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  • HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?

    HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?
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    Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.

    Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.

    La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.

    Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.

    Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.

    Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.

    Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…


    i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)

    Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20

    “La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.

    È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.

    Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”

    ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.

    Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.

  • ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).

    E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.

    Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.

    Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.

    Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:

    1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).

    2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.

    3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.

    4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.

    5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.

    Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.

    Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

  • LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    Originale in inglese: QUI

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.

    Preambolo

    Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.

    Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

    Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.

    La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.

    Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.

    Definizione

    L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

    Linee guida

    Generale

    • È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
    • Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
    • L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
    • L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
    • Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.

    B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti

    • Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
    • Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
    • Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
    • Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
    • Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.

    C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti

    ( se si approva o meno la vista o l’azione)

    • Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
    • Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
    • Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
    • Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
    • Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.

    Firmatari

    • Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
    • Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
    • Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
    • Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
    • Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
    • Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
    • Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
    • Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
    • Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
    • Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
    • Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
    • Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
    • Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
    • Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
    • Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
    • Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
    • Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
    • Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
    • Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
    • David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
    • Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
    • Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
    • Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
    • Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
    • Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
    • Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
    • Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
    • John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
    • Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
    • Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
    • Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
    • Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
    • Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
    • Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
    • Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
    • Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
    • Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
    • Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
    • Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
    • Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
    • Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
    • David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
    • Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
    • David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
    • Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
    • Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
    • Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
    • Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
    • Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
    • Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
    • Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
    • Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
    • Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
    • Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
    • Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
    • Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
    • Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
    • Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
    • Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
    • François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
    • Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
    • Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
    • Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
    • Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
    • Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
    • Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
    • Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
    • Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
    • Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
    • Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
    • Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
    • Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
    • Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
    • Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
    • Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
    • Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
    • Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
    • Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
    • Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
    • Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
    • Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
    • Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
    • Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
    • Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
    • Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
    • Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
    • Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
    • Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
    • Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
    • Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
    • Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
    • Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
    • Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
    • Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
    • Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
    • Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
    • Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
    • Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
    • Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
    • Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
    • James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
    • Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
    • Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
    • Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
    • Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
    • Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
    • Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
    • Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
    • Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
    • Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
    • David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
    • Eva Menasse, romanziera, Berlino
    • Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
    • Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
    • Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
    • Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
    • Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
    • Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
    • Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
    • Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
    • Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
    • Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
    • Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
    • James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
    • Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
    • Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
    • Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
    • Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
    • Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
    • Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
    • Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
    • Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
    • Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
    • Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
    • Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
    • Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
    • Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
    • Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
    • Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
    • David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
    • Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
    • David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
    • Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
    • Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
    • Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
    • Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
    • Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
    • Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
    • Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
    • Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
    • Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
    • Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
    • Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
    • Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
    • Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
    • Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
    • Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
    • Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
    • Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
    • Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
    • Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
    • Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
    • Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
    • Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
    • Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
    • Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
    • Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
    • Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
    • Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Firmatari post-lancio
    • Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
    • Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
    • Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
    • Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
    • Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
    • Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
    • Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
    • Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
    • Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
    • Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
    • Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
    • Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
    • Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
    • Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
    • Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
    • Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
    • Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
    • Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
    • Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
    • Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
    • Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
    • Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
    • Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
    • Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
    • Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
    • Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
    • Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
    • Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
    • Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
    • Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
    • William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
    • Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
    • Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
    • Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
    • Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
    • John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
    • Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
    • Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
    • Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
    • Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
    • Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
    • Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
    • Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
    • Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
    • Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
    • Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
    • Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
    • Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
    • Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
    • Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
    • Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
    • Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
    • Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
    • Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
    • Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
    • Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
    • Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
    • Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
    • Rebecca Kobrin , Columbia University
    • Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
    • Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
    • Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
    • Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
    • Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
    • Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
    • Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
    • Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
    • René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
    • Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
    • Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
    • Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
    • Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
    • Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
    • Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
    • Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
    • Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
    • Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
    • Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
    • Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
    • Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
    • Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
    • Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
    • Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
    • Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
    • Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
    • Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
    • Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
    • Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
    • Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
    • Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
    • David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
    • Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
    • Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
    • Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
    • Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
    • Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
    • Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
    • Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
    • Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
    • Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
    • Adam Shatz , professore in visita, Bard College
    • Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
    • Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
    • Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
    • Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
    • David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
    • Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
    • Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
    • Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
    • Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
    • Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
    • Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
    • Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
    • Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
    • Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
    • Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
    • Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
    • Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
    • Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
    • Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
    • Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
    • Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
    • Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
    • Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
    • Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
    • Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
    • Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri
  • KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    di Stefano Vernole – originale QUI

    Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
    Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
    Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
    Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.

    Di seguito il contributo di Stefano Vernole.

    Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.

    Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.

    Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.

    Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.

    La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.

    L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].

    Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.

    L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].

    L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party  (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].

    L’importanza geostrategica del Kashmir

    Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.

    Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.

    Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].

    Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.

    Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.

    Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).

    Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.

    Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.

    Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.


    La repressione dei musulmani nel Kashmir


    Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.

    L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.

    La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.

    L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.

    Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.

    L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.

    Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].  

    L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.

    Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].


    Finora non si registrano passi in avanti sostanziali


    Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.

    Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.

    Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].

    La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.

    Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].

    Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.

    Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.

    I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.

    Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.

    In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.

    Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.

    “Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.

    Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.

    Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].

    Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].

    Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.


    NOTE AL TESTO

    [1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:

    “La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.

    Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:

    “Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”

    [2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.

    [3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.

    [4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).

    [5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.

    [6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.

    [7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.

    [8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.

    [9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.

    [10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.

    [11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:

    HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)

    Total Killings                                  90,776

    Custodial Killings                             6,817

    Civilians Arrested                        111,269

    Houses/Shops Destroyed           105,143

    Women Widowed                         22,371

    Children Orphaned                     106,616

    Women Molested                           9,637

    [12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.

    [13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

  • AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

    Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato deldivieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

    Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

    Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

    1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

    2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

  • L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.

    Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.

    Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

    Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

    Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

    Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

    Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).

    Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.

    Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.

    Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

  • ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

    Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.

    Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.

    Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

    Resistenza, giustizia e liberazione

    Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.

    La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.

    Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.

    L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.

    Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.

    Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.

    ONG, sintomi e movimenti

    Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.

    Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.

    Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

    Silenzi, storie e ideologie

    L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.

    Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.

    Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

  • DI QUA E DI LÀ DEL FRONTE

    DI QUA E DI LÀ DEL FRONTE

    Sulla linea di combattimento

    Come era facilmente prevedibile – ed infatti previsto – il tentativo di passare ad una postura offensiva da parte delle forze armate ucraine, cercando di replicare i successi della scorsa estate, non solo non ha dato i risultati sperati, ma si è trasformato in un vertiginoso incremento delle perdite.
    Se infatti l’offensiva dell’estate 2022 consentì a Kiev di riprendere Kharkiv (approfittando del fatto che i russi avessero lasciato quel settore quasi sguarnito) e la parte di Kherson sulla riva destra del Dniepr (da cui però i russi decisero di ritirarsi senza neanche combattere, per una scelta strategica del Generale Surovikin), stavolta per l’esercito ucraino si è trattato di andare all’attacco di forze considerevoli, ben fortificate e largamente superiori in alcuni ambiti fondamentali: artiglieria, aviazione d’attacco, guerra elettronica.

    Il risultato di sei settimane di controffensiva è semplicemente devastante per Kiev, tanto che ormai in occidente si comincia (sia pur malvolentieri) ad archiviare questa storia e tutte le aspettative ad essa connesse. Dopo il sanguinoso tritacarne dell’ostinata resistenza a Bakhmut, contro ogni logica militare, il salasso di sangue pagato in queste ultime settimane rende le cose davvero complicate per il governo di Kiev. Ormai le perdite viaggiano nell’ordine dei 400.000 KIA, una cifra enorme rispetto ai numeri delle forze impiegate.
    Tra l’altro, la capacità di mobilitazione diventa sempre più difficoltosa; benché vi sia potenzialmente un bacino ancora ampio cui attingere (1), non si può certo dire che l’Ucraina sia percorsa da un fremito patriottico, che spinge ad arruolarsi volontariamente. Ovviamente, la consapevolezza che le probabilità di rimanere uccisi è elevatissima è la prima ragione che raffredda l’afflato nazionalistico; ma anche la dilagante corruzione degli ufficiali, spesso più preoccupati di lucrare in ogni modo possibile che di combattere, fa la sua parte.

    Del resto, ormai sono centinaia, se non migliaia, le testimonianze video dei reclutamenti forzati, veri e propri rastrellamenti. Da ultimo, il governo di Kiev ha stretto accordi con vari paesi europei affinché questi si incarichino a loro volta di rimandare in Ucraina gli uomini delle classi richiamate e precedentemente rifugiatisi all’estero allo scoppio dell’Operazione Speciale Militare. Tutti segnali, appunto, di una difficoltà di reclutamento. Ciò nonostante, secondo l’attuale Ministro degli affari dei veterani ucraino, alla fine della guerra “la nostra previsione è che ce ne saranno almeno 4 milioni” (2). Secondo i media ucraini, “la cifra è abbastanza spaventosa, perché è più di quattro volte l’attuale forza delle forze armate ucraine”.
    Ovviamente questa stima ha un suo senso nella previsione che il conflitto si protragga ancora a lungo, non meno di altri due anni. Per arrivare a quei livelli di mobilitazione, stante la situazione precedentemente descritta, e che tende ad aggravarsi, è infatti necessario un tempo abbastanza lungo; peraltro, ammesso che non venga meno il fattore tempo, benché il regime zelenskyano si sia dimostrato disponibilissimo a fornire carne da cannone alla proxy war della NATO, resta comunque l’esigenza di addestrare ed armare questa eventuale massa di mobilitati. Cosa che, allo stato, appare sempre più complicata, viste le crescenti difficoltà della NATO stessa.

    Uno degli esiti della fallimentare strategia ukro-NATO, infatti, è il consumo quasi completo delle disponibilità di armamenti da parte dei 33 paesi membri dell’Alleanza. Il che ha mostrato, tra l’altro, non solo l’impreparazione strategica nell’affrontare un conflitto ostinatamente voluto e provocato, ma anche gli enormi limiti del potenziale militare della NATO stessa. Tutte le potenti tecnologie belliche fornite a Kiev, spesso spacciate per decisivi game changer, si sono alla fine dimostrate estremamente sopravvalutate. E non si tratta semplicemente di un cattivo uso da parte degli ucraini, come pure qualcuno vorrebbe far credere, a cui se mai si deve rimproverare di aver seguito le direttive tattiche impartite dagli addestratori e dai comandi NATO; né tanto meno di una mera questione d’insufficienza quantitativa.
    Il problema, e qui sarebbe necessario aprire ben altro capitolo, è strutturale, quasi ideologico. L’occidente collettivo si è talmente a lungo crogiolato nella presunzione della propria superiorità (morale, politica e tecnologica, mettendo quest’ultima alla prova prevalentemente contro forze infinitamente inferiori sotto ogni profilo), da aver messo a punto un modello – strategico, tattico, e quindi anche iper-tecnologico – che discende direttamente da questa idea di superiorità. Il giardino borrelliano non può che vincere, contro la giungla.

    La realtà della guerra guerreggiata si è incaricata di spazzare via questa illusione. Disporre di strumenti altamente tecnologici, costosissimi e, quindi, disponibili in quantità limitate, non serve quando si deve fronteggiare un esercito di pari livello, che dispone di strumenti un po’ meno sofisticati, ma in grandissima quantità.
    Inoltre, c’è una questione rilevantissima, che incredibilmente i comandi NATO sembrano aver sottovalutato. Il modello strategico occidentale è basato interamente sulla coordinazione terra-aria, e richiede quindi l’impiego massiccio di una forza aerea predominante. Senza di essa, il modello semplicemente non funziona e si traduce in un tritacarne (ed un tritacarri).
    Non è a caso che la NATO, se ancora può disporre – almeno teoricamente – di un vantaggio strategico (nei confronti di Russia-Cina-Iran), questo risiede proprio nel campo dell’aviazione, sulla quale ha investito moltissimo. E si tratta appunto, anche qui, di un vantaggio teorico, in quanto mai verificato sul campo.
    E comunque il dato quantitativo non è privo d’importanza. È infatti ben chiaro che fornire i caccia-bombardieri F-16 a Kiev resta strategicamente insignificante, non solo perché la Russia dispone di migliaia di velivoli equivalenti o migliori, ma perché i sistemi di difesa aerea russi ne farebbero strame.

    Sul fronte interno

    Ha di recente fatto un po’ scalpore la notizia dell’arresto, da parte delle forze di sicurezza russe, di Igor Girkin ‘Strelkov’. Famoso combattente del Donbass durante la guerra civile, Strelkov è poi diventato un esponente di punta di quel mondo iper-nazionalista russo, estremamente critico nei confronti delle scelte strategiche del Cremlino, verso cui non ha risparmiato critiche ferocissime.
    Questo arresto va a mio avviso inquadrato in un contesto più ampio, che serve a meglio comprendere cosa sta accadendo dietro la prima linea.
    In questo quadro, vanno collocati sia il fallito putsch di Prigozhin, sia il ridislocamento della Wagner in Bielorussia, sia l’incontro di Putin con i blogger di guerra lo scorso giugno. Per restare ovviamente ai fatti più noti.

    Anche se lo storytelling occidentale ama dipingere la Russia come un’autocrazia orientale ed un po’ barbara, la realtà è alquanto diversa. Fondamentalmente, la Federazione Russa è una democrazia rappresentativa presidenziale, come può esserlo la Francia e gli stessi Stati Uniti, anche se ovviamente – per ragioni storiche e culturali – vi sono delle differenze, formali e sostanziali. Ma soprattutto, la Russia (la sua parte più popolosa ed importante) è e si sente europea.
    Ne consegue che la società russa contemporanea non è poi molto dissimile da quella di qualunque altro paese europeo, ed al suo interno – fermo restando il larghissimo consenso di cui dispone Putin, anche da prima del conflitto (3) – si muovono diverse correnti di pensiero politico, le cui diversità si riflettono poi anche sulle questioni di merito relative al conflitto in Ucraina.
    C’è una componente liberal, cosmopolita, che guarda all’occidente, composta prevalentemente – ma non solo – dall’oligarchia economica, che nei rapporti con l’ovest ha ulteriormente sviluppato il proprio successo economico, così come c’è una variegata componente nazionalista, che rivendica con forza la rottura, culturale e politica, con questo occidente.

    La posizione di Putin, e del suo gruppo dirigente, che deve comunque fare i conti con queste realtà presenti all’interno della nazione, è in un certo qual senso mediana. C’è ovviamente piena consapevolezza che – quella che stiamo attraversando – è una fase di rottura nei rapporti est-ovest, e che non si tratta di una questione di breve durata. Con un orizzonte, a voler essere ottimisti, di nuova guerra fredda, è chiaro che la Federazione deve essere in qualche modo ridislocata strategicamente, non solo sotto il profilo economico e militare, ma in senso più ampio anche geopoliticamente; il che comporta un lavoro anche culturale. Ma, al tempo stesso, c’è consapevolezza che il ruolo storico della Russia è quello di fare da ponte tra Europa ed Asia, di essere lo snodo centrale di una prospettiva euroasiatica. Senza questo ruolo, se l’asse geopolitico venisse spostato completamente verso l’Asia, la Russia sarebbe destinata ad essere fagocitata politicamente dalla Cina. Si tratta quindi di giocare una partita di grande equilibrio, che per un verso deve fare i conti con l’esigenza di pendere tatticamente ad est, ma senza mai perdere di vista l’esigenza – altrettanto importante – di non disperdere il sentiment di appartenenza europea.

    Per questo diventa necessario segare sul nascere quelle forme di opposizione troppo radicali, che si spingono troppo oltre nella critica; del resto, si tratta pur sempre di un paese in guerra. In quel presunto tempio della democrazia che sta dall’altra parte del fronte, accade quotidianamente molto, ma molto di peggio.
    Analogamente, diventa necessario spiegare ai corrispondenti dal fronte indipendenti che la questione non è meramente tattico-strategica, ma che ha una dimensione (ed una prospettiva) assai più ampia, e che pertanto è necessario tenerla presente anche quando – legittimamente – si muovono critiche al modus operandi delle forze armate.
    C’è infine da tener presente, anche a fronte di un (sia pur maldestro) sollevamento come quello della Wagner, non solo della popolarità acquisita dalla PMC, ma anche del ruolo che questa svolge e può svolgere, sullo scacchiere internazionale.

    La soluzione di compromesso adottata per risolvere la crisi innescata da Prigozhin, quindi, al di là di come possa apparire, va letta ed inquadrata ancora una volta in un contesto strategico più ampio. Il fatto che Prigozhin stesso sia stato graziato per la sollevazione, non toglie che sia sempre sotto scopa in Russia, dove si trovano le sue altre imprese ed i suoi beni. È chiaro che il suo ruolo sarà sempre più ridimensionato, anche mediaticamente, mentre tornerà ad essere centrale la figura di Urkin, il capo militare e fondatore della PMC. In fondo, la compagnia è nata da e per conto dei servizi di sicurezza militari. Il suo ruolo in Africa è strategicamente importante, e non può essere facilmente sostituito.
    Ma soprattutto è chiaro che il trasferimento in Bielorussia risponde ad un preciso disegno strategico. Che non è certamente quello di farne una base offensiva verso ovest, come pure racconta la narrazione NATO style.

    Dal punto di vista russo, la Bielorussia è assai più che un paese amico; sostanzialmente, è quasi una marca ad ovest, ma al tempo stesso è anche un po’ un ventre molle. Mosca, più che altro, teme che possa essere oggetto di una manovra aggirante della NATO, combinando tentativi insurrezionali interni ed attacchi esterni. Tenendo presente questo punto di vista, si spiegano meglio una serie di mosse. Che sono anche concatenate tra loro.
    Dispiegare lì i missili nucleari tattici non ha solo un valore dissuasivo verso la NATO, e di riequilibrio dopo l’adesione della Finlandia, ma significa indicare in modo forte e chiaro come Mosca guarda a Minsk. Cosa poi ribadita ancor più esplicitamente da Putin, quando ha affermato che un attacco contro la Bielorussia sarebbe considerato equivalente ad un attacco contro la Russia stessa.
    A sua volta, dispiegare lì anche la Wagner significa aggiungere un dissuasore importante, rispetto ai temuti piani NATO, nonché una protezione per le armi nucleari che vi sono state portate. Last but not least, può rappresentare sia un modo per riportare in Russia parte delle truppe che si trovano attualmente in territorio bielorusso, sia per togliere dal territorio russo un possibile interlocutore per quelle forze iper-nazionaliste di cui si è detto.

    Insomma, quella che stanno giocando Putin e i suoi è una partita a scacchi, che vede per scacchiera il mondo intero. Già solo per questo, per la portata delle questioni in ballo, sarebbe bene che gli europei tifassero Putin a più non posso; la sua posizione equilibrata, infatti, è la miglior garanzia non solo per prevenire tremende escalation, ma soprattutto per assicurare una possibilità ad un dopo più ragionevole. E ciò a prescindere dal fatto che si possa essere o meno d’accordo con la sua politica.
    Il 24 marzo 2024, mesi prima che in USA, in Russia si voterà per le presidenziali. L’ultima dichiarazione in merito di Putin era che non intendesse ricandidarsi, ma è ragionevole credere che non si sottrarrà a questa responsabilità proprio mentre il paese, sotto la sua guida, si trova a metà del guado. Di certo, diversamente da quel che accade in Ucraina, non cancellerà il voto col pretesto della guerra. Un prevedibile successo plebiscitario darebbe alla Russia la forza per superare di slancio la crisi, e portare a compimento un disegno che la vede – ora e sempre – parte della famiglia europea.


    1 – Cfr. “Una lunga estate calda”Giubbe Rosse News
    2 – Interessante notare che questa cifra corrisponde esattamente a quella che stimavo raggiungibile con una mobilitazione totale. Cfr. “Una lunga estate calda”, ibidem
    3 – Fondamentalmente, il sostegno a Putin va attribuito alla sua capacità di risollevare la Russia dal disastro post-sovietico in cui l’avevano precipitata Gorbaciov prima, e Eltsin poi. Ma vi hanno contribuito sia la capacità di stroncare il terrorismo islamista (le due guerre cecene), sia la scelta di intensificare i rapporti con l’Europa.

  • WASHINGTON vs PECHINO: CAMBIA LA TERMINOLOGIA MA NON LA STRATEGIA

    WASHINGTON vs PECHINO: CAMBIA LA TERMINOLOGIA MA NON LA STRATEGIA

    Fonte: Gao Wencheng (redattore Xinhua), Opinion: Despite shifts in terminology, Washington’s strategy to contain China remains unchanged


    Non sorprende che l’approccio economico di Washington alla Cina sia passato dal “disaccoppiamento” al “de-risking” o alla “diversificazione delle catene di approvvigionamento critiche”. Il cambiamento di retorica non è una novità, solo vino vecchio in una botte nuova. L’intenzione dei funzionari della Casa Bianca rimane invariata: contenere la Cina. Le loro azioni tradiscono le loro intenzioni, mentre continuano – se non perfino accelerando – a etichettare i collegamenti commerciali ed economici con la Cina come “rischiosi”, a ostacolare i regolari scambi di tecnologia con la Cina, a spingere le principali catene industriali e di approvvigionamento fuori dalla seconda economia mondiale.

    Le preoccupazioni sulla resilienza delle catene di approvvigionamento globali continuano a crescere dopo la pandemia di COVID-19 e lo scoppio della crisi ucraina. Sebbene alcune preoccupazioni siano ragionevoli, Washington usa questo tipo di ragionamento per generalizzare i rischi per la sicurezza e associarvi la Cina. La nuova retorica politica “implica che il commercio con la Cina è intrinsecamente rischioso indipendentemente dal contesto economico e di investimento interno”, ha sostenuto l’ex primo ministro svedese Carl Bildt, dando ragione ai funzionari cinesi, i quali hanno affermato di non vedere alcuna differenza significativa tra la riduzione del rischio e disaccoppiamento. La campagna di “riduzione del rischio” semplicemente riconfeziona la strategia di contenimento di Washington contro la Cina.

    Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, afferma che gli Stati Uniti stanno cercando di “ridurre i rischi” e non di “separarsi” dalla Cina, la sua strategia del “piccolo cortile a recinzione alta” limita gli scambi tecnologici per escludere la Cina dalle catene di approvvigionamento critiche, ostacola il movimento della Cina nelle catene del valore industriale e sopprime lo sviluppo della Cina. Il suo impulso sottostante è il desiderio di mantenere “la supremazia di fronte alle crescenti aspirazioni altrove”. Mentre gli Stati Uniti affermano che non si separeranno dalla Cina ma invece “ridurranno il rischio”, i loro sforzi per trattenere la Cina vengono accelerati.

    All’inizio di maggio, il leader della maggioranza al Senato degli Stati Uniti, Chuck Schumer, ha annunciato un piano legislativo chiamato “China Competition Act 2.0”, che tenta di vincere la “concorrenza” contro la Cina limitando il flusso di investimenti e tecnologia nel Paese. Il 12 giugno, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha aggiunto 31 entità cinesi in settori legati all’aviazione a un elenco di controllo delle esportazioni. L’attuale amministrazione statunitense non si è limitata a istituire nuovi e maggiori controlli sulle esportazioni di semiconduttori di fascia alta tra la Cina e gli Stati Uniti, ma ha anche costretto i suoi alleati a seguirne l’esempio. In tali cricche guidate dagli Stati Uniti, come il cosiddetto “Quadro economico indo-pacifico per la prosperità”, la “Chip 4 Alliance” e il Consiglio commerciale e tecnologico USA-UE, Washington ha stabilito un “sistema parallelo” di alleanze della catena di approvvigionamento che esclude la Cina.

    Non sorprende che la strategia di “riduzione del rischio” di Washington abbia suscitato diffuso allarme. Niall Ferguson, uno storico scozzese-americano, ha scritto che gli europei hanno i loro dubbi. In primo luogo, vedono l’Inflation Reduction Act come la versione di Biden dell’agenda “America First”. In secondo luogo, sanno che l’alto recinto di Sullivan li tiene fuori dalla corsa all’intelligenza artificiale. In terzo luogo, sono preoccupati per le conseguenze indesiderate di ciò che equivale a una politica statunitense di contenimento tecnologico della Cina. Nel frattempo, un rapporto del Carnegie Endowment for International Peace ha avvertito che “la base tecnologica degli Stati Uniti – fondamentale per il benessere e il potere nazionali – è completamente invischiata con la Cina in una rete tecnologica più ampia e globale”. “Tagliare molti fili di questa rete per ritrarli in nuovi schemi sarà scoraggiante e pericoloso”, ha aggiunto.
    Dal “disaccoppiamento” al “de-risking” o alla “diversificazione”, non importa come cambi la formulazione, l’approccio degli Stati Uniti alla Cina, governato da una mentalità da guerra fredda, rimane invariato.

    Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, ha dichiarato di recente durante la sua visita a Pechino di aver sentito la preoccupazione della Cina che la “riduzione del rischio” equivalga al “disaccoppiamento”, questione per lei di “estrema importanza”. Le azioni parlano più forte delle parole. Non è chiaro se gli Stati Uniti comprendano le preoccupazioni della Cina. Per dimostrare il suo impegno a continuare la cooperazione con la Cina, Washington deve compiere passi concreti per affrontare fondamentalmente la sua malevola volontà di contenimento.

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  • HERSH SUL VOLTAFACCIA DI ERDOGAN E IL FALLIMENTO DELLA CONTROFFENSIVA UCRAINA

    HERSH SUL VOLTAFACCIA DI ERDOGAN E IL FALLIMENTO DELLA CONTROFFENSIVA UCRAINA

    Fonte: Seymour Hersh, FEAR AND LOATHING ON AIR FORCE ONE – Biden’s anxieties over the Ukraine War and the election in 2024 come into view, Substack, 13 luglio 2023

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    Cominciamo con una paura sciocca, ma che segnala il crescente senso di panico del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2024. Mi è stato espresso da qualcuno con eccellenti credenziali di partito che Trump potrebbe essere il candidato repubblicano e selezionerà Robert F. Kennedy Jr. come suo compagno di corsa. Lo strano duo otterrà quindi un’enorme vittoria su un arrancante Joe Biden e abbatterà anche molti dei candidati alla Camera e al Senato del partito.

    Per quanto riguarda i segnali reali di quanto acuta sia l’ansia democratica: Joe Biden ha ottenuto ciò di cui aveva bisogno prima del vertice NATO di questa settimana riuscendo in qualche modo a far compiere un’inversione di rotta al presidente turco Recep Tayyip Erdogan e portandolo in rotta di collisione con Vladimir Putin annunciando che avrebbe sostenuto l’adesione della Svezia alla NATO. La storia salva faccia raccontata in pubblico da Biden racconta che [l’America] accetterà di vendere cacciabombardieri americani F-16 alla Turchia.

    Mi è stata raccontata una storia diversa e segreta sull’inversione di rotta di Erdogan: Biden ha promesso che una linea di credito da 11-13 miliardi di dollari verrà estesa dal Fondo monetario internazionale alla Turchia, ne ha urgente bisogno. “Biden aveva bisogno di una vittoria e la Turchia è in grave stress finanziario”, mi ha detto un funzionario con conoscenza diretta della transazione. La Turchia ha perso 100.000 persone nel terremoto dello scorso febbraio e ha quattro milioni di edifici da ricostruire. “Che cosa c’è di meglio di un Erdogan” – sotto la tutela di Biden, ha chiesto il funzionario, “che finalmente ha visto la luce e ha capito che sta meglio con la NATO e l’Europa occidentale?” Ai giornalisti è stato detto, secondo il New York Times, che Biden ha chiamato Erdogan domenica mentre volava in Europa. Il colpo di Biden, ha riferito il Times , gli avrebbe permesso di dire che Putin ha ottenuto “esattamente quello che non voleva: un’alleanza NATO allargata e più diretta”. Non si è parlato di corruzione.

    Un’analisi del giugno scorso a firma di Brad W. Setser del Council on Foreign Relations, intitolata “Turkey’s Increasing Balance Sheet Risks”, diceva già tutto nelle prime due frasi: Erdogan ha vinto la rielezione e “ora deve trovare un modo per evitare ciò che sembra essere una crisi finanziaria imminente“. L’aspetto critico, scrive Setser, è che la Turchia “è sul punto di esaurire veramente le riserve di valuta estera utilizzabili e si trova di fronte a una scelta tra vendere il suo oro, un default evitabile, o ingoiare l’amara pillola di una completa inversione di politica e possibilmente un programma del FMI”.

    Un altro elemento chiave delle complicate questioni economiche che la Turchia deve affrontare è che le banche turche hanno prestato così tanto denaro alla banca centrale della nazione che “non possono onorare i loro depositi in dollari nazionali, se i turchi dovessero mai chiedere indietro i fondi”. L’ironia per la Russia, e motivo di molta rabbia al Cremlino, osserva Setser, è la voce secondo cui Putin ha fornito gas russo a Erdogan a credito e non ha chiesto che l’importatore di gas statale pagasse. La generosità di Putin è continuata mentre Ergodan ha venduto droni all’Ucraina per usarli nella sua guerra contro la Russia. La Turchia ha anche permesso all’Ucraina di spedire i suoi raccolti attraverso il Mar Nero.

    Tutto questo doppio gioco politico ed economico europeo è stato fatto apertamente e in bella vista. La doppiezza è molto diversa negli Stati Uniti.

    I lettori più attenti del Washington Post e del New York Times possono intuire che l’attuale controffensiva ucraina sta andando male perché le storie sui suoi progressi, o piuttosto sarebbe meglio dire sulla mancanza degli stessi, sono per lo più scomparse dalle loro prime pagine nelle ultime settimane.

    La scorsa settimana Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, ha chiamato alcuni giornalisti per insistere sul fatto che il battibecco tra Putin e Yevgeny Prigozhin, il capo della milizia Wagner, era un ammutinamento armato che mostrava la debolezza del comando e del controllo del leader russo sulle sue forze armate. Semplicemente non ci sono prove per tali affermazioni. Se ai, in seguito mi è stato detto da coloro che hanno accesso all’intelligence attuale, che Putin è emerso più forte che mai dopo l’implosione di Prigozhin, che ha portato all’assorbimento di molti dei suoi mercenari nell’esercito russo.

    Sullivan ha anche contestato l’idea – senza specificare apparentemente da dove provenisse – che l’amministrazione Biden sia paralizzata dalla minaccia di un attacco nucleare russo e, per questo motivo, non sostenga a pieno l’Ucraina. Tali opinioni sarebbero “sciocchezze”, ha detto, e ha citato la recente controversa decisione di Biden di fornire bombe a grappolo all’esercito ucraino. Ha suggerito che le armi antiuomo – ogni bomba può diffondere centinaia di microbombe – potrebbero dare all’Ucraina un vantaggio nella guerra e spingere Putin a schierare armi nucleari. “È una vera minaccia”, ha detto Sullivan, quella di una bomba nucleare. “Ed evolve con il mutare delle condizioni sul terreno.”

    L’unica buona notizia su un pensiero così primitivo e circolare, mi è stato detto, è l’impossibilità a questo punto di qualsiasi successo significativo dell’Ucraina. “Il problema principale di Biden nella guerra è che è fottuto”, mi ha detto il funzionario informato. “Non abbiamo fornito all’Ucraina bombe a grappolo all’inizio della guerra, ma le diamo ora perché è tutto ciò che ci è rimasto nell’armadio. Non sono queste le bombe vietate in tutto il mondo perché uccidono i bambini? Ma gli ucraini ci dicono che non hanno intenzione di lanciarli sui civili. E poi l’amministrazione afferma che i russi li hanno usati per primi in guerra, il che è solo una bugia”.

    “In ogni caso”, ha detto il funzionario, “le bombe a grappolo non hanno alcuna possibilità di cambiare il corso della guerra”. Ha detto che la vera preoccupazione arriverà entro la fine dell’estate, forse già ad agosto, quando i russi, avendo resistito facilmente all’assalto dell’Ucraina, contrattaccheranno con una grande offensiva. “Cosa succede a quel punto? Gli Stati Uniti si sono messi nell’angolo chiedendo alla NATO di fare qualcosa. “La NATO risponderà inviando le brigate che ora si stanno addestrando in Polonia e Romania per un assalto aereo? Sapevamo di più sull’esercito tedesco in Normandia durante la seconda guerra mondiale di quanto sappiamo sull’esercito russo in Ucraina”.

    Mi è stato raccontato di altri segnali di stress all’interno dell’amministrazione Biden. Il sottosegretario di Stato per la politica Victoria Nuland è stato “bloccato” – una parola usata da un membro del Partito Democratico – dall’essere promosso per sostituire il molto rispettato vice segretario di Stato Wendy Sherman. La politica e la retorica anti-russa della Nuland corrispondono al tono e al punto di vista di Biden e del Segretario di Stato Tony Blinken. E un nuovo arrivato ai vertici della comunità dell’intelligence americana, il direttore della CIA Bill Burns, ha strombazzato il suo amore per Biden e la sua intensa avversione per tutto ciò che è russo, incluso Putin, in un discorso il 1° luglio in Inghilterra.

    Burns, un diplomatico di lunga data che è stato anche ambasciatore in Russia sotto George W. Bush e vice segretario di stato sotto Obama, si era guadagnato il rispetto di uno zoccolo duro di ufficiali e agenti della CIA per la sua discreta gestione dei nove mesi pianificazione ed esecuzione dell’operazione segreta, approvata da Biden, per distruggere gli oleodotti Nord Steam I e II che vanno dalla Russia alla Germania. Era il collegamento tra il team di intelligence che operava fuori dalla Norvegia e dallo Studio Ovale. Quando ha chiesto quanto aveva bisogno di sapere, ha accettato la risposta della CIA (“molto poco”) con disinvoltura.

    Burns era anche noto per il suo avvertimento, pubblicato in un libro di memorie dopo il suo ritiro da ambasciatore, che la continua espansione della NATO a est (la NATO ora è ora sul punto di coprire totalmente il confine occidentale della Russia) avrebbe inevitabilmente portato al conflitto.

    È stata questa sfumatura – l’idea che Putin potesse essere spinto solo fino a un certo punto – che Burns ha raccontato nel Regno Unito. “Una cosa che ho imparato”, ha detto, “è che è sempre un errore sottovalutare la fissazione di Putin sul controllo dell’Ucraina e le sue scelte, senza le quali crede sia impossibile per la Russia essere una grande potenza o per lui una grande leader russo. … La guerra di Putin è già stata un fallimento strategico per la Russia – le sue debolezze militari messe a nudo; la sua economia gravemente danneggiata per gli anni a venire; il suo futuro come partner minore e colonia economica della Cina plasmato dagli errori di Putin; le sue ambizioni revansciste smorzate da una NATO che è solo diventata più grande e più forte”.

    Biden, che non è venerato in tutta la CIA, come non lo sono stati molti presidenti, è stato citato più volte durante il suo discorso. Il funzionario dell’intelligence molto rispettato ha spiegato le parole entusiastiche di Burns dicendomi, in modo criptico, che tutto è in evoluzione nella burocrazia della sicurezza nazionale di Biden. “Sì. Sì”, ha detto in un messaggio. “Grande confusione. Grande lotta per il potere. Biden ignaro. Tutte le formiche lottano per le briciole di un’amministrazione morente. Consiglio a tutti i professionisti all’interno: rimanere al riparo. Aspetta e guarda il colore del fumo dalla Cancelleria vaticana. Spiega le osservazioni di Kool-Aid di Burns nel Regno Unito”.

    Mi è stato detto che il discorso di Burns era essenzialmente una domanda di lavoro in un futuro governo, o forse in quello attuale, come segretario di stato. “Stava mostrando la sua competenza e la sua esperienza”, ha detto il funzionario, “Si è reso conto che stava andando in malora, professionalmente, mentre era all’Agenzia. Era terribile”, cioè inesperto, “ma si è reso conto che non gli andavano bene i ragazzi, e poi ha fatto bene”. La questione chiave per Burns, mi è stato detto, come la vedevano alcuni membri della CIA, era l’ambizione. “Una volta che sei un segretario di stato, il mondo è la tua ostrica.”

    Il funzionario ha osservato che “gestire la CIA non è poi così gran cosa”. Ha citato l’esempio di Stansfield Turner, un ammiraglio della Marina in pensione che è stato nominato direttore della CIA nel 1977 dal presidente Jimmy Carter. Turner e Carter erano stati guardiamarina insieme all’Accademia navale degli Stati Uniti. Dopo il suo ritiro, Turner finì per tenere discorsi sulle crociere oceaniche.

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  • UNA LUNGA ESTATE CALDA

    UNA LUNGA ESTATE CALDA
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    Uomini e munizioni

    A 5 settimane dall’avvio della controffensiva ucraina, ed entrati ormai pienamente nell’estate, possiamo provare a tracciare, se non un bilancio, certamente un quadro dei trend principali.

    Al netto delle solite sparate propagandistiche (“19 basi russe distrutte”“Bakhmut sotto controllo”…), la situazione sul campo non presenta mutamenti sostanziali, come era del resto prevedibile. In mancanza della supremazia aerea, qualunque offensiva è ovviamente un azzardo, ma per quanto riguarda gli ucraini ci sono da considerare altri due fattori non meno importanti; il primo, è il deficit di artiglieria, e segnatamente di munizionamento (1), il secondo è l’insufficiente rapporto numerico tra attaccanti (ucraini) e difensori (russi).

    Normalmente si considera che – a parità delle altre condizioni – sia necessario un rapporto 4:1, in favore di chi attacca. Ma attualmente la situazione lungo la linea di combattimento è diversa.

    Le forze russe dislocate nelle quattro regioni ex-ucraine contano circa 250/280.000 uomini – ovviamente non tutti schierati in prima linea – mentre le forze ucraine ne schierano circa 400.000. Complessivamente, lungo i quasi 1000 km di fronte, il rapporto effettivo è di 2:1, con punte di 3:1 (nel settore di Bakhmut-Artyomovsk).

    Tutto ciò, unito ai summenzionati problemi strutturali, rende estremamente complesso sviluppare efficacemente un’offensiva. Ragion per cui questa, alla fin fine, si è di fatto trasformata in un aumento della pressione lungo la linea di contatto, con oscillazioni tattiche prevalentemente contenute nell’ambito della greyzone (l’area grigia tra le opposte linee difensive).

    A tal proposito, vale la pena spendere qualche considerazione aggiuntiva sul tema, poiché anche qui circolano valutazioni imprecise e discutibili.
    Allo stato attuale, oltre ai militari di alcune compagnie private (non c’è solo la Wagner), la Russia schiera i soldati della leva ordinaria, alcune unità di volontari, e gli uomini dell’unica mobilitazione sinora effettuata (300.000, tra i riservisti). Al contrario, l’Ucraina ha effettuato ben 11 mobilitazioni – anche se va tenuto presente che sono state prevalentemente mobilitazioni territoriali, a macchia di leopardo. Nonostante si dica che oggi Kiev ha un problema di manpower, questa è un’affermazione sostanzialmente errata.

    Al momento dello scoppio del conflitto diretto con la Russia, la popolazione ucraina contava circa 35 milioni di abitanti, al netto della Crimea e delle due regioni separatiste (Donetsk e Lugansk). Di questi, circa 5 milioni (prevalentemente donne, bambini ed anziani) sono poi fuggiti all’estero, mentre circa un altro milione e mezzo è a sua volta passato sotto controllo russo (oblast di Kherson e Zaporizhzhia). Resterebbero quindi circa 28 milioni di abitanti. Ai quali ovviamente vanno sottratti quelli attualmente sotto le armi, i caduti (350.000 circa) ed i feriti (approssimativamente almeno un milione, alcuni dei quali rientrati in servizio, altri ancora ospedalizzati e/o inabili). In fin dei conti, una platea di 26/27 milioni, dalla quale – con una mobilitazione generale, estesa all’intero territorio nazionale, un ampio range di classi d’età, ed eventualmente comprendente le donne delle classi 20-30 anni – si potrebbero trarre senza grandi difficoltà almeno altri quattro milioni di unità.
    La questione, quindi, non è l’insufficienza numerica in sé, quanto la capacità di fornire il sufficiente addestramento (ed il necessario armamento) ai mobilitati.

    A questo aspetto del problema Kiev cerca di far fronte ricorrendo nuovamente ai mercenari stranieri, cercando però stavolta di reclutarli soprattutto in Medio Oriente ed Asia Minore (iracheni, curdi, afghani, turcomanni…). Anche se la precedente ondata di mercenari (soprattutto occidentali) non ha dato in effetti alcun apporto decisivo, e si è poi assottigliata considerevolmente (2), si tratta pur sempre di carne da cannone, del cui reclutamento, inquadramento ed armamento (nonché emolumento…) si fanno carico gli alleati angloamericani, ed essendo essenzialmente composto da ex-militari non richiede neanche particolare addestramento.
    Inoltre, agitare lo spauracchio dell’insufficienza numerica serve anche ad invocare – più o meno velatamente – l’intervento diretto di truppe NATO, giustificandolo come necessario per evitare la sconfitta ucraina (che equivarrebbe ad una sconfitta dell’Alleanza Atlantica).

    Un tritatutto

    Le forze armate ucraine, quindi, devono fare i conti con dei gap impossibili – o estremamente difficili – da colmare: forze aeree (aviazione d’attacco e missilistica a lungo raggio), artiglieria (e relativo munizionamento) e forza combattente (con sufficiente addestramento operativo). Di più, poiché anche la NATO sta esaurendo la sua capacità di alimentare il conflitto (3), la situazione è destinata ad aggravarsi sempre più. L’effetto tritacarne, di cui tanto si è parlato a proposito di Bakhmut, è in realtà estendibile all’intero conflitto – e non solo alle forze ucraine, ma all’intera NATO.
    In effetti, anche se si sente spesso parlare di situazione di stallo – c’è chi addirittura fa paragoni con la Prima Guerra Mondiale – la scarsa mobilità della linea del fronte non attesta affatto una qualche equivalenza delle forze, ma corrisponde ad una precisa scelta strategica russa.

    Nel guerra 1914/18, infatti, un sostanziale equilibrio degli eserciti contrapposti determinò una stabilizzazione del fronte, e considerevolissime perdite umane nel vano tentativo di sbloccarla. Nella guerra 1939/45, invece, caratterizzata dalla mobilità delle forze corazzate e dalla vastità dei fronti (europeo, nordafricano, atlantico, pacifico…), le perdite umane furono più bilanciate rispetto a quelle materiali, per quanto egualmente enormi.
    Questo conflitto però si caratterizza per un elevatissimo consumo – di uomini e di armamenti – soprattutto in considerazione del suo essere relativamente circoscritto (un solo fronte, terrestre), e del relativamente contenuto numero di uomini coinvolti. In questo senso, sarebbe forse più corretto parlare, piuttosto che di tritacarne, di tritatutto.

    Ora, se consideriamo gli obiettivi strategici russi – che si sono evoluti, nel corso del conflitto – possiamo anche decifrare il senso della sua strategia militare sul terreno.
    Obiettivo primario, e sovrastante qualunque altro, è ovviamente la sicurezza della Russia. Se nella primissima fase della guerra Mosca immaginava di poterlo conseguire costringendo Kiev, gli europei – e quindi gli USA – ad una trattativa complessiva, dal momento in cui è apparso indiscutibilmente chiaro che tale ipotesi era impraticabile (stante la precisa volontà belligerante della NATO), si è reso necessario riorientare lo sforzo. Un risultato ottimale – e realisticamente conseguibile – sarebbe allontanare la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nella NATO, frammentare il paese, distruggerne il potenziale bellico. Contrariamente a quanto ripetutamente affermato dai propagandisti NATO, non c’è mai stata l’intenzione (né l’interesse) di occupare l’intero paese. La stessa annessione dei quattro oblast, se pure ha delle motivazioni ulteriori (difesa delle genti russofone, spostamento ad ovest dei confini, acquisizione di territori produttivi e di popolazione…), ha fondamentalmente la sua ratio principale nella creazione di un’ampia fascia di sicurezza per la Crimea, il cui controllo è assolutamente strategico.

    A ben vedere, quei risultati sono in corso di conseguimento, nessuno escluso.
    Il vertice NATO di Vilnius, che era stato immaginato come la celebrazione dell’avanzata delle forze NATO-ucraine, e che si è trovato invece a fare i conti col disastro della controffensiva, è da questo punto di vista emblematico. L’Ucraina entrerà nella NATO se tutti i membri saranno d’accordo, se adempirà a tutte le condizioni, e se vincerà la guerra con la Russia. Un modo, neanche troppo elegante, per dire mai. Quel che forse otterrà, e neanche subito, è un qualche accordo bilaterale di assistenza, come quello USA-Israele; che però, è bene ricordarlo, non è (almeno de jure) un’alleanza, e non prevede un obbligo né un automatismo come quello del famoso art.5 del trattato Nord-Atlantico.
    La frammentazione dell’Ucraina è nei fatti, privata già com’è delle regioni sud-orientali (le più ricche di risorse, e le più produttive industrialmente), ma potrebbe spingersi ancora più in là. Se ad un certo punto la struttura statuale dovesse in qualche modo collassare, o anche se – con le motivazioni più diverse – si dovesse arrivare ad un qualche intervento polacco, è assai probabile che lo spezzettamento diverrebbe completo (con polacchi, rumeni ed ungheresi che si riprendono pezzi di territorio).
    Quanto alla distruzione del potenziale bellico ucraino, non serve aggiungere altro.

    Sul piano politico strategico, quindi, si può dire che gli obiettivi principali Mosca li ha già conseguiti, o sta per conseguirli.
    Di più, come conseguenza dello scontro politico diretto con l’occidente, e nonostante i trionfalismi di facciata, sia l’Unione Europea che la NATO stessa sono oggi attraversate da contrasti e divisioni più o meno carsiche, ma che sono comunque destinate ad indebolirne la coesione con l’incedere degli eventi. Per tacere poi del fatto che, contestualmente alla demilitarizzazione dell’Ucraina, si sta in effetti realizzando anche quella dell’Alleanza Atlantica.
    Da un certo punto di vista, quindi, possiamo affermare che la guerra prolungata è assai più coincidente con gli interessi strategici russi, che non quelli USA-NATO. Non a caso, in occidente si anima il dibattito su quale possa essere un terreno accettabile per un negoziato, in grado quantomeno di congelare il conflitto, mentre da parte russa – a parte una generica disponibilità – non viene neanche ventilata una qualche ipotesi di stop.

    Il proseguimento della guerra, infatti, non solo rinsalda il fronte interno, ed il rapporto strategico con la Cina (4), ma diventa (almeno sul breve-medio periodo) una occasione per incrementare il vantaggio russo nei confronti della NATO, soprattutto per quanto riguarda il complesso militare-industriale.
    Di sicuro, mantenere attivo il tritatutto ha un ovvio, immediato risultato. Che non è semplicemente materiale-militare, ma ha delle altrettanto ovvie implicazioni politiche e strategiche. È, ancora una volta nella storia di questo paese, la riprova che la potenza russa è vincibile solo in un ambito spazio-temporale ristretto, ma che in una prospettiva più ampia rimane irriducibile.
    Basti osservare la capacità reattiva del sistema. Nonostante la grande strategia statunitense punti da decenni allo scontro con la Russia, la realtà è che poi sia gli USA – che, più ampiamente, la NATO – sono arrivati al momento dello scontro con arsenali inadeguati, ed una produzione industriale bellica imparagonabile. Ancora adesso, di qua e di là dell’Atlantico si discute di come incrementarla, di come incentivarla, di come finalizzarla, mentre quella russa ha già moltiplicato la sua capacità produttiva, mediamente raddoppiandola rispetto ad un anno fa, ed in certi settori addirittura triplicandola e più. Per non parlare del fatto che l’esercito russo dispone di enormi arsenali sovietici, ed al tempo stesso può contare su una supremazia nucleare e persino tecnologica (su tutto: missili ipersonici e siluri nucleari).

    Una ipotesi altra

    Tornando alla questione del tritatutto (5), vale la pena considerare anche un diverso punto di vista, rispetto a quello che viene – più o meno unanimemente – considerato l’aspetto inspiegabile della condotta di guerra russa. Ovvero la mancata distruzione delle infrastrutture logistiche ucraine, con particolare riferimento alle vie di comunicazione (strade, ponti, ferrovie…). In un articolo apparso recentemente su DD Geopolitics (6), si avanza infatti una ipotesi che ne spiegherebbe il senso, attribuendovi anzi una lucida e precisa volontà strategica. In questa analisi si parla esplicitamente di tolleranza strategica della Russia, nei confronti della logistica ucraina, nella logica di “sfruttare i vantaggi a lungo termine rispetto alle vittorie a breve termine”. L’analisi considera che si tratti di un vero e proprio “posizionamento strategico della battaglia: l’approccio del Cremlino è quello di ingaggiare gli ucraini il più vicino possibile alla Russia, dove possono godere della superiorità aerea e del supporto dei locali amichevoli. Il grave svantaggio che questa vicinanza presenta all’Ucraina diventa un’arma potente nell’arsenale della Russia. Consentendo all’Ucraina di incanalare le sue risorse nella regione del Donbass, la Russia disegna effettivamente le linee di battaglia a condizioni favorevoli”.

    Un altro punto considerato è lo “sfruttamento tattico delle capacità della NATO: consentendo alla NATO di esaurire le sue risorse in modo efficiente, la Russia influenza strategicamente le dinamiche di potere internazionali, con effetti a catena sulle relazioni chiave”. Ciò anche allo scopo di evitare le possibili conseguenze di un subitaneo collasso ucraino, che potrebbe a sua volta determinare un cambio di passo“costringendo la NATO a cambiare tattica, rallentare e adottare un modus operandi più segreto. Un tale spostamento potrebbe istigare un conflitto di guerriglia prolungato in tutta l’Ucraina. La strategia della Russia, quindi, mira a confinare la guerra entro confini gestibili e alle sue condizioni”. Detto sinteticamente, si tratta di “una scelta strategica progettata per consentire all’Ucraina di commettere un ‘suicidio di massa’ altamente efficiente”.
    “In sostanza, la grande strategia della Russia rappresenta un esercizio per vincere la guerra preservando strategicamente la sua ricchezza materiale e il suo capitale umano – una lezione magistrale nell’intricato balletto di geopolitica e strategia militare”.

    Ovviamente, non avendo accesso alle segrete stanze del Cremlino, non c’è modo di sapere se questa chiave di lettura sia corretta, e quindi se e quanto corrisponda effettivamente al pensiero strategico russo. Certamente si presenta con una sua coerenza logica, e fornisce una spiegazione dotata di senso a ciò che ci appare quanto meno nebuloso. Di sicuro, se l’assumiamo quanto meno come probabile punto di vista, possiamo a sua volta trarne delle riflessioni degne di nota, e tre su tutte.
    Come osservatori ed analisti occidentali, siamo così fortemente condizionati dal nostro modo di combattere (e di leggere quello altrui), che è poi quello effettivamente più diffuso – chi fa più guerre dell’occidente? – da avere appunto difficoltà nel cogliere il senso di una diversa condotta bellica.
    È improbabile che assisteremo ad una qualche importante offensiva russa, di portata strategica, che implicherebbe gioco forza maggiori perdite, allungherebbe la filiera logistica, ed in ultima analisi offrirebbe all’Ucraina il vantaggio della difesa. Più probabili sono offensive tattiche, scaglionate nel tempo (Lyman, Kharkov, Kherson, Zaporizhzhia).
    Una volta accettata la sfida lanciata dalla NATO, la Russia si sta dimostrando assai più determinata a portarla in fondo, ed assai più pronta a farlo. In termini pratici, ciò significa che la guerra cesserà quando sarà la NATO a chiedere la pace.


    1 – La recente decisione USA di inviare a Kiev vecchie munizioni a grappolo (cluster bomb), ne è la conferma. Anche se l’attenzione mediatica si è soffermata sulla liceità morale di questa decisione, aspetto peraltro discutibile, posto che gli Stati Uniti, l’Ucraina (e la Russia…) non hanno mai sottoscritto il bando di questo tipo di munizionamento, la questione è piuttosto un’altra. Innanzi tutto, va detto che Kiev le ha già usate (quelle sovietiche che aveva in arsenale); ma soprattutto il punto è che tali munizioni vengono inviate perché Washington ha esaurito il munizionamento standard per i grossi calibri, e che a sua volta l’Ucraina ne è priva. Non si tratta quindi di una misura – l’ennesima – da spacciare come game changer, ma di un vero e proprio ripiego; per di più al ribasso, poiché le cluster bomb sono eventualmente utili in fase difensiva, saturando il terreno su cui avanza il nemico, ma di certo non in fase offensiva, quando ad avanzare deve essere l’esercito che dovrebbe utilizzarle…
    2 – Si calcola che durante il primo anno di guerra siano arrivati in Ucraina oltre 11.000 mercenari, soprattutto polacchi, canadesi, britannici, rumeni, statunitensi, colombiani…, dei quali circa 4.000 sono caduti in combattimento, e altrettanti sono poi fuggiti via allo scadere dei contratti. Attualmente sarebbero in azione circa 2.000 mercenari.
    3 – Gli arsenali militari dei paesi NATO, soprattutto europei, sono stati svuotati pressoché completamente, ed alcuni paesi hanno largamente intaccato persino i pochi reparti operativi. Si stima che – al netto degli ulteriori aiuti all’Ucraina – saranno necessari dai 5 ai 10 anni, per ripristinare le scorte della NATO.
    4 – Un aspetto che si tende spesso a sottovalutare, sotto questo profilo, è che – dal momento che Pechino si sente costretta a considerare la possibilità dello scontro armato per Taiwan – l’esperienza bellica russa diventa un fattore strategico. La Cina, infatti, ha praticamente combattuto la sua ultima guerra in Corea, settant’anni fa.
    5 – Sulla efficacia di questa strategia, che punta chiaramente alla distruzione sistematica delle forze nemiche, assai più che al loro cedimento, è interessante notare quanto affermato da Larry Johnson, un ex analista della CIA, intervistato nella trasmissione Judging Freedom; secondo lui, gli Stati Uniti non saranno in grado di aumentare il ritmo della produzione di munizioni nella quantità di cui Kiev ha bisogno, e per questo motivo l’Ucraina dovrà affrontare la sconfitta in inverno.
    6 – “The Art of War: Unraveling Ukraine’s Failed Counter-Offensive and Russia’s Tactical Logistic Leniency”DD Geopolitics

  • FARE CINEMA OGGI. PERCHÉ E PER CHI

    FARE CINEMA OGGI. PERCHÉ E PER CHI
    Qualche giorno fa il regista Xavier Dolan, in un’intervista ha dichiarato: «Non ho più la forza o la voglia di impegnarmi per due anni in progetti che nessuno vede». Ma questo non è un articolo su di lui, di cui non apprezziamo la visione dell’arte. È un articolo che vuole chiamare in causa noi. Noi, cosa vogliamo che sia visto? A cosa diamo valore? A chi tributiamo riconoscimento? Una riflessione sulla necessità e urgenza di ripensare completamente il cinema.

    Qualche giorno fa il regista Xavier Dolan ha rilasciato un’intervista al quotidiano spagnolo El Pais in occasione dell’uscita di una sua miniserie in cui sembrerebbe annunciare il suo prematuro ritiro dal cinema. «Non ho più la forza o la voglia di impegnarmi per due anni in progetti che nessuno vede. Ci metto tantissima passione e poi ne esco profondamente deluso. So di essere un bravo regista, ma tutto questo mi porta a credere che non sia così». E più avanti ha aggiunto: «Non capisco quale sia il senso di mettersi a raccontare storie mentre tutto il resto attorno a noi cade a pezzi. L’arte è inutile e dedicarsi al cinema una perdita di tempo». In realtà, a poche ore dall’uscita dell’articolo il regista ha rettificato questa sua ultima dichiarazione dicendo che «a volte le parole sono prese fuori dal contesto e le cose si perdono nella traduzione».

    Chiariamo subito e in maniera decisa che questo nostro articolo non vuole parlare del giovane regista canadese, che non apprezziamo per le sue idee, né artisticamente, pur riconoscendogli un certo talento. Vogliamo al contrario usare le sue dichiarazioni per suggerire una riflessione che conduca ad altre sponde ben lontane dalle intenzioni del regista stesso. Insomma, quelle frasi sono per noi un semplice espediente letterario per provare a ragionare su come e perché continuare a fare cinema e a cosa ciascuno di noi è chiamato in questo “tempo eccezionale” che viviamo.

    Dolan parla di film «che nessuno vede». In questa frase vi sono due figure, anche se una non viene espressa. Da una parte vi è l’artista, in cui alberga – anche nei migliori – quel tanto di vanità, dell’essere riconosciuti, apprezzati e poi ricordati. Ma in un artista sincero e di grande talento vi è anche la consapevolezza di avere qualcosa di urgente da dire all’umanità. Quasi una responsabilità “profetica”. Perché in fondo è questa la missione affidata ai grandi geni dell’arte. E non è certo un caso che molti fra loro non abbiano trovato particolari onori in vita. Perché la grandezza, la vera grandezza, viene spesso riconosciuta con colpevole ritardo. Se dunque l’artista ritiene che ciò che ha da esprimere sia importante, desidera che il suo messaggio artistico arrivi a più persone possibili, ad ogni latitudine, proprio perché “universale”. La grande arte è esperienza totalizzante che eleva l’anima. È dialogo intimo fra l’artista e lo spettatore, in cui però interviene anche un terzo operatore. Quel qualcosa di superiore, di divino che ha ispirato l’artista e che supera sempre la soglia della sua consapevolezza. Se così non fosse non sarebbe per l’appunto vera arte. E di questo dialogo spirituale vi è massimo bisogno oggi.

    E così veniamo al secondo attore richiamato nella frase: il popolo, che nel nostro specifico possiamo identificare come il pubblico. Al di là della difficoltà a distribuire certe pellicole ad una vasta platea, della sempre minore importanza che hanno le sale cinematografiche nell’insieme dell’offerta di visione, bisogna domandarsi cosa cerchi il pubblico. Se davvero cerca ancora qualcosa. E vogliamo qui restringere il discorso a quella parte della società che si ritiene “sana”, immune dalle manipolazioni e dalle sempre nuove ideologie create dal potere. Perché poco serve continuare a identificare tutto il male fuori dal nostro recinto, se non siamo mai capaci di autocritica, di una riflessione che coinvolga prima di tutto noi.

    René Guénon, quasi un secolo fa, identificava questo tempo come il Regno della Quantità. E il precipitare in tale abisso si fa sempre più veloce: motus in fine velocior. Davvero solo gli sciocchi o i ciechi non possono avvedersi che lo schianto è ormai prossimo. Un artista – ma non facciamo forse così con chiunque? – viene giudicato dal suo successo. Di critica, di pubblico, di fama. Ognuno sceglie quale successo conta di più. E il discorso vale anche se il “successo” è quello che gli viene tributato solo dalla nostra piccolissima conventicola, dentro al nostro recinto dove siedono solo i “buoni” che hanno detto “no” alle ideologie del mondo. Con lo stesso metro si giudicano le opere. Un progetto è degno di attenzione e supporto soltanto nella misura in cui può raggiungere molte persone, se quindi può avere un effetto “reale”, “visibile”.

    Questo è per l’appunto il falso mito della quantità, emblema della nostra era. Falso mito da cui discende per conseguenza il falso mito della vittoria. E così via, in una sequela di falsi miti che qui non abbiamo il tempo di elencare. La quantità è caduta nell’illusione del molteplice, è abbassamento al solo piano materiale. Esiste e ha valore solo ciò che è visibile, o sperimentabile con i sensi esteriori, solo ciò che quindi è misurabile: da qui infatti anche l’idolatria moderna per le scienze empiriche. È il trionfo del materialismo, anche laddove esso tenti di camuffarsi con una verniciata di religiosità che oscilla tra il sentimentalismo e il legalismo farisaico. Come ricorda anche S. Tommaso, infatti, il numero è sempre dalla parte della materia. E al falso mito della quantità noi sottoponiamo tutto. E tutti! Perché la nostra era è intrinsecamente governata dalla quantità. Ha valore solo ciò che è in una certa misura grande, vincente. Lo ripetiamo ancora: grande e vincente anche solo all’interno del nostro “gruppo di riferimento”. L’arte e gli artisti cadono, purtroppo, sotto la stessa tagliola.

    Va aperta, però, una breve parentesi, a cui anche Dolan fa accenno nella sua intervista. Se un’opera fatica a trovare distribuzione, se viene comprata solo in pochissimi paesi, se in sala non ottiene i risultati sperati, è certamente un danno per il produttore, ma anche per il regista. In Italia, in effetti, la situazione è un po’ diversa e più complessa, dato che la stragrande maggioranza dei film viene prodotta quasi esclusivamente con fondi pubblici. Per cui, alla fine, se il film non incassa, se non viene venduto all’estero, è un problema quasi secondario. Rimane in ogni caso valido il principio per cui l’artista deve poter vivere della propria arte.

    Ma torniamo all’accecamento che il mito della quantità genera su tutti noi.

    Se guardassimo la questione in un’ottica tradizionale, e quindi secondo il Principio della Qualità, un film, anche se raggiungesse un piccolo pubblico, non vedrebbe inficiato il suo valore artistico e la sua intrinseca “necessità”. Perché appunto il Bene, il Bello e il Vero non perdono di significato se anche toccano l’anima di un solo uomo. Perché la loro essenza non è materiale e quindi non si misura col numero. E un seme gettato oggi, può divenire una pianta domani. Se dunque questo dovrebbe essere lo sguardo dell’artista, lo dovrebbe essere allo stesso modo anche del pubblico. Vale sostenere e promuovere un film anche se non potrà mai vantare grandi incassi o una estesa diffusione, perché la sua qualità è un principio indipendente da tutto ciò. Certamente, come accennato sopra, un artista deve poter vivere della propria arte e quindi gli si deve garantire la possibilità di esprimere ciò che ha da dare all’umanità continuando a fare film.

    Nel tempo in cui viviamo l’intero mondo del cinema è completamente prono alle ideologie dominanti. E questo lo hanno compreso in molti. Ma vi è qualcosa di più sottile, ma altrettanto grave. Il cinema è anche schiavo, come già più volte noi abbiamo espresso, di un immaginario a senso unico che ha ormai plasmato le anime delle attuali generazioni. Chi crede di esserne immune solo perché si ritiene “contro il sistema”, dovrebbe approfondire, e molto, e poi farsi un esame di coscienza.

    Ha dunque ancora senso fare arte? E se sì, cosa dunque siamo chiamati a fare? Proprio «mentre tutto il resto attorno a noi cade a pezzi», noi ribadiamo con forza che l’arte è ancora più necessaria, più urgente. Un’arte diversa, liberata e libera. Ma dobbiamo prima affrontare un salto di sguardo. Passare dal visibile all’invisibile. Dalla quantità alla Qualità. Elevarci dal fondo senza vita del materialismo su cui ci siamo appiattiti per sostenere, diffondere e promuovere le poche voci che vogliono costruire non solo un cinema libero dalle ideologie, ma anche, e più, proiettato verso un immaginario differente: poetico. Dove la realtà va trasfigurata, dove il ritmo chiede il tempo dell’attenzione, dove tutto il superfluo svanisce. Ma per fare questo, bisogna prima guardarsi dentro, in profondità, ed entrare in crisi. Sì, bisogna affrontare e superare una prova. Perché nessun cambiamento, nessuna costruzione di un cinema diverso può nascere se prima non cambiamo noi. Tutti. E solo così infine acquisire la capacità di apprezzare anche ciò che non fa clamore, che non diventa “virale” che non si porta dietro un grande seguito. Partire anche dalle piccole opere, per un piccolo pubblico, nelle piccole sale delle associazioni o negli spazi all’aperto. Promuovere, diffondere, sostenere ciò che veramente vale. Perché la Bellezza resta. Ma prima bisogna crearla. E questo non è un compito che possiamo continuare a delegare alle istituzioni, che si spera abbiamo compreso cosa e chi finanziano! Bisogna che la “parte sana” della società si faccia carico di questo, tornando ad un rinnovato mecenatismo. Chi è entrato veramente in crisi con “questo mondo” lo ha già compreso. Chi invece sentirà queste parole come ruvide e amare, vive purtroppo ancora nella totale inconsapevolezza, anche se si ritiene “desto”. Qui non si tratta banalmente di contrapporsi alle ideologie sempre più transumane, ma di trasformare integralmente il nostro essere. Solo così potrà vivere la vera arte. Perché solo così potremo dire di essere una diversa umanità.

  • LA SINEDDOCHE DELLE CLUSTER BOMB

    LA SINEDDOCHE DELLE CLUSTER BOMB
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    Quando all’inizio della guerra russo-ucraina si ventilò l’ipotesi che i russi stessero utilizzando questo tipo di munizionamento, la Casa Bianca parlò di ‘crimine di guerra’ e ‘violazione del diritto internazionale’.

    Il 28 febbraio 2022 Jen Psaki, allora portavoce della Casa Bianca, affermò, rispondendo alla domanda di una giornalista, che l’uso di munizioni a grappolo costituirebbe un crimine di guerra. Si noti l’enfasi sul fatto che queste bombe, che gli Stati Uniti stanno ora fornendo all’Ucraina, uccidono civili.

    Adesso la stessa Casa Bianca ha deciso di fornirle all’esercito ucraino (vedi video qui sopra). La questione, qui, non è tanto l’ipocrisia ed il doppio standard – che ormai sono la costante assoluta della politica internazionale statunitense – quanto le vere ragioni di questa decisione.

    Non si tratta infatti di una qualche forma di escalation – l’ennesima – ma, in realtà, del suo opposto. Il punto è che gli USA hanno deciso di fornire questo tipo di munizionamento (stoccato dagli anni ’80) per la semplice ragione che hanno esaurito la capacità di fornire munizionamento convenzionale. Le cluster bomb, quindi, in un momento in cui l’Ucraina cerca disperatamente di conseguire qualche successo con una mezza offensiva, servono a sopperire un deficit di munizioni per l’artiglieria di grosso calibro.

    Sfortunatamente – al di là del pericolo per i civili – le cluster bomb sono molto meno efficaci rispetto a quelle che sono le attuali esigenze ucraine. In questo senso, perciò, è possibile parlare di de-escalation.

    In un certo senso, di episodi simili è piena la breve storia degli aiuti militari occidentali all’Ucraina. Fondamentalmente, questi sono sempre stati ispirati al conseguimento di due obiettivi: il prolungamento della guerra (e quindi evitare che una qualche accelerazione la potesse abbreviare), ed evitare che armamenti sofisticati finissero in mano russa. Da qui una certa riluttanza a fornire armamenti troppo moderni, ed in quantità significative. Basti pensare ai carri MBT Abrams, promessi per forzare la mano alla Germania affinché fornisse i Leopard, ma che non sono mai arrivati a Kiev…

    C’è davvero una sfilza di casi clamorosi, dai 5000 Javelin malfunzionanti agli M109 italiani (praticamente dei rottami). Nota a margine: recentemente Zelensky ha avuto modo di affermare che conosce dettagliatamente il contenuto degli arsenali dei paesi NATO, e che su tale base avanza le sue richieste. Cosa che sembra confermata da altri elementi (ad esempio, i semoventi M109 furono esplicitamente richiesti). In pratica, l’Alleanza Atlantica ha fornito a Kiev informazioni riservate, affinché potesse fare le sue scelte consultando una sorta di catalogo Amazon degli armamenti NATO…

    Ma adesso, se partiamo dal particolare per andare al generale, possiamo porci delle domande più stringenti. Se è vero che buona parte delle forniture occidentali all’Ucraina sono in realtà fondi di magazzino, più o meno inservibili e/o inadeguati, come mai adesso i paesi dell’Alleanza Atlantica sono tutti in seria difficoltà nel fornire il necessario, affinché l’Ucraina non soccomba?

    La risposta è in realtà molto semplice. Hanno sbagliato i calcoli. È evidente che, quando gli USA e la NATO hanno deciso di impegnarsi in una proxy war con la Russia, facevano conto che il logoramento militare russo sarebbe stato molto maggiore e molto più veloce. Le cose sono invece andate esattamente al contrario.
    Del resto, quei gran geni che guidano l’occidente collettivo erano altrettanto convinti che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio Mosca, ma le cose sono invece andate esattamente al contrario. Erano assolutamente convinti che avrebbero isolato internazionalmente la Russia, ma anche in questo caso le cose sono andate in maniera molto diversa. Ogni previsione si è rivelata fallace.

    Come è stato possibile tutto ciò?

    Si tratta del deflagrante combinato disposto di due fattori. Il primo, è il furore ideologico che anima la leadership statunitense e che ha in qualche misura contagiato quelle europee; la quali, a loro volta, hanno investito talmente tanto su questa scommessa da non poter più recedere, pena il proprio azzeramento.
    Quella che si è realizzata negli Stati Uniti, negli ultimi decenni è la saldatura tra il mondo dei neocon (estrema destra conservatrice) e quello democratico (progressismo liberal), che al di là della apparente contraddizione hanno invece trovato terreno comune nella affermazione – aggressiva e fanatica – della supremazia americana. Come tutti gli approcci ideologici, anche questo tende a rifiutare quegli aspetti della realtà che collidono con la propria visione.

    Il secondo fattore è il clamoroso fallimento dell’intelligence, a qualsiasi livello. Che non è qui da intendersi semplicemente nella raccolta di informazioni, ma anche nella capacità di interpretazione e valutazione, nella formulazione di scenari possibili; e che quindi non riguarda semplicemente le agenzie di spionaggio, ma investe la stessa capacità analitica e previsionale della politica.

    Il risultato è stato che la scarsità di informazioni sul ‘nemico’, o comunque la loro scarsa qualità, è stata sopperita facendo ricorso a supposizioni, e queste a loro volta sono state formulate a partire dal proprio wishful thinking. Il vuoto di conoscenza è riempito proiettando le proprie speranze aprioristiche. L’occidente, insomma, ha confuso la propria immagine mentale della Russia con la sua realtà effettiva.

    Il risultato è il disastro che comincia a trasparire tra le nebbie di una propaganda iperpervasiva, che ha finito per condizionare gli stessi propagandisti, i quali hanno finito col credere alle loro stesse narrazioni fasulle.

    Questo conflitto tra realtà e wishful thinking si sovrappone al conflitto materiale che si svolge in Ucraina e vede contrapposti i pragmatici agli ideoligizzati. I primi colgono tutti i rischi di una strategia basata su fantasie ideologiche, che sta fallendo su tutta la linea. I secondi allontanano da sé la realtà, consapevoli che riconoscerla implicherebbe il proprio annullamento come leadership.

    Ed è questo conflitto che determinerà quanto ancora durerà la guerra reale sul campo, se questa si svilupperà verso una soluzione negoziale (e eventualmente quale) o se piuttosto evolverà verso una escalation dalle imprevedibili conseguenze.

  • MARK ZUCKERBERG E L’IMPERO DELLA CENSURA

    MARK ZUCKERBERG E L’IMPERO DELLA CENSURA

    Fonte: Thread su Twitter di KanekoaTheGreat

    2023-07-06 (2)

    In privato Mark Zuckerberg ha detto ai dirigenti di Facebook di essere cauti sui vaccini a mRNA perché “semplicemente non conosciamo gli effetti collaterali a lungo termine della modifica sostanziale del DNA e dell’RNA delle persone”.

    Poi, però, ha censurato scienziati, medici e individui danneggiati dal vaccino mRNA.

    Il 15 marzo 2020, Mark Zuckerberg ha inviato un’e-mail a Tony Fauci scrivendo: “Volevo anche condividere alcune idee su come potremmo aiutarti a diffondere il tuo messaggio”.

    Zuckerberg ha proceduto quindi a censurare scienziati, medici e cittadini che si opponevano alle chiusure, ai lockdown e agli obblighi vaccinali nelle scuole voluti da Fauci.

    Mark Zuckerberg ha vietato numerosi gruppi di discussione sui danni da vaccino con centinaia di migliaia di membri perché Facebook classificava i danni da vaccino come “disinformazione” o informazioni potenzialmente vere, che tuttavia dovevano comunque essere censurate in quanto avrebbero potuto favorire lo scetticismo sui vaccini.

    Mark Zuckerberg ha bannato il gruppo di discussione sui danni da vaccino di George Hu dopo che Hu, un ingegnere software che ha creato il sito web Washington’s Covid Vaccine, ha sviluppato acufene a seguito del vaccino.

    Alcune persone pensano che questa sia disinformazione, ma questa è la verità. Sta succedendo veramente”.

    Mark Zuckerberg ha detto a Joe Rogan di aver censurato la storia del laptop di Hunter Biden che ha portato alle elezioni del 2020 sulla base di una richiesta generale dell’FBI.

    Ciò equivale a truccare un’elezione presidenziale americana che è stata decisa da soli 44.000 voti in tre stati in bilico.

    Mark Zuckerberg ha dato $ 400 milioni di finanziamento a CTCL, un’organizzazione senza scopo di lucro, che ha poi girato i soldi agli uffici elettorali del governo con vincoli, il che equivaleva a fare campagna per il voto a favore dei democratici, a promuovere il voto per corrispondenza, promuovere procedure per la correzione degli errori di voto e influenzare le politiche elettorali.

    Numerosi libri, documentari e indagini hanno fatto luce su come Mark Zuckerberg abbia fornito 400 milioni di dollari di finanziamenti per le operazioni di scrutinio a livello nazionale, coperto gli stipendi di funzionari elettorali e influenzato in modo sostanziale l’esito delle elezioni del 2020.

    In Texas, Ohio, Nevada, Minnesota, Georgia, Florida, Arizona e Pennsylvania, il 90% dei fondi CTCL di Mark Zuckerberg è andato a contee democratiche, finanziando campagne per il voto, urne per la raccolta dei voti e concedendo l’accesso ai registri elettorali degli stati a organizzazioni di sinistra.

    Mark Zuckerberg ha poi spiato i messaggi privati ​​degli americani che mettevano in dubbio l’integrità delle elezioni del 2020 e li ha denunciati all’FBI.

    Facebook ha denunciato gli americani che hanno espresso sentimenti antigovernativi all’unità di terrorismo interno dell’FBI.

    Facebook spied on private messages of Americans who questioned 2020 election (nypost.com)

    Il mese scorso, Mark Zuckerberg ha ammesso che molte delle informazioni che ha censurato durante il COVID si sono rivelate vere. Tuttavia, Facebook non si è impegnata a modificare la sua politica e continuerà a censurare i contenuti per conto del governo degli Stati Uniti e del sistema di gestione delle informazioni di Zuckerberg.

    In effetti, Mark Zuckerberg ha assunto uno degli agenti più anziani della CIA fino al 2019 e lo ha incaricato di decidere cosa gli americani devono o non devono vedere su Facebook. L’intero dipartimento di Trust&Saftey di Facebook è pieno di ex agenti dell’FBI e della CIA.

    Meet the Ex-CIA Agents Deciding Facebook’s Content Policy Facebook has recruited dozens of individuals from the CIA to highly politically sectors such as trust, security and content moderation. https://www.mintpressnews.com/meet-ex-cia-agents-deciding-facebook-content-policy/281307/

    Per finire, Mark Zuckerberg lancia un’imitazione fasulla di Twitter con censura di massa dopo aver già perso la fiducia del pubblico. Ha soffocato critiche scientifiche che lui stesso ha espresso, ha denunciato messaggi privati ​​di americani all’FBI e ha censurato in modo aggressivo informazioni vere.

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  • DELLA GUERRA (POST-UCRAINA)

    DELLA GUERRA (POST-UCRAINA)

    Le molte facce della guerra

    Ogni guerra – e significativamente ogni guerra moderna – presenta innumerevoli aspetti, tutti costantemente intrecciati tra di loro. C’è ovviamente un aspetto politico – che, almeno teoricamente, sovrasta e racchiude tutti gli altri. C’è un aspetto territoriale – ovvero i mutamenti nei confini geografici che il conflitto produce. C’è un aspetto industriale – che attiene non solo alla capacità dei singoli belligeranti di alimentare il proprio esercito, ma anche i risvolti economici (positivi o negativi) che questo comporta. Ci sono aspetti demografici, economici, psicologici e molti altri ancora.
    Uno degli aspetti più importanti, su cui in genere ci si sofferma però solo a guerra finita ed in ristretti circoli di addetti ai lavori, è quello della guerra come terreno di verifica, sia dell’efficacia dei sistemi d’arma che, ancor più, delle tattiche e delle strategie immaginate prima della guerra. Il conflitto in Ucraina sta dicendo in merito moltissime cose, su cui vale la pena cominciare a soffermarsi.

    Come prima cosa, dobbiamo provare a sgombrare il campo dagli effetti delle avverse propagande. Che non sono semplicemente riassumibili in menzogne ed omissioni, ma anche – il più delle volte – in mistificazioni, ovverosia un mix di verità e falsità finalizzato a distorcere la percezione e la comprensione della prima.
    È necessario pertanto – nei limiti del possibile – operare una demistificazione delle narrazioni sul conflitto, nel tentativo di approssimare il più possibile la realtà effettiva.
    In tal senso, la prima operazione da fare è proprio cercare di analizzare il più oggettivamente possibile le due forze armate coinvolte nel conflitto.
    Nella percezione dominante in occidente – che varia a seconda dello schieramento a favore dell’una o l’altra parte – per quanto riguarda le forze ucraine, queste vengono sostanzialmente rappresentate secondo lo schema retorico del “Davide vs Golia”; in base alle esigenze del momento, questo schema narrativo può propendere verso l’accentuazione delle debolezze (che ne fanno risaltare l’eroismo), oppure – all’opposto – verso l’accentuazione delle capacità offensive (che alimentano la fiducia nella vittoria finale).

    La realtà è che le forze armate ucraine, al momento dello scoppio del conflitto con la Federazione Russa, erano un potente esercito europeo, armato ed addestrato dalla NATO almeno a partire dal 2014, e che solo nel 2021 avevano ospitato ben tre importanti esercitazioni NATO (due terrestri ed una navale), con la partecipazione di numerose forze dell’Alleanza Atlantica. Pur non essendone quindi membro effettivo, l’Ucraina era già da tempo integrata di fatto nella NATO e, come molti altri paesi membri (precedentemente parte del Patto di Varsavia), dotato ancora di armamento e struttura operativa misti, in via di transizione dal modello sovietico a quello occidentale.
    Questa integrazione di fatto è risultata evidente anche dalla rapidità con cui sono (ri)cominciati i trasferimenti di armi, all’indomani – letteralmente – del 24 febbraio 2022. Che sono stati infatti avviati a partire dal 26 febbraio – cosa praticamente impossibile se non vi fosse già stato un pregresso livello di integrazione logistica e, soprattutto, di addestramento all’uso di armamento occidentale.

    Naturalmente, le forze armate ucraine erano e sono inferiori a quelle russe in alcuni settori chiave, come l’artiglieria, la forze aerea, l’electronic warfare; inoltre, c’è un evidente gap quantitativo anche nella disponibilità di corazzati e dello stesso personale militare. Ma erano e sono una forza armata di ottimo livello. Diversamente dagli eserciti europei della NATO, che fondamentalmente contano sull’ombrello protettivo USA, e che dispongono di poche migliaia di uomini effettivamente dotati di capacità di combattimento (quelli inviati in giro per il mondo, come forze di complemento per i militari statunitensi), quello ucraino – pur con tutti i suoi limiti – è un potente esercito di terra.
    I suoi limiti maggiori, in effetti, a parte le differenze quantitative con la Russia, risiedono essenzialmente nel trovarsi ancora a metà del guado, tra un esercito di tipo sovietico ed uno su standard NATO. Questa condizione ibrida si riflette negativamente soprattutto sulla logistica; mentre per l’armamento ex-sovietico dispone di fabbriche di produzione, depositi di pezzi di ricambio, officine e personale per le riparazioni, insomma tutta una filiera in grado di supportare i reparti operativi, per quanto riguarda i sistemi d’arma occidentali dipende integralmente dai paesi fornitori.
    A loro volta, le forze armate russe non sono né una invincibile macchina di guerra, né un’armata svogliata ed allo sbando, come pure la propaganda NATO le ha spesso dipinte.

    Fondamentalmente sono a loro volta una considerevole forza militare, molto proiettata nello sviluppo tecnologico, e con alle spalle tutto il portato dell’epoca sovietica, sia in termini di capacità industriale bellica, sia in termini di arsenali (enormi).Anche l’esercito russo è a sua volta impegnato in un processo di trasformazione, dal vecchio modello sovietico ad uno più contemporaneo. Processo che deve innanzitutto fare i conti con la estrema burocratizzazione che lo caratterizza, e che rappresenta l’eredità più persistente dell’ex URSS. Per ovvie e comprensibili ragioni, infatti, le strutture militari sono quelle che hanno più resistito ai cambiamenti avvenuti nella società russa.
    Infine, cosa niente affatto secondaria, mentre gli eserciti NATO hanno dalla propria l’esperienza di guerre pressoché continue da decenni (gli USA sono stati protagonisti di conflitti dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi), l’esercito russo può annoverare un numero assai più limitato di esperienze operative: a prescindere dall’ultima esperienza sovietica in Afghanistan, si contano la breve guerra con la Georgia, le due guerre cecene, e l’intervento in Siria.

    La dottrina militare della NATO

    Fondamentalmente, l’ultima grande teorizzazione della dottrina militare statunitense è quella sviluppata – in funzione ancora anti-sovietica – all’inizio degli anni ‘80, e denominata Air-Land Battle (1). Benché poi sostituita dalla successiva (2001) Full Spectrum Dominance (2), che però ne costituisce sostanzialmente una estensione, l’ALB ha rappresentato – e rappresenta tuttora – il cuore del pensiero strategico NATO, ed ha visto la sua massima (ed al tempo stesso unica) applicazione nel corso delle guerre in Iraq.
    Sostanzialmente, questa dottrina strategica si basa sull’idea di una guerra ad alto impatto distruttivo, e relativamente veloce, che si articola in due momenti: una prima fase di massicci e devastanti attacchi dall’aria, sia sulle forze armate nemiche che sulle infrastrutture logistiche, di comunicazione e comando, seguita poi da una seconda, in cui le forze corazzate procedono a spazzare via le forze nemiche sopravvissute. In ragione di questa dottrina, gli USA e la NATO hanno sviluppato una potente forza aerea – che oltretutto offre il grande vantaggio di poter colpire anche a grande distanza, e di ridurre al minimo le perdite.

    L’Air-Land Battle non è mai stata verificata sul campo contro l’Unione Sovietica, in funzione della quale era stata pensata, ma si è mostrata efficace nel caso di guerre asimmetriche. Nel ricordato caso dell’Iraq, pur essendo quello iracheno un esercito potente e numeroso, con alle spalle l’esperienza acquisita nella recente guerra con l’Iran (durata ben otto anni), il più completo dominio dell’aria da parte della coalizione NATO (3) fu sufficiente ad annichilirne la capacità di combattimento. Anzi, era talmente soverchiante che vennero portate a termine vere e proprie missioni di sterminio – come quella sulla colonna irachena che si ritirava da Kuwait.
    Dopo la guerra di Corea (1950-53), l’occidente non ha comunque mai più combattuto una guerra simmetrica, contro un avversario di potenza equiparabile. Ciò ha fatto sì che la dottrina (e la prassi) bellica pendesse sempre di più verso il dominio dell’aria, mettendo in secondo piano la capacità di combattimento terrestre. Che, del resto, dal Vietnam in avanti ha visto sempre impegnati gli eserciti occidentali contro avversari che propendevano per forme di guerra irregolare.

    La nuova guerra

    Qualsiasi riflessione sulla guerra in Ucraina non può prescindere da due considerazioni fondamentali. La prima, è che l’Ucraina ha alle spalle il supporto pressoché totale della NATO (e di altri paesi occidentali), al punto da poter correttamente affermare che allo stato attuale non solo siamo di fronte ad uno scontro tra Alleanza Atlantica e Russia, ma che l’apporto ucraino al conflitto è ormai pressoché esclusivamente in termini di personale combattente.
    La seconda è che le forze russe impegnate nel conflitto, benché abbiano subito un incremento nel corso di questi sedici mesi, rappresentano solo una parte del potenziale bellico della Federazione, sia sotto il profilo quantitativo (uomini e mezzi) che qualitativo (tipologia e qualità dei sistemi d’arma utilizzati).
    Se, dunque, inquadriamo l’attuale conflitto ucraino come una guerra in cui gli eserciti che si combattono sono relativamente equiparabili – pur nella diversa potenza in termini assoluti – possiamo non solo ricavarne una più chiara chiave di lettura del conflitto in sé, ma anche trarne degli elementi interpretativi che attengono a quella che, presumibilmente, sarà la guerra convenzionale (non nucleare) dei prossimi decenni.

    Vi è in effetti una terza considerazione preliminare che va fatta, e cioè che le scelte politiche che determinano ed indirizzano quelle strategiche sul campo, soprattutto per quanto riguarda la Russia, non sono al momento sufficientemente chiare, e c’è quindi un margine di indeterminatezza con cui fare i conti. Benché sia evidente che gli obiettivi politici siano mutati nel corso del conflitto, e che di conseguenza siano mutate le strategie militari, rimane il fatto che talune scelte appaiono poco chiare, in mancanza appunto di una precisa conoscenza delle ragioni politiche che le hanno determinate.
    In ogni caso, possiamo sicuramente risalire dal livello tattico a quello strategico, e quindi alle ragioni oggettive che ne determinano le caratteristiche. A partire prima di tutto dalla forse più evidente caratteristica di questo conflitto, ovvero che non è una guerra di movimento.

    Per quanto le forze armate russe abbiano dalla propria il vantaggio di un forte predominio in due settori fondamentali, come l’artiglieria a terra e missilistica ed aviazione in aria, lo squilibrio non è totale, e le forze ucraine mantengono una capacità reattiva non indifferente, e per quanto riguarda l’artiglieria anche una certa capacità offensiva.
    Tutto ciò, unito al fatto che i russi hanno scelto di non colpire in modo massivo le infrastrutture ucraine (4), ha contribuito a determinare una situazione di maggiore equilibrio strategico.
    Ma la questione fondamentale rimane un’altra, e non è di natura soggettiva.
    Una guerra di movimento, infatti, richiede non solo una elevata mobilità delle unità combattenti, ma anche – conseguentemente – la concentrazione di forze corazzate, nonché la capacità di assicurarne la copertura (aerea e di artiglieria), e mantenerne le linee logistiche di supporto. La guerra ucraina ha mostrato con chiarezza che uno di questi elementi è praticamente impossibile da realizzare.

    La diffusione capillare, anche a livello delle più piccole unità tattiche, di sistemi di sorveglianza aerea infatti, ha praticamente azzerato la possibilità di realizzare vaste concentrazioni di truppe senza che siano rilevate. L’enorme disponibilità di droni, da quelli di grandi dimensioni ai piccoli quadcopter, ha determinato un aumento esponenziale della capacità di rilevamento del nemico, che non solo ne ha esteso la portata rispetto ai tempi della esclusiva sorveglianza aereo-satellitare, ma ne ha velocizzato i tempi in modo radicale. Se infatti una volta le informazioni erano sostanzialmente centralizzate, quantomeno a livello di grandi unità, e dovevano quindi percorrere l’intera linea di comando per trasformarsi in azione operativa, adesso ogni singola unità è in grado di monitorare in tempo reale il proprio settore, e quindi i tempi di reazione sono estremamente rapidi ed efficaci.
    Anche se l’enfasi mediatica si concentra sui droni d’attacco – come i Bayraktar turchi usati dagli ucraini, o i Lancet Geran russi – ad incidere in maniera davvero significativa sulle modalità di combattimento sono i droni leggeri per la sorveglianza aerea.

    In effetti, con il conflitto in Ucraina siamo pienamente entrati nell’era dell’ipersorveglianza del campo di battaglia, le cui immediate conseguenze sono la scomparsa della guerra di movimento (se non in caso di guerre fortemente asimmetriche), l’azzeramento del fattore sorpresa, la valorizzazione operativa delle piccole unità.
    In termini più generali, ciò significa una svolta decisiva in favore della guerra difensiva, e quindi, per converso, la fine della guerra offensiva (5). Sotto il profilo strategico, questo è un problema soprattutto per la NATO, poiché le proprie dottrine militari sono tutte costruite intorno ad una impostazione offensiva. Da questo punto di vista, sia la lunga battaglia per la conquista di Bakhmut/Artyomovsk, che l’offensiva ucraina in corso da un mese, rappresentano delle perfette esemplificazioni di ciò. Nel primo caso, pur in presenza di una considerevole preponderanza russa nell’artiglieria (arma decisiva in questo tipo di guerra), per espugnare una cittadina di 40 Km quadrati sono stati necessari 10 mesi di accaniti combattimenti; mentre, nel secondo caso, abbiamo visto come “le linee del fronte si sono appena mosse e l’Ucraina ha perso un numero enorme di uomini e mezzi. (…) L’Ucraina sta usando nuove tattiche, attrezzature e piani operativi per le sue brigate d’assalto dopo mesi di addestramento intensivo da parte della NATO. La NATO ha costruito queste unità a sua immagine e somiglianza, dando priorità all’attacco, alla manovra e alle tattiche combinate di armi” (6). Il risultato è sinora disastroso.

    Entrambe gli esempi citati mostrano, in modo abbastanza evidente, che siamo in presenza di una guerra d’attrito, in cui le forze contrapposte esercitano reciprocamente una frizione, la cui azione può essere alternativamente esercitata maggiormente dall’una o dall’altra, ma in cui – in ogni caso – a risultare prevalente sarà la capacità di soverchiare il nemico in termini di volume di fuoco. Ed in cui, quindi, l’elemento decisivo è rappresentato dal fattore consumo; le perdite umane, ed ancor più le perdite di mezzi e sistemi d’arma. Esattamente ciò a cui la NATO non è preparata, e quanto più le forze armate ucraine vengono convertite agli standard dell’Alleanza Atlantica, tanto più ne risulteranno indebolite (7).
    Mentre le dottrine strategiche concepite in ambito NATO (quindi in USA) sono sempre focalizzate sulla minimizzazione delle perdite (la lezione dei contraccolpi politici derivanti dalla guerra del Vietnam è incisa nella memoria storica statunitense), e quindi sulla rapidità della vittoria – la shock and awe – il conflitto ucraino mostra come invece sia necessario dare “la priorità alla distruzione del manpower, delle attrezzature e del morale” (8) nemico, facendone il vero centro di gravità della guerra.

    Le conseguenze strategiche

    Quanto sta accadendo in Ucraina costituisce pertanto un formidabile banco di prova per le dottrine strategiche occidentali e russe, che dovranno trarre le opportune conclusioni. Per quanto riguarda la NATO, è fin troppo evidente che “i risultati dell’Ucraina sono un banco di prova per il modo americano di fare la guerra contro un avversario convenzionale” (9), e quindi – nei prossimi anni – assisteremo ad un profondo ripensamento non solo della dottrina militare occidentale, ma del suo stesso complesso militare-industriale, che dovrà necessariamente essere a sua volta adeguato alla nuova realtà.
    Allo stato attuale delle tecnologie belliche, infatti, torna di grandissima attualità l’assunto di von Clausewitz sul prevalere della guerra difensiva (“la forma difensiva della guerra è di per sé più forte dell’offensiva”); al di fuori del ricorso alle armi nucleari, infatti, non c’è alcun “antidoto a un numero enorme di artiglieria, mine, trincee, missili terra-aria e anticarro” (10). È possibile che in futuro emergeranno nuove tecnologie in grado di ribaltare questo schema (11), ma fintanto che ciò non accadrà, la guerra moderna convenzionale sarà ancora segnata da queste caratteristiche.

    In un interessante articolo (12) pubblicato dal Modern War Institute di West Point (13), è stata analizzata la condotta di guerra russa in Ucraina, ricavandone la convinzione che la Russia è in realtà in anticipo sui tempi in termini di avanzamento strategico militare concettuale. Al netto delle letture semplicistiche – e degli obiettivi errori commessi – infatti, l’intera condotta del conflitto da parte delle forze armate della Federazione Russa sarebbe – a giudizio dell’autore – da attribuire ad una serie di scelte tattiche precisamente volute, e che dimostrerebbero non solo una considerevole capacità di adattamento, ma ancor più una vera e propria proiezione verso la future warfare.
    Nell’articolo si fa ripetutamente riferimento all’arte operativa (14), che si colloca tra la tattica, la strategia, e la leadership politica (intesa come guida clausewitziana meta-strategica), e che comprende quattro elementi essenziali: tempo, spazio, mezzi e scopo (15). Ma soprattutto l’articolo si concentra sull’analisi dell’evoluzione del pensiero strategico sovietico-russo, in stretto collegamento con l’evoluzione delle tecnologie belliche, traendone appunto la conclusione che le attuali dottrine strategico-tattiche russe siano molto più avanzate, e molto più efficaci, di quelle occidentali.

    Nelle parole di un altro analista americano (“Qualsiasi guerra al punto di svolta delle epoche tecnologiche (e siamo proprio in un tale stato di transizione) è gravata da una mancanza di comprensione dei principi di funzionamento delle nuove armi e delle tattiche del loro uso, nonché della strategia complessiva dell’intero complesso di azioni militari e politiche”) (16), viene evidenziato appunto come l’uso di nuove tecnologie tenda a sopravanzare la piena comprensione del loro utilizzo, e di come influenzi l’intero campo di battaglia.
    In particolare, va ricordato che il conflitto ucraino è in effetti, sotto questo punto di vista, il primo reale test operativo di massa della tecnologia dei droni, il cui impatto sul combattimento viene qui verificato per la prima volta.
    Se quindi possiamo già trarre una qualche lezione dalla guerra in corso, dobbiamo distinguere tra un piano tattico-operativo, ed uno strategico-geopolitico.

    Nel primo caso, la lezione è che, quanto più le forze in campo sono equivalenti, tanto più esse dovranno dispiegarsi in modo sparso, dilatando l’ampiezza del fronte, e cercando la prevalenza attraverso una pressione lenta e costante sul nemico, volta a consumarne l’intero potenziale.
    Nel secondo caso, la lezione è invece che le future guerre convenzionali saranno protratte nel tempo e ad elevato consumo di uomini e mezzi, tanto più lente e distruttive quanto più le forze in campo sono equilibrate. Con il corollario che l’idea delle vittorie rapide e rassicuranti è cancellata dall’orizzonte, ed al suo posto emerge come la risoluzione vittoriosa sul campo deriva direttamente dalla capacità (industriale, economica, psicologica) di reggere più a lungo dell’avversario, pagando un costo – umano e non solo – assai elevato.
    Con questo scenario presumibile, è abbastanza evidente che non solo l’attuale conflitto in Europa, ma anche quelli probabili nel futuro (Iran, Cina), vedono decisamente in svantaggio l’occidente. Un aspetto che soprattutto le leadership europee dovrebbero tenere in conto, considerando l’assoluta debolezza delle proprie forze armate (ulteriormente assottigliate dagli aiuti all’Ucraina), il forte depauperamento del proprio apparato industriale (sempre in conseguenza dell’attuale conflitto), nonché – last but not least – l’aspetto demografico e psicologico di un continente invecchiato e che ripudia la guerra.


    1 – Cfr. AirLand BattleWikipedia
    2 – Cfr. Full Spectrum Dominance, Wikipedia
    3 – Le difese anti-aeree ed anti-missile irachene erano scarse ed obsolete, rispetto al livello dell’attaccante, mentre l’aviazione irachena fu addirittura spostata nel vicino Iran per evitarne la distruzione.
    4 – Se si fa eccezione per la campagna di attacchi contro la rete elettrica, sostanzialmente le forze aerospaziali russe hanno concentrato il fuoco su obiettivi strettamente militari (depositi di armi, officine di riparazione, concentrazioni di truppe), lasciando quasi del tutto integra la rete di comunicazione (strade, ponti, nodi ferroviari) che pure sono elementi fondamentali per lo spostamento ed il rifornimento delle unità combattenti. Non c’è sostanzialmente stata alcuna azione che puntasse seriamente ad interrompere le vie attraverso le quali affluiscono i rifornimenti della NATO.
    La stessa campagna contro la rete elettrica si è concentrata prevalentemente sui nodi di distribuzione, più che sugli impianti di produzione, e comunque è stata ad un certo punto abbandonata, senza aver raggiunto l’obiettivo di una significativa e duratura messa fuori uso del sistema.
    5 – Cfr. “The End of Offensive Warfare”, Christopher Roach, American Greatness
    6 – Cfr. “The End of Offensive Warfare”, ibidem
    7 – “Sebbene la NATO abbia dedicato molte energie e denaro all’addestramento, ha poca esperienza recente con questo tipo di guerra. L’addestramento della NATO era basato su un’elaborata teoria di come sarebbero andate le guerre convenzionali, ma l’esperienza è necessaria per affinare e modificare tali dottrine. È significativo che l’unica brigata che ha compiuto progressi significativi durante la controffensiva non fosse una di quelle nuove, ma piuttosto una brigata composta da soldati ucraini veterani che utilizzavano attrezzature ex sovietiche”“The End of Offensive Warfare”, ibidem
    8 – Cfr. “The End of Offensive Warfare”, ibidem
    9 – Cfr. “The End of Offensive Warfare”, ibidem
    10 – Cfr. “The End of Offensive Warfare”, ibidem
    11 – Interessante notare, in proposito, come siano in rapido sviluppo – soprattutto da parte russa – gli strumenti di Electronic Warfare specificamente destinati a contrastare i droni, anche in modelli spalleggiabili.
    12 – “The russian way of war in Ukraine: a military approach nine decades in the making”, Randy Noorman, ModernWarInstitute
    13 – Una sorta di think tank presieduto da Mark Esper (un politico ed ex militare statunitense, segretario della Difesa nella presidenza Trump dal 2019 al 2020) e che fa parte del Department of Military Instruction.
    14 – Lo sforzo per organizzare e allineare gli effetti delle azioni tattiche rispetto agli obiettivi generali. Il concetto fu elaborato in Unione Sovietica, principalmente da Georgii Isserson, comandante e teorico militare russo, nel corso degli anni ’30.
    15 – Per una interessante disamina dell’articolo citato, si rimanda alla lettura di “La nuova analisi del think-tank di West Point sull’evoluzione militare della Russia”, traduzione italiana di un articolo statunitense (“Dissecting West Point Think-tank’s New Analysis of Russia’s Military Evolution”) ad opera dell’analista geopolitico Simplicius The Thinker; l’articolo italiano è disponibile qui: ItaliaeilMondo
    16 – “All Seeing Eye: Can Russia Break Through The West’s ISR Overmatch?”, Simplicius The Thinker, Simplicius76

  • DIVERSIFICAZIONE. CHE COS’È E PERCHÉ È IMPORTANTE NEL CONTESTO DELLA GUERRA ODIERNA

    DIVERSIFICAZIONE. CHE COS’È E PERCHÉ È IMPORTANTE NEL CONTESTO DELLA GUERRA ODIERNA
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    Oggi affrontiamo un tema prendendolo alla larga. Cominciamo col parlare di cosa vuol dire diversificare e poi lo applicheremo ad un altro caso.

    Diversificare, di solito, è il modo migliore per raggiungere i propri obiettivi finanziari a medio lungo periodo. Naturalmente, non si può eliminare totalmente il rischio di mercato (detto anche rischio sistemico), tuttavia la diversificazione dovrebbe essere la regola d’oro di ogni investitore.

    Evitare di concentrare il proprio portafoglio su un unico strumento, classe di attività, settore, bene può anche essere molto rischioso sia quando parliamo di azioni sia quando parliamo di obbligazioni. Per le azioni, tanto per non andare troppo in là, basta pensare a quante banche italiane sono fallite negli ultimi anni. Per le obbligazioni bastano pochi nomi: Parmalat, Banca Popolare di Vicenza o Veneto Banca.

    Sposare un approccio diversificato consente di controbilanciare l’ eventuale performance negativa di uno strumento finanziario (inteso nel senso più ampio) con una performance positiva di altri investimenti in portafoglio. Quindi, avere una diversificazione, cioè investire in settori diversi strumenti diversi o quant’altro, è un buon sistema per il controllo del rischio e raggiungere i propri obiettivi di media di medio lungo periodo.

    Quando si diversifica, la scelta migliore è operare per classe di investimento. Ad esempio, possiamo suddividere i nostri risparmi tra azioni e obbligazioni, liquidità, immobili o materie prime. E non solo: possiamo scegliere tra più paesi in cui andare investire i nostri quattrini per evitare anche il cosiddetto rischio paese.

    Ad esempio, si può investire nei mercati internazionali oppure diversificare per settori scegliendo di investire nell’industria delle comunicazioni, del lusso, delle utility, dell’energia, dei servizi finanziari ecc. Oppure si può diversificare tra investimenti più aggressivi (detti “growth”) oppure titoli a crescita costante e stabile nel tempo (i cosiddetti titoli “value”). O ancora: si può fare diversificazione sulla base dell’orizzonte temporale, quindi investimenti a breve, medio o lungo periodo.

    La diversificazione varia da cliente a cliente. Ci sarà il cliente più aggressivo che privilegerà un portafoglio a maggior contenuto azionario, quello più conservativo che privilegerà azioni di tipo vario o obbligazioni. Attenzione: diversificare non elimina mai completamente il rischio. Il rischio, infatti, fa parte del mercato, per questo è detto “detto “sistematico”: non può mai essere eliminato del tutto.

    Nel recentissimo passato abbiamo visto che possono intervenire variabili non sono finanziarie, ad esempio guerre e pandemie. O ancora, cambiamenti dei tassi di interesse, inflazione, cambiamenti dei tassi di cambio possono, e non poco, incidere sul risultato e sull’asset allocation (la sistemazione degli investimenti) prescelta.

    Riassumendo: stare sui mercati comporta sempre un rischio che l’investitore deve accettare.

    Il rischio diversificabile, che si definisce rischio non sistematico, ossia rischio specifico, si può relazionare a una singola azienda, industria, economia, paese. È proprio in questo caso che la diversificazione ci aiuta, guidandoci a distribuire il rischio su attività varie e diversificate, in maniera tale che non vengano influenzate allo stesso modo dagli eventi di mercato.

    Ad esempio, se io investissi in paesi che producono esclusivamente petrolio, un crollo nei prezzi del petrolio provocherebbe a cascata la caduta del valore delle aziende e delle  azioni di questi paesi.  Un paese  specializzato in monoculture agricole tipo il cacao (che è spesso una monocultura in tanti paesi africani) risente in maniera drammatica dei movimenti del prezzo del cacao (o anche del caffè o del tè o  altri prodotti).

    La diversificazione che tiene conto del rischio specifico è un grande aiuto. Se volete raggiungere obiettivi finanziari a lungo termine, quindi, non mettete tutte le uova nello stesso paniere.

    Ancora, a parte sedicenti maghi, liberi da sempre di fare danni e questo perché spesso la gente preferisce “credere anziché ragionare”, parliamo del cosiddetto “timing”.

    Il timing non conta perché è quasi impossibile azzeccare ogni volta il momento migliore in cui entrare nel mercato e la diversificazione ci aiuta proprio in questo senso perché elimina il problema di saper scegliere quando entrare in questo o quel settore, mercato, investimento.

    Non esiste alcune legge per cui ciò che è accaduto in passato si ripeterà necessariamente anche in futuro. Per fare esempio recente, chi avesse deciso di acquistare petrolio nel 2020 in piena pandemia avrebbe conseguito nei 18-24 mesi successivi dei grandissimi risultati. Lo stesso se  avesse fatto la stessa operazione col gas nel biennio 2021 2022. Ma ben altro sarebbe stato il risultato nei mesi successivi.

    Scegliere di non legare il proprio destino finanziario a una singola azienda, industria, economia, paesi o settore è fondamentale quindi per raggiungere risultati. La diversificazione significa scegliere, cioè scegliere di non essere legati a un unico tipo di attività, di economia, di strumento, investimento ecc.

    Ora che, mi auguro, abbiamo finalmente chiarito che cosa significa diversificare, esaminiamo quello che sta succedendo da febbraio 2022.

    Noi (intendendo come noi occidentali) stiamo scommettendo su un unico tipo di risultato. La stessa cosa la stanno facendo i russi. A seconda del punto di vista, c’è solo una e un’unica possibilità: la vittoria dell’Ucraina contro i russi, oppure, nell’altro caso, la vittoria dei russi contro l’Ucraina.

    Ci siamo bellamente dimenticati di diversificare per la semplice ragione che nessuno, finora, si è reso la briga di esaminare la possibilità che si verifichino altri casi, ovvero uno stallo, una tregua, un qualsiasi accordo di stabilizzazione. Per farla breve, una delle numerose  situazioni ibride in cui non vince pienamente né l’uno né l’altro. In cui, volenti o nolenti, si deve accettare una situazione di equilibrio che registri lo status quo.

    È un caso mai visto?

    Lo Yemen è stato diviso per decenni in due. Idem il Vietnam. La Corea è stata spezzata in due tronconi. Recentemente il Sudan è stato diviso su basi etnico-tribali dopo decenni di guerra civile. E, tanto per completare il ripasso di storia, qualcuno ancora si ricorda quante Germanie ci fossero prima del 1989?

    Anche se sembra strano, ma siete liberi di usare altri aggettivi, la possibilità di arrivare a uno stallo, un armistizio, una pace di qualsiasi genere o tipo è tenuta sotto il tappeto.

    Ma ci siamo mai chiesti che cosa succederebbe in questo caso?

    E qui torniamo al concetto della diversificazione. Perché, se io ho scommesso su un’unica possibilità, cioè se ho fatto il pazzo del casinò che piazza tutti i suoi soldi su un unico numero e viene fuori un numero diverso, sono letteralmente rovinato perché avevo scommesso tutto su quell’unica ipotesi.

    Oggi il “fronte” occidentale sta rimpinzando di armi gli ucraini. Preciso che questa non è un’analisi di carattere etico morale o politica, stiamo semplicemente ragionando su un’ipotesi. Abbiamo concesso svariati finanziamenti agli ucraini per comperare le nostre armi, nuove o vecchie che fossero, scommettendo, sempre, su un’unica possibilità e sulla eventuale ricostruzione post bellica.

    Vi voglio ricordare che la “lend and lease”, ossia il piano che gli statunitensi misero in piedi per finanziare lo sforzo bellico degli alleati nella seconda guerra mondiale, nel caso del Regno Unito (che è una delle principali economie del G20) è stato finito di pagare negli anni 2000. Quindi, ci sono voluti la bellezza di 40 e passa anni per far sì che il debito di guerra fosse pagato dagli inglesi agli americani.

    Voi pensate che l’Ucraina abbia i mezzi finanziari per restituire i soldi che gli stiamo dando per le armi? Pensate che la cessione di pezzi di territorio, quello rimasto sotto controllo ucraino, alle big corporation come Blackrock, basti a pagare il debito che si sta accumulando?

    Tutti sappiamo che l’Ucraina quei soldi non li ha. E questo è, al tempo stesso, uno stimolo eccezionale e dopante per continuare a rimpinzarli di armi, perché, se gli ucraini non vincono la guerra, i quattrini elargiti, anche se a lunghissimo temine, non li rivedremo mai più.

    Chi paga per la sconfitta degli uni o degli altri? Come? Quali instabilità nuove ed ignote sarebbero generate da questa situazione? Nessuno sembra farsi questa semplice domanda. Dovesse andare male ai russi, che ipotesi sono state vagliate? Un governo filo occidentale? Sanzioni riparatorie come quelle che hanno finito per portare al potere Hitler? D’altro canto, un governo ucraino abbattuto creerebbe ulteriori problemi. Chi seguirebbe il rimborso dello sforzo economico che gli occidentali hanno affrontato? E come? Con quali soldi?

    Signore e signori c’è da farsi più di una domanda, direi.

    Come detto poco sopra, non sarebbe la prima volta che si arriva a situazioni di frazionamento di un paese. Considerata la qualità dell’informazione, so che la gran parte dei commentatori che leggete sui giornali oppure ascoltate alla televisione non si ricorda del Vietnam, dello Yemen, della Corea, del Sudan, figuriamoci della Germania.

    Per tornare all’indispensabile diversificazione da cui ha preso avvio la nostra riflessione, è chiaro che tutto stiamo facendo noi occidentali tranne che “investire” in alternative che non siano soltanto riempire di armi i locali, senza esaminare alcuna possibilità alternativa, tacitandola genericamente come pavida e “pacifinta”, se non respingendola, probabilmente per incapacità di analisi.

    In pratica, la politica occidentale finora ha seguito la logica di chi al casinò scommette o sul rosso o sul nero. Ora, se questo può bastare a saziare gli appetititi dei mercanti di armi nel breve periodo, è un approccio quanto meno miope e limitativo nel momento in cui estendiamo la nostra analisi al “dopo”. Un dopo che sarà certamente complesso, a meno che non si sia deciso che l’Europa debba diventare un continente caratterizzato da una situazione geopolitica perennemente instabile, come si fa, con macabro successo, in Medio Oriente dal dopoguerra.

    Per ragionare su un’ altra conseguenza collaterale, provate ad immaginare, date le diverse soglie di sensibilità dei paesi europei, come si potrebbero legittimare mesi di rincari e aumenti di tassi giustificati unicamente dalla necessità di “farla pagare alla Russia”.

    È un grosso problema, signori miei. E bisogna pensarci per tempo. Se non lo fanno gli altri, iniziamo a farlo noi.

  • MODERNA APRE A ROMA PER STARE PIÙ VICINO AI POLITICI

    MODERNA APRE A ROMA PER STARE PIÙ VICINO AI POLITICI

    Dal canale Avvocati liberi

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    La casa farmaceutica ha annunciato l’espansione della sua presenza in Italia con l’apertura di un nuovo ufficio a Roma, che sarà la sede centrale in Italia.

    La presenza di Moderna a Roma, comunica la farmaceutica, “sosterrà la crescita dell’azienda in Italia e svolgerà un ruolo chiave nel rafforzare i legami con le Istituzioni italiane e con l’ecosistema italiano dell’innovazione e della ricerca in campo sanitario”.

    Con l’approdo a Roma, la farmaceutica Moderna ha completato la sua espansione geografica nel Paese, iniziata nel novembre 2022  grazie all’affare dei “vaccini” anti covid-19, quando ha avviato una partnership chiave di fill-finish con Thermo Fisher a Monza e Ferentino per la produzione di vaccini mRna per uso nazionale e internazionale.

    Tradotto in termini pratici?

    Qui nessuno russa con la bolla e certamente la vicinanza ai politici, ad AIFA e all’ISS aiuterà il lobbismo ed a foraggiare chiunque serva.

    Ma la risposta alla domanda è stata fornita dalla stessa società tramite il Direttore generale in Italia Jacopo Murz, che ha dichiarato nemmeno troppo implicitamente: «L’apertura odierna dei nuovi uffici a Roma rientra nella nostra strategia di continuare a costruire e consolidare le nostre attività in Italia, un Paese che rappresenta una parte fondamentale del nostro business e delle nostre operazioni in Europa. La presenza a Roma sarà particolarmente importante per sviluppare e sostenere le relazioni con gli stakeholder privati e Istituzionali locali, in quanto cerchiamo di essere un partner di riferimento per i professionisti della sanità e la comunità scientifica, a beneficio dell’ecosistema sanitario italiano in generale».

    Ecco che il buisness in Italia, terminato il blitz emergenziale con farmaci imposti presi allo smorzo, ora per sopravvivere dovrà necessariamente proseguire nei palazzi della politica, ove si troverà il modo, a suon di consulenze, donazioni e incarichi, di far rientrare nelle case e nei corpi degli italiani prodotti che, sebbene nessuno si sogna più assumere, dovranno necessariamente essere commercializzati e somministrati per volere della classe politica “istruita e preparata” (per nonn dire oleata) a tal fine.

    Quindi, cari politici in offerta, cari medici prezzolati, cari virostar interessati e cari giullari impupati, mettetevi in fila che si aprono i rubinetti e ce ne sarà per tutti.

    Alla prima occasione buona vedremo, e pare già sia stato fissato il tempo, sarà il 2025 dicono, quando avremo una nuova emergenza per un virus che loro già sanno arriverà e che, quando succederà, sarà di nuovo un’emergenza inaspettata ed eccezionale, ma stavolta i nostri politici sapranno cosa fare.

    Il punto cruciale però è se gli italiani sapranno cosa fare.

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