuttavia, che l’energia rappresenta solo il 15% del commercio globale e che il prezzo delle esportazioni di petrolio saudita verso Cina e India in valute diverse dal dollaro non significa la fine del dollaro come valuta internazionale preferita.
“Sospettiamo che questa sarà una progressione decennale verso un mondo multipolare”
Come abbiamo sostenuto, il ruolo di responsabilità di una valuta internazionale è di fondamentale importanza. Fino a quando gli emittenti e gli investitori internazionali non saranno felici di emettere e detenere debito internazionale in valute diverse dal dollaro – e l’adozione delle obbligazioni CNY Panda è stata davvero molto lenta – sospettiamo che questa sarà una progressione decennale verso un mondo multipolare, un mondo in cui forse il dollaro, l’euro e il renminbi diventeranno le valute dominanti rispettivamente nelle Americhe, in Europa e in Asia.
La questione del pegging del riyal saudita
Al di là delle implicazioni sulla rapidità con cui verrà messo in discussione il ruolo del dollaro come unica valuta internazionale, siamo anche interessati a capire come tutto ciò impatterà il riyal saudita, che è stato ancorato al dollaro a SAR3,75/USD sin dagli anni ’80.
Eventuali attacchi occasionali di speculazione contro il riyal – in gran parte attraverso il mercato dei cambi a termine – sono stati rapidamente respinti dalle autorità saudite. Se i sauditi dovessero iniziare a de-dollarizzare la propria economia attraverso l’aumento delle entrate sulle valute diverse dal dollaro, gli investitori potrebbero iniziare a chiedersi se i cambiamenti arriveranno all’ancoraggio – ad es. il riyal dovrebbe essere gestito rispetto a un paniere di valute anziché solo rispetto al dollaro?
Presumibilmente, le autorità saudite non accoglieranno con favore questa speculazione, ma si aspettano che gli investitori adesso tengano d’occhio il cambio USD/SAR a 12 mesi, attualmente scambiato a 3,7570 e molto vicino all’ancoraggio. Il tasso forward a 12 mesi può essere scambiato sopra 3,85 in periodi di speculazione su un riyal più debole.
L’espansione dei BRICS nel contesto del commercio globale
Collocando la proposta espansione dei BRICS nel contesto globale, sembra che i nuovi paesi invitati possano avere un impatto moderato sulla struttura del commercio globale. Attualmente, i principali paesi BRICS controllano circa il 23% delle esportazioni globali e il 19% delle importazioni globali, e i nuovi membri aggiungerebbero rispettivamente il 3,7% e il 3,0%, con l’Arabia Saudita che è il singolo nuovo membro più grande in termini di esportazioni e gli Emirati Arabi Uniti sono il più grande nuovo importatore. Nel complesso, i nuovi ingressi aumenteranno il peso dei BRICS nel commercio globale di circa il 16%.
I nuovi invitati ai BRICS rappresentano il 3.7% delle esportazioni globali…

IMF, ING …e il 3.0% delle importazioni globali

IMF, ING Ultimamente i nuovi membri si sono concentrati sempre più sul commercio con i BRICS
Osservando la struttura del commercio internazionale dei nuovi membri, la loro inclusione sembra riflettere i crescenti legami commerciali con i paesi BRICS originari. Negli ultimi anni, la quota dei paesi BRICS nelle importazioni dei nuovi paesi invitati è aumentata dal 23% al 30%, sostituendo l’area euro, gli Stati Uniti e altre economie sviluppate. Anche la quota dei paesi BRICS nelle esportazioni dei nuovi paesi è aumentata, ma in modo più modesto, dal 25% al 28%. La crescente interconnessione commerciale sembra fornire un terreno fondamentale per gli annunci politici.
I principali paesi BRICS hanno acquisito un ruolo importante nelle importazioni dei nuovi membri…

IMF, ING …e nelle esportazioni

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IL PATTO RIBBENTROP-MOLOTOV TRA STORIA E PROPAGANDA

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23 agosto 1939: quando la notizia del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica raggiunge i giornali in occidente, molti pensano a uno scherzo o A un depistaggio. Invece è tutto vero e si scatenano le speculazioni. Oggi quella vicenda cruciale è raccontata da noi in guisa di favola: c’erano due dittatori cattivoni che una mattina si svegliarono e si misero d’accordo per spartirsi la povera Polonia.
Come sempre accade, da un lato si fa tabula rasa di tutto ciò che avvenne prima a fini di propaganda, dall’altro si decontestualizza sistematicamente un evento cruciale (ogni riferimento alla guerra in Ucraina è puramente intenzionale).
Ma andiamo per ordine. L’ostilità della Germania hitleriana verso l’URSS era notoria. Fin dalla presa del potere da parte dei nazisti, la preoccupazione di Stalin fu quella di garantirsi da un attacco tedesco. In quest’ottica, si inquadrano il patto di assistenza franco-sovietico e quello ceco-sovietico del 1935, nonché l’insistenza nel creare una coalizione antitedesca all’indomani di Monaco.
Dobbiamo puntualizzare una cosa: all’epoca i rapporti tra i sovietici e i franco-britannici erano tutt’altro che buoni. Da un lato, Mosca non dimenticava che tra il 1918 e il 1920 sia Parigi che soprattutto Londra erano intervenute nella guerra civile al fianco dei Bianchi. Dall’altro, il bolscevismo era considerato ben peggiore del nazismo, almeno fino al 1939. Qualsiasi alleanza sarebbe dunque stata puramente di convenienza, senza alcuna fiducia reciproca.
Prima di ripercorrere gli eventi di quell’estate, facciamo qualche digressione per contestualizzare alcuni luoghi comuni circa il patto Ribbentrop Molotov.
Patti buoni e patti cattivi
È singolare come sia opinione radicata che l’unico ad aver siglato patti con Hitler sia stato Stalin, mentre in realtà è stato l’ultimo ad averlo fatto.
Cominciarono, infatti, i polacchi firmando un patto di non aggressione il 26 gennaio 1934 (poi denunciato dai nazisti il 28 aprile 1939). Per onestà, va ricordato che Varsavia ne aveva firmato uno analogo con Mosca nel 1932, che fu denunciato direttamente dall’Armata Rossa al momento dell’invasione il 17 settembre 1939.
Nel 1935 fu la volta del patto navale anglo-tedesco. Poi ci fu la Conferenza di Monaco.
Patti e accordi siglati quando i nazisti avevano già aperto i primi lager, messo fuorilegge gli oppositori, iniziato le persecuzioni degli ebrei, assassinato migliaia di persone ecc. Se di queste cose non importava nulla a polacchi, francesi e inglesi, perché mai avrebbe dovuto essere Stalin l’unico a farsene un problema?
Più prosaicamente, allora tutti ragionavano in maniera diversa. L’idea di entrare in guerra con un paese perché questo perseguitava dei suoi cittadini era ritenuta da manicomio. Paradossalmente, fu Hitler a perseguire tale politica, almeno come copertura.

I primi ministri (da sinistra a destra) Lord Neville Chamberlain del Regno Unito e Edouard Daladier di Francia, il cancelliere tedesco Adolf Hitler, il primo ministro italiano Benito Mussolini e il ministro degli Esteri conte Gian Galeazzo Ciano si riuniscono a Monaco il 29 settembre 1938 per firmare la Convenzione di Monaco, trattato tra Germania nazista, Francia, Italia e Regno Unito, che autorizzava Hitler ad annettere il territorio ceco chiamato Sudeti. (Fonte: Radio Free Europe) Polonia, la povera vittima. Ma anche no
Ormai è pacifico che i polacchi siano stati solo delle vittime degli eventi. In effetti, il prezzo pagato nella seconda guerra mondiale non può lasciare indifferenti.
Tuttavia, a differenza della Cecoslovacchia, la Polonia commise più di un atto censurabile tra le due guerre. Innanzitutto, appena recuperata l’indipendenza, si lanciò in guerre di aggressione contro tutti i suoi vicini per sgraffignare più territori possibile, approfittando della confusione seguita al crollo degli imperi nel 1918. Questo portò all’inclusione di notevoli minoranze che non vennero trattate proprio benevolmente (chiedere agli ucraini, ad esempio) e di territori che mai erano appartenuti alla Polonia, se non molti secoli addietro.
Va poi detto che Varsavia era a sua volta una dittatura a seguito del golpe del 1926. Benché certamente non paragonabile all’URSS o al Terzo Reich, nondimeno sfidare apertamente il maresciallo Pilsudski poteva essere abbastanza pericoloso.
Citiamo poi en passant un episodio semisconosciuto: l’ultimatum alla Cecoslovacchia all’indomani della conferenza di Monaco. Varsavia, infatti, approfittò dello stato di prostrazione di Praga per impadronirsi della zona di Český Těšín. Mentre va detto che tale territorio era effettivamente abitato da moltissimi polacchi, la modalità resta quella di una pugnalata alla schiena che non fa onore a chi la commise.Tutto questo per dire che, se anche si può ritenere comprensibile il desiderio polacco di impossessarsi di quanti più territori possibile sfruttando il momento di debolezza dei due potenti vicini, si trattò comunque di una scelta miope, perché era abbastanza prevedibile che, non appena tedeschi e russi avessero recuperato le forze, avrebbero cercato di regolare i conti aperti con i polacchi.
Dopo queste digressioni torniamo alla primavera del 1939. Il 15 marzo Hitler occupa l’intera Cecoslovacchia, accerchiando la Polonia e avvicinandosi molto ai confini sovietici. Contemporaneamente termina la guerra civile spagnola con la vittoria dei franchisti. Anche questo aspetto ebbe un peso nel determinare il clima di sfiducia: Mosca, che aveva sostenuto pur con diverse ombre i repubblicani spagnoli, ne attribuiva la sconfitta alla politica del non intervento franco-inglese, sospettando che le due nazioni preferissero un regime clerico-fascista a una repubblica popolare con forti legami con i sovietici.
Comunque sia, le cose iniziarono ad accelerare. Il 4 aprile veniva firmato il patto anglo-polacco, una sorta di garanzia unilaterale inglese alla Polonia a cui nove giorni dopo si aggiunse quella francese. Nel frattempo l’URSS proponeva un’alleanza antitedesca e tra mille difficoltà iniziarono i colloqui.
Senza entrare troppo nel dettaglio, lo scoglio principale era costituito dalla Polonia: vittima designata della prossima aggressione tedesca, non voleva però accettare che le truppe sovietiche attraversassero il suo territorio per combattere i tedeschi. E non possiamo certo dire che avesse tutti i torti, dal momento che temeva che l’Armata Rossa avrebbe approfittato della circostanza per riprendere i territori persi nel 1920. Difficile dare torto ai polacchi su questo, onestamente.
D’altra parte l’aspetto militare lasciava ben poca scelta: Francia e Inghilterra non sarebbero mai state in grado di offrire un concreto aiuto alla Polonia, non fosse altro che per mere ragioni geografiche. Aggiungiamo che i polacchi avevano un esercito di notevoli dimensioni, anche se antiquato, ed erano sinceramente convinti, se non di battere i tedeschi, almeno di resistere abbastanza da consentire agli alleati occidentali di intervenire validamente nel conflitto.
Girando attorno a questo problema insolubile, le trattative tra le tre potenze si trascinarono fino alla metà di agosto, con la sfiducia reciproca che cresceva. Dopotutto, abbiamo ricordato in apertura che stiamo parlando di Paesi ostili che cercavano un compromesso su una materia di comune interesse. D’altra parte, non era solo Stalin a tenere aperta la porta ad altre opzioni. Se Parigi e Londra sospettavano, e con molte ragioni, che l’obiettivo sovietico fosse in primis regolare i conti coi polacchi, i persistenti contatti anglo-tedeschi fecero nascere nel dittatore sovietico la paura che anche in Polonia finisse come in Cecoslovacchia e l’Austria, con la Werhmacht a quel punto attestata al confine sovietico.
In questo stallo si inserì Hitler che, con una zampata da vecchio pokerista, non ebbe difficoltà a concedere al suo omologo sovietico tutto quello che chiedeva. In fin dei conti, non erano territori suoi e, comunque, contava di riprenderseli ben presto.
Ovviamente Hitler e Stalin non divennero alleati, come spesso si ripete. Erano due dittatori, non certo due sprovveduti, e sapevano benissimo che il confronto era solo rimandato. Il primo scongiurava la guerra su due fronti e poteva dedicarsi all’ovest, il secondo spostava in avanti il confine e guadagnava tempo prezioso.
Come si vede, le cose sono molto più complesse di come vengono raccontate. Possiamo fare tutte le considerazioni morali che vogliamo, ma la realtà è che allora le cose funzionavano diversamente. Approfittare della debolezza altrui o mettersi d’accordo a spese di un terzo, era moneta assai comune. Con questo, naturalmente non si intendegiustificare niente e nessuno, solo ricondurre le cose nella loro prospettiva. In fin dei conti, che cosa avrebbe dovuto fare Stalin? Sacrificare le sue truppe unilateralmente in favore di un Paese oggettivamente ostile, che vent’anni prima aveva strappato molti territori all’URSS? Certo, si può dire che avrebbe potuto rimanere neutrale, ma si sarebbe ritrovato i nazisti 300 km più avanti, ovvero 300 km più vicini a Mosca. Considerando come poi andarono le cose nel 1941, avrebbero fatto una certa differenza.
E anche sulla garanzia unilaterale franco-inglese alla Polonia ci sarebbe qualcosa da dire. Gesto bello e apprezzabile, ma si sapeva benissimo che non si era in grado di portare materialmente alcun aiuto. Quindi, o i polacchi se la cavavano da soli o qualcun altro avrebbe dovuto sacrificarsi per rendere effettiva quella garanzia.
Concludendo: la Storia non è un racconto di buoni e cattivi, ma di contesti e interessi, nazionali e personali. E non bisognerebbe mai dimenticarlo.

