-
L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE


Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.
Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.
Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).
Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.
Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.
Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

-
HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?


Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.
Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.
La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.
Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.
Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.
Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.
Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…
i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)
Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20
“La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.
È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.
Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”
ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.
Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.
Abu Mazen, Accordi di Abramo, ahmed yassin, al qassam, al-Fatah, Autorità Nazionale Palestinese, brigate Izz al-Dīn al-Qassām, elezioni legislative, fondamentalismo islamico, fondamentalista, fratellanza musulmana, Fratelli Musulmani, Gaza, Hamas, Ḥasan al-Bannā, iran, ISIS, Ismail Haniyeh, Israele, mondo islamico, Nablus, OAS, Palestina, Patto del Movimento di Resistenza Islamica, pPrima intifada, Qalqilya, resistenza, resistenza islamica, salaf, Salafismo sunnita, Seconda Intifada, Stati Uniti, striscia di Gaza, terrorismo, Unione Europea -
ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE


Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).
E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.
Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.
Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.
Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:
1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).
2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.
3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.
4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.
5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.
Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.
Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

-
LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO


Originale in inglese: QUI
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.
Preambolo
Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.
Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.
Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.
La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.
La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.
Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.
Definizione
L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).
Linee guida
Generale
- È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
- Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
- L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
- L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
- Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.
B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti
- Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
- Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
- Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
- Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
- Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.
C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti
( se si approva o meno la vista o l’azione)
- Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
- Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
- Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
- Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
- Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.
Firmatari
- Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
- Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
- Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
- Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
- Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
- Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
- Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
- Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
- Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
- Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
- Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
- Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
- Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
- Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
- Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
- Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
- Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
- Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
- Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
- David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
- Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
- Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
- Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
- Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
- Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
- Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
- Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
- John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
- Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
- Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
- Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
- Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
- Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
- Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
- Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
- Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
- Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
- Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
- Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
- Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
- Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
- Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
- Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
- David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
- Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
- Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
- David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
- Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
- Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
- Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
- Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
- Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
- Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
- Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
- Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
- Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
- Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
- Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
- Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
- Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
- Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
- Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
- Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
- Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
- Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
- François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
- Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
- Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
- Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
- Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
- Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
- Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
- Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
- Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
- Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
- Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
- Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
- Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
- Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
- Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
- Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
- Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
- Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
- Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
- Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
- Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
- Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
- Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
- Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
- Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
- Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
- Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
- Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
- Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
- Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
- Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
- Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
- Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
- Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
- Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
- Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
- Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
- Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
- Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
- Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
- Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
- Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
- Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
- James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
- Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
- Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
- Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
- Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
- Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
- Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
- Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
- Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
- Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
- Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
- Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
- David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
- Eva Menasse, romanziera, Berlino
- Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
- Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
- Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
- Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
- Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
- Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
- Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
- Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
- Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
- Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
- Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
- Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
- David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
- James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
- Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
- Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
- Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
- Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
- Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
- Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
- Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
- Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
- Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
- Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
- Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
- Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
- Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
- Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
- Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
- Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
- Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
- David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
- Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
- Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
- Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
- David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
- Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
- Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
- Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
- Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
- Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
- Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
- Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
- Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
- Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
- Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
- Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
- Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
- Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
- Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
- Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
- Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
- Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
- Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
- Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
- Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
- Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
- Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
- Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
- Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
- Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
- Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
- Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
- José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
- Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
- Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
- Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
- Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
- Firmatari post-lancio
- Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
- Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
- Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
- Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
- Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
- Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
- Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
- Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
- Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
- Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
- Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
- Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
- Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
- Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
- Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
- Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
- Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
- Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
- Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
- Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
- Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
- Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
- Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
- Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
- Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
- Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
- Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
- Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
- Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
- Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
- Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
- Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
- William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
- Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
- Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
- Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
- Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
- John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
- Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
- Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
- Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
- Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
- Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
- Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
- Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
- Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
- Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
- Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
- Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
- Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
- Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
- Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
- Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
- Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
- Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
- Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
- Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
- Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
- Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
- Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
- Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
- Rebecca Kobrin , Columbia University
- Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
- Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
- Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
- Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
- Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
- Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
- Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
- Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
- Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
- René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
- Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
- Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
- Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
- Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
- Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
- Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
- Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
- Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
- Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
- Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
- Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
- Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
- Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
- Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
- Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
- Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
- Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
- Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
- Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
- Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
- Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
- Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
- Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
- Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
- David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
- Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
- Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
- Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
- Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
- Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
- Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
- Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
- Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
- Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
- Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
- Adam Shatz , professore in visita, Bard College
- Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
- Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
- Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
- Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
- David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
- Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
- Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
- Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
- Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
- Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
- Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
- Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
- Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
- Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
- Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
- Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
- Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
- Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
- Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
- Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
- Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
- Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
- Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
- Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
- Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
- Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
- Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri

-
KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA


di Stefano Vernole – originale QUI
Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.Di seguito il contributo di Stefano Vernole.
Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.
Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.
Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.
Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.
La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.
L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].
Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.
L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].
L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].
L’importanza geostrategica del Kashmir
Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.
Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.
Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].
Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.
Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.
Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).
Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.
Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.
Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.
La repressione dei musulmani nel Kashmir
Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.
La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.
L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.
Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.
L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.
Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.
L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].
L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.
Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].
Finora non si registrano passi in avanti sostanziali
Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.
Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].
La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.
Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].
Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.
Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.
I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.
Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.
In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.
Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.
“Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.
Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.
Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].
Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].
Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.
NOTE AL TESTO
[1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:
“La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:
“Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”
[2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.
[3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.
[4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).
[5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.
[6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.
[7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.
[8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.
[9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.
[10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.
[11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:
HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)
Total Killings 90,776
Custodial Killings 6,817
Civilians Arrested 111,269
Houses/Shops Destroyed 105,143
Women Widowed 22,371
Children Orphaned 106,616
Women Molested 9,637
[12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.
[13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

-
AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI


AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI
L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023
Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”
Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!
Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.
1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html
2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

-
ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.
Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.
Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

Resistenza, giustizia e liberazione
Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.
La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.
Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.
L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.
Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.
Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.
ONG, sintomi e movimenti
Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.
Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.
Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

Silenzi, storie e ideologie
L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.
Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.
Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

-
20 GIORNI DI TEMPESTA


Credevamo – a ragione – che il conflitto ucraino rappresentasse un punto di svolta importante, forse decisivo, nel processo di trasformazione geopolitica globale, che sta transitando il mondo verso un’era multipolare. Ne avevamo colto sia, appunto, il fatto che segnasse un giro di boa, sia come fungesse allo stesso tempo da acceleratore del processo che portava alla luce. Una accelerazione riscontrabile – ad esempio – negli avvenimenti che hanno attraversato l’Africa sub-sahariana, o nella crescente saldatura tra i grandi nemici dell’impero americano, Russia Cina Iran e Corea del Nord – che invece il disegno strategico di Washington voleva dividere e colpire separatamente.
Ma quanto accaduto il 7 ottobre ha segnato una scossa ancora più forte, più profonda. E che l’attacco sferrato dalle Brigate al-Qassam contro l’occupante israeliano sia un momento importante dello scontro in atto, è testimoniato proprio dalla portata delle reazioni. L’Ucraina, già data comunque per sconfitta, è stata prontamente relegata nel dimenticatoio, gli Stati Uniti si sono immediatamente mobilitati – con una poderosa dimostrazione di potenza – nel sostenere in prima persona l’alleato strategico nel Medio Oriente, e in occidente è scattata ancor più forte e stringente che mai la negazione-repressione del dissenso. La posta in gioco è alta.
C’è sicuramente una componente di rabbia, nella reazione israelo-americana, per l’essersi fatti cogliere a braghe calate da un nemico cui non si dava grande credito. Ma più di ogni cosa brucia la consapevolezza che, dopo la sconfitta di fatto subita in Ucraina contro la Russia, subirne un’altra in un’area strategica come il Medio Oriente, e per di più da parte di un nemico minore come l’Iran, risulta inaccettabile.Ovviamente la sconfitta di cui si parla non è quella militare – di cui vedremo più avanti – ma quella politica. Con la sua mossa, Hamas ha fatto saltare gli Accordi di Abramo, con cui gli USA cercavano da tempo di ricomporre un quadro di non-ostilità verso Israele da parte dei paesi arabi della regione. E che soprattutto miravano a riequilibrare i mutamenti dovuti al riavvicinamento tra Iran ed Arabia Saudita, ed alla riammissione della Siria nella Lega Araba – due fatti decisamente negativi per l’impero statunitense. Ha inoltre riportato alla ribalta internazionale la questione palestinese, che Washington e Tel Aviv da tempo cercano di mantenere in sordina. E, niente affatto secondariamente, ha distrutto il mito dell’invincibilità israeliana, e rimobilitato le masse arabe e musulmane, che sulla questione palestinese sono molto più radicali dei loro governi. Questo insieme di cose ha dato una scossa poderosa all’intero Medio Oriente, i cui effetti si vedranno nei mesi a venire.
Cosa non certo meno importante, la necessità di dirottare prontamente aiuti economici e militari verso Israele, ha di fatto velocizzato il processo di disimpegno – su entrambe i piani – nei confronti dell’Ucraina, cosa che non mancherà di avvantaggiare la Russia sul campo di battaglia, dove peraltro ha ripreso l’iniziativa offensiva quasi ovunque.
Ma la questione cruciale è che adesso gli Stati Uniti sono stati costretti a fare ben oltre un singolo passo in più, ed ora si trovano sbilanciati in avanti sull’orlo di un abisso imperscrutabile.
Una crisi in Medio Oriente, infatti, è l’ultima cosa di cui Washington aveva bisogno.
Sul piano interno, perché – se pure una guerra in difesa di Israele ha maggiore consenso di quella ucraina – andare incontro alla lunga stagione elettorale per le presidenziali, avendo ben due conflitti sulle spalle, non è esattamente il viatico migliore per Biden ed i democrat.
Ancora peggio sul piano internazionale. La paziente ricucitura messa in piedi tra Arabia Saudita ed Israele, e più in generale tra questo ed i paesi arabi (i suddetti Accordi di Abramo), è andata in fumo in men che non si dica. Nei paesi musulmani è riemerso con forza il sentimento anti-USA (visti giustamente come padrini di Israele). Le tensioni nell’area rischiano di far compiere un ulteriore balzo al costo del petrolio, cosa che metterebbe in ulteriore difficoltà e fibrillazione più di un alleato [1].
E, cosa più pericolosa di tutte, si ritrova a dover muovere le (poche) pedine di cui dispone in uno scacchiere esplosivo, ed in cui, comunque si muove, rischia di sbagliare. Deve infatti ad un tempo sostenere l’alleato irrinunciabile, cercando di tenerne a freno le pericolose irrequietezze, e mostrare la propria fermezza nel presidiare l’area. Ma evitando accuratamente che le cose deflagrino, trascinando gli Stati Uniti in una guerra i cui esiti sono del tutto imprevedibili, e che oltretutto può divampare a dimensioni fin troppo pericolose.Questo il quadro geopolitico in cui si colloca l’azione delle Brigate al-Qassam – ma non solo.
Proviamo quindi, adesso, ad esaminare più nello specifico quello che è accaduto il 7 ottobre e nei giorni seguenti.
La prima cosa da chiarire, è che questa operazione della resistenza palestinese non ha visto in azione soltanto al-Qassam (ala militare di Hamas). Questa narrazione è perfettamente funzionale alla costruzione, da parte israelo-americana, di una contrapposizione dualistica: i terroristi di Hamas contro la democrazia di Israele (né più né meno che lo stesso schema usato per la guerra ucraina, basta cambiare i nomi degli attori…). In realtà, l’operazione ha visto scendere in campo le formazioni militari di più movimenti della resistenza palestinese, come si evince chiaramente da un documento congiunto diffuso nei giorni seguenti. Oltre ad Hamas, hanno partecipato la Jihad Islamica Palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale.È stata quindi una operazione militare delle resistenza palestinese in senso ampio, e questo dovrebbe far riflettere tutti coloro che si sono precipitati a solidarizzare ma prendendo le distanze da Hamas…
Quello che sappiamo, a tre settimane dall’attacco, è ovviamente ancora parziale, ed alcune cose possiamo soltanto ipotizzarle.
Al primo punto, procedendo cronologicamente, c’è ovviamente la pianificazione. Da quanto si apprende, l’elaborazione del piano, e la predisposizione della logistica necessaria a portarlo a termine, ha richiesto circa due anni. Nel settembre 2011, gli USA annunciano la firma degli Accordi di Abramo, un patto trilaterale tra Stati Uniti, Israele e Bahrein, che rilancia il processo di normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele. Obiettivo dichiarato degli Accordi è di estenderli quanto prima all’Arabia Saudita, paese-leader del mondo sunnita. L’articolazione degli accordi è tale da mettere praticamente una pietra tombale sulla prospettiva di uno stato palestinese.
Evidentemente, a questo punto si apre un dibattito tra le forze della resistenza, per capire come fermarne il processo.All’incirca un anno dopo, comincia evidentemente a prendere forma quello su cui le varie forze hanno concordato, ovvero la necessità di sferrare un colpo capace di frantumare la prospettiva delineata dagli accordi [2]. La pianificazione ovviamente non riguarda soltanto l’attacco in sé, ma anche la predisposizione di quanto occorre per fronteggiare il dopo.
La prima misura presa, e questo oggi lo sappiamo, è stata la creazione di una rete di comunicazione cablata chiusa, cioè non connessa ad alcuna rete telefonica pubblica, da utilizzare per le comunicazioni. Questo – insieme al non utilizzo di internet – ha consentito di tenere rigorosamente nascosto quanto si stava realizzando. È ragionevole ritenere (ed alcuni elementi lo confermano) che le stesse leadership politiche delle organizzazioni coinvolte fossero tenute all’oscuro degli sviluppi organizzativi. Sviluppi che hanno richiesto certamente la messa in opera di una serie di provvedimenti.Innanzi tutto, è stato necessario tessere una rete di contatti operativi al di fuori della resistenza palestinese. Sappiamo per certo che in Libano è stata stabilita una sorta di centrale di coordinamento, che mette insieme responsabili militari delle varie forze palestinesi, oltre a quelli di Hezbollah e dei gruppi consimili in Iraq. Ed è chiaro che, soprattutto Hezbollah, è stata importantissima nel fornire armi, addestramento ed esperienza. Addestramento che, date le condizioni di sostanziale isolamento di Gaza, è presumibile che sia avvenuto soprattutto all’interno della Striscia, e quindi in condizioni di estrema difficoltà (visto che Israele la monitora costantemente sotto ogni aspetto).
Proprio a seguito dell’inizio degli scontri con l’IDF ai confini della Striscia, abbiamo avuto certezza che al-Qassam dispone dei missili anticarro Kornet, che Hezbollah utilizza da tempo.
La seconda misura è certamente stata la predisposizione di nuovi tunnel, sia come deposito di armi e munizioni (ma anche scorte di cibo, acqua, materiali di primo soccorso…), sia come rifugi per i combattenti, sia come vie per lo spostamento delle unità, sia infine per superare le recinzioni che separano Gaza da Israele.Questa è stata probabilmente la parte più impegnativa, poiché è stato necessario farlo nella massima segretezza, sapendo che i servizi segreti israeliani controllano tutto ciò che avviene nella Striscia, e certamente dispongono anche di numerose spie tra la popolazione.
Fondamentalmente, quindi, i problemi da superare sono stati: l’accumulo di scorte, senza che si notasse l’aumento delle importazioni di cibo; lo smaltimento dei materiali di risulta degli scavi; le operazioni di scavo stesse; l’evitare variazioni evidenti nel consumo di energia elettrica…
Si deve tenere presente che parliamo di una rete estremamente vasta (si ritiene estesa per circa 500 km), con ambienti ampi e strade percorribili anche con mezzi motorizzati, spesso su più livelli, ed a profondità variabile tra i 20 ed i 100 metri.
Ovviamente gran parte di questa rete era preesistente, ma di sicuro è stato necessario ampliarla in base alle esigenze del piano, così come è stato necessario accumulare grandi scorte per fronteggiare il prevedibile assedio che inevitabilmente sarebbe seguito all’attacco.Una volta predisposte le misure necessarie – addestramento, logistica, selezione delle unità da impegnare e loro preparazione – è stato necessario predisporre anche le misure esterne, per consentire il successo dell’operazione. E ciò, fondamentalmente, significava essere in grado di superare le mura della prigione, e possibilmente cogliere impreparate le forze israeliane al di là della barriera.
Quello che sappiamo al riguardo è che le guarnigioni di confine (appartenenti alla Divisione ‘Gaza’ dell’IDF) erano assolutamente rilassate, poiché da tempo non c’erano particolari problemi, né c’erano stati preallarmi da parte dei servizi d’informazione. Inoltre, nei giorni precedenti l’attacco, una parte delle truppe era stata spostata da sud al confine con la Cisgiordania, dove invece si era registrato un aumento della tensione. Possiamo presumere che ciò sia stato organizzato proprio dalla resistenza, che in tal modo ha distratto parte delle forze di pronta reazione dal fronte di Gaza.Sappiamo inoltre che la penetrazione oltre confine è avvenuta almeno in duplice modalità. In parte, superando il muro di recinzione con dei tunnel scavati ben oltre la capacità di rilevamento dei sensori disposti dagli israeliani (si parla di tunnel a 70 metri di profondità), ed in parte disattivando con piccoli droni sia le telecamere di sorveglianza che le torrette con le mitragliatrici automatiche collegate alle telecamere. Laddove necessario, la recinzione è stata abbattuta con bulldozer.
Una cosa importante da tenere a mente, anche per sottolineare la natura militare dell’operazione, è che i combattenti penetrati nei territori occupati da Israele erano in divisa, e ad un certo punto è stata persino effettuata una rotazione delle unità impegnate in combattimento.Ciò per sottolineare, ancora una volta, che non si è trattato di un attacco terroristico, come è stato presentato dalla stampa occidentale.
L’operazione, scattata alle prime luci dell’alba per cogliere di sorpresa le guarnigioni militari, aveva come obiettivo sia le caserme dell’IDF che i kibbutz dei coloni. Sappiamo sin dal primo momento, grazie al materiale video prodotto, che i combattenti palestinesi hanno immediatamente occupato la caserma al posto di valico di Eretz (nord della Striscia) ad almeno un altro insediamento militare, dove si trovavano numerosi mezzi corazzati, tra cui alcuni carri Merkava. Inoltre, mentre partiva un massiccio lancio di razzi verso le città israeliane, alcune unità si sono spinte in profondità, sia verso nord che verso est, e ad un certo punto erano avanzate talmente tanto che mancavano pochi chilometri per raggiungere la Cisgiordania.
L’effetto sorpresa (che in una guerra moderna, in cui le capacità di sorveglianza sono elevatissime, è quasi impossibile) è stato semplicemente totale. E con ogni probabilità ciò è stato dovuto (e poi amplificato) anche dalla convinzione che questi goyam (letteralmente: animale, sub-umano) palestinesi non potessero fare altro che lanciare di tanto in tanto i loro razzetti fatti in casa [3].A questo punto, occorre valutare quali fossero gli obiettivi militari dell’operazione. E si sottolinea militari, perché quelli politici (ovviamente assai più importanti) sono già stati chiariti.
Appare evidente che l’operazione non poteva che avere obiettivi limitati, nello spazio e nel tempo. Essenzialmente, quindi, doveva infliggere un colpo quanto più duro possibile alle forze israeliane, e quindi ripiegare su Gaza. Al tempo stesso, dovevano essere catturati quanti più possibili militari e civili, in funzione di un successivo scambio con i quasi 8.000 prigionieri palestinesi.
Questo obiettivo – la cattura di prigionieri – è chiaramente sempre stato di massima rilevanza, così come è chiaro che quanto maggiore ne fosse stato il numero, tanto più sarebbe stata un leva potente nelle successive trattative di scambio. A tal proposito, abbiamo come riferimento la registrazione video dell’interrogatorio di un combattente palestinese catturato, il quale afferma che gli ordini prevedevano l’uccisione solo dei civili maschi in età di servizio militare.
È importante sottolineare questo aspetto poiché, tenuto conto che stiamo comunque parlando di una operazione di guerra, che ovviamente prevede scontri a fuoco col nemico, serve a comprendere quale fosse l’interesse prevalente.Una delle cose che sappiamo, è il numero di morti israeliani comunicato dal governo di Tel Aviv. Già pochi giorni dopo è stata diffusa una cifra elevata, che poi è via via aumentata, stabilizzandosi infine a 1.400. Di questi, circa il 25% sarebbero militari dell’IDF.
Se questa cifra fosse attendibile (e vedremo perché non lo è, ed in che misura), ne conseguirebbe che circa 350 soldati israeliani sono stati uccisi nel corso degli scontri, e che ben più di mille civili sarebbero stati assassinati. Una cosa che contraddice quanto abbiamo considerato prima.
Ma, riguardo a questo gran numero di morti dichiarati, c’è più di una perplessità.
La prima è che, ad oltre tre settimane dai fatti, Tel Aviv ha comunicato i nominativi di circa la metà (meno di 700). E sinceramente appare assai difficile credere che, in oltre venti giorni, non sia stato ancora possibile identificare un così gran numero di persone. Se si tratta di militari, infatti, questi sono indubitabilmente identificabili dalla targhetta metallica che portano al collo (esattamente per questo scopo) . Se si tratta di civili uccisi per strada, molto probabilmente avevano con sé i documenti; se sono stati uccisi in casa, sono quasi sicuramente gli abitanti. Ed in ogni caso, in un modo o nell’altro, questo lasso di tempo sarebbe più che sufficiente per identificarli tutti, non solo la metà.Ma dietro questo numero – che appare sproporzionato sia agli obiettivi dell’azione militare, sia al suo svolgimento, sia appunto per la mancata identificazione – c’è con ogni probabilità ben altro.
Un’altra delle cose che oggi sappiamo con certezza, è che la reazione militare israeliana all’attacco non è stata soltanto (in parte) un po’ tardiva, ma che soprattutto è stata indiscriminata. Ci sono numerose testimonianze, sia di sopravvissuti sia – come vedremo – di militari, dalle quali emerge con chiarezza che numerose vittime militari e civili sono state fatte dall’IDF stesso.
Le ragioni di ciò risiedono in un insieme di fattori. Dalle testimonianze – tutte di parte israeliana – emerge che le forze dell’IDF intervenute erano costituite dapprima da squadre di elicotteri da combattimento, e quindi successivamente da unità corazzate. Ad esempio, quando i combattenti palestinesi hanno attaccato il valico di Eretz – dove si trovavano numerosi militari ed impiegati del ministero della difesa – una parte dei militari, sopravvissuti al primo scontro a fuoco, si sono rifugiati nella sala di guerra sotterranea, e da lì hanno lanciato l’allarme. Quando sono arrivati gli elicotteri, hanno semplicemente aperto il fuoco sulla caserma, radendola al suolo. Ciò sia nell’intento di impedire ai guerriglieri di entrare in territorio israeliano (occupato), sia in virtù di una precisa disposizione.
Ugualmente, sia i piloti che numerosi testimoni civili, hanno confermato che gli elicotteri e poi i tank hanno aperto il fuoco praticamente su tutto ciò che si muoveva, distruggendo auto in movimento, gruppi di persone in corsa, ed anche abitazioni dove si sospettava fossero presenti gli uomini di al-Qassam. I militari coinvolti hanno poi dichiarato di essersi trovati in condizioni di urgenza, senza una precisa capacità di distinguere miliziani e civili, e che in quella situazione hanno quindi scelto di aprire il fuoco sempre. Sicuramente, al di là delle giustificazioni ex-post, va aggiunto che l’intera catena di comando israeliano era in quei momenti nella confusione più totale, e probabilmente anche nel panico, e che questa sensazione di pericolo – amplificato ed imminente – si è trasmessa ai militari inviati in prima linea.
Va però tenuto presente un altro elemento, per certi versi illuminante, ovvero la cosiddetta Direttiva Annibale. Si tratta di una procedura militare istituita nel 1986, a seguito di uno scambio di prigionieri (3 soldati israeliani per 1.150 prigionieri palestinesi). Questa direttiva segreta, emanata al fine di evitare il ripetersi di situazioni simili, stabilisce sostanzialmente che – qualora vengano catturati degli israeliani, e non c’è possibilità immediata di liberarli – l’esercito deve uccidere tutti, sequestrati e sequestratori [5].Questo serve a spiegare sia l’elevato numero di morti israeliani durante la fase attiva dell’attacco palestinese, sia l’evidente indifferenza con cui Tsahal bombarda la Striscia, nonostante la presenza di oltre duecento civili e militari israeliani.
Ovviamente, allo stato attuale è impossibile stabilire con certezza se quel numero fornito (1.400) sia gonfiato o meno, così come quante siano le vittime di fuoco amico. Di sicuro sono in numero elevato, proprio per il tipo di armi utilizzate. Mentre i combattenti palestinesi infatti utilizzavano soltanto armi leggere e spalleggiabili (gli RPG al-Yassin anticarro), l’IDF sparava coi cannoni dei carri Merkava e con i missili degli elicotteri. Tutti i cadaveri carbonizzati, che sono stati mostrati, sono certamente riconducibili all’esplosione dei missili Hellfire.
Anche rispetto alla questione del festival rave, le cose stanno diversamente da quanto raccontato ai media. Innanzi tutto, come si vede dai video pubblicati, quando sono arrivati i combattenti palestinesi con i deltaplani erano presenti guardie di sicurezza armate ed in divisa, per cui è presumibile ci sia stato un primo scontro a fuoco con queste. Dai testimoni sappiamo che molti ragazzi sono fuggiti verso il vicino kibbutz di Be’eri, dove poi sono stati raggiunti dagli uomini di al-Qassam, che li hanno catturati. Quando poi sono giunte le forze IDF, come raccontato alla radio israeliana da una dei partecipanti al rave, queste “hanno eliminato tutti, compresi gli ostaggi perché c’era un fuoco incrociato molto, molto pesante” [6].Sempre in merito alla questione dei morti israeliani, ci sono ancora altri elementi da considerare.
Uno di questi, sicuramente alquanto ruvido, è ricollegabile a quanto riportato prima, relativamente all’ordine di uccidere i civili maschi. Si deve infatti tener presente che tutta l’operazione palestinese, a parte i lanci di razzi, si è svolta nell’ambito di territori occupati. Col termine territori occupati si intende precisamente riferirsi a delle porzioni di territorio che Israele ha occupato in seguito a guerre con i paesi vicini, e che in base al diritto internazionale – nonché a numerose risoluzioni dell’ONU – non solo avrebbero dovuto essere restituite da tempo, ma che non possono essere annesse né tantomeno vi si possono insediare abitanti del paese occupante. In termini di diritto internazionale, quindi, quella che si svolge in Palestina è una guerra di liberazione. Nello specifico, i coloni che abitano nei kibbutz, nei villaggi e nelle città edificate nei territori occupati, non soltanto vi si trovano in violazione delle leggi internazionali, ma sono a tutti gli effetti parte del sistema di occupazione.Oltretutto, i settler sono anche la base elettorale delle forze dell’estrema destra sionista più radicale, e sono costantemente impegnati nella persecuzione dei loro vicini arabi. Solo in queste ultime tre settimane, ad esempio, i coloni hanno attaccato i palestinesi in più di 100 incidenti, in almeno 62 città e villaggi della Cisgiordania, a volte accompagnati da soldati.Sono quindi forze di occupazione. E la decisione di uccidere i coloni maschi, seppure ovviamente contraria al diritto di guerra, trova la sua ratio nella volontà di terrorizzare i settler, e spingerli ad abbandonare le terre occupate illegittimamente. Una cosa, questa, che peraltro i palestinesi hanno appreso proprio dagli israeliani, che fanno esattamente ciò dal 1948. E per quanto suoni sgradevole, se semini vento per settantacinque anni, prima o poi raccogli tempesta.
Non a caso, l’operazione militare si denominava al-Aqsa Flood.
Un elemento importante da sottolineare, anche perché peserà non poco sugli avvenimenti successivi ed ancora in corso, è l’impatto che l’attacco palestinese ha avuto sulle forze politiche israeliane, sulle forze armate, e sulla popolazione.
Come già detto, la sorpresa non è stata solo tattica – la capacità militare di cogliere alla sprovvista le difese israeliane – ma strategica: semplicemente i vertici politico-militari di Israele non concepivano nemmeno che la resistenza palestinese potesse realizzare qualcosa del genere. Di conseguenza, quando è accaduto, si è generato il caos. Al caos ha fatto seguito il panico, e poi la rabbia.
Ovviamente sono tutti consapevoli che saranno ritenuti responsabili di questa impreparazione. E ciò non fa che aumentare la rabbia, il desiderio di vendetta – quasi che questa potesse cancellare gli errori fatti. Mentre tutto sommato la società israeliana ha in buona parte reagito bene, nonostante lo shock, parlando apertamente sia delle responsabilità interne, sia della realtà degli accadimenti, la reazione di politici e militari è stata di ben altra natura.Il governo, già consapevole di avere contro una fetta importante del paese, e di non essere particolarmente simpatico all’alleato americano, ha compreso immediatamente come questo evento rivoluzionasse completamente il quadro politico, interno ed internazionale. Ovviamente, la sua componente più estremista ha reagito mostrando senza remore la propria arabofobia, e mettendo in luce i propri sogni di pogrom. Ma Netanyahu, da politico navigatissimo, ha capito anche la delicatezza del momento. Paradossalmente, da uomo simbolo del radicalismo sionista contemporaneo, ha in effetti agito con prudenza, avendo chiaro da subito che il coinvolgimento (e quindi l’approvazione) degli USA è essenziale. Atteggiamento questo che lo ha portato ad entrare in frizione con i vertici militari, che invece scalpitano dalla voglia di vendicare l’onta subita.
Oltretutto, gli alti ufficiali israeliani sanno bene che – prima o poi – saranno chiamati a rispondere non solo della mancata previsione dell’attacco, e della risposta tardiva, ma anche delle numerose morti israeliane dovute al caotico svolgersi di questa. E cercano quindi, in una ordalia di sangue, di emendarsene per quanto possibile.Evidentemente, quella che si è aperta con il 7 ottobre è una finestra di opportunità. Riportare drammaticamente al centro del dibattito mondiale la questione palestinese, significa concretamente rintuzzare i tentativi di seppellirla, e rilanciare le possibilità di fare dei passi avanti. Possibilità che sono legate anche al fatto che la tempesta scatenata dalla resistenza ha messo a nudo la debolezza di Israele.
Il quale però è adesso un animale ferito, che non solo sta reagendo con rabbia e ferocia, ma si trova ad un tornante impegnativo della propria storia; insistere a perseguire la via dell’apartheid e dell’occupazione, spinge sempre più il paese verso l’isolamento e – forse – la distruzione, ma imboccare la via che conduce alla fine dell’occupazione è altrettanto impervio, e potrebbe portare all’implosione di Israele. Rinviare questa scelta è stato possibile sinché il mondo era comunque dominato dalle potenze occidentali, che ne hanno resa possibile la nascita, e che ne hanno garantito la sopravvivenza. Ma il mondo non è più lo stesso. E così come la rabbia e la ferocia che imperversano su Gaza tradiscono la consapevolezza che quell’era è tramontata, altrettanto fanno le squadre navali americane fatte accorrere in fretta e furia.Il senso profondo del 7 ottobre 2023 (una data che resterà nei libri di storia) è che gli arabi – non solo i palestinesi – hanno alzato la testa. Questo è il significato di ciò che accade al confine libanese, in Siria, in Iraq. Nell’immediato, Israele non ha altra alternativa che attaccare. È la mossa sbagliata, strategicamente parlando, ma non può fare altro, non può farne a meno. In qualche modo, dovrà andare oltre i bombardamenti dall’aria. Dovrà, come si dice, mettere boots on the ground. E “Hamas ha preparato il campo di battaglia. Il campo di battaglia è esattamente quello che Hamas vuole che sia, si sono addestrati per questo, sono pronti per questo. Israele invece ha mobilitato 300.000 riservisti che non sono stati addestrati a questo scopo, che non sono motivati a fare una battaglia come questa” [7]. Da quanto riusciranno a calibrare l’operazione di terra, dipende non solo se il conflitto si estenderà o meno, ma anche come ne uscirà Israele. E, in fondo, con lui l’intero occidente.
Il nocciolo della questione è molto semplice: “Il sionismo politico deve essere sconfitto. Deve essere sconfitto politicamente e deve essere sconfitto militarmente” [8].Siamo tutti seduti su un barile di esplosivo (oltre che di petrolio…), e basta una mossa falsa a far sì che quella finestra si spalanchi sull’abisso. Se la guerra in Ucraina ha fatto temere a qualcuno che ci stessimo avvicinando ad una deflagrazione ben maggiore, una guerra regionale in Medio Oriente condurrebbe quasi sicuramente ad un confronto totale tra le superpotenze.
Gli attori in gioco sono tanti, e ciascuno è anche portatore di interessi specifici – non ci sono semplicemente due fronti – il che rende estremamente complessa la partita. Per il momento, ci saranno (nella auspicabile ipotesi che nulla vada oltre) mesi e mesi di tensioni, di guerra ad intensità più o meno limitata. Poi, passata la tempesta, si aprirà la strada verso l’inevitabile ridisegno strategico dell’intera regione. E noi europei dovremo capire quanto sia più importante Gerusalemme di Kiev.
1 – Uno dei problemi enormi che implicherebbe un conflitto esteso, anche solo parzialmente, all’Iran, è che questo potrebbe agilmente bloccare lo stretto di Hormuz. Come sottolinea l’analista Pepe Escobar (“Iran-Russia set a western trap in Palestine”, the Cradle), “Il cuore della questione in ogni strategia russo-iraniana è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita almeno il 20% del petrolio mondiale (quasi 17 milioni di barili al giorno) più il 18% del gas naturale liquefatto (GNL), che ammonta ad almeno 3,5 miliardi di piedi cubi al giorno”.
2 – Ciò che doveva essere fatto era un’operazione militare di tale portata e scala da cambiare l’intero paradigma in Medio Oriente. E questo è quello che è successo”, intervista all’analista americano Scott Ritter sul canale ‘Dialogue Works’.
3 – Per quanto riguarda il disprezzo e l’odio verso gli arabi che nutrono molti israeliani, basti ricordare le dichiarazioni di alti esponenti governativi e diplomatici, dal Ministro della Difesa al rappresentante presso l’ONU, Gilad Erdan, un fanatico estremista che – parlando all’Assemblea Generale – urlava “stiamo combattendo animali”. Secondo numerosi video, registrati dagli israeliani stessi, li si vede mentre profanavano i cadaveri degli uomini di Hamas uccisi dalle forze di sicurezza, spogliandoli nudi, urinando su di loro e mutilandone i corpi.
4 – Secondo quanto riportato da Max Blumenthal (“October 7 testimonies reveal Israel’s military ‘shelling’ Israeli citizens with tanks, missiles”, theGreyzone), “almeno 340 soldati attivi e ufficiali dell’intelligence sono stati uccisi il 7 ottobre, rappresentando quasi il 50% delle morti israeliane confermate. Tra le vittime figuravano ufficiali di alto rango come il colonnello Jonathan Steinberg, comandante della Brigata Nahal israelian”.
5 – Sul tema, di fondamentale importanza il già citato articolo di Blumenthal, ricco di riferimenti alla stampa israeliana; un vero e proprio report sulla questione.
6 – Cfr. Max Blumenthal, ibidem
7 – Cfr. intervista a Scott Ritter su ‘Dialogue Works’.
8 – Cfr. intervista a Scott Ritter, ibidem
-
FALL GELB: IL GENIO, LA BUROCRAZIA, LA FORTUNA

![1940-Fall_Gelb[1]](https://i0.wp.com/giubberosse.news/wp-content/uploads/2023/10/1940-Fall_Gelb1.jpg?resize=640%2C487&ssl=1)
Il 27 settembre 1939, mentre la Polonia esalava l’ultimo respiro, Hitler comunicava ai suoi generali l’intenzione di attaccare a occidente. La storiografia ci ha consegnato l’idea di un corpo ufficiali tedesco dinamico, ingegnoso e aperto alle innovazioni, mentre la realtà fu ben diversa: la Luftwaffe, l’unica arma autenticamente nazista, fu costruita da Hermann Göring, asso nella squadriglia di Von Richthofen nella Grande Guerra ed eccellente organizzatore, prima di cedere agli agi e alle mollezze. I carri armati vennero osteggiati in ogni modo perfino da un genio come Hans Von Seeckt (artefice della sopravvivenza dell’esercito dopo Versailles) e lo Stato Maggiore era ancora imbevuto del mito di Von Moltke il Vecchio senza averne le qualità.
La mentalità prudente e conservatrice dell’esercito si manifestò nel piano che venne sottoposto a Hitler il 29 ottobre: una riedizione del Piano Schlieffen, con l’ala destra forte di 43 divisioni destinata all’attacco in Belgio, il centro con 22 divisioni a occuparsi del settore centrale nelle Ardenne e la sinistra con 18 divisioni sulla difensiva davanti la Linea Maginot.
Ironicamente, tutti questi alti ufficiali dimenticarono la vera lezione dell’agosto 1914: la disfatta francese nella Battaglia delle Frontiere non fu provocata tanto dalla sconfitta a Charleroi, quanto dall’azione imprevista della Quinta Armata tedesca nelle Ardenne.Hitler, che aveva sperimentato sulla sua pelle per quattro anni le conseguenze del fallimento del piano tedesco nel 1914, manifestò ripetutamente la sua insoddisfazione, dicendo dei suoi generali che “avevano indossato gli stivali di Schlieffen”. Intuiva che la soluzione fosse un’altra, ma non sapeva con esattezza quale…
Caso volle che vennero in suo soccorso un colpo di fortuna e un alleato: il primo fu il 10 gennaio 1940 l’incidente di Mechelen-sur-Meuse, quando un ufficiale tedesco precipitò casualmente in territorio belga recando con sé i piani per l’offensiva, di fatto portandoli a conoscenza del nemico.L’alleato fu il capo di stato maggiore del Gruppo Armate Ardenne, generale Erich Von Manstein, il quale da ottobre tentava di portare a conoscenza del Führer il suo piano di offensiva a occidente, basato sul “colpo di falce” proprio attraverso le Ardenne. L’ostracismo delle altre sfere nulla poté quando, nel corso di una cerimonia il 17 febbraio successivo, Manstein ebbe occasione di parlare direttamente con Hitler. E il piano incontrò l’intuito.

Una settimana dopo fu diramata la versione definitiva del piano d’attacco, dal titolo “Sichelschnitt”, colpo di falce: il gruppo armate A nelle Ardenne passò da 22 a 45 divisioni, diventando il centro di gravità della manovra. Il resto è storia, e lo choc degli anglofrancesi portò a sopravvalutare enormemente la forza tedesca: si arrivò a ipotizzare che Hitler disponesse di circa 8000 carri, mentre la cifra esatta era di 2434, inferiore ai quasi 3000 francesi. La superiorità tedesca non risiedeva nei carri o nella fanteria (le 137 divisioni germaniche erano grosso modo numericamente eguali a quelle alleate), ma nell’aviazione, sia numericamente che operativamente (il supporto aereo sul campo era un concetto relativamente sconosciuto).
Ironia della sorte, c’era uno dall’altra parte che aveva capito le potenzialità del carro armato: l’allora colonnello Charles De Gaulle il quale, mentre i suoi colleghi facevano a gara nel celebrare la Linea Maginot, già nel 1934 dava alle stampe il suo Vers l’armée de métier, in cui propugnava un pugno corazzato di sei divisioni con 500 carri ciascuna in grado di portare velocemente la guerra nel territorio nemico per paralizzarlo. Il nemico era naturalmente la Germania, che con la paralisi della Ruhr avrebbe dovuto cessare di combattere.
De Gaulle, neanche a dirlo, non ebbe alcun successo presso gli alti gradi.Amara ironia, il 10 maggio 1940 i francesi avevano in linea proprio i 3000 carri desiderati da De Gaulle, però senza una dottrina operativa e un comandante capace. La differenza fondamentale non stava tanto nella diversa propensione al cambiamento nei due eserciti, dato che quello tedesco era poco meno burocratizzato e conservatore di quello francese, ma nel fatto che nel Reich esisteva un’autorità che aveva l’ultima parola su tutto ed era aperta alle innovazioni. De Gaulle non avrebbe potuto ontologicamente avere la possibilità che ebbe Von Manstein, altrimenti la storia sarebbe stata scritta diversamente.
Naturalmente, tutto ciò oggi sarebbe impossibile. La preparazione dell’attacco tedesco avvenne nella massima segretezza, un’utopia nell’era dei droni e dei satelliti che scannerizzano il territorio in tempo reale. Tuttavia alcune lezioni sono valide ancora oggi: in primis, non è tanto il numero a contare, quanto la capacità operativa. E poi, le risorse che si impiegano nella difesa dicono poco: i francesi spesero somme enormi nella linea Maginot, sia per costruirla che per guarnirla e rifornirla, mentre i tedeschi investivano nella Luftwaffe. In altri termini, quello che conta non è tanto quanto si spende, ma come lo si spende.

-
QUALE CINEMA PER QUALE PUBBLICO


Dalla riflessione corrente sull’arte resta sempre fuori colui che dell’arte beneficia: il pubblico. La crisi dell’arte tutta e della sua espressione più tipicamente moderna, il cinema, è parte della crisi epocale nella quale viviamo, crisi in verità “terminale”. Crisi che pertanto avvolge tutta intera questa umanità e tutte le strutture dell’impianto sociale fin dalle sue fondamenta. E ogni crisi comporta un’assunzione di responsabilità e una scelta verso una nuova direzione da prendere.
È bene quindi esprimere ancora, seppur in estrema sintesi, quello che è il quadro di riferimento nel quale si inserisce il nostro discorso. Questa specialissima umanità è chiamata vivere il crollo, fragoroso e per certi aspetti terribile, di “un mondo”. Non di talune ideologie o paradigmi sociali ed economici, ma proprio la fine di una civiltà, e anche di più. La Sapienza tradizionale, a cui siamo stati introdotti oltre venti anni fa, conferma quello che i nostri occhi sensibili già vedono, se sgomberati dalla paura. Tutto si sta sfaldando e non è risanabile dall’interno. Eppure, tutto questo è allo stesso tempo provvidenziale, se sappiamo coglierne il significato profondo.
Inutile quindi il tedioso e sterile guardare solo a modelli del passato. Questo è ciò che fanno gli ingenui reazionari. Altrettanto inutile e pericoloso è l’acefalo gettarsi in avanti dei rivoluzionari, verso un presunto futuro, che altro non è che un oscuro baratro. L’unica e superiore via è quella della Tradizione che recupera certo tutti gli Eterni Principi, ma volgendoli e declinandoli verso il Nuovo Inizio. Operazione in sé difficilissima, che caratterizza i veri sapienti. Noi, lungo la nostra strada, abbiamo avuto l’immeritata Grazia di essere ammaestrati da uno di costoro.
Venendo quindi all’arte, e nello specifico al cinema, esso non può che essere cinema che coglie il senso della Fine per preparare gli uomini al Nuovo Inizio.

Caratteristica essenziale, è che deve essere un cinema spirituale. Non banalmente un cinema che tratta “temi religiosi” o che presume di essere messaggero di “valori”. Questi indecenti tentativi a cui abbiamo purtroppo assistito negli anni, non sono altro che un voler esprimere qualcosa di “vecchio” (ma non affatto di tradizionale, ovvero di eterno) dentro l’unica forma che “questo tempo” concede. Non possono dunque che essere tentativi maldestri che mancano completamente il bersaglio.
Un cinema spirituale è un cinema “conforme all’anima”. Tale da elevarla verso le realtà superiori. La scelta di un’altra veste formale è quindi obbligata. Occorre allontanarsi dalla sciatta idea che ha dominato la settima arte per oltre un secolo – di essere solo il modo contemporaneo di raccontare storie, ovvero una sorta di letteratura per immagini – per accostarsi di più alla forma della poesia. Questa disegna quadri, visioni e le assonanze fra parola e parola, fra verso e verso sono appunto immaginifiche. Così dunque deve fare il cinema, prendendo come riferimenti le figure più coraggiose che la sua storia conosce. Autori come Mizoguchi, Bergman, Sokurov, Malick e più di ogni altro Tarkovskij, tanto per citarne alcuni, ci indicano che un’altra idea di cinema è non solo possibile, ma è la più vera, la più fruttuosa.
La costruzione lineare dell’intreccio, i dialoghi appiattiti sulla quotidianità, o all’opposto, pateticamente ad effetto; l’utilizzo della musica e dell’universo sonoro esclusivamente per sottolineare quanto già detto dalla scena, per enfatizzare emozioni “a comando” rappresentano bene quanto vada abbandonato perché espressione del più tipico senso di immanenza che caratterizza questo mondo.

Tutto per noi deve essere immediatamente comprensibile, di impatto. Deve “funzionare”. Lasciando così fuori la parte essenziale: il non detto, il non esprimibile, l’oltre, il Mistero. Resta fuori la Vita che altro non è che Il viaggio di un’anima verso la divinizzazione. I Padri della Chiesa usavano ripetutamente quest’espressione di cui noi oggi non comprendiamo minimamente il significato.
Dopo questa sintetica esposizione potremmo già domandarci se vi sia un pubblico pronto a ricevere e comprendere una tale arte. La risposta crediamo sia scontata e non la scriveremo.
Ci pare senz’altro che vi sia una piccola fetta di pubblico che crede di sapere bene cosa non vuole, e allo stesso tempo di sapere di cosa ha realmente bisogno. In verità, forse sa che cosa vorrebbe, ma è assai diverso dal sapere di cosa ha realmente bisogno l’anima, anche per quanto riguarda l’arte, in questo tempo specialissimo.

C’è però un altro aspetto che oggi chiama in causa il pubblico in maniera diretta. Un aspetto ancora più lasciato in ombra. Può un cinema come quello che abbiamo sopra brevemente descritto esistere e proliferare seguendo e rispettando i circuiti istituzionali che la società attuale ha predefinito? Possono crescere e maturare nuovi cineasti capaci di dare forma a questo cinema dentro le vecchie scuole e accademie? O tale “nuovo cinema” può invece esistere solo fuori dai binari precostituiti, muovendosi negli interstizi di questa società morente? Ed è proprio qui che entra in gioco quello che finora abbiamo denominato semplicemente pubblico. Ma che forse è chiamato ad essere molto di più.
Quando un’era volge al termine, ogni uomo che si desta dal sonno comprende di essere chiamato a collaborare alla costruzione di un nuovo edificio di cui per il momento si possono solo immaginare i confini e gli spazi. Ogni uomo, perché questa chiamata è universale e nessun braccio e nessuna mente possono essere lasciati a riposo. E così, mentre schiva le macerie che rischiano di travolgerlo, egli si adopera con energia, intelletto e risorse economiche per costruire i germi di una “piccola società” nella società. E occorre iniziare tale opera prima di tutto dai regni dell’immateriale: educazione, cultura e arte ovviamente.
Il pubblico allora diviene quell’infaticabile “operaio della vigna” che si adopera per costruire e promuovere nuove scuole che formino registi e professionisti del cinema finalmente liberi. Che si adopera a sostenere economicamente progetti artistici, rispondendo alla necessaria chiamata ad un mecenatismo adeguato ai nostri tempi. Perché forse il più forte laccio alla vera creazione artistica, al suo naturale slancio spirituale sono i finanziamenti pubblici e tutta l’immane trafila di commissioni e market che ad oggi sono l’unico e solo canale per la produzione di un film. Che si adopera a diffondere e promuovere le opere già realizzate creando così una rete virtuosa di proiezioni “semiclandestine” e di festival indipendenti. E altro ancora che qui lasciamo all’immaginazione e alla creatività del lettore.
Giunti allora verso la conclusione possiamo domandarci con ancora maggiore insistenza: esiste questo genere di pubblico? Ed è solo un’illusione quella da noi descritta?

Come detto più volte, la realtà parla da sé e le scienze sacre lo confermano: che lo accettiamo o no, noi siamo in quel punto di transizione fra un’era e la successiva. E saremo sottoposti a sempre maggiori scosse e turbolenze, perché l’atterraggio sui nuovi lidi non sarà affatto agevole. Se si accetta questo, se perlomeno lo si intuisce, allora quanto abbiamo scritto qui in estrema sintesi, apparirà chiarissimo e inaggirabile. In caso contrario, resteranno parole incomprensibili, suggestioni di un visionario.
Ma per comprendere, bisogna rompere la cornice di questo mondo, dove si trovano tutte le nostre convinzioni, anche quelle che crediamo buone. Occorre entrare in crisi. Molte volte si è parlato di cambiamento, ma questa parola è inadatta e troppo debole per descrivere ciò a cui noi tutti siamo chiamati. Bisogna piuttosto parlare di una “nuova conversione” nel senso proprio di metanoia, ovvero di una trasformazione radicale della nostra mentalità. È l’inizio di un cammino nel quale ci si rende disponibili ad essere formati, perché è come entrare in un territorio di cui non si hanno ancora le coordinate.
I Segni parlano, i “folli” ne suggeriscono il senso. Sta a noi decidere se continuare a conservare ciò che siamo, infilandoci al sicuro in uno degli schieramenti già preconfezionati, o lasciare che la Voce che dall’Alto chiama ci trafigga la carne e la mente per farci cadere in ginocchio. E poi trasformarci in operosi costruttori di Vita. E quindi anche di Arte. Questo è il tempo dei folli e delle voci profetiche. Non dobbiamo averne paura.

-
FINCHÉ C’È GUERRA C’È SPERANZA


Fin dai tempi di Eisenhower la saldatura tra l’enorme apparato militare e l’industria bellica, che ha costituito un blocco di interessi fenomenale, ha rappresentato un potere significativo all’interno degli Stati Uniti. Con il passare degli anni, questo blocco di potere si è via via sempre più integrato perfettamente, sia con il più ampio sistema di potere profondo (deep state), sia con le strategie di dominio imperialista degli USA, che hanno costantemente visto nella forza militare il principale strumento per esercitarlo. Ovviamente, il complesso militare-industriale, così come lo aveva definito Eisenhower, è funzionale al dominio americano in un triplice senso.
Innanzi tutto, come è chiaro, perché avere una potenza militare sovrastante e proiettata globalmente (850 basi nel mondo…), consente di avere un formidabile strumento intimidatorio e, all’occorrenza, punitivo. Secondariamente, perché è un volano, costantemente in azione, per l’economia degli Stati Uniti. Ed infine perché è uno strumento di assoggettamento coloniale, che attraverso la vendita dei sistemi d’arma statunitensi crea un rapporto di dipendenza da parte dei paesi acquirenti. Tenendo presente questi tre aspetti, si comprende facilmente come la guerra sia una componente fondamentale della politica estera degli USA e come questa funzioni in modo molteplice.
Nell’ambito del riacutizzarsi delle crisi internazionali – che pur collocandosi in un quadro generale in cui sono gli Stati Uniti a soffiare venti di guerra, si dipanano in modo non necessariamente voluto e controllato da questi – ovviamente la centralità del complesso militare-industriale riemerge con forza. Come è noto, in questa fase abbiamo fondamentalmente tre focolai che alimentano il mercato delle armi: il conflitto ucraino, il conflitto israelo-palestinese e la crisi di Taiwan. Quest’ultima, in effetti, ben si presta a fare da esempio esplicativo di come procede la strategia bellicista degli Stati Uniti e di come essa produca i suoi effetti.
Come tutti dovrebbero sapere (ma, a causa delle mistificazioni propagandistiche occidentali, pochi sanno o rammentano), l’isola di Taiwan è parte della Cina continentale, non soltanto sotto il profilo geografico, ma anche in base al diritto internazionale. La repubblica di Taipei, infatti, è riconosciuta come stato autonomo ed indipendente solo da pochissimi altri paesi. Né l’ONU, presso cui non è rappresentata, né paradossalmente gli stessi USA la riconoscono come tale. Al contrario, gli USA riconoscono che essa fa parte della Repubblica Popolare Cinese.
Pechino, peraltro, come già è avvenuto per Hong Kong, non ha alcuna volontà né interesse a riprendersi con la forza quel suo territorio. Cosa che, infatti, finora non ha mai fatto. Del resto, perché dovrebbe? Sull’isola vivono cinesi, cioè la stessa popolazione continentale. E, soprattutto, un’a ‘operazione militare per riconquistare l’isola costituirebbe una vera e propria guerra civile e finirebbe per distruggere l’industria taiwanese (assai importante, particolarmente nel settore elettronico e dei microchip).
Ma, poiché gli USA vedono nella Cina una potenza in grado di soppiantarli, devono assolutamente frenarne la crescita, creandole continuamente problemi. Hanno quindi cominciato, senza alcuna evidenza in tal senso, a fomentare la leadership taiwanese rispetto ad una presunta minaccia militare della RPC. Leadership che, ovviamente, ha tutto l’interesse a restare al potere sull’isola. Si è così arrivati all’assurdo per cui una minaccia inventata viene percepita come reale. E Taiwan comincia a riarmarsi (comprando dagli USA). La Cina è consapevole delle intenzioni sempre più ostili degli Stati Uniti, pertanto è costretta a sua volta ad investire in riarmo. Il riarmo della Cina, a sua volta, viene rivenduto dagli USA agli altri alleati dell’area come la minaccia cinese, con l’obiettivo di spingerli a loro volta a riarmarsi. Superfluo aggiungere che riarmo significa essenzialmente acquistare dagli Stati Uniti, favorirne l’industria bellica e rafforzare la dipendenza da Washington.

Nella fase attuale, comunque, i focolai attivi sono quello ucraino e quello mediorientale.
Per quanto riguarda il primo, è evidente che dei tre aspetti utili connaturati ad una crisi militare solo due hanno funzionato. Si è, infatti, rimesso in moto il meccanismo della produzione industriale bellica e sono cresciute le richieste di forniture da parte di paesi terzi. Il terzo aspetto, invece, ossia la capacità di esercitare il potere militare sul campo, ha palesemente fallito. Non solo: l’errore nel calcolo strategico americano si riflette anche sugli aspetti che hanno funzionato. La guerra ucraina, infatti, si è rivelata insostenibilmente lunga e vorace; la sua capacità di divorare materiale bellico è stata ed è talmente vasta e veloce da consumare rapidamente le scorte della NATO, ed ha messo in crisi lo stesso apparato industriale, che si è rivelato incapace di rispondere adeguatamente (in termini quantitativi e di tempo) alle esigenze del conflitto.
E questo, naturalmente, si riflette sulle capacità operative sul campo di battaglia. Ma, più in generale, la guerra ucraina ha messo in crisi , sia pure da una prospettiva positiva, l’intera filiera bellica. Gli appaltatori militari americani già lottano per tenere il passo con le richieste di rifornimenti da parte dell’Ucraina, e per aiutare altri alleati degli Stati Uniti in Europa, come la Polonia, a rafforzare le proprie difese. Mentre ordini per miliardi di dollari da parte degli alleati asiatici sono in attesa di essere evasi. Insomma, la macchina industriale è in affanno, per eccesso di domanda.
Ciononostante, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, lo scorso anno la spesa militare mondiale – in armi, personale e altri costi – ha raggiunto i 2,2 trilioni di dollari, il livello più alto almeno dalla fine della Guerra Fredda. In base ai dati, lo scorso anno gli Stati Uniti controllavano circa il 45% delle esportazioni mondiali di armi, quasi cinque volte di più di qualsiasi altra nazione [1].L’aumento esponenziale della domanda, che l’industria americana ed occidentale non riesce ad esaurire, ha chiaramente determinato la nascita di nuovi produttori capaci di competere – sia pure limitatamente – come la Turchia e la Corea del Sud, ma anche l’Iran, sul mercato mondiale. Mentre le prime due, ad esempio, sono presenti nel settore dei veicoli corazzati e delle artiglierie semoventi (la Turchia anche in quello degli UAV), l’Iran ha una solida fama nel settore dei droni leggeri d’attacco, ed in quello dei missili. Il recente termine dell’embargo sulla vendita di questi ultimi, aprirà certamente a Teheran fette di mercato assai interessanti.
Naturalmente, anche se le guerre sono di fatto un formidabile acceleratore del mercato, anche una semplice situazione di crisi esercita un effetto trainante.La Polonia, ad esempio, un po’ per effetto della crisi alle sue frontiere orientali, un po’ per le ambizioni politiche in ambito NATO, si sta riarmando velocemente, attingendo sia a Washington che a Seul. L’Armenia stipula contratti di fornitura con la Francia, mentre l’Azerbaijan acquista dalla Turchia. E poi l’India, che pur essendo tradizionalmente legata alla produzione russa cerca adesso di diversificare (esattamente come l’Indonesia); il Pakistan, da sempre cliente americano, e l’Arabia Saudita, che è già il più grande acquirente di armi statunitensi (i suoi acquisti dal 1950 ammontano a 164 miliardi di dollari), e gli emirati del Golfo… E adesso, col riesplodere della crisi in Palestina, Israele che torna in prima fila (pur disponendo di una propria industria), e di riflesso tutti i paesi arabi dell’area…
E, come già detto, ogni vendita di sistemi d’arma porta con sé una forma di dipendenza dal venditore, poiché richiede uno stretto coordinamento con le forze armate del paese venditore, e contratti a lungo termine per la manutenzione e gli aggiornamenti, che aiutano a costruire legami.
Il forte aumento della domanda, tra l’altro, aiuta il sistema industriale (soprattutto statunitense) che è stato messo in difficoltà dalla guerra in Ucraina. Recuperare i ritardi, aumentare la produzione e reindirizzarla verso i sistemi d’arma più richiesti, infatti, richiede tempo e soprattutto investimenti, e quindi certezza di realizzare un utile che li giustifichi. Oggi il complesso industriale bellico degli USA è in ritardo a volte persino di anni, rispetto ai tempi di consegna previsti, perché appunto la proxy war con la Russia ha assunto caratteristiche impreviste e, nonostante il quadro internazionale prometta sviluppi positivi, necessiterà ancora di qualche anno prima di mettersi a regime rispetto alla domanda.
Gli ordini in essere degli appaltatori statunitensi necessiteranno anni per essere soddisfatti. La Lockheed, il più grande appaltatore militare del mondo, negli ultimi due anni ha ottenuto contratti di vendita per 50 miliardi di dollari, solo per i suoi aerei da caccia F-35, chiudendo accordi con Svizzera, Finlandia, Germania, Grecia, Repubblica Ceca, Canada e Corea. Accordi su forniture militari da parte degli Stati Uniti, negli ultimi tre anni, sono stati contrattati con Vietnam, Filippine, Singapore, Corea del Sud, Australia e Giappone. La sola Taiwan ha ordini ancora inevasi per un valore pari a 19 miliardi di dollari.
Ancora una volta, quindi, la guerra si rivela – tra le altre cose – un affare colossale. In questo momento però, almeno per quanto riguarda il blocco occidentale USA-NATO (che rappresenta una gran fetta della produzione mondiale, ma anche una bella fetta del mercato), il problema maggiore è adeguare la capacità produttiva alla domanda, tenendo conto che, in alcune aree del pianeta, non si tratta semplicemente di affari, ma c’è un riflesso immediato sulla politica estera, sulla capacità diplomatica, e più di ogni altra cosa sulla capacità di esercitare la propria potenza militare.
Questa è una delle ragioni (non la principale, ma nemmeno secondaria) per cui Washington cerca di evitare che il conflitto israelo-palestinese si trasformi in un devastante conflitto regionale, in cui – ancora una volta – sarebbe l’occidente a trovarsi in difficoltà dal punto di vista della capacità produttiva.
Perché per il sistema capitalistico anglo-americano la guerra è un affare, finché non diventa un cattivo affare…
[1] Per una interessante panoramica su questi aspetti del commercio internazionale di armi, cfr. “Middle East War Adds to Surge in International Arms Sales”, dnyuz.com
Arabia Saudita, Armenia, Australia, Azerbaijan, canada, Cina, corea del sud, Eisenhower, F-35, Filippine, finlandia, Francia, Germania, giappone, Grecia, guerra fredda, Hong Kong, india, indonesia, iran, Israele, lockheed, nato, onu, PAKISTAN, Palestina, Pechino, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Seul, singapore, SIPRI, svizzera, Taipei, Taiwan, Teheran, TURCHIA, UAV, Ucraina, usa, Vietnam, Washington -
GERHARD SCHRÖDER SPIEGA COME E PERCHÉ I NEGOZIATI DI PACE TRA UCRAINA E RUSSIA SONO FALLITI

![95cd60cc-ea8f-4bda-b23d-c7c6e57c796a[1]](https://i0.wp.com/giubberosse.news/wp-content/uploads/2023/10/95cd60cc-ea8f-4bda-b23d-c7c6e57c796a1.jpeg?resize=640%2C427&ssl=1)
Titolo originale: Gerhard Schröder im Interview: So scheiterten die Friedensverhandlungen zwischen Ukraine und Russland, Berliner Zeitung, 21/10/2023. Traduzione: Giubbe Rosse
Gerhard Schröder e sua moglie Soyeon Schröder-Kim ci danno il benvenuto nella loro casa nel centro di Hannover. L’ex cancelliere è di buon umore, fa un giro nel suo ufficio e spiega il contenuto delle numerose fotografie, chi ha creato le numerose opere d’arte e intrattiene gli ospiti con aneddoti sulla storia della loro creazione. Ma poi l’umore cambia. Lo statista 79enne è preoccupato per la situazione in Israele e Ucraina.

“Tra i giovani arabi l’antisemitismo dilaga. Questo è vero. Ma non si dovrebbe fare subito il contrario e chiamare antisemiti tutti coloro che criticano Israele”. Paulus Ponizak/Berliner Zeitung Signor Schröder, dopo gli attacchi dell’organizzazione terroristica Hamas contro Israele, il Cancelliere Olaf Scholz è volato a Tel Aviv. Si è comportato correttamente?
Penso che Olaf Scholz al momento non stia commettendo errori nei confronti di Israele. Come ha scritto correttamente un esperto di diritto internazionale sulla F.A.Z.: Israele ha il diritto di difendersi. Ma esiste anche un riferimento nel diritto internazionale secondo cui la difesa deve essere proporzionata. Scholz deve sfruttare l’occasione per dire agli israeliani: “Signori, prestate attenzione alla proporzionalità nelle vostre operazioni”. Se Israele agisce in modo troppo aggressivo, l’umore cambierà. Non voglio essere nei panni di Netanyahu. La sua gente si aspetta che lui risponda con decisione. Allo stesso tempo, non deve esserci alcuna escalation di violenza.
Il terrorismo in Israele ha un impatto drammatico anche sulla situazione in Germania. Recentemente abbiamo avuto come ospite nella redazione il capo della comunità Chabad di Berlino, il rabbino Yehuda Teichtal. Racconta di bambini ebrei che non vanno più a scuola, di ebrei costretti a nascondere la stella di David e di bombe molotov che volano sulle sinagoghe. Come è possibile che si sia arrivati a questo?
Il rabbino Teichtal è un uomo intelligente, ma non è giusto generalizzare in questo modo. Naturalmente non deve esserci odio contro gli ebrei nelle strade tedesche. La polizia deve intervenire e i tribunali devono punire severamente i reati. Ma gli ebrei sono protetti in Germania.
Molte persone che arrivano in Germania dalla regione araba portano con sé il loro antisemitismo. Dobbiamo tenerne conto nella politica migratoria?
Mi dispiace, ma non si può scegliere che un richiedente asilo può venire in Germania e un altro no. Se uno ha un motivo per chiedere asilo, non gli puoi chiedere: “Per caso, sei antisemita?” Ma quello che considero decisamente un fallimento dello Stato è che questi clan possano agire a Berlino.
Che cosa vuole dire con questo? Che dopotutto, Sarrazin aveva ragione?
Sarrazin ha detto che le ragazze che indossano il velo sono un problema. Questo è ridicolo.

Schröder presidente federale dei “Jusos” (Giovani socialdemocratici) in conversazione con la leggenda dell’SPD e premio Nobel per la pace Willy Brandt ad Hannover, 1980 E il cambiamento demografico a favore degli ambienti arabi?
Questo potrebbe essere un problema in alcuni distretti, ma non abbiamo bisogno di un dibattito sulle infiltrazioni straniere. L’antisemitismo tra i giovani arabi dilaga. Questo è vero. Ma non si deve incorrere nell’errore opposto, chiamare antisemiti tutti coloro che criticano Israele.
Durante il suo mandato ha dovuto affrontare decisioni di politica estera difficili come quelle che Olaf Scholz affronta oggi nei confronti di Israele e Russia.
SÌ. Ho sperimentato questo dilemma durante il bombardamento della Jugoslavia. Tremavo ogni notte: “I piloti tedeschi torneranno vivi? Cosa sta succedendo sul campo?” Lo stesso vale per l’Afghanistan. Grazie a Dio, solo poche persone sono morte durante le operazioni. Mi sono sempre chiesto: che cosa rispondo a una donna che mi dice: ‘Mio marito è morto perché gli hai ordinato di andare in guerra‘? Queste sono le decisioni che uno non vorrebbe mai prendere. Per quanto riguarda il Kosovo, si è tenuta una conferenza del partito SPD. I membri erano tutti contrari. Ho detto: non serve, dobbiamo farlo.

Lei era Cancelliere e ha preso una decisione con la quale deve convivere oggi. Ci racconti: come funziona tecnicamente?
Quando le cose si fanno drammatiche, prendiamo la guerra in Iraq, le informazioni arrivano solo alla Cancelleria. Esse vengono presentate al Cancelliere federale dal Segretario di Stato. Poi dovrà decidere il Cancelliere. La decisione che prenderà il Cancelliere spetta a lui. La responsabilità di tutto questo non è delegabile. Allora serve un partner di coalizione che accetti anche questa decisione.
Non ci sono pressioni dall’esterno? Appelli degli alleati, gli USA?
No, non è così che funziona. Ci sono molte persone che preparano informazioni sull’argomento. Il loro capo è il consigliere per la sicurezza della Cancelleria. Il segretario di Stato, nel mio caso l’attuale presidente federale Frank-Walter Steinmeier, prende visione dei documenti e li presenta al cancelliere. Ma spetta allo stesso Cancelliere decidere: prendiamo l’Iraq. Erano tutti incerti se il dire no alla guerra in Iraq avrebbe distrutto la loro amicizia con l’America. Alla fine, però, devi dire sì o no. Io ho detto no.
Per fortuna ha avuto i francesi al suo fianco.
Sì, e questo è interessante. Non so cosa accadrebbe oggi nella guerra Russia-Ucraina se Jacques Chirac fosse ancora vivo. Scholz e Macron dovrebbero effettivamente sostenere un processo di pace in Ucraina perché non è solo una questione americana, ma soprattutto europea. Ci si dovrebbe chiedere: che cosa possiamo fare per porre fine alla guerra? Oggi l’unica domanda è: cosa possiamo fare per fornire più armi?
Cosa si potrebbe fare allora?
Nel 2022 ho ricevuto una richiesta dall’Ucraina in cui si chiedeva se potevo fare da mediatore tra Russia e Ucraina. La domanda era se potevo trasmettere un messaggio a Putin. Sarebbe arrivato anche qualcuno che aveva un rapporto molto stretto con lo stesso presidente ucraino: si trattava di Rustem Umyerov, l’attuale ministro della Difesa dell’Ucraina. È un membro della minoranza tartara di Crimea. Allora la domanda era: come porre fine alla guerra?
In che modo?
C’erano cinque punti. Primo: la rinuncia dell’Ucraina all’adesione alla NATO. L’Ucraina non può comunque soddisfare le condizioni. Secondo: il problema della lungua. Il parlamento ucraino ha abolito il bilinguismo. Questo deve cambiare. Terzo: il Donbass rimane parte dell’Ucraina. Ma il Donbass ha bisogno di maggiore autonomia. Un modello funzionante sarebbe quello dell’Alto Adige. Quarto: anche l’Ucraina ha bisogno di garanzie di sicurezza. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania dovrebbero fornire queste garanzie. Quinto: Crimea. Da quanto tempo la Crimea è russa? Per la Russia la Crimea è più di una semplice regione, ma parte della sua storia. La guerra potrebbe finire se gli interessi geopolitici non fossero in gioco.
I redattori della Berliner Zeitung, Moritz Eichhorn (vicedirettore capo della Berliner Zeitung) e il Dr. Tomasz Kurianowicz (redattore capo della Berliner Zeitung), in conversazione con Gerhard Schröder (da sinistra a destra). Paulus Ponizak/Berliner Zeitung E il diritto internazionale.
Sì, ma non è solo una questione giuridica. Gli unici che potrebbero risolvere la guerra contro l’Ucraina sono gli americani. Ai negoziati di pace del marzo 2022 a Istanbul con Rustem Umjerov, gli ucraini non hanno accettato la pace perché non gli è stato permesso. Per prima cosa, dovevano chiedere agli americani tutto ciò di cui avevano discusso. Ho avuto due conversazioni con Umyerov, poi una conversazione a solo con Putin e poi con l’inviato di Putin. Umyerov ha aperto la conversazione con i saluti di Zelensky. Il modello austriaco o modello 5+1 è stato proposto come compromesso per le garanzie di sicurezza dell’Ucraina. Umjerow pensava che andasse bene. Ha dimostrato disponibilità anche sugli altri punti. Ha anche detto che l’Ucraina non voleva l’adesione alla NATO. Ha anche detto che l’Ucraina voleva reintrodurre il russo nel Donbass. Ma alla fine non è successo nulla. La mia impressione: non poteva succedere nulla perché tutto il resto veniva deciso a Washington. È stato fatale. Perché ora il risultato sarà che la Russia sarà legata più strettamente alla Cina, cosa che l’Occidente avrebbe dovuto evitare.
E l’Europa?
Ha fallito. Si era aperta una finestra nel marzo 2022. Gli ucraini erano pronti a parlare della Crimea. Lo confermò allora anche il quotidiano Bild.
Secondo l’Ucraina, i massacri di Bucha commessi dai russi hanno portato alla fine dei negoziati.
Di Bucha non si sapeva nulla durante i colloqui con Umjerov del 7 e 13 marzo. Penso che gli americani non volessero il compromesso tra Ucraina e Russia. Gli americani credono di poter tenere sotto controllo i russi. Adesso due attori, Cina e Russia, che sono limitati dagli Stati Uniti, stanno unendo le forze. Gli americani credono di essere abbastanza forti da tenere sotto controllo entrambe le parti. A mio modesto parere, questo è un errore. Basta guardare quanto è lacerata la parte americana adesso. Guarda il caos al Congresso.
Gli americani si sono sopravvalutati?
È quello che penso.
Pensa che il suo piano di pace possa essere ripreso?
SÌ. E gli unici che possono avviarlo sono Francia e Germania.
Ma come possiamo fidarci dei russi? Nel gennaio 2022 si diceva che i russi non volevano la guerra con l’Ucraina. Poi, quando i russi hanno invaso il Donbass, si è detto che i russi non volevano andare a Kiev. Tutte queste promesse sono state infrante. Perché non dovremmo aver paura che i russi vadano sempre più lontano?
Non abbiamo alcuna minaccia. Questa paura dell’arrivo dei russi è assurda. Come potrebbero sconfiggere la NATO, per non parlare di occupare l’Europa occidentale?
Sono quasi arrivati a Kiev.
Cosa vogliono i russi? Status quo nel Donbass e in Crimea. Non di più. Penso che sia stato un errore fatale che Putin abbia iniziato la guerra. Per me è chiaro che la Russia si sente minacciata. Guarda: la Turchia è un membro della NATO. Ci sono missili che possono raggiungere direttamente Mosca. Gli Stati Uniti volevano portare la NATO al confine occidentale della Russia, con l’Ucraina come nuovo membro, per esempio. Tutto questo sembrava una minaccia per i russi. Ci sono anche punti di vista irrazionali. Non voglio negarlo. I russi hanno risposto con un mix di entrambi: paura e difesa preventiva. Ecco perché nessuno in Polonia, nei Paesi Baltici e certamente non in Germania – tutti i membri della NATO, tra l’altro – deve credere di essere in pericolo. I russi non inizierebbero una guerra con nessun membro della NATO.

“Non posso farci niente, l’AfD ha idee stupide. Ma non rappresentano un pericolo. Finché sono visibili e nei parlamenti, dove possono essere confutati criticamente, rappresentano un pericolo minore che se non fossero visibili”. Paulus Ponizak/Berliner Zeitung Bene, ma con questa logica allora significa anche che non c’è pericolo di escalation, quindi possiamo continuare a fornire armi se i russi non ci attaccano.
Se lo combini con un’offerta, puoi anche farlo. Anche noi tedeschi abbiamo fatto molto, per la gioia delle industrie degli armamenti americana e tedesca. Perché Scholz e Macron non hanno combinato la consegna delle armi con un’offerta di dialogo? Macron e Scholz sono gli unici che possono parlare con Putin. Chirac e io abbiamo fatto la stessa cosa durante la guerra in Iraq. Perché il sostegno all’Ucraina non può essere combinato con un’offerta per dialogare con la Russia? Le consegne di armi non sono una soluzione per l’eternità. Ma nessuno vuole parlare. Tutti sono seduti in trincea. Quante altre persone dovranno morire? È un po’ come in Medio Oriente. Chi sono le vittime da una parte e dall’altra? Poveri che perdono i figli. Nessuna delle persone che contano si muove. L’unico che ha fatto qualcosa, anche se viene sempre diffamato, è stato Erdogan con il suo accordo sul grano. Questo mi dà davvero fastidio.
Resta la questione se Putin voglia davvero negoziare. Gli addetti ai lavori del Cremlino ci hanno detto che Putin certamente voleva conquistare Kiev, ma aveva sopravvalutato le capacità della Russia.
Non lo so. Guarda: ci sono due persone importanti a Mosca. Putin, il più importante, e Medvedev. Quest’ultimo ha la sua influenza sulla società russa. È vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo. Nessuno in Occidente vuole ascoltarlo: non importa chi sia al potere, in Russia c’è la convinzione che l’Occidente voglia espandersi ulteriormente con la NATO, in particolare nello spazio post-sovietico. Parola chiave: Georgia e Ucraina. Nessuno alla guida della Russia lo permetterà. Questa analisi della minaccia può essere emotiva, ma è reale in Russia. L’Occidente deve capirlo e accettare i compromessi di conseguenza, altrimenti la pace sarà difficile da raggiungere.
Ha l’impressione che in politica ci sia troppa moralità e non abbastanza Realpolitik?
Questo è il problema dei Verdi. Capisco solo in parte il moralismo dei Verdi. Il ministro degli Esteri Baerbock fa moralismo nei confronti di Cina e Russia, ok. Così facendo, dimentica che la Germania ha bisogno di un rapporto ragionevole con entrambi, senza che ciò non condanni la guerra contro l’Ucraina.
Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock segue la tradizione di Joschka Fischer?
Joschka era molto più razionale. Era un vero politico. Non avrebbe definito Xi Jinping un dittatore. Perché il ministro degli Esteri provoca in una situazione del genere, quando ci sono già abbastanza altri problemi?
Ciò ha conseguenze reali sulle relazioni?
No, non ancora. Ma gli asiatici sono risentiti, prima o poi scoppierà, gli asiatici non vogliono perdere la faccia. La dichiarazione della Baerbock è stata imbarazzante per la Cina. I cinesi vogliono la cooperazione con la Germania perché i due paesi hanno relazioni storicamente meno pesanti. Il moralismo della Baerbock non avrà successo in politica interna, ma danneggerà la Germania e l’economia tedesca.
Il nostro Paese deve andare bene, altrimenti agiremo contro le persone che dipendono da esso. Vale la frase: “Quando l’economia va bene, viene fuori qualcosa per tutti”. Gli elettori dell’SPD lo sanno molto bene.
Si potrebbe anche dire: Baerbock è decisamente un realista. Con il suo corso vuole lusingare gli americani, il nostro più importante alleato.
Potrebbe anche essere vero. Ho detto: dobbiamo mantenere intatta l’alleanza, ma non ad ogni costo. Abbiamo perseguito una politica estera ampiamente sovrana. Oggi non la abbiamo più.
Ecco perché gli americani ci proteggono.
Ma protezione per cosa? Crede davvero che i russi, dopo il disastro che stanno vivendo con la guerra in Ucraina, stiano pensando di attaccare l’Europa occidentale?
I polacchi si sentono davvero minacciati.
Questo è un altro problema. Da quando hanno aderito alla NATO, non sono più minacciati. Nessuno in Russia pensa seriamente di entrare in conflitto con la NATO.
Putin ha mancato alla parola data troppo spesso.
Dove?
Ad esempio, quando ha detto che non avrebbe attaccato l’Ucraina.
Non mi parso di sentire mai un’assicurazione del genere.
L’ordine occidentale sta vacillando. Non è forse vero che proprio adesso gli americani dicono comprensibilmente: “Per favore, Germania, nessuna cooperazione con Cina e Russia. Ti diamo sicurezza! Quindi, per favore, mantieni le distanze.
No, non è così. I rapporti economici degli americani con i cinesi sono molto più importanti dei nostri, e anche con la Russia. Ci sono un sacco di aziende americane che sono ancora attive in Russia. Ciò non disturba affatto il governo americano. Fa i suoi interessi. E l’economia è economia. Siamo noi che politicamente realizziamo ciò che vogliono gli americani. Ma gli stessi americani non lo fanno.

“La Baerbock non avrà successo in politica interna con i suoi moralismi, ma danneggia la Germania e l’economia tedesca.” Paulus Ponizak/Berliner Zeitung Secondo lei, la differenza tra opinione pubblicata e opinione della maggioranza della popolazione nel Paese è cresciuta?
Sì, certo. Il divario tra le opinioni delle persone per strada e i dibattiti pubblici non è mai stato così grande.
È per questo che l’AfD è più forte dell’SPD in tutti i sondaggi?
L’AfD dice: non siamo interessati a ciò che richiede la politica statale. La gente dice: pensate a noi.Questo modo di pensare si fa sempre più strada. Se oggi si tenessero le elezioni federali, probabilmente l’SPD non farebbe più parte del prossimo governo.
La gente ha ragione?
Naturalmente ha ragione. Scholz prende le decisioni e spende 100 miliardi in armamenti, anche se nessuno sa di cosa si tratti effettivamente. Sono carri armati? Aerei? Artiglieria? E chi riceve gli ordini? Questo sarà il dibattito dopo la guerra. Allo stesso tempo, le persone vedono come le infrastrutture si stanno deteriorando e come le loro opzioni si riducono. Un grosso errore è stato che Scholz ha lasciato approvare la legge sul riscaldamento di Robert Habeck senza sapere cosa significasse per una famiglia normale. E poi c’è un partito che dice: “Prima i tedeschi!” Queste persone poi votano per l’AfD.

“Nel 2015, la Merkel potrebbe aver fatto la cosa giusta moralmente, ma politicamente è stato un errore”. Che cosa ne pensa del ministro degli Interni Faeser? Perché è ancora in carica?
Si tratta di aspetti di lealtà astratti e poco razionali. Ma la signora Faeser non è la ragione per cui la gente non vota per l’SPD. È il quadro generale. Lei ne fa parte, lo ammetto. Se gestisci un governo che litiga costantemente, questo è ciò che la gente non vuole. Perché così tante persone insicure nella Repubblica di Weimar cercarono rifugio nei nazisti? Non parlavano di sostenere il genocidio, ma di lavoro e sicurezza. Se la SPD non capisce che deve concentrarsi sulle questioni fondamentali, allora abbiamo un problema. Gender? Possiamo anche discuterne quando tutto va bene in economia. Quando le cose si fanno difficili e la maggioranza degli elettori dell’SPD ha la sensazione che il partito si preoccupi di questioni marginali e non di formazione, alloggio e lavoro, allora le cose si fanno difficli.
L’AfD è una minaccia per la democrazia?
Non posso farci niente, l’AfD ha idee stupide. Ma non rappresentano un pericolo. Finché sono visibili e nei parlamenti, dove possono essere confutati criticamente, sono meno pericolosi che non quando non sono visibili. Queste persone tendono a formare società segrete. Se il fenomeno cresce troppo, abbiamo un problema. La Germania è integrata nell’UE e nella NATO. Questo ci protegge dal pericolo che l’AfD possa diventare un partito come lo furono i nazisti.
Il motore dell’AfD è l’immigrazione. Anche il presidente federale Steinmeier e il cancelliere Scholz sostengono ora che il numero dei migranti deve diminuire.
Sì, è giusto. Il problema principale è che i partiti vogliono ancora dimostrare la loro superiorità morale. Questa non è una motivazione sufficiente per l’azione politica. La migrazione deve essere limitata, su questo non ci sono dubbi. Naturalmente, ciò funzionerebbe meglio se potesse essere fatto a livello europeo. Sono dell’opinione che gli europei dell’Est debbano essere spinti ad aderire sotto la minaccia di conseguenze finanziarie da parte dell’UE. Manca un coordinamento europeo. Ci deve essere una distribuzione ragionevole. Noi, seduti qui, non stiamo lottando per pagarci un appartamento. Quelli che si sentono davvero minacciati sono i classici elettori dell’SPD.

“Anche se sono arrabbiato con il mio partito, sono socialdemocratico dal 1963. 60 anni. E resterò tale. Non importa se la linea mi piace o no. E non mi piace.” Paulus Ponizak/Berliner Zeitung È possibile risolvere i problemi dell’immigrazione di massa?
Sì, sono risolvibili. Quando sei all’estero devi vedere chi può entrare. E una parte del sostegno dovrebbe essere pagata in natura. Nel 2015 la Merkel potrebbe aver fatto la cosa giusta dal punto di vista morale, ma politicamente è stato un errore. Non siamo riusciti a riconoscere e risolvere la dimensione del problema dell’integrazione.
Quindi un politico a volte deve prendere decisioni che vanno contro la sua stessa comprensione morale?
Sì, per me quella era l’Agenda 2010 e l’Afghanistan. La decisione contro la guerra in Iraq è stata emotivamente facile per me, perché ho deciso di non mandare soldati in guerra. Ma quando ho detto: adesso andiamo in Afghanistan. È stato difficile per me.
Ci sono critiche che la toccano?
Ogni critica ti colpisce. Non ti senti molto a tuo agio con le critiche. Ma sul lavoro devi impararlo ed essere certo che riuscirai a portare a termine qualcosa. Ma i politici vengono considerati veramente bravi solo quando non sono più in carica.
Lei è presidente del consiglio di amministrazione di Nord Stream 2 AG. Siete ancora favorevoli alla messa in funzione del Nord Stream 2?
SÌ. Sarebbe ragionevole dal punto di vista del prezzo. Entrambe le linee potrebbero essere riparate. G
Gli Stati Uniti hanno fatto saltare il Nord Stream?
Davvero non lo so. C’è solo un indizio: Biden ha detto a Scholz all’inizio del 2022 che il Nord Stream non potrà funzionare se la Russia attacca l’Ucraina. Ognuno può trarre le proprie conclusioni da questo.
Telegram | Portale | Ultim’ora | Twitter | Instagram | Truth Social | Odysee
-
UN PASSO INDIETRO


Stanotte siamo arrivati ad un pelo dal fare un altro passo verso l’abisso. Poi, inaspettatamente ed all’ultimo istante, è stato fatto un passo indietro. Prima di interrogarci sulle cause e le conseguenze di ciò, dobbiamo rallegrarci d’aver evitato ancora una volta che la follia assumesse totalmente il controllo dei nostri destini.
Non che sia ancora sicuro che abbiamo evitato l’abisso, ma si è fatto un passo indietro, e forse due.Cosa ha determinato questa inversione di rotta last minute?
Ovviamente è del tutto risibile il comunicato dell’IDF, che attribuisce la decisione di non attaccare più ieri notte, ma “tra alcuni giorni”…, alle condizioni meteo. Come se lo stato maggiore non avesse consultato le previsioni, e poi, un attimo prima di dare il via, qualcuno ha messo la mano fuori dalla finestra ed ha scoperto che pioveva forte, e quindi hanno pensato che non potevano mica far bagnare le divise nuove ai riservisti… rimandiamo tutto finché non torna il sole!
La cause di questo u-turn sono, invece, lampanti. E si collocano su tre livelli: interno ad Israele, interno alla coalizione con gli USA, ed internazionale.Sul piano interno, è sempre più evidente che l’attacco di Hamas – di cui ancora sfugge l’effettiva portata… – ha non solo travolto le difese militari e di intelligence, ma l’intera elite politico-militare del paese. Netanyahu è finito, e l’ha capito subito. Quindi tutto il suo governo di fanatici estremisti ha reagito con rabbia cieca, ma al tempo stesso, per coprirsi le spalle, ha accettato di formare un governo di unità nazionale.
Naturalmente, tutti sapevano bene che per distruggere Hamas (come proclamato a gran voce) bisognava non solo attaccare Gaza, ma occuparla a lungo. E già solo l’attacco avrebbe avuto un prezzo assai duro da pagare, per non parlare della valanga di problemi che una occupazione duratura porterebbe con se. Ciononostante, travolti dalla rabbia e dall’esigenza di dare una risposta ai cittadini di Israele, sono andati avanti come un treno senza macchinista.
E dopo sette giorni di bombardamenti, viene presa la decisione di attaccare. Partono addirittura gli ultimi attacchi aerei che precedono l’offensiva di terra, e poi tutto si ferma.
Hanno pesato le divisioni interne al governo, ma ancor più i segnali che arrivavano dal paese. Netanyahu che deve rinunciare a tenere un discorso ai riservisti, perché lo insultano. Voci non confermate parlano di diserzioni di massa tra i soldati, del rifiuto di partecipare alla guerra, di disaccordi tra comandanti e ritiri di alti ufficiali e funzionari… insomma, la macchina da guerra israeliana, ancora sotto shock per l’attacco palestinese, è nel caos, ed in queste condizioni non è in grado di affrontare una battaglia sanguinosissima.In questo frangente, l’alleato americano – pur accorso prontamente in soccorso – non ha mancato di far presente che, prima di lanciarsi in una avventura del genere, bisogna valutare attentamente le conseguenze. Contrariamente a quanto si pensa, gli Stati Uniti non hanno alcun interesse, in questo momento, ad aprire un altro conflitto (che li vedrebbe impegnati assai più della Russia, e che inevitabilmente ne aumenterebbe l’isolamento), tanto più nella più importante regione petrolifera del mondo. Già la prima, inevitabile reazione israeliana – con i massici attacchi aerei su Gaza – ha mandato all’aria mesi di lavorio diplomatico per far riavvicinare Arabia Saudita e Israele (ottenendo anzi l’opposto, con una maggiore saldatura tra Ryad e Teheran). Oltretutto, una guerra in MO li costringerebbe ad intervenire in prima persona, con tutto quello che significa non solo in termini di perdite e di rischi, ma con i prevedibili riflessi sulla imminente campagna elettorale…
Washington quindi ha si fatto la voce grossa – con l’invio delle portaerei e della 101^ aerotrasportata in Giordania – ma in separata sede ha discretamente consigliato cautela.Sul piano internazionale, poi, è evidente come le mosse israeliane abbiano rapidamente messo in crisi la solidarietà occidentale scattata in seguito all’attacco di Hamas, con le preoccupazioni umanitarie espresse dall’ONU, dall’OMS e da altri leader. Per non parlare della levata di scudi da parte dei paesi arabi e musulmani, che si sono schierati al fianco dei palestinesi senza alcuna esitazione.
Ma, ovviamente, più di ogni altra cosa ha pesato la determinazione di alcuni paesi e formazioni politico-militari della regione; Iran, Siria, Hezbollah, milizie irachene e yemenite… Anche al di là del linguaggio propagandistico, speculare a quello statunitense, è evidente che è stato fatto arrivare un messaggio chiaro: se attaccate Gaza, rispondiamo. Una guerra regionale, che coinvolgerebbe almeno 5 o 6 paesi, dove sono presenti numerose basi americane (che diventerebbero immediatamente un bersaglio), e dove è presente militarmente anche la Russia…, avrebbe in prima battuta conseguenze devastanti per Israele stesso, e comporterebbe un prezzo pesantissimo anche per gli USA. È fin troppo evidente che l’Iran di oggi non è l’Iraq di vent’anni fa. E peraltro oggi non ci sarebbe nessuna coalizione disposta ad invadere Teheran… Molto più che la guerra in Ucraina, un conflitto in Medio Oriente rischierebbe di innescare una reazione a catena, dagli esiti imprevedibili.Una pausa di alcuni giorni, quindi. Tel Aviv non può non sapere che il tempo lavora contro di lei. Più giorni passano, più aumenterà la pressione, esterna ed interna. Alla fine qualcosa dovrà farla, ovviamente; ma con ogni probabilità sarà non solo di portata molto ridotta, rispetto alle roboanti minacce di questi giorni, ma sarà addirittura segretamente ‘concordata’ per evitare una reazione pericolosamente pesante da parte dell’asse della resistenza.
Come sempre in questi casi, per vedere chiaramente gli effetti del 7 ottobre, ci vorrà un po’ di tempo. Ma già ora è evidente che l’attacco palestinese ha davvero cambiato il Medio Oriente.
-
IL PIANO PER SPAZZARE VIA HAMAS


Palestinesi camminano tra le macerie di Gaza City dopo gli attacchi aerei israeliani di sabato. / Foto: Ahmad Hasaballah/Getty Images. Seymour Hersh: THE PLAN TO WIPE OUT HAMAS. As refugees crowd the border with Egypt, Israel prepares to hit Gaza City with US-supplied bunker busters, Substack, 15 ottobre 2023. Traduzione: Giubbe Rosse
È passata una settimana da quando hanno avuto luogo i terribili attacchi di Hamas contro Israele, e il quadro di ciò che verrà dalle forze armate israeliane è chiaro e senza compromessi.
La scorsa settimana gli aerei israeliani hanno bombardato 24 ore su 24 obiettivi non militari nella città di Gaza. Palazzi, ospedali e moschee sono stati distrutti, senza preavviso e senza alcuno sforzo per ridurre al minimo le vittime civili.
Durante il fine settimana jet israeliani hanno lanciato anche volantini in cui si avvisavano i cittadini di Gaza City e delle aree circostanti nel nord che chi voleva sopravvivere avrebbe fatto meglio ad andare a sud, camminando se necessario, 25 miglia o più fino alla frontiera di Rafah, che segna il confine con l’Egitto. Al momento della stesura di questo documento, non è chiaro se l’Egitto, in crisi finanziaria, permetterà a un milione di immigrati, molti dei quali impegnati nella causa di Hamas, di attraversare il paese. Nel breve termine, mi è stato detto da un insider israeliano che Israele ha cercato di convincere il Qatar, che su incoraggiamento del primo ministro Benjamin Netanyahu era un sostenitore finanziario di lunga data di Hamas, ad unirsi all’Egitto nel finanziamento di una tendopoli per il milione o più di rifugiati in attesa oltre confine. “Non è affatto scontato”, mi ha detto l’insider israeliano. Funzionari israeliani hanno avvertito l’Egitto e il Qatar che senza un luogo di sbarco i rifugiati dovranno “tornare a Gaza”.
Un possibile sito, ha detto l’insider, è un pezzo di terra abbandonato da tempo nella parte settentrionale della penisola del Sinai, vicino al valico di frontiera da Gaza, che era il sito di un insediamento israeliano noto come Yamit quando la penisola fu occupata da Israele dopo la sua vittoria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’insediamento fu evacuato e raso al suolo da Israele prima che il Sinai fosse restituito all’Egitto nel 1982. La speranza israeliana è che il Qatar e l’Egitto si tolgano di mano la crisi dei rifugiati.

Mappa per gentile concessione di Wikimedia Commons. L’evidente disprezzo di Israele per le sorti dei cittadini di Gaza, mentre si profila la migrazione forzata di oltre un milione di esseri umani affamati, ha catturato l’attenzione del mondo e ha portato a una crescente condanna internazionale, in gran parte rivolta al Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
E quindi la fase successiva dovrà arrivare presto. Ecco che cosa mi è stato detto, nelle mie conversazioni degli ultimi giorni con funzionari israeliani e altrove, inclusi funzionari con cui ho avuto a che fare in Europa e Medio Oriente dopo la guerra del Vietnam, riguardo al piano israeliano per spazzare via Hamas.
Il problema principale per i pianificatori di guerra israeliani è la riluttanza, nonostante la mobilitazione di oltre 300.000 riservisti, a impegnarsi in una battaglia di strada porta a porta con Hamas a Gaza City. Un veterano dell’IDF, che ha ricoperto un incarico di alto livello, mi ha detto che metà dell’esercito israeliano è stato impegnato negli ultimi dieci anni o più nella protezione del crescente numero di piccoli insediamenti sparsi in Cisgiordania, dove sono aspramente detestati dalla popolazione palestinese. “I pianificatori israeliani non si fidano della loro fanteria”, ha detto l’insider, né della loro volontà di andare in guerra, ma di quella che potrebbe essere una disastrosa mancanza di esperienza di combattimento.
Con la popolazione civile affamata costretta ad andarsene, il piano operativo israeliano prevede che l’aeronautica distrugga le restanti strutture a Gaza City e altrove nel nord. Gaza City non esisterà più. Israele inizierà quindi a sganciare bombe da 5.000 libbre di fabbricazione americana note come “bunker buster” o JDAM, nelle aree rase al suolo dove è noto che i combattenti di Hamas vivono e fabbricano i loro missili e altre armi sottoterra. Una versione migliorata dell’arma, conosciuta come GBU-43/B, descritta dai media come “la madre di tutte le bombe”, è stata sganciata dagli Stati Uniti su un presunto centro di comando dell’Isis in Afghanistan nell’aprile 2017. L’arma è stata venduta a Israele nel 2005, apparentemente per essere utilizzata contro i presunti impianti nucleari dell’Iran, e la versione migliorata, a guida laser, è stata autorizzata per la vendita a Israele dall’amministrazione Obama dieci anni fa. Anche allora, mi ha detto l’insider israeliano, Netanyahu e i suoi consiglieri capivano che il sostegno di Netanyahu a Hamas era pericoloso, come “tenere una tigre in giardino. Ti può sbranare in un minuto.”
Gli attuali pianificatori di guerra israeliani sono convinti, mi ha detto l’insider, che la versione aggiornata dei JDAM con testate più grandi penetrerebbe abbastanza in profondità nel sottosuolo prima di esplodere, da trenta a cinquanta metri. L’esplosione e la conseguente onda sonora “ucciderebbe tutti entro mezzo miglio”.
L’insider ha detto che la leadership di Hamas, secondo le sue informazioni, vuole che alcuni civili rimangano a causa del loro bisogno di “scudi umani”. Il nuovo piano israeliano di uscita forzata significa che “almeno le persone non verranno uccise tutte”. Il concetto, ha aggiunto esplicitamente, risale ai primi anni della guerra del Vietnam in America, quando l’amministrazione del presidente John F. Kennedy autorizzò il Piano strategico Amleto, che prevedeva il trasferimento forzato dei civili vietnamiti nelle aree contese in alloggi costruiti frettolosamente in aree ritenute controllate dai vietnamiti del sud. Le loro terre deserte furono poi dichiarate zone di fuoco libero dove chiunque fosse rimasto avrebbe potuto essere preso di mira dalle truppe americane.
La distruzione sistematica degli edifici rimasti a Gaza City inizierà entro pochi giorni, ha detto l’insider israeliano. Le bombe di profondità anti-bunker JDAM potrebbero arrivare dopo. Quindi, nello scenario dei pianificatori, mi è stato detto, la fanteria israeliana sarà assegnata alle operazioni di rastrellamento: ricercare e uccidere quei combattenti e operatori di Hamas che saranno riusciti a sopravvivere agli attacchi delle JDAM.
Alla domanda sul perché i pianificatori israeliani pensino che il governo egiziano accetterà, sotto la pressione dell’amministrazione Biden, di accogliere oltre un milione di rifugiati da Gaza, l’insider ha detto: “Teniamo l’Egitto per le palle”. Si riferiva alle recenti incriminazioni del senatore democratico Robert Menendez del New Jersey e di sua moglie con l’accusa di corruzione federale derivante dai suoi rapporti d’affari con alti funzionari egiziani, e alla presunta trasmissione di informazioni su persone in servizio presso l’ambasciata americana al Cairo. Il presidente egiziano Abdul Fatta el-Sisi, che ha preso il potere con un colpo di stato del 2014, spodestando i Fratelli Musulmani eletti, è un generale in pensione che ha guidato il servizio di intelligence militare egiziano dal 2010 al 2012.
Non tutti condividono l’idea che tutto andrà bene dopo gli attacchi JDAM, una volta che avranno avuto luogo. Un ex funzionario dell’intelligence europea che ha prestato servizio per anni in Medio Oriente mi ha detto: “Gli egiziani non vogliono che Hamas entri in Egitto e faranno il minimo”.
Quando gli è stato riferito del piano israeliano di utilizzare le bombe JDAM, ha affermato che “una città in macerie è pericolosa quanto lo è in qualsiasi momento. Chi parla di usare le JDAM lo fa perché non sa cosa fare”.
Hamas continua a ripetere: “Fatevi avanti”. Stanno aspettando solo questo. L’uso delle JDAM “è il discorso di una leadership che è stata completamente spiazzata. Si è trattato di un’operazione attentamente pianificata e Hamas sapeva esattamente quale sarebbe stata la reazione israeliana. La guerriglia urbana è terribile”.
Il funzionario ha previsto che le bombe anti-bunker israeliane non penetreranno abbastanza in profondità: Hamas, ha detto, opera in tunnel costruiti a 60 metri sottoterra che sono in grado di resistere agli attacchi delle JDAM.
Detto questo, l’insider israeliano ha poi riconosciuto che rocce e massi sotterranei limiterebbero la capacità dei razzi di penetrare in profondità, ma la superficie sotterranea di Gaza City è sabbiosa e offrirebbe poca resistenza, soprattutto se le JDAM venissero lanciate dal punto più alto possibile.
L’insider ha anche detto che l’attuale pianificazione prevede che l’attacco con le JDAM, se autorizzato, avverrà già domenica o lunedì, a seconda dell’efficacia dell’espulsione forzata di Gazi City e del sud, mentre l’invasione di terra seguirà immediatamente.
Telegram | Portale | Ultim’ora | Twitter | Instagram | Truth Social | Odysee
-
PERCHÉ MANCA UN VERO FERMENTO CULTURALE E ARTISTICO


Davanti ai nostri occhi sta una società in disfacimento. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi tre anni avrebbe dovuto solo certificarlo anche ai più dormienti, ma ahimè, così non è stato. L’agonia viene da molto lontano e non è, come banalmente ci ostiniamo a credere, circoscrivibile a degenerazioni di carattere morale o ideologico, ma strutturale. In questo termine sta racchiuso il senso profondo di quanto cercheremo di spiegare.
La scuola pubblica – statale e non – è un cadavere che si sforza di rimanere in piedi. Negli “anni pandemici”, dalle scuole dell’infanzia sino alle università, si è celebrato il trionfo della disumanizzazione, della psicosi, della perdita delle ultime tracce di ragionevolezza, di inginocchiamento ai dogmi scientisti sempre più insensati, ma anche – e questo non è stato a dovere sottolineato – della viltà, dell’indifferenza, dell’attaccamento ad un ruolo sociale, ad un posto. Gli insegnanti che si sono fatti sospendere rappresentano un numero davvero irrisorio.

Il mondo della salute, a cui partecipano anche gli psicologi fra gli altri, ha dato prova delle medesime bassezze umane elencate sopra, con percentuali di “reale dissidenza” forse perfino più basse.
L’arte è forse riuscita a conquistare il triste primato di regina fra le ancelle della narrazione ufficiale, prestando anche voce pubblica in soccorso di essa. I motivi sono molteplici, ma qui non vi è il tempo di elencarli.
Ovviamente la lista delle categorie e delle strutture sociali che hanno mostrato questo volto deforme e morente sono innumerevoli. Qui ci basta evidenziare come, se davvero abbandonassimo la paura che alberga nel fondo di ciascuno di noi, questa società non è risanabile, ma “provvidenzialmente” completerà la sua corsa – motus in fine velocior – andando a disintegrarsi completamente. Completamente.
Ma proprio qui emerge tutta la nostra paura. Perché noi vorremmo invece curare le piaghe del morente e restituirlo miracolosamente alla vita. In questo modo, delle nostre esistenze non verrebbe toccato pressoché nulla avendo estirpato solo i mali da una società divenuta negli ultimi tempi, pervertita.

Metaforicamente il nostro atteggiamento è di colui che cerca di custodire con ansia ciò che ha accumulato, con lo sguardo quindi sempre e solo rivolto al passato. Ma se vincessimo questa paura di perdere tutto ciò che crediamo di sapere, di essere, avremmo invece il corpo e lo sguardo ben protesi in avanti, ma al contempo con la consapevolezza di dover preservare il tesoro del passato che però ci si mostra totalmente rinnovato sotto altra luce. Non saremmo affatto solo conservativi, ma agiremmo sulla linea della «conservazione rivoluzionaria», per usare la felice espressione di un sapiente.
Vedete, il nostro rachitismo culturale ed artistico viene tutto da qui: dall’essere, tutt’al più, dei semplici reazionari. Finché pensiamo solo a conservare, dimostriamo di accettare inconsapevolmente le strutture di “questo mondo” ma di criticarne solo certune ideologie o deviazioni morali. Ci si attarda nel voler usare lo stesso linguaggio, lo stesso immaginario che hanno edificato la nostra era oramai alla fine. E questo non porta da nessuna parte. Anzi, chi questi linguaggi e questi immaginari li ha creati e modellati (coloro che stanno dalla parte del potere) li sa usare con infinita più astuzia e duttilità.
Chi invece ha compreso, o perlomeno ha intravisto negli avvenimenti della storia, i segnali del crollo di questa civiltà, si sta già adoperando per creare nuove forme totalmente al di fuori dei circuiti abituali. Sotto le macerie. Oltre la cornice. Diverso deve essere il linguaggio, diversa la forma.
Perché per fare Cultura e Arte (le maiuscole sono volute) occorre una visione nuova che si ancora alla lettura profonda della realtà, che non può che essere metafisica e pertanto, simbolica. Ciò che sta accadendo, e che, anche a voler spalancare gli occhi e l’intelletto, non potremmo che intuirne per ora solo una parte, è qualcosa di immensamente grande, che supera anche l’alta fantasia di cui parla Dante.

In questi ultimi tre anni e mezzo, invece, siamo stati letteralmente assorbiti da un unico piano, quello dell’informazione. Ma l’informazione è solo il primo passo. L’informazione non crea, non produce profondi cambiamenti nelle persone. Perché oggi siamo tutti chiamati ad una “nuova conversione”, ad una metanoia. Per fare questo, occorrono la Cultura e l’Arte. Cultura e Arte della Fine e del Nuovo Principio. Fuori da questa lettura vi è solo fumo negli occhi.
D’altronde la parola cultura muove dalla radice indoeuropea KwEL che esprime il “girare”, il “circolare”. E dalla stessa radice abbiamo anche “culto” e “coltivare”. Termini che esprimono tutti la ciclicità, il dinamismo e il collegamento fra il Cielo e la Terra.
Dovremmo assistere ad un’esplosione silenziosa di arte e cultura e invece l’apatia, il rinchiudersi dentro circoli, conventicole, recinti sicuri dove non viene detto e fatto nulla di nuovo, sono la fotografia dei cosiddetti “divergenti”. Pochi in realtà si muovono, ma ancora in ordine sparso, perché faticano a trovare l’appoggio di altri. Vedono ciò che gli altri non vedono. Sentono ciò che gli altri non sentono. Intuiscono ciò che gli altri nemmeno sospettano.
Non c’è arte perché l’arte è visione pura, oltre i veli e le forme di questa società anti-umana fin dalla radice. Nell’Apocalisse, dei centoquarantaquattromila che portano il Nome dell’Agnello sulla fronte, si dice che «Sono coloro che non si sono contaminati con donne», dove per donne possiamo intendere “le forme di questo mondo”.
Davvero vogliamo da soli condannarci alla cecità? O è giunta l’ora di destarci dal sonno?

-
Tempesta sul Medio Oriente


Come un sasso in piccionaia, l’attacco portato dalle Brigate Ezzedin al-Qassam il 7 ottobre, ha sorpreso e sconvolto tutti, gli osservatori e – ovviamente – gli stakeholders. Essendo l’operazione al Aqsa Flood ancora in corso, non è al momento possibile farne una analisi chiara ed esaustiva; ciò nonostante, alcune riflessioni possono essere già fatte. E di alcune, anzi, si avverte decisamente l’urgenza.
In particolare, sono tre gli aspetti su cui soffermarsi. La mancata previsione dell’attacco, da parte dei servizi di sicurezza israeliani e statunitensi. La capacità palestinese di ottenere il fattore sorpresa al momento dell’attacco. Il senso politico e militare dell’operazione in generale.Prima di entrare nel merito, ed esaminare specificamente questi tre aspetti, è importante aggiungere una ulteriore premessa, di ordine più generale. Purtroppo, talvolta anche in ambienti presumibilmente identificabili come alieni dalla propaganda mainstream, si insinua un pericoloso bias complottista, che tende a vedere – nelle varie articolazioni statuali del potere occidentale – una sorta di moloch invincibile, e che pertanto, quand’anche si ritrova dinanzi ad una palese sconfitta di questo potere, ai suoi clamorosi errori, rifiuta di farsene convinto, e tende ad immaginare oscure manovre ed occulti disegni, in base ai quali la realtà apparente sarebbe in effetti l’opposto di ciò che è fattualmente. Detto altrimenti, se questo potere appare accusare una sconfitta, foss’anche solo limitata, il bias complottista porta a credere che si tratti in realtà di una qualche cover action, e che nasconda un fine ultimo occultato ma voluto.
Questo bias è un pericolosissimo ostacolo a qualsiasi comprensione dei fenomeni sociali, politici e militari, ed andrebbe decisamente rimosso. Nello specifico, peraltro, si potrebbe persino sostenere che è precisamente questo approccio immaginifico, a risolversi in un vantaggio per il suddetto potere. È infatti evidente che, al di là di come possa concludersi – militarmente e politicamente – l’operazione palestinese, il suo più grande successo (indiscutibilmente acquisito) sta proprio nell’aver infranto il mito dell’invincibilità di Israele, dell’infallibilità dei suoi servizi di intelligence, della sua suprema capacità di garantire la sicurezza dello stato e dei suoi cittadini. Sostenere che invece saremmo di fronte ad una sofisticata manovra, finalizzata ad un più ampio disegno strategico, rovescia il dato di fatto, e non solo riabilita il mito, ma addirittura lo rilancia, ammantandolo di una sottigliezza di livello ancor più elevato.
Passiamo adesso ad esaminare il primo dei tre aspetti, ovvero la mancata previsione dell’attacco, da parte dei servizi di intelligence occidentali. Prima di ogni cosa, va però sottolineato un aspetto importante della questione, relativamente alle caratteristiche dell’attacco in sé. Innanzi tutto, questo non ha evidenziato alcun significativo salto di qualità, sotto il profilo degli armamenti messi in campo; fondamentalmente, l’operazione è stata portata a compimento utilizzando armamento leggero ed i soliti razzi autocostruiti (una tecnologia in continuo sviluppo, a cui Hamas lavora da anni), e solo limitatamente ad altro armamento individuale (fucili d’assalto e MANPADS) di fabbricazione statunitense, quasi certamente provenienti dal contrabbando d’armi generato in Ucraina – e di cui lo stesso governo israeliano aveva parlato poco tempo addietro. Non c’è stata alcuna evidenza di armamenti di altra provenienza, e segnatamente iraniana – ad esempio, i droni per cui è ormai famosa internazionalmente Teheran.

Ciò significa che non c’è stato alcun significativo trasferimento di armamenti, che avrebbe potuto essere rilevato a monte della filiera che conduceva a Gaza. Va inoltre tenuto presente che una operazione di questo genere, nelle condizioni estremamente particolari in cui si trova il territorio dove è stata pianificata e da cui è partita, deve aver richiesto una preparazione estremamente lunga ed accurata, durata quanto meno un anno [1].
Ciò ha comportato non solo l’accumulo di razzi e di munizioni, ma l’addestramento dei reparti operativi, l’allestimento di una centrale di comando specifica per l’operazione, l’acquisizione di informazioni sia sui sistemi di controllo frontalieri che sugli obiettivi, lo sviluppo di un sistema di comunicazione non intercettabile.A fronte di tutto ciò, può apparire incredibile che nulla sia stato rilevato. E, ovviamente, allo stato attuale non sappiamo assolutamente come ciò sia avvenuto, ovvero come le formazioni militari di Hamas siano riuscite a dissimularlo per così tanto tempo.
Sappiamo però abbastanza sul sistema di sorveglianza che avrebbe dovuto scoprirlo, per formulare un ragionamento deduttivo convincente. Va innanzitutto considerato che Gaza è uno dei territori più intensamente sorvegliati al mondo, attraverso la gamma più ampia di strumenti – dalle intercettazioni alla sorveglianza satellitare e aerofotogrammetrica, alla rete di informatori locali e quant’altro. Tutto ciò produce quotidianamente una mole gigantesca di dati, che sfugge completamente alla possibilità di osservazione ed analisi umana, e pertanto – ormai da tempo – i servizi di intelligence israeliani si affidano all’AI, attraverso programmi appositamente sviluppati.Questo sistema di analisi automatizzata ha funzionato egregiamente in passato, fornendo indicazioni utilissime in occasione di precedenti operazioni di Tsahal contro Hamas. Il che, ovviamente, ne ha rafforzato l’affidabilità. Il problema di un sistema del genere, ovviamente, è che lavora secondo una schema in fondo abbastanza semplice: sulla base dei big data accumulati nel tempo, è in grado di associare una serie di informazioni a determinati eventi, ed in base alla successione di questi può ragionevolmente prevedere quello che accadrà (o che il nemico si sta preparando a far accadere). Questo è ovviamente un meccanismo basato sull’esperienza. Se A + B produce quasi sempre C, quando il sistema identifica i fattori A e B si aspetterà che si verifichi l’evento C. Ugualmente, il sistema si allerta qualora si verifichi una qualche anomalia. Ad esempio il fattore B scompare per un tempo significativamente inconsueto, oppure improvvisamente appare un fattore D [2].
In questo modo, l’intelligence di Tel Aviv ha potuto monitorare costantemente le attività di Hamas nella striscia di Gaza, ovviamente con un sia pur ridotto margine di imprevedibilità. Ciò ha consentito in passato di individuare i laboratori di costruzione dei razzi e le rampe di lancio, anche se non del tutto. In un certo senso, quindi, i sistemi di sorveglianza basati su l’AI è come se sviluppassero un loro proprio bias (oltre naturalmente a portare nel proprio codice genetico quello di chi li sviluppati), che a sua volta si tranquillizza quando riscontra esattamente ciò che si aspetta di trovare.
Molto semplicemente, quindi, possiamo dedurre che la copertura per la fase di preparazione è stata ottenuta mantenendo operative tutte le attività note, che il sistema di sorveglianza conosce e si aspettava di rilevare, senza introdurre in queste alcuna anomalia. Mentre tutte le attività necessarie alla preparazione dell’attacco sono state abilmente mimetizzate tra quelle ordinarie, o rese invisibili. Se si tiene conto che, durante la fase operativa dell’attacco, le unità di Ezzedin al-Qassam hanno comunicato tra di loro e con la centrale di comando utilizzando un sistema (allo stato non sappiamo quale) totalmente sfuggito alle intercettazioni, la cosa appare del tutto plausibile.
Il secondo aspetto è quello su cui, al momento, non sono disponibili informazioni precise. È necessario pertanto, anche in questo caso, procedere deduttivamente.
La chiave di lettura complottista è che si sia trattato di una sorta di Pearl Harbor [3], ovvero che sapessero perfettamente dell’operazione, e che l’avrebbero addirittura facilitata poiché gli occorreva un pretesto per scatenare una sorta di soluzione finale. O, ancora più ampiamente, per innescare un ulteriore conflitto alla periferia della Russia. Con la variante ultra complottista, che vedrebbe Hamas come una creatura israelo-americana…
Se, astrattamente parlando, si potrebbe ipotizzare che il piano palestinese fosse noto all’intelligence, e che fosse intervenuta una decisione politica di lasciarlo mettere in atto – nonostante il prevedibile costo elevato in vite umane – appare assai improbabile che sia potuto accadere a livello dei sistemi di sorveglianza frontalieri.Innanzi tutto, ciò sarebbe stato immediatamente rilevato proprio dal personale militare di servizio. Né si può pensare che questo ne fosse informato, ed avesse tranquillamente deciso di immolarsi per assecondare i piani del governo. Ma, soprattutto, è evidente che le unità di Ezzedin al-Qassam che hanno abbattuto le reti, distrutto le torri di sorveglianza ed attaccato i posti di guardia, se si fossero accorte che i sistemi di vigilanza non funzionavano, avrebbero immediatamente subdorato una trappola. Per come si sono svolti gli eventi, invece, tutto suggerisce che il sistema di sorveglianza confinario è stato disattivato nel momento in cui le unità operative sono entrate in azione (probabilmente utilizzando sistemi di jamming [4]), profittando anche delle condizioni di routine in cui si trovavano le forze israeliane di presidio – mattino presto, festa di shabbat, nessun avviso di stato di preallarme…
Anche in questo caso non sono disponibili informazioni sicure, e non è detto che si conosceranno a breve. Così come Hamas non ha interesse a far sapere come ha potuto disattivare il sistema di sorveglianza al confine della striscia, così l’IDF non ha interesse a rivelare come il suo sistema sia stato bucato. Di sicuro, però, ci saranno degli eventi che fungeranno da fattore di verifica. Se le ipotesi che si basano sull’idea del complotto sono fondate, indipendentemente da come vadano gli eventi sul breve e medio termine, sia i vertici militari che quelli dell’intelligence resteranno al proprio posto, o saranno addirittura promossi. Se, invece, verranno viceversa prima o poi rimossi, vorrà dire che non c’è stata alcuna connivenza, ma che si è trattato di una clamorosa defaillance degli uni e degli altri.
Terzo aspetto su cui merita di fare una prima riflessione, è il senso dell’operazione, sia sotto il profilo politico che militare, soprattutto alla luce delle – prevedibilissime – conseguenze.
Ed anche qui, sono necessarie alcune premesse.
Innanzi tutto su Hamas [5], il movimento politico di cui le Brigate Ezzedin al-Qassam sono il braccio militare, e che governa a Gaza da moltissimi anni.
Hamas nasce come filiazione palestinese di un movimento sunnita pan-arabo, quello dei Fratelli Musulmani, una formazione politico religiosa sostanzialmente moderata, che ambisce a realizzare governi basati su principi sociali e morali di ispirazione religiosa, ma che non immagina stati strettamente basati sulla sharia (come l’ISIS). Il movimento è particolarmente forte in Egitto, dove è ferocemente avversato dall’attuale governo militare.
Tra le formazioni della resistenza palestinese, Hamas è tra le più recenti, essendo nata nel 1987, sull’onda della prima intifada. Nella sua fase iniziale, e poi lungamente, Hamas fu vista sia dagli USA che da Israele come un fattore che potesse indebolire l’OLP, ed in tal senso fu apertamente favorita. Nel 2006, avendo vinto le elezioni legislative palestinesi, l’organizzazione arrivò allo scontro – anche militare – con la formazione di Al Fatah, che non accettava l’esito del voto. Al termine di questo confronto, Hamas ha assunto il controllo della striscia di Gaza, mentre Al Fatah quello della Cisgiordania, dividendo di fatto in due i territori sotto autorità palestinese.
Hamas è quindi divenuta di fatto l’unica organizzazione politico-militare di massa che ancora combatte contro l’occupazione israeliana, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese, controllata da Fatah, è via via divenuta una sorta di autorità coloniale, in ottimi rapporti sia con l’UE che con gli USA, e relegata ad un ruolo rappresentanza simbolica della Palestina.La lotta condotta da Hamas negli ultimi vent’anni – come del resto tutte le lotte messe in campo dai palestinesi, in vario modo e secondo diverse tattiche, a seguito della Nakba [6] – non ha notoriamente prodotto alcun risultato positivo. Non solo Israele, forte dell’appoggio statunitense e di tutti i paesi occidentali, continua a non applicare le risoluzioni ONU, ma la sua stretta repressiva si è vieppiù intensificata. Nel 2018 la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato una legge che stabilisce che Israele è uno stato ebraico (ovvero lo stato degli ebrei e per gli ebrei), ufficializzando l’apartheid di fatto che vige nei confronti della popolazione araba. E soprattutto Gaza, l’ultimo lembo di terra palestinese indomita, è stata trasformata in una gigantesca prigione a cielo aperto, dipendente praticamente in tutto da Israele, che ha il pieno controllo su tutto ciò che può o non può entrarvi. Last but not least, pur potendo ancora contare sull’appoggio delle popolazioni arabe, la causa palestinese ha di fatto perso quello dei governi arabi.
In questo contesto, è evidente come – da un lato – Hamas si sia trovata quasi costretta a cercare appoggio anche nel mondo sciita e radicale (Iran ed Hezbollah), e – dall’altro – abbia dovuto cominciare a riflettere sul fatto che la strategia di logoramento, fatta di periodiche fasi di scontro con l’Israel Defence Force, non era più né produttiva né sostenibile. Da qui la necessità, politica prima ancora che militare, di introdurre un elemento di discontinuità, capace di innescare un processo che produca un rilancio della resistenza palestinese e, più ampiamente, un rimescolamento strategico delle carte, nel quadro del Medio Oriente.
Una opzione, questa, tra l’altro resa possibile dal rimescolamento strategico globale in atto, e segnatamente dalla guerra in Ucraina (e dal suo andamento, sfavorevole all’occidente).
Esattamente come il conflitto ucraino ha dimostrato la fattibilità concreta di opporsi ai disegni statunitensi, così l’operazione al-Aqsa Flood ha già dimostrato la non invincibilità dell’esercito israeliano.Sotto il profilo strettamente militare, invece, l’operazione aveva ed ha scopi più limitati, ma non per questo di minore rilevanza.
Ancora una volta, va innanzi tutto chiarito che tra gli obiettivi non c’è in alcun modo lo scatenarsi di un ampio conflitto mediorientale (che peraltro nessuno degli attori regionali e internazionali ha interesse che si scateni, almeno in questa fase), nel quale la resistenza palestinese rischierebbe fortemente di essere schiacciata. Così come è chiaro che non si è trattato di una missione suicida, in cui l’intero movimento si gioca il tutto per tutto.
Pur essendo evidente che una larga parte delle forze impegnate nell’azione (circa 1.500/2.000 combattenti) rischiano di cadere o di finire prigionieri, si deve infatti tenere presente che le Brigate dispongono di una forza stimabile tra 30.000 e 40.000 uomini.Il primo obiettivo militare, pertanto, era infliggere il più elevato numero di perdite alle forze di occupazione. Giocando sull’effetto shock and awe, tutta la prima fase dell’operazione è servita a colpire l’IDF, attaccandolo in modo imprevisto e diffuso, non secondo una tattica di scontro frontale, attraverso la concentrazione di forze in pochi punti, ma al contrario, attraverso una estrema mobilità di piccoli gruppi. Ciò ha consentito non solo di provocare un alto numero di morti e feriti tra le forze nemiche, ma anche di amplificarne il disorientamento, il caos. Al punto tale che, ancora quattro giorni dopo, non è stato del tutto superato.
In questa fase offensiva, tra l’altro, i combattenti di al-Qassam hanno mostrato di aver appreso una lezione dal conflitto ucraino, utilizzando i comuni quadcopter sia per compiti di ricognizione sul campo, che in funzione di attacco (un carro armato Merkava è stato distrutto proprio sganciandovi dall’aria uno IED [7]).
Un’altra lezione appresa dalla guerra in Ucraina è la tattica – largamente applicata dai russi – di attaccare il nemico per invitarlo a contrattaccare, sfruttando quindi in un primo momento il fattore sorpresa, ed in un secondo momento il vantaggio di una posizione difensiva.
Per una serie di ragioni, infatti, adesso Tsahal è costretto ad attaccare via terra l’enclave di Gaza; e, consapevole che questo comporterà forti perdite (com’è inevitabile, in un contesto altamente urbanizzato), sta infatti temporeggiando. I forti bombardamenti cui sta sottoponendo Gaza servono non solo a colpire quanto più possibile le strutture militari di Hamas, ma anche ad organizzare al meglio la forza d’invasione. Una scelta, quella degli attacchi aerei, che paradossalmente rischia di aggiungere un ulteriore vantaggio ai difensori. Trovarsi infatti a combattere in mezzo alle rovine, che limitano ulteriormente la mobilità dei mezzi pesanti, aumenta la facilità di imboscate, libera dalla preoccupazione di salvaguardare le abitazioni, e rende più difficile l’orientamento per le forze nemiche.Il secondo obiettivo militare era catturare il più alto numero possibile di nemici, portandoli all’interno delle roccaforti nella striscia. Questo non tanto nella prospettiva di utilizzarli come scudi umani, dissuadendo Tsahal dall’effettuare i bombardamenti [8], quanto in vista di uno scambio susseguente la fase acuta dei combattimenti. Anche da questo punto di vista, l’operazione è andata a buon fine, in quanto non solo sono stati catturati molti militari e civili, ma anche alti ufficiali. Ovviamente, trattandosi di un numero (al momento imprecisato) molto superiore ad ogni altro scambio precedente, l’obiettivo è quello di ottenere la liberazione di tutti i 7.000 prigionieri palestinesi (molti in detenzione amministrativa da anni), e con ogni probabilità soprattutto dei combattenti catturati nel corso degli scontri.
Infine, il terzo obiettivo, il più spigoloso.
È ovviamente sempre auspicabile, così come del resto prevederebbe il diritto internazionale di guerra, che nei conflitti si applicasse il massimo sforzo per salvaguardare le vite dei civili. Ed è, questo, un principio a cui – ad esempio – si sta attenendo la Russia, diversamente da quanto fatto dalla NATO nelle sue infinite guerre. È quindi indiscutibilmente deplorevole che i civili siano stati volutamente presi ad obiettivo. Purtuttavia, ciò che si intende fare qui è una analisi dei cosa e dei perché, non una disamina morale dei comportamenti.
Quindi non si tratta – in riferimento alle uccisioni ed al sequestro di civili – semplicemente di contestualizzare il fatto nel quadro di un conflitto pluridecennale e tragicamente asimmetrico, quanto di individuare le ragioni razionali di un fatto, che invece – purtroppo – la propaganda bellica cerca di presentare come manifestazione di ferocia animale.Anche in questo caso, infatti, si tratta di una lezione appresa. Non dal conflitto ucraino, stavolta, ma proprio da quello israelo-palestinese. E ad impartire questa orribile lezione furono proprio gli israeliani: “le milizie sioniste si sono impadronite di oltre il 78% della Palestina storica, hanno distrutto circa 530 villaggi e città palestinesi e hanno ucciso circa 15.000 palestinesi in più di 70 massacri. Circa 750.000 palestinesi sono stati ripuliti etnicamente tra il 1947 e il 1949 per creare lo Stato di Israele nel 1948” [9].
Inutile ribadire che non si vuole in alcun modo giustificare l’orrore di oggi con quello – sia pure assai più grande – di ieri. Il punto è che entrambe avevano una ratio. Terribile quanto si vuole, inaccettabile se si crede, ma comunque una ratio.
Al di là della rabbia e dell’odio che può maturare in quasi ottant’anni di oppressione, così come in virtù del più atroce fanatismo ideologico e religioso, c’è infatti una motivazione razionale, un calcolo. E la ragione per cui i combattenti palestinesi hanno ucciso civili, e ne hanno catturati altri portandoli a Gaza, è precisamente quella di terrorizzare i coloni, ed indurli ad abbandonare le terre occupate abusivamente grazie all’occupazione militare.Se e quanto questo effetto sarà raggiunto, e per quanto a lungo, non è ovviamente adesso dato saperlo. Molto dipenderà dagli sviluppi successivi. L’importante è comprendere che non siamo di fronte ad un atto gratuito, compiuto da quelli che il capo di stato maggiore israeliano definisce “animali” (e che in quanto tali ritiene meritevoli di qualsiasi controferocia), quanto piuttosto ad una risolutezza estrema, che capisce di non poter arretrare neanche di fronte a tanto.
È la terribile lezione del colonnello Kurtz:“Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di far questo. Ma non ha il diritto di giudicarmi. È impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore. L’orrore ha un volto. E bisogna farsi amico l’orrore, orrore, terrore, morale e dolore sono i tuoi amici. Ma se non lo sono, essi sono dei nemici da temere. Sono dei veri nemici.
Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco. Tornammo al campo: erano venuti i vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio. Un mucchio di piccole braccia. E mi ricordo che ho pianto, pianto come una madre.
Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quel che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo, non voglio mai dimenticarlo. Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito… colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte… e ho pensato: mio Dio che genio c’è in questo… che genio, che volontà per far questo… perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perché loro la sopportavano” [10].
1 – Ragion per cui l’ipotesi che sia stata coordinata con l’Iran ed altri gruppi armati della regioni, a partire dall’agosto scorso – come sostenuto dal Wall Street Journal – è semplicemente impossibile. Del resto, a smontare la credibilità di questa tesi (a parte le assurdità come la partecipazione del ministro degli esteri iraniano Amir-Abdollahian alle riunioni operative a Beirut), c’è il fatto che uno degli autori dell’articolo, il corrispondente dal Medio Oriente del WSJ Summer Said, secondo quanto dichiarato dal giornalista Andrew MacGregor Marshall, “ha una storia di disonestà e invenzione di storie. L’ho licenziato dalla Reuters nel 2008 per questo motivo. Sono sorpreso che il @WSJ l’abbia assunto e stia pubblicando le sue storie che sono chiaramente fasulle”.
2 – Per quanto riguarda il sistema di controllo israeliano gestito dall’AI, e più in generale per una interessante disamina sia delle impostazioni concettuali con cui vengono gestiti i servizi in Israele, sia della mutevole storia dei rapporti tra questi e quelli statunitensi, estremamente interessante è l’articolo scritto da Scott Ritter (a sua volta ex-agente di intelligence USA): “Israel’s Massive Intelligence Failure”, consortiumnews.com
3 – Come è noto, c’è una corrente di pensiero, anche storiografica, che ritiene che l’attacco giapponese alla base navale delle Hawaii fosse noto ai vertici statunitensi, che però lo avrebbero lasciato avvenire poiché Roosevelt aveva bisogno di un casus belli forte per convincere la nazione ad entrare in guerra. Ovviamente non c’è alcuna prova inconfutabile di ciò, anche se ovviamente si tratta di una ricostruzione plausibile.
4 – Il jamming è l’atto di disturbare volutamente le comunicazioni radio (wireless) facendo in modo che ne diminuisca il rapporto segnale/rumore, indice di chiarezza del segnale, tipicamente trasmettendo sulla stessa frequenza e con la stessa modulazione del segnale che si vuole disturbare.
5 – Ḥamās, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (in arabo حركة المقاومة الاسلامية?, Movimento Islamico di Resistenza, ovvero حماس, “entusiasmo, zelo, spirito combattente”).
6 – L’esodo palestinese del 1948 (in arabo الهجرة الفلسطينية?, al-Hijra al-Filasṭīniyya), conosciuto soprattutto nel mondo arabo, e fra i palestinesi in particolare, come nakba (in arabo النكبة?, al-Nakba, letteralmente “disastro”, “catastrofe”, o “cataclisma”), è l’esodo della popolazione araba palestinese durante la guerra civile del 1947-48, al termine del Mandato Britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele.
7 – Acronimo di Improvised Explosive Device, ordigno esplosivo improvvisato.
8 – L’IDF sa perfettamente che tutti i prigionieri hanno un altissimo valore soprattutto da vivi, e che pertanto saranno tenuti al sicuro in strutture sotterranee segrete, appositamente predisposte in anticipo.
9 – Cfr. “Palestinians Speak the Language of Violence Israel Taught Them”, Chris Hedges, sheerpost.com
10 – “Apocalypse now”, Francis Ford Coppola
AI, Al Fatah, Al-Aqsa Flood, Amir-Abdollahian, Andrew MacGregor Marshall, Apocalypse now, Autorità Nazionale Palestinese, Chris Hedges, Cisgiordania, colonnello Kurtz, Egitto, Ezzedin al-Qassam, Francis Ford Coppola, Fratelli Musulmani, Gaza, Hamas, Hawaii, Hezbollah, IDF, IED, intifada, iran, Israele, jamming, Knesset, MANPADS, MEDIO ORIENTE, Merkava, Nakba, nato, OLP, onu, Palestina, Pearl Harbor, Reuters, Roosevelt, Russia, Scott Ritter, shabbat, sharia, Summer Said, Tel Aviv, Tsahal, Ucraina, usa, Wall Street Journal
