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ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.
Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.
Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

Resistenza, giustizia e liberazione
Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.
La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.
Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.
L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.
Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.
Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.
ONG, sintomi e movimenti
Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.
Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.
Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

Silenzi, storie e ideologie
L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.
Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.
Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

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HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?


Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.
Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.
La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.
Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.
Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.
Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.
Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…
i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)
Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20
“La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.
È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.
Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”
ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.
Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.
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ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE


Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).
E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.
Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.
Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.
Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:
1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).
2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.
3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.
4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.
5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.
Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.
Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

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LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO


Originale in inglese: QUI
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.
Preambolo
Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.
Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.
Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.
La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.
Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.
Definizione
L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).
Linee guida
Generale
- È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
- Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
- L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
- L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
- Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.
B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti
- Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
- Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
- Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
- Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
- Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.
C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti
( se si approva o meno la vista o l’azione)
- Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
- Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
- Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
- Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
- Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.
Firmatari
- Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
- Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
- Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
- Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
- Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
- Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
- Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
- Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
- Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
- Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
- Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
- Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
- Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
- Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
- Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
- Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
- Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
- Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
- Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
- David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
- Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
- Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
- Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
- Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
- Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
- Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
- Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
- John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
- Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
- Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
- Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
- Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
- Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
- Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
- Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
- Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
- Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
- Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
- Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
- Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
- Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
- Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
- Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
- David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
- Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
- Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
- David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
- Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
- Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
- Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
- Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
- Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
- Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
- Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
- Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
- Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
- Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
- Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
- Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
- Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
- Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
- Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
- Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
- Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
- François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
- Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
- Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
- Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
- Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
- Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
- Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
- Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
- Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
- Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
- Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
- Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
- Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
- Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
- Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
- Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
- Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
- Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
- Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
- Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
- Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
- Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
- Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
- Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
- Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
- Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
- Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
- Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
- Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
- Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
- Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
- Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
- Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
- Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
- Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
- Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
- Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
- Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
- Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
- Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
- Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
- Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
- James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
- Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
- Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
- Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
- Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
- Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
- Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
- Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
- Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
- Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
- Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
- David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
- Eva Menasse, romanziera, Berlino
- Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
- Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
- Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
- Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
- Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
- Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
- Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
- Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
- Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
- Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
- Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
- Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
- James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
- Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
- Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
- Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
- Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
- Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
- Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
- Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
- Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
- Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
- Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
- Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
- Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
- Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
- Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
- Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
- David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
- Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
- Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
- David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
- Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
- Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
- Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
- Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
- Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
- Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
- Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
- Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
- Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
- Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
- Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
- Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
- Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
- Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
- Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
- Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
- Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
- Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
- Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
- Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
- Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
- Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
- Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
- Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
- Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
- Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
- Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
- Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
- Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
- Firmatari post-lancio
- Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
- Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
- Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
- Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
- Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
- Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
- Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
- Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
- Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
- Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
- Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
- Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
- Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
- Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
- Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
- Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
- Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
- Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
- Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
- Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
- Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
- Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
- Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
- Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
- Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
- Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
- Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
- Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
- Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
- Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
- William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
- Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
- Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
- Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
- Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
- John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
- Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
- Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
- Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
- Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
- Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
- Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
- Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
- Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
- Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
- Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
- Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
- Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
- Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
- Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
- Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
- Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
- Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
- Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
- Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
- Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
- Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
- Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
- Rebecca Kobrin , Columbia University
- Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
- Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
- Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
- Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
- Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
- Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
- Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
- Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
- Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
- René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
- Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
- Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
- Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
- Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
- Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
- Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
- Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
- Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
- Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
- Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
- Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
- Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
- Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
- Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
- Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
- Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
- Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
- Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
- Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
- Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
- Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
- Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
- Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
- David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
- Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
- Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
- Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
- Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
- Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
- Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
- Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
- Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
- Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
- Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
- Adam Shatz , professore in visita, Bard College
- Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
- Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
- Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
- Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
- David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
- Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
- Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
- Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
- Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
- Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
- Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
- Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
- Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
- Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
- Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
- Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
- Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
- Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
- Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
- Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
- Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
- Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
- Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
- Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
- Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
- Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri

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KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA


di Stefano Vernole – originale QUI
Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.Di seguito il contributo di Stefano Vernole.
Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.
Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.
Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.
Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.
La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.
L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].
Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.
L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].
L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].
L’importanza geostrategica del Kashmir
Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.
Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.
Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].
Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.
Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.
Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).
Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.
Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.
Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.
La repressione dei musulmani nel Kashmir
Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.
La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.
L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.
Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.
L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.
Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].
L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.
Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].
Finora non si registrano passi in avanti sostanziali
Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.
Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].
La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.
Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].
Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.
Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.
I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.
Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.
In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.
Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.
“Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.
Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.
Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].
Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].
Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.
NOTE AL TESTO
[1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:
“La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:
“Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”
[2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.
[3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.
[4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).
[5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.
[6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.
[7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.
[8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.
[9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.
[10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.
[11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:
HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)
Total Killings 90,776
Custodial Killings 6,817
Civilians Arrested 111,269
Houses/Shops Destroyed 105,143
Women Widowed 22,371
Children Orphaned 106,616
Women Molested 9,637
[12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.
[13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

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AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI


AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI
L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023
Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”
Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!
Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.
1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html
2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

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L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE


Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.
Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.
Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).
Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.
Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.
Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

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Il primo e l’ultimo


Si sta facendo sempre più strada, tra gli osservatori politici e militari occidentali, la convinzione che la guerra ucraina sia ad un punto di inflessione strategico [1], insomma ad un punto di svolta, oltre il quale le cose cambiano. “In questo punto di svolta, i leader più abili e creativi riconoscono e accettano questa sfida, facendo progredire le loro organizzazioni per affrontarla. I leader rigidi, esitanti o avversi al rischio non accettano la sfida, portando all’irrilevanza e, in ultima analisi, al fallimento della loro organizzazione” [2].
La questione veramente importante è che, ovviamente, superato il punto di svolta le cose possono andare appunto sia bene che male, tutto dipende dalle scelte assunte dalla leadership. Ed in questo momento, le leadership occidentali non sono univocamente coese e concordi sulla rotta da seguire. Per quanto l’esigenza di sganciarsi in qualche modo dalla precipitosa corsa verso il disastro sia sempre più forte, l’idea che si possa in qualche modo ribaltare lo stato delle cose è dura a morire; e quindi, la propensione a mantenere l’investimento sull’Ucraina resta al momento predominante.Sfortunatamente per la NATO, questa convinzione non è supportata da alcun disegno strategico effettivo, in quanto non nasce da una valutazione razionale dello stato delle cose, quanto piuttosto da una posizione emotiva – particolarmente forte negli USA – fondata sulla pretesa della propria eccezionalità. A ben vedere, questa è una caratteristica che si può ben definire storica, nel modo in cui gli Stati Uniti affrontano le guerre. A partire dalla guerra di Corea, infatti, si può notare come ogni conflitto in cui sono stati coinvolti nasceva con obiettivi politici in genere abbastanza definiti, ma al tempo stesso con una certa vaghezza strategica rispetto al come, militarmente parlando, dovessero essere perseguiti. Poiché si dava per scontato che la potenza statunitense avrebbe comunque prevalso su qualunque avversario, una strategia di lungo respiro appariva inutile. Tale approccio ovviamente funzionava quasi sempre, posto che tutte le guerre intraprese erano effettivamente (e spesso clamorosamente) asimmetriche.
Ma è interessante notare come, nel caso delle guerre clamorosamente perse (ad es. Vietnam ed Afghanistan), significativamente tra le più asimmetriche, la caratteristica comune è stata il progressivo passaggio da un forte investimento politico-militare ad uno stanco trascinarsi dell’impegno, sinché non è maturata infine la decisione di mollare tutto (in entrambe i casi, dopo vent’anni di guerra…).
Il conflitto ucraino, rispetto a queste esperienze pregresse, si presenta però assai difforme, ed in particolare per tre aspetti.
Il primo, ovviamente, è che si tratta (sinora…) di una guerra parzialmente per procura; gli USA ed i paesi NATO ci mettono i soldi, le armi ed i sistemi di intelligence elettronica, mentre gli ucraini forniscono la carne da cannone.Il secondo è che, al netto della superiorità militare russa, in questo caso si tratta di una guerra simmetrica, in cui non si manifesta una schiacciante preponderanza di uno dei contendenti.
Il terzo, fondamentale, riguarda l’asimmetria strategica del conflitto.Si è più volte detto, anche qui, che questa è appunto una guerra simmetrica. Ma in effetti sarebbe più corretto dire che lo è sotto il profilo del potenziale bellico, mentre sotto il profilo strategico si può rilevare una profonda asimmetria.
A tale riguardo, è stata più volte sottolineata la radicale difficoltà della NATO a comprendere il suo nemico; cosa questa che non riguarda solo gli obiettivi e gli interessi russi, ma anche il modo in cui la Russia combatte, si potrebbe dire la sua natura, e quindi il suo disegno strategico.
Fondamentalmente, infatti, l’Ucraina e la NATO combattono – per ragioni ovviamente diverse – secondo una strategia territoriale. Il controllo del territorio è la misura del successo e dell’insuccesso. Naturalmente per Kiev la riconquista dei territori perduti è, strategicamente parlando, il faro che guida ogni scelta. Per la NATO, invece, si tratta di una impostazione culturale, storica, e che ha radici profonde e lontane, nei secoli del colonialismo occidentale; per l’occidente, la conquista (o la riconquista) è la misura della vittoria.
Per la Russia, invece, la prospettiva strategica è diversa, ed anche questa ha radici storiche profonde. “Il pensiero militare russo è diverso. La sua enfasi è sulla distruzione delle forze nemiche, mediante qualunque strategia adatta alle condizioni prevalenti” [3].
Questa asimmetria, come si può ben comprendere, non attiene soltanto al modo in cui i due eserciti si confrontano, ma anche – se non soprattutto – al modo in cui misurano il proprio successo o insuccesso. Ad esempio, quando gli osservatori occidentali parlano di uno stallo, hanno in mente la sostanziale stabilità delle aree occupate rispettivamente da russi e ucraini, e quindi – ritenendo che questo sia un dato oggettivo, e quindi che sia valutato da entrambe la parti allo stesso modo – pensano che un congelamento (più o meno temporaneo) del conflitto sia possibile, in quanto reciprocamente utile. Ma, ovviamente, così non è per i russi.
Anche a prescindere dal fatto che non avrebbero interesse a dare tempo e fiato alla NATO, per riorganizzare l’esercito ucraino e rimettersi al passo con la produzione bellica, dal proprio punto di vista non c’è alcuno stallo, anzi tutto procede alla grande.Per Mosca, l’occupazione territoriale è del tutto secondaria. Quella già acquisita è più che sufficiente all’esigenza strategica di proteggere la Crimea da un attacco terrestre [4], mentre l’idea di espandere oltre misura la conquista, magari oltre il Dnepr, non è assolutamente di alcun interesse. Quando gli USA hanno immaginato (e messo in atto) la loro strategia politica in Ucraina, l’obiettivo era quello di infliggere “un’umiliante sconfitta all’esercito russo o, almeno, di infliggere costi così pesanti” [5] da rendergli impossibile qualsiasi ulteriore azione militare significativa. Hanno però dato per scontato che ne sarebbero stati capaci, senza perciò preoccuparsi troppo del come avrebbero conseguito questo risultato. Ma, quello che sta avvenendo, è esattamente l’opposto. È la Russia che sta infliggendo un’umiliante sconfitta alla NATO, e soprattutto sta distruggendo radicalmente l’esercito ucraino. Quando l’Operazione Speciale Militare avrà termine, questo non sarà in grado, per almeno un decennio a venire, di destare alcuna preoccupazione. In ciò, l’ostinazione ucraina e statunitense è il miglior alleato del disegno strategico russo, poiché più a lungo si protrae la guerra, più profonda e duratura sarà la distruzione della capacità di combattimento ucraina (e, sul breve termine, della NATO stessa).
Questo sfalsamento strategico è l’elemento decisivo del conflitto. Ed è quello che consentirà alla Russia di ottenere ciò che più le stava a cuore, e magari alla NATO di innalzare una cortina fumogena sulla propria sconfitta. Un classico dello storytelling occidentale, infatti, è la torsione della realtà ai propri scopi, ed anche se ormai risulta (parzialmente) efficace soltanto nel ristretto ambito dell’occidente stesso, l’importante è che funzioni quel tanto per salvare la faccia. Nello specifico, la mistificazione del reale consiste nell’invenzione di un obiettivo (la conquista dell’Ucraina), reso oltretutto credibile proprio perché le opinioni pubbliche occidentali condividono con le leadership l’idea che la vittoria si misura in chilometri quadrati. A quel punto, basterà sostenere che “è la Russia che ha perso la competizione perché l’eroica Ucraina e un risoluto Occidente le hanno impedito di conquistare, occupare e reincorporare tutto il paese” [6], ed il gioco è fatto.
In fondo, è già da un po’ che Washington e Kiev combattono in realtà una guerra debordiana, una guerra spettacolo. Sulla quale, al momento opportuno, calerà il sipario.Ovviamente, questo implica l’assoluto disinteresse per la sorte delle comparse, le cui perdite ammonterebbero a 70.000, solo nel corso della controffensiva [7].
Al di là della rappresentazione immaginifica, infatti, c’è la dura, imprescindibile realtà materiale. Sangue e acciaio. Se, pertanto, questa asimmetria strategica potrebbe persino risultare utile ad entrambe, offrendo ad una parte la vittoria ed all’altra la finzione della non-sconfitta, la realtà ha comunque un suo peso fattuale e, appunto, imprescindibile, e questo peso può modificare il corso degli avvenimenti. Allo stato attuale delle cose, come detto in precedenza, tra le leadership occidentali permane in fondo l’idea che si possa in qualche modo modificare la realtà del campo di battaglia. Ma, poiché devono al contempo fare i conti con i limiti materiali (esaurimento degli arsenali NATO, incapacità dell’industria bellica di reggere il ritmo di consumo della guerra, etc), inevitabilmente si ritrovano su un piano inclinato, che li spinge ad una escalation di fatto (sistemi d’arma sempre più potenti), le cui conseguenze sono imprevedibili [8].
In ogni caso, quale che sia lo sviluppo della guerra, capire come ragiona bellicamente la Russia è un problema non da poco, per l’occidente e la NATO. La grande strategia russa, infatti, è sempre quella di assorbire l’urto nemico, consumarne il potenziale, e quindi ricacciarlo indietro. Il principio cardine è distruggere l’esercito avversario. Il resto è flessibile, adattabile tatticamente alla situazione contingente.
Da un punto di vista teorico, ad esempio, già adesso (o comunque in un tempo relativamente breve, quanto basterebbe per schierare altri 5/600.000 uomini) Mosca avrebbe l’opportunità di attaccare la NATO, prendendola in contropiede. Gli eserciti europei sono estremamente impreparati, depauperati di mezzi e munizioni, con effettivi ridotti, ed eventuali rinforzi dagli Stati Uniti avrebbero bisogno di almeno un paio di settimane. A parte il fatto che portare in Europa truppe e mezzi pesanti richiederebbe grossi trasferimenti, prevalentemente per mare (quindi esposti al rischio di attacchi con missili balistici e dai sommergibili nucleari russi).Molte stime (occidentali) valutano in pochi giorni la durata delle munizioni di artiglieria disponibili per le forze NATO in Europa, senza considerare le perdite umane. “Per fare un confronto, gli Stati Uniti hanno subito circa 50.000 perdite in due decenni di combattimenti in Iraq e Afghanistan. In operazioni di combattimento su larga scala, gli Stati Uniti potrebbero subire lo stesso numero di vittime in due settimane” [9]. Anche se questa stima appare un po’ esagerata, è evidente che – in questa ipotesi, speriamo destinata a rimanere tale – è altamente probabile che una ondata di attacco russo travolgerebbe le difese NATO, spingendosi abbastanza in profondità verso ovest, e che già questa prima fase costerebbe pesanti perdite agli eserciti occidentali [10]. A quel punto, le forze NATO si troverebbero nella condizione di dover recuperare i territori perduti, cioè esattamente quello che prevede la dottrina strategica russa. E le forze di Mosca potrebbero anche rinculare parzialmente all’interno dei propri confini, se fosse necessario. Sarebbe una storia già vista, con le armate napoleoniche prima e quelle del terzo reich poi.
Semplificando al massimo, potremmo dire che la dottrina strategica occidentale prevede l’attacco come condizione per la vittoria, mentre quella russa prevede la vittoria attraverso la difesa. Come accennato precedentemente, non è una questione meramente militare o dottrinale, ma – assai più profondamente – una questione culturale. E, per dirla ancora una volta con le parole di Crombe e Nagl, “la cultura si mangia la strategia a colazione” [11].
L’intero pensiero strategico occidentale, di cui la NATO è pienamente erede, è un pensiero offensivo. Ruota sempre sull’idea del first strike, indipendentemente dal fatto che si aspetti o meno che questo sia decisivo. Colpisci per primo. Diversamente, il pensiero strategico russo ricorda assai più la basi concettuali delle arti marziali orientali, ovvero sfruttare la forze dell’avversario contro di lui. Colpisci per ultimo.
Speriamo soltanto che, alla fine, prevalga la ragione, e che non si arrivi mai a scoprire come finirebbe questo match.
1 – Questa espressione è stata introdotta, in ambito aziendale, da Andrew S. Grove, presidente e CEO di Intel Corporation. Cfr. “Inflections point”
2 – “A call to action: lessons from Ukraine for future force”, Katie Crombe & John A. Nagl, Parameters
3 – “US Can’t Deal with Defeat”, Michael Brenner, consortiumnews.com
4 – Questo è empiricamente dimostrato anche dalla costruzione della cosiddetta linea Surovikin, ovvero la serie di trinceramenti e fortificazioni, articolata su tre fasce successive e disposta appunto a protezione del corridoio terrestre che unisce la Crimea agli oblast annessi alla Federazione Russa. Averla costruita, ed esservisi attestati in difesa, è una ulteriore riprova che la strategia russa non prevede di spingersi significativamente più oltre l’attuale linea di contatto; diversamente, le forze russe avrebbero avuto tutte le possibilità di passare all’attacco, anticipando la controffensiva ucraina.
5 – “US Can’t Deal with Defeat”, ibidem
6 – ibidem
7 – Dati forniti dal Ministero della Difesa russo.
8 – Cfr. “Un piano incliNATO”, Enrico Tomaselli, Target Metis
9 – “A call to action: lessons from Ukraine for future force”, ibidem
10 – Interessante, al riguardo, anche una delle poche – anche se datata – informazioni disponibili sulle simulazioni NATO del conflitto, pubblicata dalla rivista polacca Polityka. In essa si riferisce l’esito disastroso di una di queste, nel corso della quale “la simulazione ha mostrato che le truppe nemiche circondavano Varsavia già al quarto giorno dell’esercitazione”. Anche se la rivista ne attribuisce la responsabilità all’ufficiale in comando (generale Andrzejczak, capo di stato maggiore generale), la debacle è stata assoluta. Cfr. “KOMPROMITACJA! Polski generał przegrał wojnę w cztery dni! Wojska wroga okrążyły Warszawę”, Polityka
11 – “A call to action: lessons from Ukraine for future force”, ibidem
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Lezioni ucraine – 2


In questa seconda parte delle Lezioni Ucraine [1], si proverà ad analizzare i cambiamenti strategici e tattici intervenuti nel conflitto, da parte russa, a partire dall’avvio della OSM sino ad ora. La prima, e più interessante osservazione da fare è che il punto di vista russo, in questa guerra – e proprio a partire dalla scelta di definirla inizialmente come una Operazione Speciale – è mutato considerevolmente; forse non sempre tempestivamente, ma certo con grande flessibilità. Del resto, basta osservare il quadro generale internazionale, e più specificatamente quello del conflitto nei suoi aspetti bellici sul campo, per comprendere con grande evidenza come la Federazione Russa abbia gestito le mutevoli dinamiche della guerra molto meglio di quanto non abbia fatto la NATO; e ciò nonostante a Washington questo conflitto lo si è preparato da quasi vent’anni.
Come già detto precedentemente, si vuole qui analizzare la condotta strategica e tattica delle forze avverse, senza entrare più del necessario nelle motivazioni politiche che le hanno determinate. Ma, indiscutibilmente, tutta la prima fase della OSM è stata eminentemente politica. Politica è stata, com’è ovvio, la scelta di intervenire in Ucraina per fermare l’espansione verso est della NATO; politica è stata la scelta di limitarne gli obiettivi iniziali; politica è stata la scelta di presentarla quasi come una operazione di peacekeeping. Questa prevalenza degli aspetti politici su quelli più schiettamente militari spiega a sua volta quelle che, appunto sotto questo punto di vista, appaiono come mosse inconsuete, e quasi inspiegabili.
Al tempo stesso, spiega a mio avviso anche una più generale mancanza (quantomeno apparente) di un quadro strategico chiaro, cosa che ha negativamente caratterizzato una buona parte delle operazioni sul campo.Va anche detto che questa mancanza di obiettivi strategici precisi, probabilmente sino all’autunno 2022 (nomina di Surovikin a comandante in capo delle operazioni), si può riscontrare anche nel campo avverso, laddove lo sponsor ultimo dell’Ucraina, gli USA, con tutta evidenza non hanno tuttora né una wishlist degli obiettivi, né una chiara strategia per conseguirli.
Come è poi risultato evidente da una serie di informazioni venute a galla, il primo obiettivo che si poneva Mosca, intervenendo direttamente nel conflitto, era quello di forzare (la NATO) ad accettare un dialogo sulla sicurezza europea che tenesse conto delle legittime preoccupazioni russe. Il senso delle avanzate sulla capitale ucraina, fermate a pochi chilometri dalla città, era esattamente quello di esercitare una pressione in tal senso. L’idea di occupare l’intero paese non ha mai neanche lontanamente sfiorato la Russia.Ciò è facilmente desumibile dal limitatissimo contingente impiegato, circa 200.000 uomini. Che non solo erano in fortissimo svantaggio numerico rispetto agli ucraini, ma soprattutto letteralmente impossibilitati ad una conquista così vasta, che avrebbe comportato un considerevolissimo allungamento delle linee logistiche, e quindi l’uso di una forza assai più massiccia (almeno 1.500.000 uomini) per controllare un territorio largamente ostile.
Una ulteriore riprova della convinzione russa che si sarebbe trattato di una operazione limitata nel tempo, si ricava agevolmente dalla constatazione che non esisteva un comando unico (se non quello esercitato, da Mosca, da Shoigu e Gerasimov), ma ben tre comandi di armata, che di fatto operavano in modo scarsamente coordinato tra di loro. E ciò proprio perché gli obiettivi assegnati non prevedevano una campagna di lunga durata, ed erano di natura diversa.I due gruppi penetrati in territorio ucraino al nord, uno dalla Bielorussia ed un altro dalla regione russa di Belgorod, avevano infatti la missione precipua di esercitare la summenzionata pressione su Kiev, mentre quello che operava a sud attraverso il Donbass e la Crimea, aveva l’obiettivo di mettere in sicurezza le popolazioni e, soprattutto, la Crimea stessa. Nel primo caso, quindi, obiettivi prevalentemente politici, e presumibilmente limitati, nel secondo invece gli obiettivi erano militari e di lunga durata.
In ogni caso, nel giro di meno di due mesi, come abbiamo visto precedentemente, diviene chiaro che l’obiettivo di arrivare ad una trattativa in poco tempo è del tutto irrealistico, perché gli interessi della NATO andavano in tutt’altra direzione, e si è quindi reso necessario operare un primo reset dell’operazione, ritirando in due gruppi al nord, ormai inutili, e ridispiegandoli nel Donbass dopo un lungo giro all’interno dei confini russi [2].
Tra la primavera e l’autunno del 2022, quindi, le forze armate russe si ritrovano in una situazione non del tutto prevista, ed alla quale non erano comunque perfettamente preparate.
Va qui considerato un attimo anche il background di queste forze, le cui esperienze di combattimento (in epoca post-sovietica) sono relative alle due guerre cecene, a quella veloce con la Georgia, ed all’intervento in Siria – dove però operano sostanzialmente solo forze aeree e navali. Il conflitto con l’Ucraina è a sua volta – un po’ come per la NATO – la prima guerra simmetrica che affrontano [3].
In questa fase, quindi, le forze russe saranno sostanzialmente impegnate nel fronteggiare quelle ucraine, cercando al contempo di estendere il controllo sull’intera superficie amministrativa dei quattro oblast conquistati. E sarà anche – il motivo è intuitivamente chiaro – la fase che (insieme a quella iniziale dell’attacco) registrerà le maggiori perdite. Fondamentalmente, Mosca ripiega sugli obiettivi territoriali, in attesa di definire meglio il quadro strategico globale.Ovviamente, poiché è la politica che guida l’azione militare designandone gli obiettivi strategici, come detto all’inizio bisogna considerarne l’incidenza. E poiché ovviamente non abbiamo accesso alle segrete stanze del Kremlino, queste sono chiavi di lettura arbitrarie, che però trovano – a mio avviso – un certo riscontro nei fatti noti, coerente con le premesse interpretative. Nello specifico, tale chiave di lettura porta a ritenere che, nel corso della fase in esame, a Mosca sia maturata la consapevolezza che la NATO sosterrà decisamente l’Ucraina in guerra, ma non ancora che si tratti a tutti gli effetti di una proxy war della NATO stessa.
Benché le forze disponibili lungo la linea di combattimento, e nelle immediate retrovie, siano ancora quelle assolutamente insufficienti con cui si era avviata la OSM, trascorreranno appunto circa sei mesi prima che in Russia si convincano della necessità di rinforzare adeguatamente il contingente. Operazione che viene inizialmente effettuata aumentando la presenza della PMC Wagner, e successivamente con la mobilitazione di 300.000 riservisti (inverno 2022).Quello dell’utilizzo della Wagner, soprattutto alla luce degli eventi successivi, è un aspetto che merita di essere analizzato in modo specifico. La PMC, esattamente come avviene per le organizzazioni omologhe statunitensi o britanniche, svolge compiti che le forze armate ufficiali non possono ricoprire (Africa), ma anche ha fatto da battistrada in altre operazioni – ad esempio l’annessione della Crimea.
Nello specifico della guerra in Ucraina, la Wagner è stata presente sin dall’inizio, anche durante la guerra civile, con qualche migliaio di uomini. Ma, quando si è fatta più pressante la richiesta di manpower al fronte, si è rivelata la soluzione più veloce. Questa è stata l’occasione che Prigozhin aspettava da tempo, e l’ha sfruttata a suo modo. Innanzitutto, per rinfoltire le fila della PMC ha fatto largo ricorso alla legge che consentiva di reclutare detenuti condannati [4], portando gli effettivi a circa 50.000, di cui quasi l’80% reclutati nelle carceri russe. Oltre alla velocità di dispiegamento, il ricorso alla PMC presentava anche il vantaggio di alleggerire il bodycount, e poter utilizzare i reparti con maggiore spregiudicatezza.Il momento clou dell’impiego dei contractors russi è stato a Soledar, e soprattutto a Bakhmut.
A questo punto è necessario fare due premesse. Innanzitutto, secondo la vecchia legge (ora modificata) che regolava in Russia i rapporti con le PMC, queste potevano agire con un grosso margine di autonomia, praticamente al di fuori dalla normale scala gerarchica delle forze armate, dalla quale dipendevano solo per i rifornimenti e l’equipaggiamento pesante. Inoltre, la tattica abituale con cui le forze russe hanno operato in Ucraina è stata fondamentalmente basata su alcune semplici mosse: identificato un punto debole nello schieramento nemico, lo investivano costringendo quest’ultimo a concentrarvi riserve per sostenere l’attacco; se il terreno ed i rapporti di forza lo consentivano, procedevano quindi ad aggirare le forze nemiche sui fianchi, cercando di chiuderle in una sacca, altrimenti continuavano a tenerle inchiodate nella posizione, sfruttando la superiorità aerea e di artiglieria per colpirle pesantemente.Da questo punto di vista, la battaglia di Bakhmut rappresenta una significativa anomalia. Come già visto nella lezione 1, Zelensky decide farne una questione simbolica di grande rilevanza, nonostante la scarsa importanza strategica della posizione, e nonostante dal punto di vista militare sarebbe stato molto più sensato arretrare, ridispiegando le forze dietro la linea fortificata Sloviansk-Kramatorsk. Specularmente, per le forze russe avrebbe avuto senso cercare di insaccare, accerchiandoli, gli ucraini; o semplicemente di sfruttare la battaglia per consumarne le forze. Sostenere pesanti perdite, come effettivamente è stato, per conquistare una città praticamente rasa al suolo non aveva militarmente senso.
Il punto è che anche per Prigozhin quella battaglia ha un valore simbolico.
Lo scopo della conquista di Bakhmut è la creazione del mito della Wagner. Mito che viene costruito in parte utilizzando i media di cui dispone l’imprenditore Prigozhin, sia facendo leva sui blogger e sui corrispondenti di guerra (in maggioranza favorevoli ad un uso più deciso della forza militare), sia più in generale solleticando le aspettative delle componenti più radicali della società russa. Utilizzando una schema classico nella costruzione di una narrazione, oltre all’eroismo della Wagner l’operazione puntava a mitizzare la figura stessa di Prigozhin, contrapposta a quella di Shoigu e Gerasimov, sostanzialmente dipinti come incapaci se non addirittura felloni. In questo naturalmente facilitati anche dall’incertezza della fase in cui si trovava il conflitto. E nonostante il capo della Wagner fosse un imprenditore che non ha mai combattuto, mentre i suoi antagonisti siano due militari di carriera [5].
Quale fosse il senso e lo scopo di questa operazione, diventerà chiaro qualche mese dopo.Quale che fosse l’intento delle due parti, la battaglia per la città di Bakhmut è stata sanguinosa per entrambe, ma al di là del valore simbolico che vi si attribuiva, non aveva e non ha alcuna rilevanza strategica. Prova ne sia che, a distanza di mesi dalla sua caduta, la situazione in quel settore del fronte non è sostanzialmente mutata. A parte le perdite subite, e lo smacco per Zelensky [6].
Tornando un attimo indietro, abbiamo visto come la scarsità di truppe, e la loro distribuzione disomogenea lungo la linea del fronte, offrirà l’opportunità per la duplice offensiva estiva di Kiev, che porterà alla riconquista di un ampio pezzo di territorio a nord-est (dove le difese russe sono affidate a poche unità della Rosgvardija), mentre nel settore di Kherson, a sud-ovest, una maggiore concentrazione di forze riesce a respingerla con forti perdite. È questo il fattore decisivo, che convince Mosca della necessità di dare una svolta alla campagna ucraina.Svolta che si concretizza sia nella decisione di riunificare il comando delle operazioni, e di affidarlo al generale Surovikin [7], sia in quella di procedere alla mobilitazione di 300.000 riservisti.
Mentre gli effetti della mobilitazione, che servirà sostanzialmente a riequilibrare le forze in campo, si vedranno solo verso la fine dell’inverno, il comando di Surovikin mostra da subito i suoi effetti. La prima, significativa mossa è quella di inaugurare – cosa incredibilmente non fatta sino a quel momento – una campagna di attacchi aerei e missilistici sull’intera Ucraina, e non soltanto sulle immediate retrovie del fronte, puntando a colpire il nemico in profondità, mettendo in crisi le sue infrastrutture. Va qui notato che, nonostante questa campagna non sia stata più interrotta, e continui ancora concentrandosi a volte sul sistema elettrico, altre su quello di produzione e riparazione militare, altre ancora su aeroporti, depositi di munizioni ed altre infrastrutture militari, a tutt’oggi continua a lasciare sostanzialmente intatti altri importantissimi obiettivi, in particolare strade, ponti, stazioni e linee ferroviarie, oltre alle infrastrutture di comunicazione.La seconda mossa significativa operata da Surovikin, ed anche la più contestata, è il ripiegamento delle forze russe sulla riva sinistra del Dnepr a Kherson, lasciando in mano ucraina la parte occidentale della città. La giustificazione tattica è stata, ovviamente, che diversamente le unità russe si sarebbero trovate – in caso di attacco ucraino – costrette a difendersi avendo alle spalle il fiume. Resta però il fatto che in tal modo si è abbandonata una parte significativa del capoluogo dell’oblast, dopo averne proclamata l’annessione alla Federazione Russa. E che, un domani, sarà più complicato riprendersela.
La terza mossa importante, di cui si è vista la rilevanza più di recente, è stata la decisione di costruire linee difensive fortificate ed articolate in profondità, alle spalle della linea di contatto, ed in particolare a difesa di quel corridoio terrestre che collega il Donbass alla Crimea.La questione della ritirata da Kherson è rilevante perché, oltre agli aspetti più strettamente militari, pone una domanda a tuttora irrisolta: al di là degli obiettivi strettamente politici, che sono abbastanza chiari, quali sono invece gli obiettivi territoriali di Mosca? Anche se ovviamente i due aspetti sono connessi, dalla condotta militare sul campo non si riesce a desumere con chiarezza quali possano essere; se ad esempio siano relativi alla liberazione completa dei quattro oblast annessi, sa la si voglia estendere ad una ulteriore fascia di sicurezza tra questi ed il territorio in mano ucraina, se si voglia o meno spingere la conquista sino ad Odessa, o se al contrario ci si accontenterà di ciò che si è già preso.
Ovviamente, non conoscendo gli obiettivi strategici diventa più difficile interpretare e valutare le scelte tattiche.Se vogliamo provare a semplificare l’approccio russo al conflitto, potremmo dire che in una prima fase c’è l’idea di una operazione limitata, che porterà a trattative in un tempo relativamente breve; in una seconda fase, matura la consapevolezza che non c’è spazio per una trattativa, e che quindi si tratta di affrontare una guerra per l’Ucraina (chi ne controllerà il destino); ed infine, in una terza fase ancora in corso, si è presa pienamente coscienza del fatto che quella che si sta combattendo in Ucraina è una guerra esistenziale, che riguarda il destino della Russia.
Questa consapevolezza ha portato oggi i russi ad impegnarsi in un conflitto di prospettiva strategica, che potrebbe anche durare a lungo, e che in ogni caso non si potrà considerare concluso se non con la sconfitta propria o della NATO.Se, sul piano tattico militare, Mosca sta procedendo alla distruzione dell’esercito ucraino – ed a minarne le prospettive di una sua ricostruzione a breve – quali che siano i suoi obiettivi territoriali, punta strategicamente ad aspettare che gli effetti della guerra spingano l’occidente ad allentare (volente o nolente) il sostegno a Kiev, per dare quindi la spallata definitiva ed ottenerne la capitolazione.
Sul piano meta-strategico la questione invece è stata posta molto chiaramente da Lavrov, nel suo recente intervento all’ONU. Non si tratta con l’Ucraina, ma sull’Ucraina. Non ci sarà alcun cessate il fuoco, cioè non sarà dato tempo a Kiev ed alla NATO per riprendere fiato. Se l’occidente pensa e vuole la vittoria sul campo di battaglia, sarà sul campo di battaglia che si vedrà chi è il vinto e chi il vincitore.
La spada di Brenno pende sul capo della NATO. Vae victis.
1 – La prima parte, dedicata al punto di vista ucraino, è su Giubbe Rosse.
2 – Sotto il profilo tattico, ritirare completamente tutte le unità che erano penetrate da est, ridislocandole in Donbass, è stato un errore non da poco – se pure spiegabile con la scarsità di unità disponibili. Il risultato infatti, come era del resto prevedibile e previsto, è stato esporre un ampio tratto di territorio oltre il confine russo-ucraino alle incursioni delle forze di Kiev ed ai colpi della sua artiglieria.
3 – Un piccolo esempio di come abbia funzionato questo scarto è costituito da una certa moria iniziale di generali russi, che venivano localizzati tramite i GPS dei telefoni cellulari grazie al supporto della rete di intelligence e sorveglianza elettronica della NATO.
4 – Tale legge, poi abrogata, consentiva il reclutamento di condannati a pene detentive limitate, in cambio del servizio prestato in una compagnia militare privata.
5 – In particolare Valery Gerasimov è noto in occidente per aver presentato quella che venne definita dottrina Gerasimov, ma che in effetti era semplicemente una considerazione sull’evoluzione strategica della guerra contemporanea. Il testo della conferenza in cui venne presentata questa riflessione è disponibile qui.
6 – Il quale peraltro, per chissà quali motivi, sembra averne fatto quasi una questione personale, e di recente – in una delle sue innumerevoli e del tutto irrealistiche esternazioni – è tornato a parlare di riconquista della città. In un articolo del (“Zelensky’s Visit Reveals Strategy Divide Between Ukraine and U.S.”, NYT), si riporta l’affermazione di alcuni funzionari statunitensi, secondo i quali “Bakhmut è diventata una sorta di ossessione per Zelensky e i suoi leader militari”.
7 – Sergej Vladimirovič Surovikin era il Comandante, dal 2017, delle forze aerospaziali russe; dall’ottobre 2022 è stato posto al comando di tutte le truppe e le forze militari russe impegnate nel conflitto in Ucraina. Dal 2013 al 2017 ha diretto il distretto militare orientale ed è stato uno dei comandanti dell’esercito russo impegnati nella guerra civile siriana.
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LEZIONI UCRAINE – 1


Le lezioni che la guerra ucraina sta fornendo sono svariate, ed alcune anche molto interessanti. Il fatto che il conflitto si collochi in un passaggio cruciale della Storia, anzi che ne sia un importante fattore di accelerazione, rischia naturalmente di offuscarle, di renderle meno evidenti. Anche solo da un punto di vista strettamente militare, però, ci sarebbe molto da imparare – e per quanto è possibile vedere/sapere, dall’altra parte dell’Atlantico non sembra che stiano imparando molto. Eppure, nessuno più del Pentagono avrebbe interesse a trarre insegnamenti da questo conflitto.
In ogni caso, un tentativo di analisi merita di essere fatto, se non altro come contributo ad una possibile (ed auspicabile) riflessione generale sul tema.Fermo restando che non c’è ovviamente paragone possibile, in termini di potenza strategica, tra Russia ed Ucraina, è però indubitabile che il 24 febbraio 2022 quello che si apre è sostanzialmente un conflitto simmetrico: le forze in campo sono complessivamente equiparabili, quanto meno nel senso che le varie disparità che le caratterizzano sono in qualche modo compensative. In particolare, l’Ucraina ha avuto dalla sua, sin dal primo momento, un vantaggio numerico, quello derivante dal supporto informativo e di intelligence fornito dalla NATO, una retrovia estesa (intoccabile dalla Russia) ed una disponibilità di mezzi e denaro enormemente superiori alle proprie – sempre grazie all’aiuto dell’Alleanza Atlantica. Questi notevoli plus tattici e strategici compensavano pienamente i gap rispetto alle forze russe.
Stiamo ovviamente qui parlando di una simmetria teorica, in quanto poi le cose sul campo erano profondamente diverse.Tanto per cominciare, si tende spesso a sottovalutare un dato storico. Nel 2014, dopo il golpe di piazza Maidan, la NATO comincia l’addestramento delle forze ucraine, così come la fornitura di armamenti. Contemporaneamente, comincia lo scontro tra l’esercito ucraino, supportato dalle varie milizie neonaziste, con le repubbliche separatiste del Donbass (Donetsk e Lugansk). Questo scontro, benché veda una assoluta asimmetria (l’intero esercito ucraino contro le milizie di due repubbliche regionali), viene sostanzialmente perso da Kiev. Non solo in otto anni non è stata capace di riprendere il controllo dei territori secessionisti [1], ma addirittura si sono dovute mobilitare le potenze occidentali per dargli modo (con gli Accordi di Minsk 1 e 2) di riprendere fiato e riorganizzare le proprie forze. Il fatto stesso che, proprio in quegli anni, gli ucraini costruissero la linea fortificata Slovyansk-Kramatorsk, ai confini occidentali del Donetsk, indica come ritenessero addirittura di doversi difendere.
L’esperienza degli otto anni di guerra civile, quindi, insegna che le forze armate ucraine – al netto della loro potenza e potenzialità – si erano già rivelate scarsamente efficaci sul campo. Ciò è probabilmente dovuto al combinato disposto tra due fattori, uno endogeno e l’altro esogeno. Il primo, è l’estremo livello di corruzione che aveva pervaso il paese sin dalla proclamazione dell’indipendenza, nel 1991, che non ha mancato di riflettersi sull’esercito. Il secondo è determinato dalla transizione dal modello sovietico (dottrinale, organizzativo, di equipaggiamenti…) a quello NATO, applicato per di più in tempi ristretti ed in condizioni operative. Un aspetto, questo, i cui effetti si continuano a riscontrare tuttora, e per le medesima ragioni.

Quando inizia l’Operazione Speciale Militare, benché le forze russe impegnate siano circa un quarto di quelle ucraine – quindi con un rapporto di forze attaccanti-difensori esattamente invertito, rispetto agli standard previsti da ogni dottrina militare – dilagano comunque in Ucraina. A nord est occupano l’oblast di Kharkov, a sud quelli di Zaporizhzhye e Kherson, mentre due potenti colonne penetrano una da est, in direzione Sumy, ed una da nord, sino alle porte di Kiev. Senza stare qui a ricapitolare le ragioni strategiche e tattiche di questa manovra russa, già ampiamente analizzata in passato, resta comunque l’evidenza di una offensiva annunciatissima (da tempo gli USA ripetevano che Mosca stava per attaccare, e le truppe russe erano pronte sul confine da mesi), effettuata praticamente senza alcuna preparazione aerea, e che nel giro di pochissimo tempo ha occupato una significativa parte del paese.
Per quanto nei successivi 500 e passa giorni di guerra gli ucraini abbiano dato prova di coraggio e determinazione, sin dall’inizio è stato evidente come le scelte strategiche e tattiche fossero spesso inadeguate, se non del tutto errate.
Sfortunatamente per Kiev e per la NATO, l’apparato propagandistico occidentale si è subitaneamente mobilitato intorno al plot narrativo di un esercito ucraino capace di vincere, e questa narrazione ha finito per farsi strada persino nei comandi strategici di entrambe.
Nel giro di 40-50 giorni, comunque, quando con la visita di Boris Johnson a Kiev si chiudono gli spazi di trattativa tra Russia ed Ucraina, cambia completamente il quadro strategico. Le colonne penetrate in territorio ucraino da est e da nord vengono ritirate (per una decisione politica di Mosca, non per una pressione militare di Kiev), e si entra in una nuova fase della guerra.Sempre restando dal lato ucraino del conflitto, un po’ di buon senso – e di consapevolezza delle proprie forze – avrebbe dovuto spingere l’Ucraina, ed i suoi sponsor occidentali, a predisporsi per una guerra difensiva di logoramento, che costringesse i russi a tenere impegnate le forze lungo una lunga linea di contatto in condizioni di inferiorità numerica. La mobilitazione di 300.000 riservisti, infatti, verrà lanciata da Mosca soltanto in inverno, e comincerà a manifestarne i segni sul fronte soltanto nella primavera successiva.
Ma è proprio in questa fase che si concretizzano due elementi, in realtà presenti sin dall’inizio, ma che appunto arrivano a maturazione solo adesso. Il primo è l’assoluta presa in carico dell’Ucraina da parte della NATO, che comporta non solo il pieno supporto ma anche il sostanziale pieno controllo; il secondo, conseguente, è il prevalere delle esigenze politiche occidentali su quelle militari ucraine.Il conflitto diventa prevalentemente mediatico. Gli scopi strategici che la NATO intende perseguire attraverso questa proxy war sono solo marginalmente ottenibili sul campo (a Washington pensano di sconfiggere la Russia soffocandola economicamente e diplomaticamente), e quindi questo diventa uno scenario, sul quale viene rappresentata la battaglia propagandistica.
La guerra mediatizzata ha pertanto esigenze di tipo spettacolare, che sovrastano quelle di tipo bellico. Non basta l’immagine dell’esercito che offre un’eroica resistenza all’invasore, serve l’immagine di un esercito che possa ricacciarlo. Per questo, non serve – non interessa – che gli ucraini si difendano come possono, serve che vadano all’attacco.
Nell’estate del 2022 quindi, le forze di Kiev lanciano due offensive, una a nord-est su Kharkov ed una a sud-ovest su Kherson. Mentre la prima ha un certo successo, grazie alle deboli difese russe nell’area, che sostanzialmente ripiegano sotto la pressione ucraina, la seconda incontrerà forti resistenze e, dopo forti perdite, si arenerà poi ad ottobre. Questo sforzo offensivo segna il passaggio ad una terza fase del conflitto, e per tutto l’anno successivo l’esercito ucraino non sarà più in grado di effettuare operazioni offensive. La nuova fase, tra l’altro, è segnata ancor più da un cambiamento decisivo dal lato russo, con l’arrivo al comando del generale Surovikin, a cui si devono tre importanti decisioni strategiche: l’abbandono della parte di Kherson che si trova sulla riva destra del Dnepr, la costruzione di linee fortificate ed articolate in profondità a ridosso della linea del fronte, e l’avvio di una campagna di attacchi dall’aria sull’intera Ucraina.
Durante questo anno di (apparente) pausa nei combattimenti, la NATO farà uno sforzo per riorganizzare e riarmare le forze ucraine; oltre 80.000 uomini vengono addestrati in occidente, e sono forniti centinaia di mezzi corazzati. L’obiettivo è quello di replicare, in primavera, l’offensiva dell’estate 2022, ma stavolta con obiettivi ancora più ambiziosi. L’ossessione di Zelensky (ma in realtà della NATO) è infatti la Crimea. È su questa che si appuntano le mire di rivincita, quasi che gli altri territori perduti siano irrilevanti (anche se, ad esempio, il Donbass è invece una regione ricca, sia per risorse minerarie che dal punto di vista delle infrastrutture industriali). Ovviamente a questo c’è una spiegazione ben precisa: Crimea significa la base navale di Sebastopoli, significa mar Nero. E la NATO vorrebbe sottrarne alla Russia ogni controllo.
Ma durante questa rôle de guerre, avviene anche qualcos’altro di assai significativo.Prima a Soledar, poi a Bakhmut, si svolgono due lunghe e sanguinosa battaglie, per il controllo dei rispettivi abitati. Soprattutto la seconda, ben più famosa, e che si protrarrà per circa otto mesi. La lotta per il controllo della cittadina di Bakhmut-Artëmovsk sarà in effetti il baricentro intorno a cui ruoterà tutta questa fase, ma rappresenterà inoltre (anche da parte russa, come vedremo) una significativa anomalia tattica.
Il valore strategico della città, in effetti, era ed è abbastanza relativo, anche se ovviamente rappresentava un passo verso la completa liberazione dell’oblast di Donetsk. Eppure (a quanto è dato sapere, per una impuntatura dello stesso Zelensky) l’esercito ucraino si è ostinato a difenderla sino allo stremo, pagando un prezzo elevatissimo in termini di vite umane – è in riferimento a questa battaglia che si è iniziato a parlare di tritacarne – bruciandovi intere brigate, che sarebbero potute tornare utili successivamente, per la prevista controffensiva di primavera-estate.Secondo gli insegnamenti di Sun Tzu, è assai meglio perdere territorio e preservare le forze, così da poter successivamente riconquistare il terreno perduto, piuttosto che sacrificare le forze per difenderlo, finendo così per perdere entrambe. Ma evidentemente Zelensky non conosceva Sun Tzu. E soprattutto, sentendosi in difficoltà, riteneva che la sua guerra mediatica potesse risultare compromessa dalla perdita della città, nonostante fossero proprio gli strateghi americani a suggerire la ritirata. In ogni caso, la caparbietà con cui è stata difesa, indifferente al prezzo pagato, ha rappresentato un punto di svolta per l’esercito ucraino, le cui perdite hanno assunto un peso sempre più significativo, soprattutto sulla successiva capacità di combattimento.
A conferma di quanto detto prima, circa l’importanza di Bakhmut, basta osservare come – ancora a mesi di distanza dalla sua caduta – questa non abbia determinato alcun mutamento sostanziale della situazione, né sul piano strategico né su quello tattico, nemmeno con riferimento a quello specifico settore del fronte.È comunque in questa fase che comincia a manifestarsi, in modo sempre più evidente, un approccio al combattimento – da parte ucraina – che fa venire in mente la battaglia di Khartoum, nel 1885, quando le armate del Mahdi si lanciavano all’assalto della fortezza difesa dalle truppe del governatore Charles Gordon. Anche se la narrazione europea e coloniale ci ha trasmesso l’immagine delle orde barbariche africane che, ad ondate successive, andavano all’attacco (finendo alla fine per travolgere gli eroici difensori bianchi), la realtà è che in molti casi l’unica arma su cui contare per cercare la vittoria è il numero. Sfortunatamente per l’esercito di Kiev, le forze russe sono più numerose, e soprattutto molto meglio equipaggiate di quelle di cui disponeva Gordon Pascià. La similitudine ovviamente qui risiede nel fatto che, stante la crescente disparità di forze, l’unico vantaggio di cui dispongono a questo punto gli ucraini è la quantità di uomini che possono gettare in battaglia. Il tentativo – quasi disperato – è che, portando in combattimento una brigata dopo l’altra, il fronte russo finisca per cedere da qualche parte.
Altrettanto ovviamente, questo modus operandi non solo impone un costo elevatissimo – oggi le perdite ucraine oscillano tra mille e duemila al giorno – ma va ad incidere direttamente sulla capacità di combattimento complessiva. Se, infatti, vengono inviate formazioni composte da soldati esperti e ben addestrati, le perdite avranno un’incidenza molto più significativa, e se invece si mandano formazioni di mobilitati, con scarso addestramento, i risultati saranno insignificanti e le perdite ancora maggiori. In questa forbice, lo spazio di manovra per le forze di Kiev si fa sempre più ristretto, e quindi la capacità di tenuta si assottiglia.
Dopo oltre cento giorni dall’inizio della controffensiva del 2023, e dopo quasi 80.000 uomini persi, è inevitabile che la spinta si esaurisca, preludio ad una probabile controspinta russa, che nel corso dell’autunno ricaccerà indietro le truppe di Kiev, sulle posizioni precedenti il 4 giugno.Non è affatto per un caso che, essendo ormai divenuto chiaro che le forze armate ucraine non saranno mai in grado di riprendersi i territori perduti, ed ormai consumata la carta delle forze corazzate (i dintorni di Rabotino sono oggi un cimitero di carri occidentali), il focus si stia spostando sugli attacchi a distanza, con droni e missili a lunga gittata – sempre su gentile concessione NATO. La guerra spettacolo ha bisogno di successi da vendere al pubblico televisivo, in quello che è ormai un circolo vizioso. Per continuare ad andare avanti, è necessario che l’occidente continui ad alimentarla con armi e denaro; perché l’occidente possa continuare ad alimentarla è necessario che abbia vittorie da vendere sui media; per ottenere vittorie mediatiche serve spostare continuamente il tiro, fornire a Kiev sempre nuove armi. Il circo si autoalimenta, va avanti quasi per forza d’inerzia, ma non è in grado di mutare nulla di significativo. Sino all’ultimo ucraino.
Come in ‘Sesso & Potere’ [2], una guerra mediatica va bene solo se è effettivamente fittizia, totalmente un’invenzione narrativa; ma se serve soltanto come un velo, che copre la realtà di una guerra reale, fatta di sangue ed acciaio, allora prima o poi la realtà squarcerà il velo.
E la realtà è che diventa sempre più improbabile persino un intervento diretto di un qualche paese NATO, per salvare la situazione (la Polonia si sta già chiamando fuori). Forse ancora sei-sette mesi fa poteva essere un’ipotesi militarmente praticabile, ma oggi la situazione è giunta ad un punto tale che non è più aggiustabile. L’esercito ucraino è allo stremo, i paesi della NATO hanno esaurito i loro arsenali, mentre la Russia è oggi più potente di un anno fa.
L’ultimo ucraino è, metaforicamente parlando, assai più vicino di quanto sembri.
1 – Tanto per restare sull’attualità, l’Azerbaijan ha ripreso il controllo del Nagorno-Karabakh con una operazione militare durata 48 ore.
2 – Sesso & potere (Wag the Dog) è un film del 1997 diretto da Barry Levinson. È tratto dal romanzo American Hero di Larry Beinhart. Cfr. Wikipedia

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UN GENOCIDIO DIMENTICATO: 3 MILIONI DI FILIPPINI MASSACRATI DAGLI AMERICANI ALL’INIZIO DEL XX SECOLO

Fonte: http://lagazetteducitoyen.over-blog.com/, 5 maggio 2018
Il genocidio filippino è la storia di un genocidio dimenticato. I libri di storia americani parlano della guerra filippino-americana del 1899-1902, ma non menzionano il genocidio perpetrato dagli Stati Uniti d’America sul popolo filippino.
Mi sono imbattuto in riferimenti al genocidio filippino nel 2009 e da allora ho dedicato molto tempo alla ricerca. Ne ho discusso con molte persone, sembra che gli stessi filippini non siano informati del genocidio e pochissimi ne abbiano nemmeno sentito parlare.
Il fatto che non venga insegnato e che pochissime persone lo sappiano mi ha indotto a chiedermi se sia realmente accaduto. Quindi, ho scavato molto più a fondo e sono giunto alla conclusione che è successo, ma quando i vincitori hanno scritto i libri di storia, hanno cercato di nasconderlo perché era orribile.

Contare i teschi dei filippini massacrati Ciò che mi ha portato alla conclusione che ciò sia accaduto sono stati i numeri nei libri di storia che semplicemente non quadrano. I libri di storia, scritti dai vincitori, affermano che in questo periodo vi furono tra i 200.000 e i 300.000 morti, un numero già impressionante se si considera che la popolazione delle Filippine all’epoca era composta da circa 9 milioni di persone.
La cifra tra 200.000 e 300.000 morti semplicemente non può essere precisa. Solo a Batangas sono stati uccisi 300.000 filippini e questo fatto da solo dimostra che i numeri sono sbagliati. Il libro “American Neocolonialism” di William Pomeroy (1970) cita la cifra di 600.000 filippini morti nella sola Luzon nel 1902. Ciò è confermato dallo stesso generale Bell, che dichiarò: “Stimiamo di aver ucciso un sesto della popolazione dell’isola principale di Luzon, circa 600.000 persone.”

Soldati americani posano davanti ai corpi dei prigionieri filippini appena giustiziati E. Ahmed ha scritto in “The Theory and Fallacies of Counter-Insurgency”, The Nation, 2 agosto 1971:
“La guerra coloniale più sanguinosa (in proporzione alla popolazione) condotta da una potenza bianca in Asia, è costata a 3 milioni di filippini”.
La storica filippina Luzviminda Francisco ha condotto un’indagine approfondita e documentata sul genocidio filippino, arrivando al numero di 1,4 milioni di filippini uccisi (The End of An Illusion, London, 1973). Tuttavia, questo copriva solo il periodo dal 1899 al 1905, ma non menzionava il numero di morti durante i primi due decenni del dominio coloniale americano in un momento in cui le uccisioni forse erano rallentate, ma continuavano comunque per “mantenere l’ordine”. Ciò non include nemmeno le migliaia di musulmani filippini (Moros) che furono brutalmente massacrati.
Il massacro
In un articolo pubblicato da The Philadelphia Ledger nel novembre 1901, il loro corrispondente da Manila scrisse:
“La guerra attuale non è un atto di poco spargimento di sangue né una battaglia da operetta. I nostri uomini sono stati implacabili, hanno ucciso per sterminare uomini, donne, bambini, prigionieri, ribelli attivi e sospetti, a volte anche di dieci anni, con l’idea che il filippino in quanto tale fosse poco meglio di un cane…”

Bambini filippini uccisi da saldati americani “I nostri soldati facevano bere agli uomini acqua salata per farli parlare. Facevano prigionieri quelli che alzavano le mani e si arrendevano pacificamente, e un’ora dopo, senza la minima prova che fossero insorti, li sparavano uno per uno, li gettavano nella acqua e lasciarli galleggiare affinché servissero da esempio a coloro che trovarono i loro cadaveri carichi di proiettili.”

Cadaveri di filippini giustiziati Il maggiore Littletown Waller, un marine americano, è stato accusato di aver sparato a 11 filippini disarmati a Samar. Un altro ufficiale di marina ha descritto la sua testimonianza.
“Il maggiore disse che il generale Smith gli aveva ordinato di uccidere e bruciare, e chiarì che più avesse ucciso e bruciato, più sarebbe stato felice, che non era il momento di fare prigionieri e che doveva trasformare Samar nel deserto.Il maggiore Waller chiese al generale Smith di definire il limite di età per uccidere, e quest’ultimo rispose “tutti coloro che hanno più di dieci anni”.

20 filippini uccisi I filippini non avevano alcuna possibilità contro la superiore e schiacciante potenza di fuoco delle truppe americane. Durante la prima battaglia, l’ammiraglio Dewey sparò proiettili da 500 libbre mentre fumava lungo il fiume Pasig. I corpi dei filippini morti erano così numerosi che le truppe americane li usarono come baluardo difensivo.
Lo scrittore Mark Twain, meglio conosciuto per il suo libro “Le avventure di Tom Sawyer”, ha scritto
“Ho visto che non intendiamo liberare, ma schiacciare il popolo delle Filippine. Siamo andati per conquistare e non per liberare… e quindi sono antimperialista. Sono contrario a che l’aquila [americana] metta i suoi artigli su qualsiasi altra terra”.
Il 15 ottobre 1900 Twain scrisse sul New York Times.
“Abbiamo pacificato migliaia di isolani e li abbiamo seppelliti, distrutto i loro campi, bruciato i loro villaggi e portato lontano le loro vedove e i loro orfani nel dolore dell’esilio a causa di poche dozzine di patrioti sgradevoli. Abbiamo sottomesso i dieci milioni rimanenti mediante l’assimilazione benevola, che è il nuovo pio nome del moschetto. Abbiamo acquisito proprietà, comprese le trecento concubine e altri schiavi del nostro socio in affari, il sultano di Sulu, e abbiamo innalzato la nostra bandiera protettiva su questo bottino. E così, per queste provvidenze di Dio e – la frase è del governo, non mia – siamo diventati una potenza mondiale.”
– Mark TwainMark Twain ha parlato anche del razzismo quasi sistematico delle truppe e dei politici bianchi americani che ha descritto come sfacciati. Era profondamente turbato dai sadici crimini di guerra commessi dalle truppe americane. Ha suggerito di sostituire le stelle e le strisce della bandiera americana con un teschio e una croce.
La politica americana era quella di uccidere quanti più filippini possibile? Il generale di brigata J. Franklin Bell ha scritto: “Con poche eccezioni, praticamente l’intera popolazione ci era sinceramente ostile”. Quindi, non c’è dubbio che gli americani considerassero ogni filippino un nemico.
Gli Stati Uniti portarono avanti una campagna di terra bruciata bruciando e distruggendo villaggi, reinsediando gli abitanti dei villaggi in campi di concentramento situati in luoghi dove avevano precedentemente bruciato la terra e costruendo torri di guardia che sovrastavano le aree di fuoco libero. Chiamavano questi campi di concentramento “reconcentrados”.

Essecuzione mediante garrota di un detenuto filippino in un campo di concentramento I reconcentrados (campi di concentramento) erano pieni di malattie e il tasso di mortalità era molto alto, raggiungendo in alcuni campi il 20%. Un campo era lungo 2 miglia e largo 1 miglio (3 chilometri per 1,5) e vi furono imprigionati più di 8.000 filippini. Gli uomini venivano spesso arrestati per essere interrogati sotto tortura. Che avessero dato o meno agli americani le informazioni che volevano, non aveva importanza perché dopo furono tutti fucilati.
Scrisse un soldato di New York:
“La città di Titatia è capitolata davanti a noi pochi giorni fa e due compagnie l’hanno occupata. La notte scorsa uno dei nostri ragazzi è stato colpito e sventrato. Immediatamente il generale Wheaton ha dato l’ordine di bruciare la città e uccidere ogni indigeno in vista, cosa che alla fine è stata fatta. Circa 1000 uomini, donne e bambini sono stati uccisi. Probabilmente sto diventando sempre più duro, perché mi sento gloria quando posso mirare alla pelle scura con la mia pistola e premere il grilletto.”
Il caporale Sam Gillis scrisse:
“Facciamo tornare tutti a casa alle sette del pomeriggio, e lo diciamo una sola volta. Se qualcuno si rifiuta, gli spariamo”. Noi abbiamo ucciso più di 300 indigeni la prima notte. Avevano tentato di appiccare il fuoco Se sparano un colpo da una casa, noi bruciamo la casa e tutte le case vicine, e spariamo sugli indigeni, così adesso in città stanno tranquilli.
Un testimone oculare britannico nelle Filippine ha detto:
“Questa non è guerra; è semplicemente un massacro e una carneficina omicida.”
Perché è avvenuto il genocidio filippino?
Tutto è successo a causa di una preghiera a Dio. Il presidente McKinley era alla Casa Bianca in preghiera quando affermò che era impossibile per lui restituire le Filippine alla Spagna perché sarebbe sembrato un atto di codardia. McKinley ha detto che non voleva le Filippine. Ma una notte alla Casa Bianca, mentre era in ginocchio a pregare Dio, gli arrivarono le risposte:
- Che non potessimo restituirli alla Spagna sarebbe un atto di vigliaccheria.
- Non poteva lasciare le Filippine alla Francia o alla Germania perché sarebbe stato dannoso per gli affari.
- Non poteva lasciare che i filippini si governassero da soli perché li considerava incapaci.
Così decise che l’America avrebbe dovuto prendere tutte le Filippine piuttosto che solo Manila, che era tutto ciò che gli americani avevano all’epoca, educare la gente e cristianizzarla, qualcosa che gli spagnoli avevano già fatto prima con molte persone.
Così, nel 1899, gli Stati Uniti dichiararono guerra alle Filippine con il pretesto di educare, cristianizzare e civilizzare il popolo, dando così inizio al genocidio filippino.

Il Boston Sunday Globe del 5 marzo 1899 afferma che i filippini sono selvaggi da civilizzare Conclusione
Non possiamo essere certi della cifra di 3 milioni fornita da alcuni storici, ma possiamo essere sicuri, in seguito alla ricerca, che la cifra di 1,4 milioni di persone massacrate durante il genocidio filippino tra il 1899 e il 1905 sia corretta. Tuttavia, è improbabile che gli omicidi siano cessati all’improvviso. I rapporti dell’epoca mostrano quanto le truppe americane fossero diventate razziste nei confronti dei filippini. Mostrano anche che molti soldati erano venuti per trarre vantaggio dal massacro. Possiamo fermare improvvisamente gli uomini che sono diventati brutali assassini? È molto improbabile. Basta guardare le guerre di oggi che non sono affatto brutali e mentre viviamo in un’epoca in cui le persone sono più istruite per capire come la guerra colpisce alcune persone. Sappiamo anche che i combattimenti con i Moros continuavano.
Quindi, i numeri hanno raggiunto i 3 milioni? Non lo sapremo mai con certezza, ma probabilmente è successo dal 1899 al 1942, data in cui iniziò l’occupazione giapponese.
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MUNIZIONI ALL’UCRAINA IN CAMBIO DEL PRESTITO DEL FMI – Come il Pakistan si è salvato dal disastro finanziario e ha represso Imran Khan grazie ai buoni uffici degli USA


Una vendita segreta di armi dal Pakistan agli Stati Uniti ha contribuito a facilitare un controverso piano di salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale all’inizio di quest’anno, secondo due fonti a conoscenza dell’accordo, con conferma da documenti interni del governo pakistano e americano. La vendita delle armi è stata effettuata allo scopo di rifornire l’esercito ucraino, segnando il coinvolgimento del Pakistan in un conflitto nel quale ha dovuto subire la pressione degli Stati Uniti per prendere posizione.
La rivelazione è una finestra sul tipo di manovre che si nascondono dietro le quinte tra le élite finanziarie e politiche e che raramente vengono esposte al pubblico, anche se è il pubblico a pagarne il prezzo. Le dure riforme politiche strutturali richieste dal FMI come termini del suo recente piano di salvataggio hanno dato il via a una serie di proteste in corso nel paese. Nelle ultime settimane in tutto il Pakistan si sono svolti importanti scioperi in risposta alle misure.
Le proteste sono l’ultimo capitolo di una crisi politica lunga un anno e mezzo che attanaglia il Paese. Nell’aprile 2022, l’esercito pakistano, con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, ha contribuito a organizzare un voto di sfiducia per rimuovere il primo ministro Imran Khan. Prima della cacciata, i diplomatici del Dipartimento di Stato hanno espresso in privato rabbia alle loro controparti pakistane per quella che hanno definito la posizione “aggressivamente neutrale” del Pakistan sulla guerra in Ucraina sotto Khan. Hanno avvertito delle conseguenze disastrose se Khan fosse rimasto al potere e hanno promesso che “tutto sarebbe stato perdonato” se fosse stato rimosso.
“La democrazia pakistana potrebbe alla fine essere una vittima della controffensiva dell’Ucraina”.
Dopo la cacciata di Khan, il Pakistan si è rivelatio un utile sostenitore degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella guerra, assistenza che ora è stata ripagata con un prestito del FMI. Il prestito di emergenza ha permesso al nuovo governo pakistano di rimandare un’incombente catastrofe economica e di rinviare indefinitamente le elezioni, tempo che ha utilizzato per lanciare un giro di vite a livello nazionale contro la società civile e incarcerare Khan .
“La democrazia pakistana potrebbe alla fine essere una vittima della controffensiva dell’Ucraina”, ha detto a The Intercept Arif Rafiq, studioso non residente presso il Middle East Institute e specialista del Pakistan.
Il Pakistan è conosciuto per essere un centro di produzione di alcuni tipi di munizioni di base necessari per la guerra. Mentre l’Ucraina è alle prese con una carenza cronica di munizioni ed equipaggiamenti, la presenza di munizioni di produzione pakistana e di altri dispositivi da parte dell’esercito ucraino è emersa in notizie open source sul conflitto, sebbene né gli Stati Uniti né il Pakistan abbiano riconosciuto ufficialmente l’accordo.
Documenti dettagliati sulle transazioni di armi sono, però, giunti in possesso di The Intercept all‘inizio di quest’anno da una fonte interna all’esercito pakistano. I documenti descrivono la vendita di munizioni concordata tra Stati Uniti e Pakistan dall’estate del 2022 alla primavera del 2023. Alcuni documenti sono stati autenticati confrontando la firma apposta da un generale di brigata americano su documenti ipotecari pubblicamente disponibili negli Stati Uniti; confrontando i documenti pakistani con i corrispondenti documenti americani; ed esaminando le rivelazioni pakistane sulla vendita di armi agli Stati Uniti, disponibili al pubblico, ma precedentemente non dichiarate, pubblicate dalla Banca di Stato del Pakistan.
Gli accordi sulle armi sono stati mediati, secondo i documenti, da Global Military Products, una filiale di Global Ordnance, un controverso trafficante d’armi i cui coinvolgimenti con personaggi poco rispettabili in Ucraina sono stati oggetto di un recente articolo del New York Times.
I documenti, che delineano il percorso del denaro e i colloqui con i funzionari statunitensi, includono contratti americani e pakistani, licenze e documenti di requisizione relativi ad accordi mediati dagli Stati Uniti per l’acquisto di armi militari pakistane per l’Ucraina.
Il capitale economico e la buona volontà politica derivanti dalla vendita di armi hanno avuto un ruolo chiave nel garantire al Pakistan il piano di salvataggio da parte del Fondo monetario internazionale. Il Dipartimento di Stato ha accettato di informare segretamente il Fondo Monetario Internazionale dell’accordo sulle armi non divulgato pubblicamente, secondo fonti a conoscenza dell’accordo e confermate da un documento correlato.
Il Fondo Monetario Internazionale aveva chiesto al Pakistan di raggiungere determinati obiettivi di finanziamento e rifinanziamento legati al suo debito e agli investimenti esteri come condizione per il prestito, obiettivi che il paese aveva grosse difficoltà a raggiungere. La vendita di armi è arrivata in soccorso, con i fondi raccolti dalla vendita di munizioni per l’Ucraina che hanno ampiamente colmato il divario.
La garanzia del prestito ha allentato la pressione economica, consentendo al governo militare di ritardare le elezioni – una potenziale resa dei conti nel lungo periodo successivo alla rimozione di Khan – e di approfondire la repressione contro i sostenitori di Khan e altri dissidenti. Gli Stati Uniti sono rimasti in gran parte in silenzio sulla straordinaria portata delle violazioni dei diritti umani che hanno messo in dubbio il futuro della tormentata democrazia del Pakistan.
“La premessa è che dobbiamo salvare l’Ucraina, dobbiamo salvare questa frontiera della democrazia nel perimetro orientale dell’Europa”, ha detto Rafiq. “E poi questo paese asiatico bruno dovrà pagarne il prezzo. Quindi possono essere una dittatura, al loro popolo possono essere negate le libertà per le quali ogni altra celebrità in questo paese dice che dobbiamo sostenere l’Ucraina: la capacità di scegliere i nostri leader, la capacità di avere libertà civili, lo stato di diritto, tutte queste cose cose che potrebbero differenziare molti paesi europei e democrazie consolidate dalla Russia”.

Masood Khan partecipa alla 9a Conferenza marittima internazionale a Karachi, in Pakistan, il 13 febbraio 2021. Foto: Muhammed Semih Ugurlu/Anadolu Agency tramite Getty Images Bombe in cambio del salvataggio
Il 23 maggio 2023, secondo l’indagine di The Intercept, l’ambasciatore pakistano negli Stati Uniti Masood Khan si è incontrato con l’assistente segretario di Stato Donald Lu presso il Dipartimento di Stato a Washington, DC, per un incontro su come la vendita di armi pakistane all’Ucraina avrebbe potuto sostenere la sua posizione finanziaria agli occhi del FMI. L’obiettivo dell’incontro, tenutosi di martedì, era quello di chiarire i dettagli dell’accordo in vista dell’imminente incontro a Islamabad il venerdì successivo tra l’ambasciatore americano in Pakistan Donald Blome e l’allora ministro delle Finanze Ishaq Dar.
Lu ha detto a Khan, durante l’incontro del 23 maggio, che gli Stati Uniti avevano autorizzato il pagamento per la produzione di munizioni pakistane e che avrebbero riferito del programma al FMI in via confidenziale. Lu ha riconosciuto che il Pakistan valutava i contributi in armi 900 milioni di dollari, un valore che avrebbe aiutato il paese a coprire il gap rimanente nel finanziamento richiesto dal FMI, fissato a circa 2 miliardi di dollari. La cifra esatta gli Stati Uniti avrebbero comunicato al FMI restava da negoziare, ha detto a Khan.
Leggi anche:
SECRET PAKISTAN CABLE DOCUMENTS U.S. PRESSURE TO REMOVE IMRAN KHAN
(Il dispaccio segreto del Pakistan documenta le pressioni degli Stati Uniti per rimuovere Imran Khan)
Durante l’incontro di venerdì, Dar ha sollevato la questione del FMI con Blome, secondo un articolo di Pakistan Today, in cui si afferma che “l’incontro ha evidenziato l’importanza di affrontare lo stallo dell’accordo con il FMI e di trovare soluzioni efficaci alle sfide economiche del Pakistan”.
Un portavoce dell’ambasciata pakistana a Washington ha rifiutato di commentare, riferendo le domande al Dipartimento di Stato. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha negato che gli Stati Uniti abbiano avuto alcun ruolo nell’aiutare a ottenere il prestito. “I negoziati sulla revisione del FMI sono stati oggetto di discussione tra il Pakistan e i funzionari del FMI”, ha detto il portavoce. “Gli Stati Uniti non hanno preso parte a tali discussioni, anche se continuiamo a incoraggiare il Pakistan a impegnarsi in modo costruttivo con l’FMI sul suo programma di riforme”.
Un portavoce del Fondo monetario internazionale ha negato che l’istituzione abbia subito pressioni, ma non ha commentato se sia stato messo a conoscenza del programma di armamenti. “Neghiamo categoricamente l’accusa secondo cui ci sono state pressioni esterne sul Fondo monetario internazionale in un modo o nell’altro mentre si discuteva del sostegno al Pakistan”, ha detto il portavoce del Fondo monetario internazionale Randa Elnagar. (Global Ordnance, la società coinvolta nell’accordo sulle armi, non ha risposto a una richiesta di commento.)
“La mia comprensione, basata sulle conversazioni con membri dell’amministrazione, è stata che abbiamo sostenuto il pacchetto di prestiti del FMI data la disperata situazione economica in Pakistan”.
La smentita del Dipartimento di Stato è stata contraddetta dal senatore democratico del Maryland Chris Van Hollen, una voce di spicco a Washington in materia di affari esteri. All’inizio di questo mese, Van Hollen ha detto a un gruppo di giornalisti pakistani: “Gli Stati Uniti sono stati molto determinanti nel garantire che il FMI si facesse avanti con i suoi aiuti economici di emergenza”. Van Hollen, i cui genitori erano entrambi di stanza in Pakistan come funzionari del Dipartimento di Stato, è nato a Karachi ed è noto per essere il più vicino osservatore del Pakistan al Congresso.
Martedì, in un’intervista con The Intercept al Campidoglio, Van Hollen ha affermato che le sue informazioni sul ruolo degli Stati Uniti nel facilitare il prestito del FMI provenivano direttamente dall’amministrazione Biden. “La mia comprensione, basata su conversazioni con persone dell’amministrazione, è stata che abbiamo sostenuto il pacchetto di prestiti del FMI data la disperata situazione economica in Pakistan”, ha detto.
Accordo dell’undicesima ora con il Fondo monetario internazionale
La discussione diplomatica sul prestito è avvenuta un mese prima della scadenza del 30 giugno per la revisione da parte del FMI di un pagamento pianificato di un miliardo di dollari, parte di un accordo da 6 miliardi di dollari stipulato nel 2019. Il fallimento della revisione avrebbe significato l’assenza di qualsiasi infusione di liquidità. Ma, nei mesi successivi e settimane prima della scadenza, i funzionari pakistani hanno pubblicamente negato di aver dovuto affrontare gravi sfide nel finanziamento del nuovo prestito.
All’inizio del 2023, Dar, il ministro delle finanze, ha affermato che la garanzia del finanziamento esterno – in altre parole, gli impegni finanziari da parte di paesi come la Cina, gli Stati del Golfo o gli Stati Uniti – non erano una condizione che l’FMI chiedeva al Pakistan di rispettare. Nel marzo 2023, tuttavia, il rappresentante del FMI incaricato di trattare con il Pakistan ha contraddetto pubblicamente la rosea valutazione di Dar. Esther Perez Ruiz del Fondo monetario internazionale ha affermato in una e-mail a Reuters che tutti i mutuatari devono essere in grado di dimostrare di poter finanziare i rimborsi. “Il Pakistan non fa eccezione”, ha detto Perez.
La dichiarazione del FMI ha spinto i funzionari pakistani a cercare una soluzione. Il finanziamento richiesto, secondo i resoconti pubblici e confermato da fonti a conoscenza dell’accordo, era fissato a 6 miliardi di dollari. Per raggiungere questo obiettivo, il governo pakistano ha affermato di essersi assicurato circa 4 miliardi di dollari in impegni da parte dei paesi del Golfo. L’accordo segreto sulle armi per l’Ucraina avrebbe consentito al Pakistan di aggiungere quasi un altro miliardo di dollari al suo bilancio – se gli Stati Uniti avessero rivelato l’accordo segreto al FMI.
“Eravamo in un vicolo cieco a causa dei restanti 2 miliardi di dollari”, ha detto Rafiq, studioso del Middle East Institute. “Quindi, se la cifra è esatta, quei 900 milioni di dollari rappresenterebbero quasi la metà. Si tratta di un importo sostanzioso relativamente a quel gap che doveva essere colmato”.
Il 29 giugno, un giorno prima della scadenza del programma originale, l’FMI ha annunciato a sorpresa che invece di estendere la precedente serie di prestiti e rilasciare la successiva rata da 1,1 miliardi di dollari, la banca avrebbe invece stipulato un accordo – “ chiamato Stand-By Arrangement” – con meno vincoli, condizioni più favorevoli e un valore di 3 miliardi di dollari.
“Se ciò non fosse accaduto, ci sarebbe stato un vero e proprio tracollo economico nel paese. Quindi, è stato un momento decisivo.
L’accordo prevedeva che la moneta potesse fluttuare liberamente e che i sussidi energetici sarebbero stati ritirati. L’accordo è stato concluso a luglio dopo che il Parlamento ha approvato le condizioni, compreso un aumento di quasi il 50% del costo dell’energia.
Uzair Younus, direttore dell’Iniziativa Pakistan presso il Centro Asia Meridionale del Consiglio Atlantico, ha affermato che l’accordo con l’FMI è fondamentale per la sopravvivenza economica a breve termine del Pakistan. “Se ciò non fosse accaduto, ci sarebbe stato un vero e proprio tracollo economico nel paese”, ha detto Younus. “Quindi è stato un momento decisivo.”
La questione di come il Pakistan abbia superato gli ostacoli finanziari è rimasta un mistero anche per coloro che seguono la situazione professionalmente. L’FMI rende pubblici i resoconti delle sue revisioni, ha osservato Rafiq, ma farlo se il finanziamento si riferisce a progetti militari segreti rappresenta una sfida insolita. “Il Pakistan è molto strano, in molti sensi”, ha detto, “ma non so come un programma militare segreto, segreto e clandestino possa figurare nei loro calcoli, perché si suppone che tutto sia aperto e rispettato i libri contabili e tutto il resto”.

La polizia spara gas lacrimogeni per disperdere i sostenitori dell’ex primo ministro pakistano Imran Khan che protestavano contro l’arresto del loro leader a Peshawar, Pakistan, il 9 maggio 2023. Foto: Hussain Ali/Pacific Press/Sipa tramite AP Imran Khan, l’Ucraina e il futuro del Pakistan
All’inizio della guerra in Ucraina, il Pakistan si trovava in una posizione geopolitica ed economica decisamente diversa. Quando è iniziato il conflitto, Khan, all’epoca primo ministro, era in volo diretto a Mosca per un incontro bilaterale programmato da tempo con il presidente russo Vladimir Putin. La visita ha indignato i funzionari americani.
Come riportato in precedenza da The Intercept, Lu, l’alto funzionario del Dipartimento di Stato, disse in un incontro con l’allora ambasciatore pakistano Asad Majeed Khan due settimane dopo l’invasione che gli Stati Uniti credevano che il Pakistan avesse preso una posizione neutrale esclusivamente per decisione di [Imran] Khan, aggiungendo che “tutto sarebbe stato perdonato” se Khan fosse stato rimosso dal voto di sfiducia. Dopo la defenestrazione [di Khan], il Pakistan si è fermamente schierato dalla parte degli Stati Uniti e dell’Ucraina nella guerra.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, continuano a negare di aver messo il pollice sulla bilancia della democrazia pakistana – per l’Ucraina o per qualsiasi altra ragione. Alla fine di agosto, in un municipio virtuale e non registrato con membri della diaspora pakistana, la vice di Lu, Elizabeth Horst, ha risposto alle domande sull’articolo di The Intercept in merito all’incontro di Lu con l’ambasciatore pakistano.
“Voglio prendermi un momento per affrontare la disinformazione sul ruolo degli Stati Uniti nella politica pakistana”, ha detto Horst all’inizio della chiamata, il cui audio è stato fornito a The Intercept da un partecipante. “Non permettiamo che la propaganda, la disinformazione intenzionale o accidentale ostacolino qualsiasi relazione bilaterale, inclusa la nostra preziosa relazione con il Pakistan. Gli Stati Uniti non hanno una posizione su un candidato politico o su un partito rispetto a un altro. Qualsiasi affermazione contraria, compresi i rapporti sul presunto codice, è falsa, e gli stessi alti funzionari pakistani hanno riconosciuto che ciò non è vero”.
Alti funzionari pakistani, tra cui l’ex primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, hanno confermato l’autenticità del dispaccio, noto internamente come cypher, pubblicato da The Intercept.
Van Hollen, nella sua conferenza stampa con i giornalisti pakistani, ha adottato la stessa linea del Dipartimento di Stato, affermando che gli era stato assicurato dall’amministrazione che gli Stati Uniti non interferivano nella politica pakistana. Nella sua intervista con The Intercept, ha chiarito che intendeva dire che gli Stati Uniti non hanno architettato la cacciata di Khan. “Non sto contestando la precisione del cavo”, ha detto Van Hollen. “Sentite, non ho idea di quale sia la posizione dell’amministrazione riguardo al risultato finale, ma non leggo quel [cablo] nel senso che gli Stati Uniti abbiano architettato la sua rimozione”.
Dopo aver orchestrato la rimozione di Khan, i militari hanno intrapreso una campagna per sradicare il suo partito politico attraverso un’ondata di omicidi e detenzioni di massa. Lo stesso Khan è attualmente incarcerato con l’accusa di aver fatto un uso improprio di un documento riservato e deve affrontare circa 150 ulteriori accuse, accuse considerate da molti come un pretesto per impedirgli di concorrere alle future elezioni.
Horst, in municipio, è stato anche sollecitato sul motivo per cui gli Stati Uniti sono stati così silenziosi in risposta alla repressione. Ha sostenuto che gli Stati Uniti, in effetti, si sono espressi a favore della democrazia. “Sentite, so che molti di voi sono fortemente preoccupati per la situazione in Pakistan. Vi ascolto. Credetemi quando vi dico che vi ascolto e comprendo le vostre preoccupazioni e voglio essere reattivo”, ha detto. “Continuiamo a lavorare per la democrazia in Pakistan sia in pubblico che in privato”.
Mentre il Pakistan si riprende dall’impatto delle politiche di austerità dirette dal FMI e dalle disfunzioni politiche seguite alla rimozione di Khan, i suoi nuovi leader militari hanno fatto grandi promesse che il sostegno economico straniero salverà il paese. Secondo quanto riportato nella pubblicazione pakistana Dawn, il capo dell’esercito, generale Asim Munir, ha recentemente dichiarato ad un gruppo di uomini d’affari pakistani che il paese potrebbe aspettarsi fino a 100 miliardi di dollari in nuovi investimenti dall’Arabia Saudita e da altri stati del Golfo, suggerendo che non sarà più necessario fare ricorso al FMI.
Ci sono poche prove, tuttavia, che le nazioni del Golfo siano disposte a venire in soccorso del Pakistan. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, o MBS, ha recentemente annunciato importanti investimenti e partenariati economici con l’India durante una visita lì per il vertice del G20. Nonostante articoli apparsi sulla stampa pakistana che esprimevano la speranza che MBS visitasse il Pakistan, nulla si è materializzato, per non parlare di nuovi importanti annunci di investimenti.
L’assenza di altro sostegno straniero ha lasciato il regime militare del Pakistan ulteriormente dipendente dal Fondo Monetario Internazionale, dagli Stati Uniti e dalla produzione di munizioni per la guerra in Ucraina per sopravvivere ad una crisi che non mostra segni di risoluzione.
Traduzione: Giubbe Rosse. Il grassetto è nostro
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L’ENIGMA ARGENTINO: SGUARDO STORICO E PROSPETTIVE, TRA DOLLARIZZAZIONE ED ETERNA DANNAZIONE


Il candidato presidenziale anarco-capitalista Javier Milei al World Economic Forum. A una cinquantina di giorni dalle prossime elezioni presidenziali, che si preannunciano già scottanti, l’Argentina si prepara all’ennesima presa di posizione che, senza ombra di dubbio, condizionerà i prossimi decenni di vita nel Paese australe.
Nel bel mezzo di una crisi economico-finanziaria di bibliche dimensioni e a pochi giorni dall’ammissione nei BRICS (nei quali, però, formalmente l’Argentina entrerà solo dopo le presidenziali), si gioca la partita tra l’oficialismo assistenzialista, rappresentato dall’attuale ministro dell’economia peronista Sergio Massa, e il libertarismo estremo proposto dal deputato anarco-capitalista Javier Milei. “Between a rock and a hard place”, direbbero gli anglosassoni.
Il fantomatico centrismo della terza candidata, Patricia Bullrich, sponsorizzata dall’ex-presidente Mauricio Macri (che però, del tutto prevedibilmente, si è avvicinato molto a Milei nelle ultime settimane), sembra non trovare posto in questa corsa che si presenta radicalizzata e radicalizzante, ma che in realtà puzza di stantio e ribollito: il peronismo, difatti, è rimasto pressoché invariato dall’ascesa di Néstor Kirchner nel 2003, e, dall’altra parte, molte delle proposte di Milei (inclusa quella della dollarizzazione) sono semplici rimestamenti delle politiche di Carlos Menem (ironicamente peronista) e Domingo Cavallo (suo Ministro dell’Economia dal 1991 al 1999).
I principali temi che influenzeranno gli elettori argentini, e di conseguenza le sorti del Paese, in questa corsa, sono molteplici, ma in ordine di importanza possiamo riassumerli in due principali filoni: quello riguardante l’inflazione e la dollarizzazione, e quello riguardante la povertà e la sicurezza. Di pari importanza sono la politica estera del futuro esecutivo e il comportamento nei confronti dello strategico settore energetico e minerario (vera ricchezza del Paese sudamericano e motore dell’industria interna), temi di cui però gli elettori, afflitti in gran parte da condizioni di vita sempre più precarie, si curano poco o pochissimo.
A margine, ma in realtà punto centrale per gran parte degli elettori, troviamo anche la cosiddetta “battaglia culturale” che il peronismo kirchnerista sta portando avanti da quindici anni. Trattasi della medesima battaglia che il progressismo liberale sta imponendo anche in Europa e negli Stati Uniti e che negli ultimi anni è sfociata nell’incubo woke.
Inflazione e dollarizzazione
Il tema principale su cui si concentrerà gran parte del dibattito elettorale sarà l’inflazione, che a luglio ha toccato l’apice del 113% annuale. Questo dato si aggiunge a quello dei precedenti cinque esercizi, tutti al di sopra del 40%, con un picco del 93% lo scorso anno. L’inflazione cumulativa dal 2018 ad oggi ha toccato il 1100% (era solo del 450% un anno fa), il che significa che per comprare un qualsiasi prodotto x che costasse 100 pesos nel 2018, oggi ne sarebbero necessari 1200.
Il potere d’acquisto del cittadino medio, già di per sé infimo per via di quasi un secolo di politiche macroeconomiche completamente inadeguate e di una corruzione galoppante, è stato completamente eroso in soli cinque anni, e questo potrebbe incidere parecchio sul risultato elettorale.Se, però, in qualsiasi altro Paese al mondo questa ultima affermazione sarebbe con certezza coniugata all’indicativo, per quanto riguarda l’Argentina il condizionale è d’obbligo, giacché la situazione non è assolutamente inedita. Chi ha vissuto il crac finanziario del 2002 e la precedente, durissima, recessione del 1998-2001, infatti, ricorderà sicuramente il proprio potere d’acquisto ridotto a circa un quarto nel giro di pochi giorni (non pochi anni), quando il BCRA (Banco Central de la República Argentina) fu costretto a sospendere il Plan de Convertibilidad, il marchingegno di menemiana invenzione che fissò artificialmente il rapporto 1:1 tra peso e dollaro per quasi dieci anni, dando il via ad una dollarizzazione de facto dell’economia argentina, di cui ancor oggi si sta pagando il prezzo.
In occasione di tale sospensione, per sopperire alla mancanza di liquidità, il governo bloccò anche i conti dei correntisti, che avevano effettivamente risparmiato in dollari per un decennio, in quello che poi diventò celebre come corralito. Quando i ritiri dai conti correnti furono sbloccati un anno dopo, non solo il tasso di scambio ufficiale tra dollaro e peso era sceso appunto a circa 4:1, ma la disponibilità di dollari era così scarsa che gli scambi dovettero essere principalmente effettuati su mercati paralleli a tassi ancora più alti.
Chi scrive questo articolo rimembra vivamente i disastri causati dalle politiche degli anni ’90, nonostante la tenera età dell’epoca e la nube di oppio in cui viveva gran parte della allora ancora esistente classe media lavoratrice, imbambolata dalla novità dei prodotti di importazione e dalle panzane di Menem e Cavallo.
Il Plan de Convertibilidad imponeva dei limiti piuttosto bassi in merito all’emissione monetaria e la privatizzazione coatta che accompagnò la dollarizzazione dell’economia argentina portò la percentuale di PIL prodotta da attori esteri fin sopra il 90%, causando una fuga di capitali senza precedenti e lasciando il BCRA senza riserve. I vari governi provinciali e il governo federale (che nel frattempo aveva cambiato casacca con l’arrivo del radicale Fernando De La Rúa nel 1999, ma che aveva tenuto Cavallo all’Economia) si videro costretti ad emettere, tra il 2001 e il 2002 e in maniera parallela alla valuta legale, dei mini-bond, coi quali i privati cittadini furono costretti a commerciare per mancanza di altri liquidi. Questi erano ancorati al valore del peso (e dunque inizialmente al dollaro) e garantivano un interesse del 6% annuo al loro riscatto. Più si era prossimi alla scadenza, più i mini-bond (quelli nazionali vennero denominati lecop, quelli della Provincia di Buenos Aires patacones) acquisivano valore, almeno in teoria. All’atto pratico, il valore effettivo di questi pezzi di carta straccia, usati da banconote per necessità per un buon biennio, era stato completamente eroso al termine fissato in dicembre 2003 e dicembre 2006, grazie ad una svalutazione del peso che portò l’inflazione nel solo 2002-2003 a risalire fino al 40% e il tasso dollaro-peso nei mercati informali ad avvicinarsi a 10:1 per parecchio tempo. Si concludeva così il primo esperimento di dollarizzazione in Argentina, che centrò per molti anni l’obiettivo deflazionario che si era posto, salvo dover far dietrofront e far riscoppiare l’inflazione quando inevitabilmente crollò il delicatissimo e menzognero castello di carte che i paladini del liberismo monetarista avevano costruito.

Carlos Menem e l’allora presidente statunitense George H.W. Bush nel 1990. Chi era già adulto tra il 1989 e il 1990, invece, si ricorderà l’iperinflazione dell’epoca: al 3089% sotto la Unión Civica Radical di Alfonsín prima e al 2314% sotto il peronista Menem poi. Chi lo era già nel 1975 ricorderà il Rodrigazo, che per mano e volontà della P2 e della Triple A (Alianza Anticomunista Argentina) escogitò un piano per svendere il Paese ai capitali stranieri attraverso la liberalizzazione dei mercati energetici (sfruttando lo scompiglio creato dalla crisi petrolifera) e la svalutazione coatta del peso. Questa mossa, utilizzata da svariati governi nel corso degli anni, è nota come “licuadora” (frullatore), in quanto, svalutando la propria moneta, i costi in valuta locale diventano relativamente più “digeribili”, soprattutto per multinazionali e aziende di medio-grandi dimensioni che dispongono di riserve in dollari. Tale shock consegnò al Paese il primo di sedici anni di fila di inflazione a tre cifre.
Per onestà intellettuale e anche per capire le intricate logiche della politica argentina di oggi, vale la pena ricordare che, nel 1975, il Governo era presieduto dalla seconda moglie di Perón, María Estela Martinez detta Isabelita, icona del tanto decantato terzo peronismo che è, in larga parte, padre dell’attuale kirchnerismo. Molti dei componenti del governo di Isabel Perón (come in quelli di Héctor Cámpora, Raúl Lastiri e nell’ultimo governo dello stesso Juan Domingo Perón dal 1973 al 1974), però, tra cui l’ideatore del Rodrigazo, il viceministro dell’Economia Ricardo Zinn, furono poi funzionari essenziali nella realizzazione dei piani neoliberisti in Argentina sia durante i governi dell’ultima giunta militare (dal 1976 al 1983), sia durante quello del peronista Menem (dal 1989 al 1999). Zinn, in particolare, si è guadagnato un posto speciale all’inferno per aver dato il via al cambio di paradigma che fece gradualmente ritornare l’Argentina ad una logica pre-sviluppista, deindustrializzando lentamente il Paese attraverso le privatizzazioni, l’aziendalismo e la concentrazione dei capitali nelle mani di pochi fedelissimi al sistema, molti di questi dei veri camaleonti politici (vedasi ad esempio Franco Macri, padre dell’ex-presidente e proprietario di SEVEL Argentina S.A., che beneficiò enormemente dagli “aiutini” sia dei governi peronisti come quelli di Isabelita e Menem, sia delle giunte militari di Onganía, Lanusse e poi Videla).
In un Paese dove storicamente, negli ultimi cento anni, l’inflazione mediana è stata superiore al 30% e dove gli anni di inflazione a cifra singola si contano sulle dita di una mano, questo è e rimarrà, giocoforza, il tema principale da affrontare.
La dollarizzazione, invece, rimane uno strumento utile a combattere questa inflazione galoppante e duratura, ma che in passato si è già rivelato non solo inefficace, ma anche estremamente dannoso per l’economia, per via della sua natura privatizzante che, fondamentalmente, rende molto più semplice aumentare (attraverso la fuga di capitali), non diminuire (come credono gli anarco-libertari seguaci del capelluto Milei) il tanto dibattuto deficit delle riserve di valuta.
L’alternativa a ciò rimane sempre lo sviluppismo di prebischiana memoria, di cui il kirchnerismo ha di volta in volta dimostrato di non voler sapere assolutamente nulla, preferendo da sempre l’assistenzialismo che fin dai tempi di Perón ha oliato i meccanismi corrotti del potere, e relegare l’Argentina allo status quo di “esportatore netto” di coloniale origine e liberale concezione. Il tempo ci dirà se l’ingresso nei BRICS (e una eventuale obbligazione economica nei confronti di una Cina estremamente sviluppista), che è a rischio se non dovesse vincere Sergio Massa, farà virare i peronisti verso pianificazioni economiche più ragionevoli.Povertà e sicurezza
Tema legato a doppio nodo a quelli dell’inflazione e della dollarizzazione è quello della povertà, che nell’ultimo anno si avvicina al 40% della popolazione totale (con un 9% che vive in stato di indigenza), numero del tutto simile a quelli del 2002, del 1989 e del 1975, all’alba di gravissime crisi strutturali che presentavano al tempo stesso una inflazione molto elevata, quanto o più di quella di oggi, e che furono un preambolo per lunghissimi periodi di sofferenza economica.
Ad oggi, le soluzioni dell’una e dell’altra parte sembrano essere tutto tranne che concrete, e dettate in maniera spiccata dal clamore elettorale, con Milei che promette che non abolirà gli ammortizzatori sociali creati dal kirchnerismo, e Massa che spera che l’attuale situazione economica non precipiti prima delle elezioni e blatera in maniera vaga di “uguaglianza sociale” e di aumento dei piani di welfare.
Il dato della povertà è significativo perché, a differenza delle altre crisi menzionate poc’anzi, che alla povertà accompagnavano un tasso di disoccupazione talvolta al di sopra del 20%, oggi il dato non supera il 6,5%. Questo significa che esiste una larga parte di popolazione che vive sotto la soglia della povertà pur essendo impiegata. Quello che il dato nasconde, invece, è il tasso di informalità di questa occupazione, che negli scorsi tre anni ha sempre superato il 50%.
Dunque, prima di parlare di ulteriori ammortizzatori sociali, servirebbe una politica per incentivare il lavoro formale. Ma per farlo occorre un piano macroeconomico radicalmente diverso da quello che ha dettato i ritmi dell’economia argentina negli ultimi 50 anni. Un ritmo che non tenga conto di voti di scambio e di quid pro quo, ma che si focalizzi realmente sull’aumentare il benessere dei cittadini attraverso il lavoro. Nessuno dei candidati sembra realmente intenzionato ad implementare tale piano.Per altro canto, la crescita della povertà in Argentina è sempre stata accompagnata da un forte aumento della delinquenza, talvolta anche quella di natura violenta, e di un generale malcontento della popolazione riguardo il bassissimo livello della sicurezza pubblica. Dagli anni ’70 in poi, ma in particolare dopo il 2000, è esploso anche il numero di quartieri informali, le cosiddette villas miserias, soprattutto nella città autonoma di Buenos Aires e nella omonima provincia, dove il numero di persone che abita in tali alloggi supera il milione (circa il 6% della popolazione).
Nella sola capitale, il numero di abitanti delle villas miserias è aumentato da circa 45.000 nel 1960, quando rappresentavano un fenomeno abitativo puramente transitorio, a quasi 300.000 alla fine dello scorso anno.Si tratta naturalmente di luoghi dove vige l’illegalità, che offrono un tetto sicuro agli attori del narcotraffico; dove gran parte dei bambini e ragazzi decide di abbandonare gli studi; dove gli standard costruttivi non rispettano le più basiche norme di sicurezza; dove il 90% delle abitazioni non è allacciata alla rete idrica o fognaria, e spesso e volentieri non riceve altri servizi di base come l’energia elettrica.
Negli anni, molto è stato detto di questo problema abitativo, sia da parte di chi promuoveva attivamente l’eradicazione dei quartieri, sia da parte di chi avrebbe preferito l’urbanizzazione. La realtà, però, è che sono fallite sia l’una che l’altra proposta: solo una villa miserias è stata eradicata negli ultimi vent’anni (la Villa Riachuelo), e solo una parzialmente urbanizzata (la famosa Villa 31, nel cuore della capitale), peraltro dopo vent’anni di attesa e numerosi problemi causati da quella parte di inquilini che rimane estremamente ostile alle autorità.Se in passato le forze politiche si dividevano sulla soluzione da adottare per risolvere la problematica, oggi l’eradicazione sembra aver perso terreno per dar spazio a proposte di urbanizzazione dalle più varie sfaccettature. Nel caso specifico delle prossime elezioni, i libertari che fanno capo a Milei sarebbero per ridurre al massimo la spesa pubblica destinata a questa tematica (che in realtà è già meno dell’1% nel caso della città autonoma di Buenos Aires), accusando il governo attuale di praticare “pobrismo” e di “normalizzare la marginalità”, mentre il kirchnerismo guidato da Massa rivendica i grandi progetti di urbanizzazione (per lo più irrealizzati, va detto, anche per via di pandemia e attuale crisi finanziaria) che sono stati portati avanti dall’ultimo governo e vorrebbe espanderli.

La Villa 31 e 31-bis nel cuore della città porteña. Storicamente, il peronismo in tutte le sue forme ha sempre avuto un grande interesse ad occuparsi attivamente di questi quartieri informali, in quanto essi gli hanno sempre garantito un’enorme bacino di elettori, nonché di alleati politici in tempi di opposizione e di dittatura. Le villas sono state e sono tuttora, infatti, strettamente legate soprattutto a movimenti fondati dal terzo peronismo quali La Cámpora, i piqueteros, il Movimiento Villero Peronista e altri più strettamente legati alla lotta armata e al terrorismo, ovvero l’ERP, le FAR, Montoneros e quei Descamisados che nel 1969 (nel pieno della dittatura di Juan Carlos Onganía) assassinarono il popolarissimo sindacalista della CGT Augusto Vandor, reo di aver per primo ideato un “peronismo senza Perón”, e di aver rifiutato il cambio di paradigma da sviluppismo ad assistenzialismo imposto dal terzo peronismo.
Quello delle villas rimane l’emblema della povertà argentina e uno delle principali problematiche sociali da risolvere nel Paese, nonché tema di grande dibattito all’interno della società argentina, non solo in tempi di elezioni.
Politica estera ed industriale
Sebbene siano argomenti che avranno più seguito all’estero che non tra gli effettivi elettori argentini, ogni candidato possiede una visione ben definita della politica estera ed industriale che dovrebbe seguire il Paese. Dunque, è bene analizzare quelle che a primo acchito possono sembrare strategie diametralmente opposte, ma che in realtà, andando oltre la propaganda elettorale, hanno più punti in comune di ciò che si possa inizialmente pensare.
Milei ha sbraitato, nel suo consueto modo, che non commercerà “con Paesi comunisti” (riferendosi in particolar modo a Cina e Brasile), che metterà in discussione l’ingresso nei BRICS e che gli alleati “naturali” dell’Argentina sono Stati Uniti e Israele. Nel giro di qualche giorno, però, il deputato libertario aveva già cambiato idea, rettificando che non si sognerebbe mai di intervenire nel libero mercato, e che ogni impresa sotto un suo ipotetico governo sarebbe stata libera di intrattenere rapporti commerciali con chiunque. Evidentemente, deve essergli arrivata una chiamata da uno dei tanti industriali che sostiene (politicamente e soprattutto finanziariamente) la sua candidatura, che deve avergli ricordato che Cina e Brasile sono di gran lunga i due principali partner commerciali dell’Argentina. Business is business, insomma. Tutto cambia perché tutto rimanga com’è, ovvero poco mercato interno e molto, moltissimo export.
Riguardo i numerosi piani di welfare, dai quali attualmente dipende la vita di molti argentini, Milei ha riferito che non ha intenzione di toccarli, ma non ha spiegato come intende finanziarli in uno scenario macroeconomico deflazionistico e restrittivo come quello che propone.
In modo del tutto similare, Massa ha di recente girato incessantemente l’Asia in cerca di compratori per i numerosi prodotti agroalimentari argentini, oltre ad aver chiuso numerosi simili accordi col Brasile, che vorrebbe peraltro utilizzare lo yuan per questi scambi in vista dell’ambizioso piano di diventare una vera e propria potenza di riferimento in America Latina, con l’endorsement della Cina. Ciò alimenta ulteriormente l’immagine dell’Argentina “esportatrice netta” che perdura da almeno trent’anni. L’idea del kirchnerismo, infatti, non è di per sé quella di diminuire il numero di poveri attraverso l’occupazione, o di aumentare i salari medi attraverso lo sviluppo di un mercato interno che è stato completamente distrutto dal peronismo di ogni confessione, ma di continuare a propagare l’ottocentesco modello mercantilista e risolvere le problematiche sociali attraverso l’assistenzialismo, a sua volta finanziato parzialmente dall’innalzamento delle imposte sulle esportazioni (e parzialmente dall’emissione monetaria, ça va sans dire), creando un circolo vizioso per cui gli elettori, dipendenti dallo Stato in maniera cronica, continueranno a tornare all’ovile ad ogni tornata.
Questo è uno dei punti che causa molti cortocircuiti tra gli “intellettuali”, i terzomondisti e gli analisti politici europei e nordamericani di una certa corrente, che vedono nel peronismo una “sinistra classica” (quella che in Europa “sembra essere svanita”, direbbe qualcuno), dimostrandosi per l’ennesima volta incapaci di andare oltre il bipolarismo e di analizzare i fatti per quello che sono: il peronismo, soprattutto nella sua fase attuale, è, in larga parte e al netto di situazioni finanziarie catastrofiche (che comunque ha contribuito a creare), il principale fautore dell’ondata di povertà vigente nel Paese da più di due decenni, nonché della crescita dell’informalità, della precarietà e delle disuguaglianze sociali, se non altro perché è stato al governo in 17 degli ultimi 21 anni. Ciò è dovuto a politiche industriali (salvo alcune nazionalizzazioni, come quella di YPF, che sono degne di nota) completamente inadeguate. La riprova è che, considerando i valori aggiustati all’inflazione (operazione che diventa faticosa quando si trattano economie iper-inflazionistiche), oggi il PIL nominale argentino è agli stessi livelli del 2010, e il PIL pro capite fatica a sfondare quota 12.000 US$ da prima della recessione del 1998.
A chi vede invece nel peronismo la soluzione perché vi si rispecchia “ideologicamente”, il cortocircuito solitamente arriva quando scopre che fu lo stesso Perón ad offrire un rifugio e addirittura l’asilo politico a nazisti del calibro di Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann e Ante Pavelić, giocando un ruolo chiave nell’organizzazione delle ormai celebri reti di esfiltrazione naziste in collaborazione con la Chiesa Cattolica, la OSS (poi CIA) statunitense e la Spagna di Francisco Franco, che anni dopo ospiterà Perón a Madrid durante il suo esilio, dal 1960 al 1973.
Per aggiungere legna al fuoco, Perón salì al governo (come segretario del Lavoro inizialmente, come Ministro della Guerra e vicepresidente poi) come attore di un golpe militare che spodestò un governo semi-legale, che a sua volta, nel 1930, aveva spodestato un governo legittimo (quello del radicale Hipólito Yrigoyen) tramite l’azione delle Forze Armate. In questo periodo, denominato Década Infame (1930-1943) per via della enorme regressione culturale, politica ed economica subita dai cittadini argentini, Perón ascese velocemente nei ranghi dell’Esercito Argentino, salendo di grado da maggiore a generale di brigata nel giro di pochi anni.
Juan Domingo Perón con l’allora presidente argentino Hector Cámpora e il generale Francisco Franco a Madrid nel 1973. Fu proprio dall’esperienza del governo de facto Farrell-Perón tra il 1945 e il 1946, nei colpi di coda della dittatura militare chiamata Revolución del ’43, che nacque, come spiegava già cinquant’anni fa il brillante storiografo Félix Luna, e forse tramite un disegno premeditato, prima l’anti-peronismo, poi il peronismo. Vale a dire che Perón andò ad occupare uno spazio politico creato ad hoc per lui, una specie di finta-opposizione populista al liberalismo che aveva dominato la scena durante la Década Infame voluta dai governi di Gran Bretagna e Stati Uniti.
Serviva una forza politica che sedasse le rivolte dei sindacati, e soprattutto ne eliminasse dall’interno le correnti pericolose, come quella comunista e quella anarchica. Perón dunque strinse un patto con la corrente sindacale socialista e si candidò alla presidenza nelle elezioni del 1946, nelle quali fu di fatto ancora proscritto l’yrygoyenismo.
Sebbene furono fatte numerose concessioni ai lavoratori argentini durante i suoi primi due governi, l’economia del Paese rimase prettamente legata all’export, non furono toccati gli interessi economici delle potenze europee e nordamericane e le vitali importazioni soprattutto nel settore energetico alimentarono di volta in volta la creazione di moneta che, inevitabilmente, catapultò l’inflazione alle stelle e ridusse le riserve monetarie in maniera più che sostanziale.
Una storia che sembra ripetersi di volta in volta, infinitamente, senza possibilità di scampo.Col senno di poi, si può dunque affermare senza alcun tentennamento che Perón e il peronismo non miravano a creare una economia sovrana, ma a mantenere lo status quo precedente attraverso un modus operandi più moderno, ovvero attraverso alcune concessioni ai lavoratori, la completa polarizzazione e personalizzazione della politica e una quantità inimmaginabile di propaganda, propagata attraverso i nuovi canali di comunicazione nel frattempo diffusisi, nonché tramite appositi apparati para-partitici.
A corroborare questa tesi è il fatto che nel corso della storia, Perón e i peronisti rinunciarono a tutto (persino alla loro identità e collocazione politica all’interno del classico schema sinistra-destra, fin da subito mandato in soffitta) tranne che allo strumento tramite il quale si arrivò alla prima presidenza di Perón, ovvero il controllo dei sindacati. Persino durante l’esilio, infatti, in occasione delle elezioni del 1958, fu chiesta garanzia al candidato radicale, Arturo Frondizi, di non “infiltrarli”, in caso di vittoria, con elementi della UCR. In cambio, Perón dal Venezuela (dove si trovava all’epoca) avrebbe appoggiato la candidatura di Frondizi e avrebbe evitato che i suoi creassero disordini durante il suo governo.
Col passare degli anni e della stagione keynesiana in Occidente, dalle concessioni ai lavoratori si passò più propriamente all’assistenzialismo (in alcuni casi, vere e proprie mance elettorali), ma il centralismo dei sindacati rimase, e tutt’oggi, il peronismo di stampo kirchnerista trova in loro una fonte inestimabile di potere, senza la quale il partito crollerebbe nel giro di poche settimane.
Tutti questi passaggi storici sono propedeutici ad una buona comprensione della attuale situazione.Tornando al presente, un capitolo a sé merita il rapporto con la Cina, con la quale Milei minaccia di voler interrompere i rapporti diplomatici. Il gigante asiatico, difatti, nel tentativo di conquistare influenza politica nella regione, finanzia attivamente e profumatamente progetti infrastrutturali ed industriali nel Paese sudamericano, tra cui alcuni (come ad esempio la diga Néstor Kirchner nella provincia di Santa Cruz, il progetto energetico più ambizioso della Cina in tutta l’America Latina, e la centrale nucleare Atucha III a Buenos Aires) di fondamentale importanza per l’indipendenza e l’autonomia energetica. Peraltro, negli accordi bilaterali sino-argentini vige la clausola del cross-default, vale a dire che se l’Argentina si ritirasse anche da solo uno di questi progetti, la Cina dichiarerebbe il default del debito argentino anche nei confronti di tutti gli altri progetti.
Passando all’altra sponda dello spettro elettorale, sebbene favorisca necessariamente il peronismo, la Cina sembra aver sviluppato una certa allergia alle politiche “attendiste” che hanno caratterizzato gli ultimi due governi di questa matrice politica, bloccando ad esempio i fondi per la già menzionata centrale nucleare Atucha III in seguito ad un tentennamento argentino causato da un ammonimento statunitense.
Il complesso nucleare Atucha a Zárate, nella provincia di Buenos Aires. Oltre che finanziatrice di gran parte dei progetti industriali, la Cina è anche il partner commerciale numero 2 dell’Argentina (dietro solo al Brasile) e il maggior acquirente di soia, oggigiorno il prodotto argentino per eccellenza. Interrompere i rapporti o giocare con la pazienza dei cinesi metterebbe a rischio un settore iper-redditizio che, in assenza di un mercato interno in grado di trainare l’economia, mantiene a galla il Paese. L’attuale crisi finanziaria, e la conseguente mancanza di riserve di valuta estera con cui saldare i debiti, infatti, deriva in buona parte anche dalla inusuale siccità che l’anno scorso ha colpito le campagne.
Difficile in definitiva che da una parte Milei rompa effettivamente i rapporti con Pechino, in quanto si inimicherebbe gran parte degli industriali che lo sostengono, così come è difficile che il kirchnerismo continui a tenere il piede in due scarpe e utilizzi la Cina come un semplice bancomat per saldare i debiti derivanti della propria inettitudine macroeconomica.
Qualcosa dovrà inevitabilmente cambiare, le promesse elettorali saranno inevitabilmente infrante e rimarrà senz’altro quell’alone di corruzione e populismo che ormai olia gli ingranaggi della politica argentina da novant’anni. Ciò che è certo con ogni probabilità è che la variabile cinese sarà la grande protagonista del prossimo decennio argentino.Come spiegava il leader venezuelano Nicolás Maduro in conferenza stampa qualche giorno fa, “è un mondo nuovo”.

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LA FARSA DELL’EMBARGO AL GREGGIO RUSSO – L’Europa acquista volumi record di petrolio russo raffinato dall’India

Un articolo di Times of India del 14 giugno scorso ci informa che “le esportazioni di carburante dell’India verso l’UE sono aumentate del 572% dopo la guerra in Ucraina”:
Secondo il capo diplomatico del gruppo Josep Borrell, l’esportazione di prodotti raffinati come carburante per aerei o diesel dall’India verso l’Unione europea è aumentata da 1,1 milioni di barili nel gennaio 2022 a 7,4 milioni di barili nell’aprile di quest’anno. L’aumento del 572% – anche se su base bassa – delle esportazioni di prodotti coincide con l’aumento delle importazioni di petrolio russo da parte dell’India. La quota di greggio russo nelle importazioni di petrolio dell’India è aumentata da 1,7 milioni di barili a 63,3 milioni di barili dopo il conflitto in Ucraina, ha affermato l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza in una nota sul sito web dei servizi esteri del gruppo. “In altre parole, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, la quota del petrolio russo sul totale delle importazioni petrolifere dell’India era pari allo 0,2%. Il mese scorso (maggio), quella quota era salita al 36,4%”, ha detto.
Conferme arrivano negli ultimi giorni anche dalla stampa tedesca. Il 12 settembre scorso un articolo di n-tv afferma che, a fronte di un crollo delle importazioni di greggio dalla Russia, la Germania ha aumentato di oltre dodici volte le importazioni di petrolio raffinato dall’India:
I dati dell’Ufficio federale di statistica suggeriscono che la Germania continua a importare grandi quantità di petrolio russo attraverso l’India. Nei primi sette mesi di quest’anno le importazioni di prodotti petroliferi dal paese sono aumentate di oltre dodici volte rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, come ha annunciato l’autorità di Wiesbaden. Secondo l’ONU, l’India, a sua volta, acquista grandi quantità di petrolio greggio dalla Russia. Le importazioni da lì riguardavano “principalmente gasoli utilizzati per la produzione di gasolio o gasolio da riscaldamento”, spiegano gli statistici. L’India produce questi gasoli dal petrolio greggio, che acquista in grandi quantità dalla Russia dopo la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Nei primi sette mesi di quest’anno sono stati importati in Germania prodotti petroliferi dall’India per un valore di 451 milioni di euro, rispetto ad appena 37 milioni di euro nello stesso periodo dell’anno scorso. Si trattava del 2,4% di tutte le importazioni tedesche di prodotti petroliferi in questo periodo.
Ancora più perentorio il giudizio del sito German Foreign Policy, che in un articolo pubblicato tre giorni fa sentenzia senza mezzi termini che “i tentativi della Germania e dell’UE di bandire le importazioni di petrolio russo sono falliti”, aggiungendo che l’importazione di petrolio russo via India comporta fatalmente per la Germania un aumento dei costi:
Le statistiche più recenti mostrano che nei primi sette mesi del 2023, il volume delle importazioni tedesche di prodotti petroliferi dall’India è aumentato di oltre 12 volte rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’India, invece, ha potuto aumentare le sue esportazioni solo grazie al massiccio aumento delle importazioni di petrolio russo, di cui gran parte presumibilmente arriverà in Germania, ma a un prezzo molto più alto e a vantaggio dei miliardari indiani. A causa del fatto che l’importazione di gas russo a basso costo è stata massicciamente ridotta – in parte a causa della distruzione dei gasdotti Nord Stream – l’UE sta acquistando più della metà del più costoso GNL russo. Allo stesso tempo, l’economia russa è in ripresa e sperimenta una nuova crescita. Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock, che nel febbraio 2022 aveva annunciato che le sanzioni avrebbero “rovinato la Russia”, ha recentemente deplorato il loro fallimento affermando che “le logiche democratiche non meglio specificate sono inefficaci nelle autocrazie”.
Secondo Der Spiegel, le importazioni dall’India
“riguardano principalmente gasolio utilizzato per produrre diesel o olio combustibile”, affermano gli statistici tedeschi. Recentemente l’India ha prodotto una parte significativa di questi gasoli da petrolio greggio russo. I grandi beneficiari di questo business sono i proprietari delle grandi raffinerie indiane: ad esempio il conglomerato industriale Reliance, che appartiene alla famiglia miliardaria indiana Ambani. Oppure Nayara Energy, operatore della seconda raffineria più grande del Paese. Uno dei principali proprietari di Nayara è la compagnia petrolifera russa Rosneft, che afferma di detenere oltre il 49% delle azioni. Un altro 49% appartiene ad un consorzio di cui quasi la metà è controllata dal gruppo di investitori russo UCP.
Già il 30 agosto scorso, Politico faceva notare che “le esportazioni indiane di prodotti combustibili verso l’UE sono salite alle stelle. A giugno, [l’India] ha esportato verso il blocco 5,1 milioni di barili di diesel e 3,2 milioni di barili di carburante per aerei, rispetto a soli 1,68 milioni di barili e 0,51 milioni di barili rispettivamente nel giugno 2021”.
Tuttavia, allargando lo sguardo ad altri Paesi europei, si scopre che il boom delle importazioni di prodotti raffinati dall’India è un fenomeno tutt’altro che limitato alla Germania. Quelli che seguono sono i dati delle “importazioni di combustibili minerali, oli e prodotti di distillazione dall’India” per paese. Da notare che i dati di Trading Economics si fermano al 2022. Da altre fonti statistiche sappiamo, però, che il trend è largamente proseguito anche nel 2023.
Polonia

Fonte: Trading Economics Estonia

Fonte: Trading Economics Lituania

Fonte: Trading Economics Danimarca

Fonte: Trading Economics Svezia

Fonte: Trading Economics Regno Unito

Fonte: Trading Economics Germania

Francia

Fonte: Trading Economics Italia

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UNA ANALISI DELLA SITUAZIONE ATTUALE DELLO SCONTRO TRA NATO E RUSSIA DI SERGEY SLESSARENKO PER @SLAVYANGRAD


L’operazione militare russa in Ucraina dura ormai da più di 500 giorni; la maggior parte dei conflitti moderni che attraversano quel limite si protraggono. Dopo il 26 aprile 2022, quando presso la base aeronautica di Ramstein in Germania si è svolto il primo incontro dei rappresentanti di 40 paesi occidentali sulla questione delle forniture di armi all’Ucraina, questo conflitto si è trasformato in uno scontro armato tra Russia e Occidente. Di conseguenza, uno scontro così lungo si sta trasformando in una corsa di complessi militare-industriali e le sue prospettive possono già essere valutate.
Nel marzo di quest’anno, Michael McCaul, presidente della commissione per gli affari esteri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, ha affermato che dei quattro pacchetti di aiuti stanziati per l’Ucraina per 113 miliardi di dollari, circa il 60% è andato al complesso militare e militare-industriale degli Stati Uniti per modernizzare le scorte di armi e attrezzature militari. Sembrerebbe che dopo tali iniezioni la produzione del complesso militare-industriale avrebbe dovuto crescere come lievito, ma ciò non sta accadendo.
600 milioni di dollari sono andati direttamente alla Direzione delle Capacità di Produzione della Difesa del Pentagono. Di tale importo, 45,5 milioni di dollari sono andati ad Arconic per espandere la produzione di alluminio di alta qualità. Il fatto è che la Russia controlla oltre il 75% del mercato mondiale dell’alluminio di alta qualità, necessario per la produzione di aerei a reazione e varie attrezzature militari. Ora l’accesso degli Stati Uniti all’alluminio russo è limitato.
13,8 milioni sono stati assegnati a Timken, l’unico fornitore di cuscinetti a sfere ad alta resistenza che soddisfano gli standard del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il Pentagono ha assegnato 200 milioni di dollari in sovvenzioni alle aziende statunitensi per la produzione di 27 sostanze chimiche fondamentali che fanno parte della catena di approvvigionamento di carburante per aerei ed esplosivi.
Nel giugno 2021, l’unico stabilimento di polvere nera negli Stati Uniti è fatto saltare in aria a causa di un incidente. Anche se la polvere nera non viene più utilizzata nelle stesse quantità di 200 anni fa, la tecnologia per produrla è praticamente invariata perché l’uso di elettricità nei processi è ridotto al minimo a causa del rischio di scintille. La ripresa della produzione in questo stabilimento non era prevista prima dell’estate di quest’anno.
Il Pentagono ha stanziato 15 milioni di dollari per uno studio di fattibilità sull’estrazione del cobalto nell’Idaho, poiché la Cina ha tagliato le sue forniture al mercato mondiale. La Cina detiene una partecipazione di controllo nel 70% del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo, il più grande fornitore mondiale di metallo.
La guerra delle sanzioni tra Stati Uniti e Cina si sta inasprendo e, quindi, è inutile sperare nel ripristino dei precedenti volumi di forniture di metalli delle terre rare. Il cobalto viene utilizzato non solo nella produzione di armature per carri armati, ma anche per aerei e persino radar.
Ci vorranno anni per modernizzare questi impianti di produzione esistenti e, nel caso del cobalto, ora stiamo parlando di trivellazioni esplorative e la costruzione di impianti di produzione per la lavorazione del cobalto è una grande storia a parte.Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti si trova ad affrontare una grave carenza di personale qualificato, come ha scritto Politico l’anno scorso, usando l’esempio di una fabbrica di armi nello stato dell’Arkansas. Ora il Pentagono ha assegnato all’Aerojet Rocketdyne 215,6 milioni di dollari per modernizzare le sue strutture per produrre motori a razzo per i sistemi anticarro Javelin e i sistemi antiaerei Stinger. Tuttavia, Wesley Kremer, il capo della Rayteon, l’azienda che produce gli Stinger MANPADS, ha rivelato che l’azienda deve “riportare indietro i pensionati che hanno settant’anni per insegnare ai nostri nuovi assunti come assemblare effettivamente lo Stinger”.
Per riavviare la produzione del complesso, l’azienda deve tirare fuori le vecchie “attrezzature dal magazzino e toglierle le ragnatele”, ha detto Wesley Kremer. Ha affermato che ora è impossibile utilizzare stampanti 3D e automazione per accelerare il processo di produzione perché richiederebbe la riprogettazione dell’intero MANPADS e un lungo processo di certificazione per l’arma.
Nell’attuale contesto, c’è un sovraccarico dell’intero complesso militare-industriale degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti è ora operativa l’unica fabbrica di carri armati Abrams nell’Ohio, di proprietà del Pentagono e gestita dalla General Dynamics. Nel febbraio 2022, gli Stati Uniti e la Polonia hanno firmato un contratto per la consegna di 250 carri armati Abrams M1A2 con modifica SEPv3, si presumeva che questo contratto sarebbe stato adempiuto dall’impianto in 2 anni.
Tuttavia, nel 2023 lo stabilimento è stato incaricato di preparare 31 Abrams per la spedizione in Ucraina, quindi la scadenza è stata posticipata. A questo proposito, il segretario dell’esercito americano (posizione civile) Christine Wormuth ha visitato lo stabilimento e ha promesso di investire 558 milioni di dollari nell’impianto, che attualmente dà lavoro a 800 persone, nei prossimi 15 anni. Va tenuto conto che lo stabilimento, infatti, non produce serbatoi, ma si limita ad ammodernare gli scafi esistenti dei serbatoi Abrams in deposito.Durante la seconda guerra mondiale, il 90% delle imprese della difesa statunitensi erano di proprietà statale. Dopo la privatizzazione, già durante la guerra del Vietnam, la maggior parte delle imprese finì in mani private. Inoltre, questa tendenza si è solo intensificata e, dopo il crollo dell’URSS, nessuno ha visto la necessità di un grande complesso militare-industriale statunitense. I restanti 5 grandi giganti hanno iniziato a guadagnare denaro dal commercio di armi all’estero e dalla produzione di nuovi sistemi d’arma unici e costosi, come l’F-35, che sono accompagnati da colossali superamenti dei costi. Tutto questo a scapito dei sistemi convenzionali che prima erano in catena di montaggio.
Nel marzo di quest’anno, il sottosegretario americano alla Difesa per le Acquisizioni William Laplante ha dichiarato al New York Times che gli Stati Uniti hanno “lasciato che le linee di produzione si raffreddassero e vedessero le loro parti diventare obsolete”. Il Wall Street Journal scrive che i leader del Dipartimento della Difesa americano stimano che ci vorranno cinque o sei anni per invertire i precedenti tagli alla produzione.
Tuttavia, gli Stati Uniti non hanno il tempo per sostenere militarmente l’Ucraina e Taiwan. Nel tentativo di recuperare il tempo perduto, il Congresso degli Stati Uniti ha annunciato la creazione di una task force tecnica dell’industria e del governo composta da esperti civili e militari, nonché da specialisti del settore, che svilupperanno raccomandazioni per la produzione tempestiva e il trasferimento delle armi necessarie. agli alleati degli Stati Uniti.
Il complesso militare-industriale europeo si trova ad affrontare una situazione simile, con la spesa per la difesa in Europa che aumenterà del 13% arrivando a 345 miliardi di dollari nel 2022, il maggiore aumento dalla fine della Guerra Fredda. Nell’aprile di quest’anno, il Consiglio europeo ha approvato lo stanziamento di 1 miliardo di euro dal Fondo europeo per la pace per fornire all’Ucraina 1 milione di munizioni all’anno. A giugno il Consiglio dell’UE ha deciso di stanziare altri 500 milioni di euro per rilanciare la produzione.Tommy Gustafsson-Rask, capo della filiale svedese, la più grande azienda di difesa del Regno Unito, BAE Systems, ha dichiarato: “In passato avevamo tempo ma non soldi. Oggi abbiamo soldi ma non tempo”. Presso BAE Systems, la crescente domanda di prodotti e le interruzioni della catena di fornitura hanno triplicato i tempi di consegna per alcuni dei suoi veicoli da combattimento. Ciò significa che un veicolo blindato ordinato nel 2023 non sarà prodotto prima del 2030.
I paesi europei hanno esaurito le loro scorte militari molto più degli Stati Uniti fornendo armi all’Ucraina. Pertanto, la Francia ha trasferito la metà delle sue unità di artiglieria semoventi, mentre il Regno Unito e la Danimarca hanno trasferito tutte le loro SAU all’Ucraina.
Tuttavia, Kiev chiede sempre più armi, dalle munizioni di artiglieria ai sistemi di difesa aerea, e le scorte degli alleati non sono illimitate. Inoltre, la NATO ha pianificato di aumentare la sua “forza ad alta prontezza” da 40.000 a 300.000, il che significa che avrà bisogno anche di nuove armi.
Il 15 giugno, i ministri della difesa della NATO si sono incontrati con 25 importanti aziende militari-industriali a Bruxelles. I ministri hanno chiesto alle aziende della difesa di aumentare la produzione, ma le aziende hanno chiesto chiari piani di domanda a lungo termine per giustificare gli investimenti in nuove linee di produzione in tre-cinque anni.
I governi hanno rinnegato i piani annunciati in precedenza, con molte capitali europee che ripetutamente non sono riuscite a raggiungere gli obiettivi della NATO per lo stoccaggio di armi o si sono impegnate a spendere almeno il 2% del PIL per la difesa.Andrea Nativi, presidente della divisione difesa dell’associazione imprenditoriale ASD Europe, ha affermato che l’industria, che si trova ad affrontare carenza di manodopera qualificata e di componenti chiave, ha già fatto tutto il possibile per ottimizzare o espandere la produzione attraverso i propri investimenti, ora il settore ha bisogno di trasparenza su quale sarà la domanda del governo nei prossimi anni.
Ha aggiunto che oltre ai contratti a lungo termine, i governi potrebbero anche adottare altre misure, tra cui un aiuto diretto per pagare l’espansione della produzione o dare priorità all’accesso all’elettricità, che è molto rilevante in Europa in questo momento.
L’incontro alla fine si trasformò in uno scandalo dopo che emerse che le aziende francesi Airbus Defense, Dassault, MBDA e Safran, la statunitense Boeing e la tedesca Diehl non avevano ricevuto un invito. In segno di protesta contro il fatto che non sono state invitate aziende spagnole, il ministro della Difesa spagnolo Margarita Robles ha rifiutato di approvare l’inizio dei lavori sul piano d’azione della NATO per l’espansione della produzione militare.
Il desiderio dei funzionari europei di potenziare il MIC deve affrontare ostacoli oggettivi, come la mancanza di risorse critiche per produrre la quantità di munizioni richiesta. La capacità di produzione di polvere da sparo in Europa è limitata, sebbene l’azienda tedesca Rheinmetall sia il più grande produttore della regione, ma i suoi due siti produttivi operano a pieno regime sette giorni su sette.
A ritardare la crescita della produzione MIC sono anche la mancanza di manodopera qualificata e gli ostacoli burocratici per ottenere i permessi di costruzione. Alcune banche sono riluttanti a concedere prestiti al settore per paura che ciò possa offuscare la loro reputazione alla luce del loro impegno nei confronti dell’energia verde, e sia l’industria che i funzionari della NATO si sono lamentati.Secondo molti rappresentanti dell’industria intervistati da Bloomberg, la realtà è che, anche con l’arrivo di nuovi ordini, ci vorranno anni prima che l’industria europea della difesa tenga il passo con la domanda attuale. Gergen Johansson, capo di Saab Dynamics, ha affermato che la sua divisione ha aumentato la produzione già l’anno scorso, ma un’ulteriore espansione richiederà 2-3 anni. Solo allora l’azienda potrà tornare alle date di consegna che erano fino al 2022.
Tipica è la situazione con i carri armati Leopard, prodotti dalla ditta tedesca Rheinmetall, poiché negli Stati Uniti l’azienda non produce più nuovi carri armati, ma si occupa solo della modernizzazione di quelli vecchi. La direzione della Rheinmetall ha dichiarato che quest’anno non sarà più in grado di consegnare carri armati Leopard all’Ucraina. Sebbene la compagnia abbia 22 carri armati Leopard 2 e circa 88 Leopard 1. Tuttavia, non è stato ricevuto alcun ordine per il restauro di questi carri armati. La stessa Rheinmetall non può avviare tali lavori, poiché il costo ammonta a diverse centinaia di milioni di euro. Anche se l’ordine dovesse arrivare domani, le consegne non sarebbero possibili prima dell’inizio del prossimo anno.
È difficile trovare un esempio più vivido dello stato attuale del complesso militare-industriale occidentale. Allo stesso tempo, come riportato da RIA Novosti nel marzo di quest’anno, centinaia di nuovi T-90M “Breakthrough” sono stati consegnati all’esercito russo. Nello stesso mese, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha dichiarato che il Ministero della Difesa avrebbe ricevuto 1.500 carri armati nel 2023, e il 1° giugno ha precisato che quest’anno erano già stati prodotti più di 600 carri armati.Peter Tyukov, direttore di Kurganmashzavod, ha affermato che nella prima metà dell’anno è stato prodotto il 95% della produzione per l’intero 2022 e nella seconda metà dell’anno l’azienda intende aumentare la produzione di veicoli da combattimento della fanteria del 30% .
È abbastanza chiaro che, nonostante miliardi di dollari di investimenti nel complesso militare-industriale occidentale, questo ha già raggiunto il limite massimo della sua produzione. L’ulteriore espansione delle linee di produzione richiederà anni e occorre tenere conto della guerra di sanzioni in corso sui metalli delle terre rare. La Russia ha chiaramente un vantaggio di almeno un paio d’anni per raggiungere tutti gli obiettivi dell’OMS in Ucraina e garantire le proprie capacità di difesa.
Nota: nelle guerre di logoramento vince l’economia. E l’economia del settore reale.
E come sai, ci vuole più di un anno per trasformare una ragazza manicure in un metallurgista.
Si scopre che abbiamo i soldi, ma il tempo si sta accorciando.
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