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  • HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?

    HAMĀS: TERRORISMO O RESISTENZA?
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    Per non accettare supinamente le categorie pubblicizzate dal mainstream, è necessario sapere che la versione “Hamās uguale terrorismo” ci viene somministrata da: Unione europea (2020), Organizzazione degli Stati Americani OAS (2009), Stati Uniti (2009), Canada (2018), una Corte di Giustizia in Egitto (2015), Giappone (2005) e, ovviamente, Israele. Mentre Australia, Nuova Zelanda, Paraguay e Regno Unito classificano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamās. I restanti Stati del mondo rappresentati all’ONU non si pronunciano.

    Hamās è acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya “Movimento di resistenza islamica”, ma il termine Hamās in arabo significa “entusiasmo / zelo / impegno di lotta”. Il movimento fu fondato a Gaza, nel dicembre 1987 dopo lo scoppio della Prima Intifada, dallo sceicco Ahmed Yassin, attivista delle sezioni locali dei Fratelli Musulmani.

    La Fratellanza musulmana, fondata in Egitto nel 1928 da Ḥasan al-Bannāʾ dopo il collasso dell’Impero Ottomano, è filiazione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” storico, cioè del fermento ideologico radicale-riformista emerso dall’impatto devastante del colonialismo europeo con il mondo islamico e legato ai valori religiosi tradizionali rielaborati con coscienza politica modernista dal Salafismo sunnita (Scuola Salafiyya tra 19° e 20° secolo). Nel mondo islamico parlare di “discendenza” è sempre importante: lo stesso termine Salaf indica i “pii antenati”. I Fratelli musulmani hanno subito pesanti persecuzioni e continuano a subirle in Egitto, culminate in processi, condanne e nell’impiccagione (1966) di Sayyid Quṭb autore del manifesto del movimento. Organizzazioni politiche riferibili alla Fratellanza operano attivamente in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania, Sudan, Iraq, Giordania, Somalia, Yemen.

    Se Hamās è un’organizzazione definita fondamentalista per le sue ascendenze e per il solo fatto di essere islamica, oggi ha il “previlegio” di essere salita nella classifica dei “mostri” al livello di “terrorista” (come l’ISis, tanto per intenderci), benché non abbia alcun carattere internazionalista e non abbia mai colpito al di fuori dell’ambito israelo-palestinese. Il 18 agosto 1988 Hamās sottoscrisse ufficialmente il “Patto del Movimento di Resistenza Islamica”i, corposo e dettagliato statuto che dichiara di battersi per liberazione dei luoghi santi islamici, solidarietà sociale, indipendenza della Palestina ed eliminazione di Israele con ogni mezzo, tra cui la resistenza armata sentita come un dovere e un obbligo per il credente. Il documento si richiama dunque esplicitamente alla Fratellanza musulmana e al Salafismo sunnita.

    Il Partito di Hamās è composto da due rami: uno armato (brigate Izz al-Dīn al-Qassām) e uno politico. Avendo vinto le elezioni in diverse elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus, nel gennaio 2006 vinse le ultime elezioni legislativeii concesse in Palestina con il 44% dei voti ottenendo 74 dei 132 seggi della camera (al-Fatah, Partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ne ottenne solo 45). Quindi, da primo partito governa nella Striscia di Gaza e guida la resistenza fin dalla Seconda Intifada, all’inizio degli anni 2000. Dopo aver vinto le legislative nel 2006, il leader è Ismail Haniyeh, eletto nel 2017. Precedentemente primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, Haniyeh è costretto a vivere all’estero. Hamās gestisce ampi programmi sociali, ha guadagnato popolarità con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e capillari servizi di assistenza a minori, disabili ed anziani.

    Se Israele, Usa e Ue considerano Hamās un’organizzazione terroristica e, in quanto tale, la escludono dall’assistenza umanitaria ufficiale dell’ONU, l’Iran, invece, è uno dei suoi maggiori benefattori, contribuisce con fondi, armi e addestramento e fornisce circa 100 milioni di dollari all’anno (cade così, miseramente, la bugia inventata e sovvenzionata dall’Occidente che sunniti e sciiti siano nemici giurati). Una delle ragioni di condanna da parte dell’Occidente è proprio da ricercare nel legame di Hamās con l’altro nemico di Israele, l’Iran. Insieme (almeno secondo l’opinione dell’ intelligence USA) Hamās e Iran avrebbero lo scopo di interrompere le trattative tra Israele e Arabia Saudita relativa agli “Accordi di Abramo” del 2020 sponsorizzati dagli USA, ma anche di bloccare le trattative di pace tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen.

    Tornando alla domanda del titolo “Terrorismo o resistenza?”, direi che dovremmo piuttosto rispondere alle legittime domande sul criminale che, con un suo personale fondamentalismo liquidatorio, sta perseguendo il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Anche lui meriterebbe una bella etichetta nei cassetti della Storia… Infine la stessa Storia ci insegna che il “gioco” dell’eliminazione totale dell’avversario non è mai riuscito completamente perché il seme dell’odio si rigenera in fretta, non occorre aspettare neppure una generazione…


    i È possibile leggere lo Statuto del Movimento di Resistenza Islamico al link Lo Statuto di Hamas (1988) in traduzione italiana integrale (cesnur.org)

    Riporto un passo: Capitolo III, Articolo 20

    “La società musulmana è una società solidale. Il Messaggero – possano la preghiera e la pace di Allah rimanere con lui – disse: “Che persone meravigliose sono gli Ashariti. Quando si trovavano in difficoltà, sia a casa loro sia in viaggio, mettevano insieme tutte le loro proprietà e le dividevano tra loro in parti uguali”.

    È questo spirito islamico che dovrebbe prevalere in ogni società musulmana. Una società che ha di fronte un nemico malvagio e nazista nella sua condotta, che non fa differenza tra uomini e donne, giovani e vecchi, deve essere la prima ad adornarsi di questo spirito islamico. Il nostro nemico usa il metodo della punizione collettiva, rubando al popolo la sua terra e le sue proprietà, cacciandolo in esilio e confinandolo nei campi. È arrivato a spezzare ossa, a sparare su donne, bambini e vecchi, con o senza ragione, e a gettare migliaia e migliaia di persone nei campi di prigionia dove devono vivere in condizioni inumane. Questo in aggiunta a distruggere case, rendere orfani bambini, e pronunciare sentenze ingiuste contro migliaia di giovani, che passeranno i migliori anni della loro vita nel buio delle prigioni. Il nazismo degli ebrei se la prende anche con le donne e i bambini; terrorizza tutti. Questi ebrei rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro, e minacciano il loro onore. Nelle loro orribili azioni trattano la gente come i peggiori criminali di guerra. La deportazione lontano dalla propria patria è una forma di omicidio.

    Per opporsi a queste azioni, il popolo deve unirsi nella solidarietà sociale e affrontare il nemico nell’unità, così che, se uno dei suoi organi è colpito, il resto del corpo risponda con prontezza e fervore.”

    ii Nel 2021 le tanto agognate elezioni parlamentari palestinesi, attese da 15 anni, sono state ancora una volta rinviate.

    Alle elezioni locali del 26 marzo 2022 in Cisgiordania il partito al-Fatah vince di misura a Ramallah, Nablus e Jenin. La coalizione delle sinistre, unita alle liste sostenute da Hamas, raccoglie molti consensi e si aggiudica Hebron, Tulkarem e Al Bireh.

  • ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    ALL’ITALIA INTERESSA ANCORA IL SETTORE INDUSTRIALE? IL CASO WÄRTSILÄ A TRIESTE

    Premessa: seguo da anni le sorti del Porto di Trieste, almeno dal 2015, quando ci fu il primo coinvolgimento con il progetto cinese BRI da cui Trieste ha tratto enormi vantaggi in piattaforme logistiche e un impulso notevole al volume dei traffici. Poi è avvenuto il cambio di passo per le interferenze USA e le raccomandazioni di Bruxelles, e così l’Autorità portuale (che, come Porto Franco legalmente riconosciuto, dovrebbe essere indipendente dalla politica) ha dovuto fare retromarcia: basta accordi win win coi cinesi. In settembre 2020 è subentrata per il 51% la proprietà tedesca (HHLA – Hamburger Hafen und Logistik AG, compagnia di logistica e trasporto). A stretto giro, a loro volta i tedeschi hanno venduto pezzi dello spezzatino ancora una volta ai cinesi (mi scuso per il linguaggio, ma non sono economista).

    E veniamo ad oggi. Il 16 /11/2023 si è tenuto un incontro dedicato alla situazione dell’industria a Trieste. Ci sono andata per informarmi sulla crisi industriale Wärtsilä Italia S.p.A (produttore di motori diesel del gruppo finlandese, nato con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste da parte di Wärtsilä Corporation nel 1997, sede e stabilimento industriale a San Dorligo della Valle, TS). Crisi che coinvolge, ovviamente, il porto.

    Avrebbe dovuto essere un incontro molto seguito, invece la cittadinanza, che si affollava agli eventi di “Limes Trieste” per ascoltare un logorroico Caracciolo che straparlava di cinesi e BRI, è presente solo con qualche decina di persone. Evidentemente a pochi interessa che, dopo il 31 dicembre, centinaia di posti di lavoro si volatizzeranno e che si sta aspettando da tempi ormai preistorici una soluzione che potrà venire solo in seguito ad un concordato con pronuncia governativa.

    Il quadro dei relatori è già preoccupante: presente l’Assessore regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia; presente il Vice presidente di Confindustria Alto Adriatico; ben rappresentati i sindacati regionali (molto chiari e competenti); vistosamente assente il governo nella persona di Giampietro Castano, Responsabile dell’Unità Gestione Vertenze del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quando è stata annunciata la sua assenza, le RSU dei lavoratori hanno spiegato lo striscione “rispetto per i lavoratori di Wärtsilä e dell’indotto, dov’è Castano, dov’è il Governo? C’è bisogno di risposte, il 31 dicembre è ieri”.

    Le varie relazioni mi hanno fatto capire poche cose, ma chiare:

    1- Coincidenza di vedute tra rappresentanti sindacali e Confindustria. Ambedue denunciano la mancanza di progettualità per obiettivi e la mancanza di capacità previsionali relative ad un mucchio di settori del meccanico-siderurgico (standard di filiera produttiva, logistica, politica degli appalti, implementazione di norme antinfortunistiche e di funzionamento ecc).

    2- Analisi e proposte di soluzioni fattibili (e diversificate) ci sono, tuttavia non si riesce neppure a trovare un tavolo di confronto, vista la latitanza del governo e della proprietà – dirigenza Wärtsilä Corporation.

    3- Il settore industriale in zona Venezia Giulia è fermo al di sotto del 10%. Alcuni relatori si chiedono se ancora all’Italia interessi il settore industriale, visto che primeggiano turismo, stabilimenti balneari, ristorazione ed eventi come la Barcolana, mentre manifatturiero e cultura si arrangiano come possono.

    4- Il 30% degli occupati nel settore industriale in FVG sono precari con contratti trimestrali.

    5- Con la relazione finale, ampia ed accurata, dell’Assessore regionale, si è compreso che la questione dell’industria è al centro dell’attenzione e degli sforzi di mediazione dell’attuale Giunta regionale.

    Faccio notare che, per organizzare l’ evento-incontro del 16/11, si è impegnato un centro culturale cittadino che fa capo a un padre gesuita (esperto di economia industriale) e Sua Eccellenza il Vescovo di Trieste.

    Concludendo, la politica è assente, o meglio, è ignorante a tutti i livelli. Abbondano discorsi ideologici e manipolatori su come schierarsi per guerre, pace, multipolarismo e grandi visioni. Vengono elusi temi come lavoro, formazione, competenze, occupazione e industria. Va da sé che, in un mondo invaso dai social, i giovani cercano sempre meno un posto di lavoro e preferiscono fare gli influencer.

  • LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME SULL’ANTISEMITISMO

    Originale in inglese: QUI

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo è uno strumento per identificare, affrontare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’antisemitismo così come si manifesta oggi nei paesi di tutto il mondo. Comprende un preambolo , una definizione e una serie di 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte. È stato sviluppato da un gruppo di studiosi nel campo della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al tempo stesso la libertà di espressione. Inizialmente firmato da 210 studiosi, conta oggi circa 350 firmatari.

    Preambolo

    Noi sottoscritti presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel nostro numero studiosi internazionali che lavorano negli studi sull’antisemitismo e nei campi correlati, inclusi gli studi su ebraismo, Olocausto, Israele, Palestina e Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione ha beneficiato della consultazione di giuristi e membri della società civile.

    Ispirandoci alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1969, alla Dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e alla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla memoria dell’Olocausto del 2005, riteniamo che, sebbene l’antisemitismo presenta alcune caratteristiche distintive, la lotta contro di essa è inseparabile dalla lotta generale contro ogni forma di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

    Consapevoli della storica persecuzione degli ebrei nel corso della storia e delle lezioni universali dell’Olocausto, e guardando con allarme alla riaffermazione dell’antisemitismo da parte di gruppi che mobilitano odio e violenza nella politica, nella società e su Internet, cerchiamo di fornire un documento utilizzabile, una definizione fondamentale di antisemitismo concisa e storicamente informata con una serie di linee guida.

    La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo risponde alla “definizione IHRA”, il documento adottato dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) nel 2016. Poiché la definizione IHRA non è chiara sotto aspetti chiave ed è ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e ha generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si autodefinisce “una definizione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Ci auguriamo che ciò possa essere utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, nonché per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non giuridicamente vincolante come alternativa alla definizione IHRA. Le istituzioni che hanno già adottato la definizione IHRA possono utilizzare il nostro testo come strumento per interpretarlo.

    La definizione IHRA comprende 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali si concentrano sullo Stato di Israele. Sebbene ciò ponga un’enfasi eccessiva su un’arena, è ampiamente sentita la necessità di fare chiarezza sui limiti del discorso e dell’azione politica legittima riguardo al sionismo, Israele e Palestina. Il nostro obiettivo è duplice: (1) rafforzare la lotta contro l’antisemitismo chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere uno spazio per un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non condividiamo tutti le stesse opinioni politiche e non stiamo cercando di promuovere un’agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non sia antisemita non implica né che la sosteniamo né che non lo facciamo.

    Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina (numeri da 6 a 15) dovrebbero essere prese insieme. In generale, nell’applicazione delle linee guida ciascuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’ottica di contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un’affermazione, o uno schema di discorso nel tempo, o anche l’identità di chi parla, soprattutto quando l’argomento è Israele o il sionismo. Quindi, ad esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere l’espressione di un’animus antisemita, o potrebbe essere una reazione a una violazione dei diritti umani, o potrebbe essere l’emozione che un palestinese prova a causa della sua esperienza per mano del Stato. In breve, sono necessari giudizio e sensibilità nell’applicare queste linee guida a situazioni concrete.

    Definizione

    L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

    Linee guida

    Generale

    • È razzista essenzializzare (trattare un tratto caratteriale come intrinseco) o fare generalizzazioni negative radicali su una determinata popolazione. Ciò che è vero per il razzismo in generale è vero anche per l’antisemitismo in particolare.
    • Ciò che è peculiare dell’antisemitismo classico è l’idea che gli ebrei siano legati alle forze del male. Ciò è al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica in cui “gli ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la propria agenda collettiva a spese di altre persone. Questo legame tra ebrei e male continua nel presente: nella fantasia che “gli ebrei” controllino i governi con la “mano nascosta”, che possiedano le banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da cause politiche diverse (e persino antagoniste).
    • L’antisemitismo può manifestarsi in parole, immagini visive e azioni. Esempi di parole antisemite includono affermazioni secondo cui tutti gli ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli ebrei sono spesso raffigurati come grotteschi, con grandi nasi e associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno perché è ebreo, attaccare una sinagoga, imbrattare svastiche su tombe ebraiche o rifiutarsi di assumere o promuovere persone perché ebree.
    • L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o codificato. Ad esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione in codice sul presunto potere degli “ebrei” sulle banche e sulla finanza internazionale. Allo stesso modo, dipingere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza può essere un modo codificato per razzializzare e stigmatizzare gli ebrei. In molti casi, l’identificazione del discorso in codice è una questione di contesto e giudizio, tenendo conto di queste linee guida.
    • Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli ebrei non ebbe luogo, o che non esistevano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime era una frazione del totale reale, è antisemita.

    B. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, sono antisemiti

    • Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi linee guida 2 e 3) allo Stato di Israele.
    • Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele.
    • Richiedere alle persone, poiché ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (ad esempio, in un incontro politico).
    • Supponendo che gli ebrei non israeliani, semplicemente perché sono ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che ai propri paesi.
    • Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza.

    C. Israele e Palestina: esempi che, a prima vista, non sono antisemiti

    ( se si approva o meno la vista o l’azione)

    • Sostenere la richiesta palestinese di giustizia e il pieno riconoscimento dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani, come sanciti dal diritto internazionale.
    • Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o sostenere una varietà di accordi costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere accordi che garantiscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia in due stati, uno stato binazionale, uno stato democratico unitario, uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
    • Critica basata sull’evidenza di Israele come stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Comprende anche le sue politiche e pratiche, interne ed esterne, come la condotta di Israele in Cisgiordania e a Gaza, il ruolo che Israele svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo. . Non è antisemita sottolineare la discriminazione razziale sistematica. In generale, nel caso di Israele e Palestina si applicano le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri stati e ad altri conflitti sull’autodeterminazione nazionale. Pertanto, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, paragonare Israele ad altri casi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
    • Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme comuni e non violente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso israeliano non sono, di per sé, antisemiti.
    • Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto ai sensi dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani o dell’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani e di altri strumenti sui diritti umani. La critica che alcuni potrebbero considerare eccessiva o controversa, o che riflette un “doppio standard”, non è, di per sé, antisemita. In generale, il confine tra discorso antisemita e non antisemita è diverso dal confine tra discorso irragionevole e ragionevole.

    Firmatari

    • Ludo Abicht, Professore Dott., Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Anversa
    • Taner Akçam, Professore, Cattedra Kaloosdian/Mugar Storia armena e genocidio, Clark University
    • Gadi Algazi, Professore, Dipartimento di Storia e Istituto Minerva per la Storia Tedesca, Università di Tel Aviv
    • Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Professore associato di relazioni ebraico-musulmane, University College London
    • Aleida Assmann, Professoressa Dr., Studi letterari, Olocausto, Traumi e Memoria, Università di Costanza
    • Jean-Christophe Attias, Professore, Pensiero ebraico medievale, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris
    • Leora Auslander, Arthur e Joann Rasmussen Professore di Civiltà Occidentale al College e Professore di Storia Sociale Europea, Dipartimento di Storia, Università di Chicago
    • Bernard Avishai, Visiting Professor di Governo, Dipartimento di Governo, Dartmouth College
    • Angelika Bammer, professoressa di letteratura comparata, facoltà affiliata di studi ebraici, Emory University
    • Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor di Storia europea, Brown University
    • Almog Behar, Dott., Dipartimento di Letteratura e Programma di Studi Culturali Giudeo-Arabici, Università di Tel Aviv
    • Moshe Behar, Professore Associato, Studi su Israele/Palestina e Medio Oriente, Università di Manchester
    • Peter Beinart, Professore di Giornalismo e Scienze Politiche, The City University of New York (CUNY); Redattore generale, Jewish Currents
    • Elissa Bemporad, Jerry e William Ungar Cattedra di Storia ebraica dell’Europa orientale e Olocausto; Professore di Storia, Queens College e The City University of New York (CUNY)
    • Sarah Bunin Benor, professoressa di studi ebraici contemporanei, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion
    • Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Doris Bergen, Cancelliere Rose e Ray Wolfe Professore di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia e Centro Anne Tanenbaum per gli studi ebraici, Università di Toronto
    • Werner Bergmann, Professore Emerito, Sociologo, Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Michael Berkowitz, professore di storia ebraica moderna, University College di Londra
    • Lila Corwin Berman, cattedra di storia ebraica americana Murray Friedman, Temple University
    • Louise Bethlehem, Professore Associato e Presidente del Programma di Studi Culturali, Inglese e Studi Culturali, Università Ebraica di Gerusalemme
    • David Biale, Professore Emanuel Ringelblum, Università della California, Davis
    • Leora Bilsky, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Monica Black, Professore, Dipartimento di Storia, Università del Tennessee, Knoxville
    • Daniel Blatman, Professore, Dipartimento di Storia Ebraica ed Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Omri Boehm, professore associato di filosofia, The New School for Social Research, New York
    • Daniel Boyarin, Professore Taubman di Cultura Talmudica, UC Berkeley
    • Christina von Braun, Professoressa Dott., Centro Selma Stern per gli studi ebraici, Università Humboldt, Berlino
    • Micha Brumlik, Professore Dott., fmr. Direttore del Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Francoforte sul Meno
    • Jose Brunner, Professore emerito, Facoltà di giurisprudenza Buchmann e Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza, Università di Tel Aviv
    • Darcy Buerkle, professore e cattedra di storia, Smith College
    • John Bunzl, Professor Dr., Istituto austriaco per la politica internazionale
    • Michelle U. Campos, professore associato di studi ebraici e storia della Pennsylvania State University
    • Francesco Cassata, Professore, Storia Contemporanea Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Naomi Chazan, Professore Emerita di Scienze Politiche, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Bryan Cheyette, Professore e Cattedra di Letteratura e Cultura Moderna, Università di Reading
    • Stephen Clingman, illustre professore universitario, Dipartimento di inglese, Università del Massachusetts, Amherst
    • Raya Cohen, dottoressa, fmr. Dipartimento di Storia Ebraica, Università di Tel Aviv; signor. Dipartimento di Sociologia, Università degli Studi di Napoli Federico II
    • Alon Confino, Cattedra Pen Tishkach di Studi sull’Olocausto, Professore di Storia e Studi Ebraici, Direttore dell’Istituto per gli Studi sull’Olocausto, sul Genocidio e sulla Memoria, Università del Massachusetts, Amherst
    • Sebastian Conrad, Professore di Storia Globale e Postcoloniale, Freie Universität Berlin
    • Deborah Dash Moore, Professore di Storia Frederick GL Huetwell e Professore di Studi Ebraici, Università del Michigan
    • Natalie Zemon Davis, Professoressa Emerita, Università di Princeton e Università di Toronto
    • Sidra DeKoven Ezrahi, Professore Emerita, Letteratura comparata, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Hasia R. Diner, Professore, Università di New York
    • Arie M. Dubnov, Cattedra Max Ticktin di Studi Israeliani e Direttore del Programma di Studi Ebraici, The George Washington University
    • Debórah Dwork, Direttore del Centro per lo studio dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Yulia Egorova, Professore, Dipartimento di Antropologia, Università di Durham, Direttore del Centro per lo studio della cultura, società e politica ebraica
    • Helga Embacher, Professoressa Dr., Dipartimento di Storia, Università Paris Lodron Salisburgo
    • Vincent Engel, Professore, Università di Lovanio, UCLouvain
    • David Enoch, Professore, Dipartimento di Filosofia e Facoltà di Giurisprudenza, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Yuval Evri, Dott., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College di Londra
    • Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton; Cattedra di Global Law, School of Law, Queen Mary University, Londra
    • David Feldman, Professore, Direttore dell’Istituto per lo studio dell’antisemitismo, Birkbeck, Università di Londra
    • Yochi Fischer, Dott., Vicedirettore dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme e Responsabile del Cluster Sacralità, Religione e Secolarizzazione
    • Ulrike Freitag, Professoressa Dr., Storia del Medio Oriente, Direttore Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Ute Frevert, direttrice dell’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano, Berlino NT,
    • Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Programma di studi giudaici, Programma di studi urbani, Brown University
    • Chaim Gans, Professore Emerito, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv
    • Alexandra Garbarini, Professore, Dipartimento di Storia e Programma di Studi Ebraici, Williams College
    • Sander Gilman, illustre professore di arti e scienze liberali; Professore di Psichiatria, Emory University
    • Shai Ginsburg, Professore associato, Presidente del Dipartimento di studi sull’Asia e sul Medio Oriente e membro della facoltà del Centro per gli studi ebraici, Duke University
    • Victor Ginsburgh, Professore Emerito, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Carlo Ginzburg, Professore Emerito, UCLA e Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Snait Gissis, Dott., Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Glowacka Dorota, Professore di Lettere e Filosofia, Università del King’s College, Halifax
    • Amos Goldberg, Professore, Cattedra Jonah M. Machover in Studi sull’Olocausto, Direttore dell’Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Harvey Goldberg, Professore Emerito, Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Sylvie-Anne Goldberg, Professore di Cultura e Storia Ebraica, Responsabile degli Studi Ebraici presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali (EHESS), Parigi
    • Svenja Goltermann, Professoressa Dott., Seminario storico, Università di Zurigo
    • Neve Gordon, Professore di Diritto Internazionale, School of Law, Queen Mary University di Londra
    • Emily Gottreich, Professore a contratto, Studi globali e Dipartimento di Storia, UC Berkeley, Direttore del programma MENA-J
    • Leonard Grob, professore emerito di filosofia, Fairleigh Dickinson University
    • Jeffrey Grossman, Professore Associato, Studi Tedeschi ed Ebraici, Presidente del Dipartimento di Tedesco, Università della Virginia
    • Atina Grossmann, Professore di Storia, Facoltà di Scienze umanistiche e sociali, The Cooper Union, New York
    • Wolf Gruner, Cattedra Shapell-Guerin in Studi ebraici e Direttore fondatore dell’USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California
    • François Guesnet, Professore di Storia ebraica moderna, Dipartimento di studi ebraici ed ebraici, University College di Londra
    • Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professore di Musicologia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Aaron J. Hahn Tapper, Professore, Cattedra Mae e Benjamin Swig in Studi Ebraici, Università di San Francisco
    • Liora R. Halperin, Professore Associato di Studi Internazionali, Storia e Studi Ebraici; Jack e Rebecca Benaroya hanno una cattedra in Studi israeliani, Università di Washington
    • Rachel Havrelock, Professore di inglese e studi ebraici, Università dell’Illinois, Chicago
    • Sonja Hegasy, Professoressa Dott., studiosa di studi islamici e professoressa di studi postcoloniali, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlino
    • Elizabeth Heineman, professoressa di storia e studi su genere, donne e sessualità, Università dell’Iowa
    • Didi Herman, Professore di diritto e cambiamento sociale, Università del Kent
    • Deborah Hertz, Cattedra Wouk di Studi Ebraici Moderni, Università della California, San Diego
    • Dagmar Herzog, illustre professore di storia e Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Susannah Heschel, Eli M. Black Professore illustre di studi ebraici, presidente del programma di studi ebraici, Dartmouth College
    • Dott.ssa Dafna Hirsch, Università Aperta di Israele
    • Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professore di Letteratura Comparata e Studi di Genere, Columbia University
    • Christhard Hoffmann, professore di storia europea moderna, Università di Bergen
    • Dottor Habil. Klaus Holz, Segretario generale delle Accademie protestanti della Germania, Berlino
    • Eva Illouz, Direttrice d’etudes, EHESS Parigi e Istituto Van Leer, Fellow
    • Jill Jacobs, rabbino, direttore esecutivo, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York
    • Uffa Jensen, Professore Dott., Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität, Berlino
    • Jonathan Judaken, Professore, Spence L. Wilson Cattedra di discipline umanistiche, Rhodes College
    • Robin E. Judd, professore associato, Dipartimento di Storia, Ohio State University
    • Irene Kacandes, professoressa di studi tedeschi e letteratura comparata a Dartmouth, Università di Dartmouth
    • Marion Kaplan, professoressa di Skirball di storia ebraica moderna, New York University
    • Eli Karetny, vicedirettore dell’Istituto Ralph Bunche per gli studi internazionali; Docente al Baruch College, The City University of New York (CUNY)
    • Nahum Karlinsky, Istituto di ricerca Ben-Gurion per lo studio di Israele e del sionismo, Università Ben-Gurion del Negev
    • Menachem Klein, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Politici, Università Bar Ilan
    • Brian Klug, ricercatore senior in filosofia, St. Benet’s Hall, Oxford; Membro della Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford
    • Francesca Klug, Visiting Professor alla LSE Human Rights e all’Helena Kennedy Center for International Justice, Sheffield Hallam University
    • Thomas A. Kohut, Sue e Edgar Wachenheim III Professore di Storia, Williams College
    • Teresa Koloma Beck, Professoressa di Sociologia, Università Helmut Schmidt, Amburgo
    • Rebecca Kook, Dott.ssa, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • Claudia Koonz, Professore Emerito di Storia, Duke University
    • Hagar Kotef, Dott., Docente senior di Teoria politica e pensiero politico comparato, Dipartimento di politica e studi internazionali, SOAS, Università di Londra
    • Gudrun Kraemer, Professor Dr., Professore senior di Studi islamici, Freie Universität Berlin
    • Cilly Kugelman, storico, fmr. Direttore del programma del Museo Ebraico di Berlino
    • Tony Kushner, Professore, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, Università di Southampton
    • Dominick LaCapra, Professore Emerito Bowmar di Storia e Letteratura Comparata, Cornell University
    • Daniel Langton, professore di storia ebraica, Università di Manchester
    • Shai Lavi, Professore, Facoltà di Giurisprudenza Buchmann, Università di Tel Aviv; L’Istituto Van Leer di Gerusalemme
    • Claire Le Foll, Professore Associato di Storia e Cultura Ebraica dell’Europa Orientale, Parkes Institute, Università di Southampton; Direttore del Parkes Institute per lo studio delle relazioni ebraiche/non ebraiche
    • Nitzan Lebovic, Professore, Dipartimento di Storia, Cattedra di Studi sull’Olocausto e Valori Etici, Lehigh University
    • Mark Levene, Dott., ricercatore emerito, Università di Southampton e Parkes Center for Jewish/non-Jewish Relations
    • Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Lital Levy, professore associato di letteratura comparata, Università di Princeton
    • Lior Libman, Professore assistente di Studi israeliani, Direttore associato del Centro studi israeliani, Dipartimento di studi giudaici, Università di Binghamton, SUNY
    • Caroline Light, docente senior e direttrice del programma di studi universitari in studi su donne, genere e sessualità, Università di Harvard
    • Kerstin von Lingen, professoressa di storia contemporanea, cattedra di studi su genocidio, violenza e dittatura, Università di Vienna
    • James Loeffler, Jay Berkowitz Professore di storia ebraica, Ida e Nathan Kolodiz Direttore degli studi ebraici, Università della Virginia
    • Hanno Loewy, Direttore del Museo Ebraico di Hohenems, Austria
    • Ian S. Lustick, cattedra di Bess W. Heyman, Dipartimento di Scienze Politiche, Università della Pennsylvania
    • Sergio Luzzatto, Emiliana Pasca Noether Cattedra di Storia italiana moderna, Università del Connecticut
    • Shaul Magid, professore di studi ebraici, Dartmouth College
    • Avishai Margalit, Professore Emerito di Filosofia, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Jessica Marglin, Professore associato di religione, diritto e storia, Ruth Ziegler Early Career Chair in Studi ebraici, University of Southern California
    • Arturo Marzano, Professore Associato di Storia del Medio Oriente, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
    • Anat Matar, Dott., Dipartimento di Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, Madrid
    • Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professore di diritto civile comparato e giurisprudenza, Facoltà di giurisprudenza, Università di Tel Aviv
    • Brendan McGeever, Dott., Docente di Sociologia della razzializzazione e dell’antisemitismo, Dipartimento di studi psicosociali, Birkbeck, Università di Londra
    • David Mednicoff, presidente del Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente e professore associato di studi sul Medio Oriente e politiche pubbliche, Università del Massachusetts, Amherst
    • Eva Menasse, romanziera, Berlino
    • Adam Mendelsohn, Professore Associato di Storia e Direttore del Kaplan Center for Jewish Studies, Università di Cape Town
    • Leslie Morris, Beverly e Richard Fink Professore di arti liberali, professore e presidente del dipartimento di tedesco, nordico, slavo e olandese, Università del Minnesota
    • Dirk Moses, Frank Porter Graham Professore emerito di Storia globale dei diritti umani, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Samuel Moyn, Henry R. Luce Professore di Giurisprudenza e Professore di Storia, Yale University
    • Susan Neiman, Professoressa Dott., Filosofa, Direttrice dell’Einstein Forum, Potsdam
    • Anita Norich, professoressa emerita, Studi inglesi ed ebraici, Università del Michigan
    • Xosé Manoel Núñez Seixas, Professore di Storia europea moderna, Università di Santiago de Compostela
    • Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professore di Fedi abramitiche e valori condivisi Facoltà di Divinità, Università di Cambridge
    • Ilaria Pavan, Professore Associato di Storia Moderna, Scuola Normale Superiore, Pisa
    • Derek Penslar, William Lee Frost Professore di storia ebraica, Università di Harvard
    • Andrea Pető, Professore, Università Centrale dell’Europa (CEU), Vienna; Istituto per la Democrazia CEU, Budapest
    • Valentina Pisanty, Professore Associato, Semiotica, Università di Bergamo
    • Renée Poznanski, Professore Emerito, Dipartimento di Politica e Governo, Università Ben Gurion del Negev
    • David Rechter, professore di storia ebraica moderna, Università di Oxford
    • James Renton, Professore di Storia, Direttore del Centro Internazionale sul Razzismo, Edge Hill Universit
    • Shlomith Rimmon Kenan, Professore Emerita, Dipartimenti di Letteratura Inglese e Comparata, Università Ebraica di Gerusalemme; Membro dell’Accademia israeliana delle scienze
    • Shira Robinson, professore associato di storia e affari internazionali, George Washington University
    • Bryan K. Roby, Professore assistente di storia ebraica e del Medio Oriente, Università del Michigan-Ann Arbor
    • Na’ama Rokem, professore associato, direttrice Joyce Z. e Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • Mark Roseman, illustre professore di storia, cattedra Pat M. Glazer in studi ebraici, Università dell’Indiana
    • Göran Rosenberg, scrittore e giornalista, Svezia
    • Michael Rothberg, 1939 Cattedra della Società Samuel Goetz in Studi sull’Olocausto, UCLA
    • Sara Roy, ricercatrice senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente, Università di Harvard
    • Miri Rubin, Professore di Storia medievale e moderna, Queen Mary University di Londra
    • Dirk Rupnow, Professore Dott., Dipartimento di Storia Contemporanea, Università di Innsbruck, Austria
    • Philippe Sands, professore di comprensione pubblica del diritto, University College London; Avvocato; scrittore
    • Victoria Sanford, Professore di Antropologia, Facoltà di dottorato del Lehman College, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Gisèle Sapiro, Professore di Sociologia all’EHESS e Direttore della ricerca al CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Parigi
    • Peter Schäfer, professore di studi ebraici, Università di Princeton, fmr. Direttore del Museo Ebraico di Berlino
    • Andrea Schatz, Dott., Lettore di Studi Ebraici, King’s College di Londra
    • Jean-Philippe Schreiber, Professore, Université Libre de Bruxelles, Bruxelles
    • Stefanie Schüler-Springorum, Professoressa Dott., Direttore del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Guri Schwarz, Professore Associato di Storia Contemporanea, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova
    • Raz Segal, professore associato, Studi sull’olocausto e sul genocidio, Università di Stockton
    • Joshua Shanes, professore associato e direttore dell’Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston
    • David Shulman, Professore Emerito, Dipartimento di Studi Asiatici, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Dmitry Shumsky, Professore, Cattedra Israel Goldstein di Storia del Sionismo e del Nuovo Yishuv, Direttore del Centro Bernard Cherrick per lo Studio del Sionismo, dell’Yishuv e dello Stato di Israele, Dipartimento di Storia Ebraica e dell’Ebraismo Contemporaneo, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Marcella Simoni, Professore di Storia, Dipartimento di Studi sull’Asia e il Nord Africa, Università Ca’ Foscari, Venezia
    • Santiago Slabodsky, cattedra di studi ebraici di Robert e Florence Kaufman e professore associato di religione, Hofstra University, New York
    • David Slucki, Professore associato di vita e cultura ebraica contemporanea, Centro australiano per la civiltà ebraica, Monash University, Australia
    • Tamir Sorek, professore di arti liberali di storia del Medio Oriente e studi ebraici, Penn State University
    • Levi Spectre, Dott., Docente senior presso il Dipartimento di Storia, Filosofia e Studi Giudaici, The Open University of Israel; Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia, Università di Stoccolma, Svezia
    • Michael P. Steinberg , Professore, Barnaby Conrad e Mary Critchfield Keeney Professore di Storia e Musica, Professore di Studi tedeschi, Brown University
    • Lior Sternfeld, Professore assistente di Storia e studi ebraici, Penn State University
    • Michael Stolleis, professore di storia del diritto, Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo, Francoforte sul Meno
    • Mira Sucharov, professoressa di scienze politiche e cattedra universitaria di innovazione didattica, Carleton University Ottawa
    • Adam Sutcliffe, professore di storia europea, King’s College di Londra
    • Anya Topolski, Professore associato di Etica e Filosofia Politica, Università Radboud, Nijmegen
    • Barry Trachtenberg, professore associato, cattedra presidenziale Rubin di storia ebraica, Wake Forest University
    • Emanuela Trevisan Semi, Ricercatrice senior in Studi ebraici moderni, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Heidemarie Uhl, PhD, storica, ricercatrice senior, Accademia austriaca delle scienze, Vienna
    • Peter Ullrich, Dott. Dott., Ricercatore senior, membro del Centro di ricerca sull’antisemitismo, Technische Universität Berlin
    • Uğur Ümit Üngör, Professore e Cattedra di Studi sull’Olocausto e sul Genocidio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Amsterdam; Ricercatore senior NIOD Istituto per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Nadia Valman, Professoressa di Letteratura Urbana, Queen Mary, Università di Londra
    • Dominique Vidal, giornalista, storico e saggista
    • Alana M. Vincent, Professore associato di Filosofia, Religione e Immaginazione ebraica, Università di Chester
    • Vered Vinitzky-Seroussi, Direttore del Truman Research Institute for the Advancement of Peace, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Anika Walke, Professore Associato di Storia, Washington University, St. Louis
    • Yair Wallach, Dott., Docente senior di Studi Israeliani, Scuola di Lingue, Culture e Linguistica, SOAS, Università di Londra
    • Michael Walzer, Professore Emerito, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton
    • Dov Waxman, Professore, Cattedra di Studi Israeliani presso la Fondazione Rosalinde e Arthur Gilbert, Università della California (UCLA)
    • Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Docente senior di musica ebraica, SOAS, Università di Londra
    • Bernd Weisbrod, professore emerito di storia moderna, Università di Gottinga
    • Eric D. Weitz, Professore illustre di storia, City College e Graduate Center, The City University of New York (CUNY)
    • Michael Wildt, Professore Dott., Dipartimento di Storia, Università Humboldt, Berlino
    • Abraham B. Yehoshua, romanziere, saggista e drammaturgo
    • Noam Zadoff, Professore assistente in Studi israeliani, Dipartimento di Storia contemporanea, Università di Innsbruck
    • Tara Zahra, Homer J. Livingston Professore di Storia dell’Europa Orientale; Membro del Greenberg Center for Jewish Studies, Università di Chicago
    • José A. Zamora Zaragoza, Ricercatore senior, Instituto de Filosofía del CSIC, Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, Madrid
    • Lothar Zechlin, professore emerito di diritto pubblico, fmr. Rettore Istituto di Scienze Politiche, Università di Duisburg
    • Yael Zerubavel, professore emerito di studi e storia ebraici, fmr. Direttore fondatore del Centro Bildner per lo studio della vita ebraica, Rutgers University
    • Moshe Zimmermann, Professore emerito, Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professore di cultura e storia ebraica, Università di Stanford
    • Moshe Zuckermann, Professore Emerito di Storia e Filosofia, Università di Tel Aviv
    • Firmatari post-lancio
    • Jeffrey Alexander , Professore di Sociologia, Co-direttore del Centro di Sociologia Culturale, Università di Yale
    • Philip Alexander , professore emerito di letteratura ebraica postbiblica, Università di Manchester; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università di Manchester; Presidente dell’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies; Membro della British Academy
    • Meir Amor , Dott., Dipartimento di Sociologia e Antropologia, Università Concordia, Montreal
    • Yaakov Ariel , Professore, Dipartimento di Studi Religiosi, Università della Carolina del Nord a Chapel Hill
    • Ofer Ashkenazi , Professore associato, Direttore del Centro Richard Koebner Minerva per la storia tedesca, Università ebraica di Gerusalemme
    • Jan Assmann , professore di storia antica, Università di Heidelberg
    • Eugene M. Avrutin , Professore dotato della famiglia Tobor di storia ebraica europea moderna, Università dell’Illinois Urbana-Champaign
    • Cynthia M. Baker , Professore e Cattedra di Studi Religiosi, Bates College, Lewiston, Maine
    • Walter Barberis , fmr. Professore di Storia Moderna, Università di Torino; Presidente della Casa Editrice Giulio Einaudi
    • Eli Barnavi , professore emerito di storia europea della prima età moderna, Università di Tel Aviv; signor. Ambasciatore di Israele in Francia
    • Michele Battini , Professore ordinario di Storia contemporanea e di Storia intellettuale e politica dell’Europa contemporanea, Università di Pisa
    • Annette Becker , professoressa di Storia moderna all’Università di Parigi Ouest Nanterre; Senior Fellow, Institut Universitaire de France
    • Joel Beinin , Donald J. McLachlan Professore di Storia e Professore di Storia del Medio Oriente, Emerito, Università di Stanford
    • Seyla Benhabib , Eugene Meyer Professore di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Yale; Ricercatore associato senior, Columbia Law School
    • Nathaniel A. Berman , Rahel Varnhagen Professore di affari internazionali, diritto, cultura moderna e studi religiosi, Brown University
    • Frank Biess , Professore di Storia europea moderna, Università della California-San Diego
    • Andrea Caligiuri , Professore Associato di Diritto Internazionale, Università di Macerata
    • Donald Bloxham , Richard Pares Professore di Storia, Università di Edimburgo
    • Michal Bodemann , Professore Emerito di Sociologia, Università di Toronto
    • Zachary Braiterman , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Syracuse University
    • Marina Caffiero , fmr. Professore di Storia Moderna, Sapienza Università di Roma
    • Marc Caplan , professore in visita di Brownstone di studi ebraici, Dartmouth College
    • Carlo Spartaco Capogreco , Professore di Storia Contemporanea, Università della Calabria
    • Jesús Casquete , Professore di Storia della teoria politica e dei movimenti sociali, Università dei Paesi Baschi
    • Valerio De Cesaris , docente di Storia contemporanea, Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
    • Jules Chametzky , professore emerito di inglese ed editore della Norton Anthology of Jewish American Literature
    • Geoffrey Claussen , professore associato di studi religiosi, Lori ed Eric Sklut studiosi di studi ebraici e presidente del dipartimento di studi religiosi, Elon University
    • Frank Dabba Smith , Rabbino Dr., Leo Baeck College
    • Eric David , Professore emerito di diritto pubblico internazionale, Presidente del Centre de droit international, Université Libre de Bruxelles
    • Irit Dekel , Professore assistente, Programma di studi germanici e Borns Jewish Studies, Università dell’Indiana
    • Monique Eckmann , Professoressa Emerita, Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO), Ginevra; signor. membro della delegazione svizzera presso l’IHRA (2004-2018)
    • Jennifer Evans , professoressa di storia europea moderna, Carleton University, Ottawa
    • William Gallois , Professore, Cattedra di Storia del mondo islamico mediterraneo, Istituto di studi arabi e islamici, Università di Exeter
    • Cristiana Facchini , Professore di Storia del Cristianesimo e Studi Religiosi, Università di Bologna
    • Carlotta Ferrara degli Uberti , Ricercatore di Storia Moderna, Università di Pisa; Professore associato onorario, University College di Londra
    • Federico Finchelstein , Professore di Storia, The New School for Social Research, New York
    • Anna Foa , fmr. Professore Associato, Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Sapienza Università di Roma
    • John Foot , Professore di Storia Italiana Moderna, Università di Bristol
    • Charlotte Elisheva Fonrobert , Professore Associato di Studi Religiosi, Direttore del Taube Center for Jewish Studies, Stanford University
    • Gideon Freudenthal , Professore emerito, Istituto Cohn per la storia e la filosofia della scienza e delle idee, Università di Tel Aviv
    • Sylvia Fuks Fried , direttrice esecutiva dell’Istituto Tauber per lo studio degli ebrei europei, Università Brandeis
    • Efrat Gal-Ed , Professore Dott., Istituto di studi ebraici, Università Heinrich Heine di Düsseldorf
    • Siobhán Garrigan , Professore, Preside della Scuola di Religione del Trinity College di Dublino, Loyola Cattedra di Teologia
    • Roni Gechtman , Dott., Professore associato, Dipartimento di Storia, Università di Mount Saint Vincent, Halifax
    • Jonathan Glasser , Professore Associato di Antropologia, Dipartimento di Antropologia, William & Mary, Williamsburg
    • Tal Golan , professore di storia, UC San Diego
    • Adi Gordon , professore associato di storia, Amherst College
    • Robert SC Gordon , Serena Professore di Italiano, Università di Cambridge
    • Gabriele Guerra , Professore Associato di Letteratura Tedesca, Sapienza Università di Roma
    • Piero Graglia , Professore di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano
    • Jonathan Graubart , professore di scienze politiche, Università statale di San Diego
    • Diana Barbara Greenwald , Professore assistente, Dipartimento di Scienze Politiche, City College di New York, City University of New York (CUNY)
    • Anna Hajkova , professoressa associata di storia moderna dell’Europa continentale, Università di Warwick
    • Alma Rachel Heckman , Professore assistente e cattedra Neufeld-Levin di studi sull’Olocausto, Dipartimento di Storia, Università della California, Santa Cruz
    • Marianne Hirschberg , Professore, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Kassel
    • Hannah Holtschneider , Dott.ssa, Docente senior di Studi ebraici, Università di Edimburgo
    • Heinz Hurwitz , Professore Emerito di Chimica, Co-direttore dell’Istituto di Studi sull’Ebraismo, Université Libre de Bruxelles
    • Jack Jacobs , professore di scienze politiche al John Jay College e al Graduate Center della City University di New York
    • Abigail Jacobson , Dott.ssa, Docente senior, Dipartimento di studi islamici e mediorientali, Università ebraica di Gerusalemme
    • Emmanuel Kahan , Professore di Storia Sociale argentina, Dipartimento di Storia, Università Nazionale di La Plata
    • Brett Ashley Kaplan , Direttore, Initiative in Holocaust, Genocide, Memory Studies, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Martin Kavka , Professore, Dipartimento di Religione, Florida State University
    • Rebecca Kobrin , Columbia University
    • Alexander Korb , Dott., Professore associato di Storia europea moderna, Università di Leicester
    • Ferenc Laczó , Professore assistente di Storia europea, Università di Maastricht
    • Ben Lapp , Professore Associato di Storia, Montclair State University, New Jersey
    • Claudia Lenz , Professoressa di Scienze Sociali, Cattedra per la prevenzione del razzismo e dell’antisemitismo, MF Scuola norvegese di teologia, religione e società, Oslo
    • Per Leo , Dott., storico e scrittore, Berlino
    • Jacek Leociak , Professore, Centro polacco di ricerca sull’Olocausto e Istituto di ricerche letterarie, Accademia polacca delle scienze, Varsavia
    • Giovanni Levi , Professore Emerito di Storia Moderna, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Stefano Levi Della Torre , Scrittore e studioso di studi ebraici, fmr. Professore, Scuola di Architettura, Politecnico di Milano
    • Laura Levitt , Professore, Dipartimento di Religione, Programma di Studi Ebraici, Programma di Studi di Genere, Temple University
    • René Levy , professore emerito di sociologia, Università di Losanna
    • Nikola Radić Lucati , Centro per la ricerca e l’educazione sull’Olocausto, Belgrado
    • Daniel Lvovich , Professore di Storia, Universidad Nacional de General Sarmiento, Buenos Aires; Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, Argentina
    • Andrea Mammone , Docente di Storia europea moderna, Royal Holloway, Università di Londra
    • Ruth Mandel , Professore, Antropologia dell’UCL, University College di Londra
    • Paul Mendes-Flohr , Professore Emerito di Storia e Pensiero Religioso, Università di Chicago; Professore emerito presso la Divinity School, Università Ebraica di Gerusalemme
    • Ralf Michaels , Professore Dott., Direttore dell’Istituto Max Planck per il diritto privato comparato e internazionale; Cattedra di diritto globale, Queen Mary University di Londra; Professore di diritto, Università di Amburgo
    • Avraham Milgram , Dott., fmr. Storico, Yad Vashem, Gerusalemme
    • Kenneth B. Moss , Professore Meyer di Storia ebraica moderna, Università di Chicago; Posen Professore di Storia ebraica moderna, Johns Hopkins University
    • Eva Mroczek , Professore Associato, Dipartimento di Studi Religiosi, Direttore, Programma di Studi Ebraici, Università della California, Davis
    • Harriet L. Murav , Professore, Dipartimento di Lingue e Letterature Slave; Membro del Comitato Esecutivo, Programma di Cultura e Società Ebraica, Università dell’Illinois, Urbana-Champaign
    • Issam Nassar , professore di storia del Medio Oriente, Illinois State University
    • Isaac (Yanni) Nevo , Professore, Dipartimento di Filosofia, Università Ben Gurion del Negev
    • Philipp Nielsen , professore assistente di storia europea moderna, Sarah Lawrence College, Bronxville
    • Ephraim Nimni , professore emerito, Centro per lo studio dei conflitti etnici, Queens University Belfast
    • Pól Ó Dochartaigh , Professore, MRIA, Vicepresidente e Cancelliere, Università Nazionale d’Irlanda Galway
    • Alexandra Oeser , Professore di Sociologia, Institut des Sciences Sociales du Politique, Università Parigi Nanterre
    • Atalia Omer , professoressa al Kroc Institute for International Peace Studies e alla Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame; Senior Fellow presso l’Iniziativa Religione, Conflitto e Pace presso l’Università di Harvard
    • Paul Pasch , Dott., Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung Israel
    • Thomas Pegelow Kaplan , Leon Levine illustre professore di studi sull’ebraismo, sull’Olocausto e sulla pace; Direttore del Centro per gli studi sull’ebraismo, l’Olocausto e la pace; Professore di Storia, Appalachian State University
    • Robert Jan van Pelt , Professore universitario, Scuola di Architettura, Università di Waterloo
    • Tomer Persico , professore assistente in visita Koret, UC Berkeley Institute for Jewish Law and Israel Studies; Studioso di ricerca senior, Centro per gli studi sul Medio Oriente della UC Berkeley; Studioso residente della Bay Area dello Shalom Hartman Institute
    • Michael Polgar , professore di sociologia, scienze sociali e istruzione, Penn State Hazleton
    • Alessandro Portelli , fmr. Professore di Letteratura anglo-americana, Sapienza Università di Roma; Membro della facoltà, Oral History Summer Institute, Columbia University
    • Riv-Ellen Prell , professoressa emerita di studi americani; signor. Direttore del Centro per gli Studi Ebraici, Università del Minnesota
    • David Ranan , Dott., Politologo e scrittore, Londra/Berlino
    • Henry Reichman , professore emerito di storia, California State University, East Bay; Presidente, Comitato per la libertà e il possesso accademico dell’American Association of University Professors (2012-21)
    • Ishay Rosen-Zvi , professore di Talmud e filosofia ebraica, Università di Tel Aviv
    • Brent E. Sasley , Professore associato di Scienze politiche, Università del Texas ad Arlington
    • Roberto Saviano , scrittore, saggista e attivista per la libertà di parola
    • Wolfgang Schieder , Dr. Dr. hc, professore emerito di storia moderna e contemporanea, Università di Colonia
    • Kenneth Seeskin , Philip M. e Ethel Klutznick Professore emerito di civiltà ebraica, Northwestern University
    • Naomi Seidman , Professoressa di Lettere e Filosofia Jackman, Centro per la Diaspora e gli Studi Transnazionali, Facoltà di Arti e Scienze, Università di Toronto
    • Marco Sgarbi , Professore Associato di Storia della Filosofia, Università Ca’ Foscari Venezia
    • Galili Shahar , professore di letteratura comparata e studi tedeschi, Università di Tel Aviv; Presidente dell’Istituto Leo Baeck, Gerusalemme
    • Susan Shapiro , Professore associato, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Direttore del programma di studi religiosi, Università del Massachusetts Amherst
    • Adam Shatz , professore in visita, Bard College
    • Eugene R. Sheppard , Professore associato di storia e pensiero ebraico moderno, Dipartimento di studi giudaici e del Vicino Oriente, Università di Brandeis
    • Lincoln Z. Shlensky , Professore associato, Dipartimento di inglese, Università di Victoria, British Columbia
    • Alan Singer , Professore di Educazione, Hofstra University, New York
    • Franca Sinopoli , Professore Associato di Letterature Comparate, Sapienza Università di Roma
    • David Sorkin , Lucy G. Moses Professore di storia ebraica moderna, Dipartimento di Storia, Università di Yale
    • Alberto Spektorowski , Professore di Scienze Politiche, Università di Tel Aviv
    • Annabelle Sreberny , Professore Emerito, Centro per i Media e le Comunicazioni Globali, SOAS, Università di Londra
    • Michael Stanislawski , Nathan J. Miller Professore di storia ebraica, Dipartimento di Storia, Columbia University
    • Jason Stanley , Jacob Urowsky Professore di Filosofia, Università di Yale
    • Ilan Stavans , Lewis Sebring Professore di discipline umanistiche, latinoamericane e cultura latina, Amherst College
    • Richard Steigmann-Gall , Professore associato, Dipartimento di Storia, Kent State University
    • Sarah Abrevaya Stein , Cattedra della Famiglia Viterbi in Studi Ebraici Mediterranei, UCLA
    • Gerald J. Steinacher , Professor Dr., James A. Rawley Professore di Storia, Università del Nebraska-Lincoln
    • Yael Sternhell , Dott.ssa, Docente senior, Storia e studi americani, Università di Tel Aviv
    • Elettra Stimilli , Professore Associato di Filosofia, Sapienza Università di Roma
    • Dan Stone , Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Storia, Istituto di Ricerca sull’Olocausto, Royal Holloway, Università di Londra
    • Kylie Thomas , Dott.ssa, ricercatrice, Istituto olandese per gli studi sulla guerra, l’olocausto e il genocidio, Amsterdam
    • Enzo Traverso , Susan e Barton Winokur Professore di Studi Umanistici, Dipartimento di Storia, Cornell University, Ithaca, New York
    • Nadia Urbinati , Kyriakos Tsakopoulos Professore di Teoria Politica, Dipartimento di Scienze Politiche, Columbia University
    • Angelo Ventrone , Professore di Storia Contemporanea, Università di Macerata
    • Massimiliano De Villa , Ricercatore di Letteratura tedesca, Università di Trento
    • Nerina Visacovsky , PhD, Professore assistente di Politica educativa, Scuola di Politica e Governo, Università Nazionale di San Martín
    • Jay Winter , Charles J. Stille Professore emerito di storia, Università di Yale
    • Sebastian Wogenstein , Professore associato di studi tedeschi, ebraici ed ebraici, Università del Connecticut
    • Ulrich Wyrwa , professore di storia moderna, Università di Potsdam
    • Oren Yiftachel , Professore, Dipartimento di Geografia e Sviluppo Ambientale, Università Ben Gurion del Negev
    • Benjamin Zachariah , dott., storico, ricercatore senior, Forschungszentrum Europa (FZE), Università di Treviri
  • KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    KASHMIR, IL PESO GEOSTRATEGICO DI UNA REGIONE CONTESA

    di Stefano Vernole – originale QUI

    Venerdì 27 ottobre si è tenuto a Milano presso il Consolato Generale del Pakistan “Kashmir Black Day”, un seminario sull’armonia interreligiosa e sui diritti delle donne e dei bambini.
    Hanno partecipato diaspora, mondo accademico, studenti ed esperti di diritti umani; I messaggi PM e FM sono stati letti dal Vice Console, Ahmad Waled.
    Stefano Vernole del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, il professor Cianitto di Milano e il professor Diego Abenante di Torino hanno evidenziato gli aspetti storici, costituzionali e relativi ai diritti umani della controversia. Al seminario è intervenuto anche Arshad Tanveer Kadhar, Consigliere del Comune di Brescia.
    Il Console Generale Aqsa Nawaz ha concluso il seminario esprimendo sostegno politico e morale al popolo indiano dello Jammu e Kashmir illegalmente occupato (IIOJK) e ha esortato la comunità internazionale a farsi avanti e a svolgere il dovuto ruolo nella rapida risoluzione della disputa di lunga data secondo le Risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite sulla sicurezza.

    Di seguito il contributo di Stefano Vernole.

    Storicamente la regione del Kashmir ha vissuto una profonda contraddizione interna. Ad una maggioranza di popolazione di fede islamica, dedita al lavoro della terra e all’allevamento, ha fatto da contraltare una minoranza composta da pochi notabili indù. Al momento della partizione, il Padre della Patria Muhammad Ali Jinnah chiese l’ammissione totale al Pakistan del Kashmir sulla base della “teoria delle due nazioni” secondo la quale musulmani e indù dell’Asia meridionale rappresentano due nazioni ben distinte.

    Nell’ottobre 1947 si scatenarono le prime rivolte contro l’autoritarismo del Maharaja indù Hari Singh; spaventato, costui chiese il diretto intervento indiano in cambio dell’annessione della regione da parte dell’India, seppur con la garanzia di una “autonomia speciale”. Tale garanzia venne inserita nella Costituzione dell’Unione Indiana all’articolo 370, proprio quello recentemente abrogato dal governo di Narendra Modi.

    Il primo conflitto indo-pakistano, iniziato con l’invio dell’esercito di Islamabad a difesa della popolazione musulmana della Valle del Kashmir, terminò nel gennaio 1949 con la mediazione dell’ONU che cristallizzò le posizioni dei due eserciti. Questa mediazione prevedeva che la popolazione del Kashmir decidesse tramite referendum il proprio destino, ma esso non ebbe mai luogo[1]. Così l’India, sulla base dell’accordo stipulato con il Maharaja, rifiutò di ritirare il proprio esercito ed il Pakistan fece altrettanto.

    Nel XX secolo India e Pakistan si sono affrontati diverse volte sul campo di battaglia, nel 1965 e soprattutto nel 1971 quando si arrivò alla creazione del Bangladesh ed alla denominazione del confine tra Kashmir indiano e pakistano come “Linea di Controllo”. Una nuova crisi si verificò nel 1999, con lo sconfinamento di militari pakistani nel distretto del Kargil.

    La collaborazione pakistano-statunitense provocò anche lo sconfinamento dall’Afghanistan al Kashmir di diversi militanti jihadisti addestrati dai servizi segreti dei due Paesi in funzione anti-indiana. L’esasperazione della situazione è dovuta al fatto che l’India non ha mai rispettato pienamente l’autonomia del Kashmir nelle forme stabilite dall’art. 370 della sua Costituzione e nell’agosto 2019, poco dopo la sua rielezione, il primo ministro indiano Narendra Modi ha sostanzialmente revocato l’articolo 370, che garantiva uno status speciale alla parte del Kashmir amministrata dall’India, senza alcuna consultazione preventiva con l’assemblea parlamentare del Jammu e Kashmir, come previsto dall’articolo stesso.

    L’India ha poi diviso lo Stato di Jammu e Kashmir in due nuovi territori governati direttamente dalla capitale federale, Nuova Delhi. Il governo indiano ha affermato che si tratta di una misura attesa da tempo che aiuterebbe a stabilizzare la situazione integrando completamente l’area con l’India[2].

    Il Kashmir è l’unico Stato indiano ad aver disposto di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una Costituzione separata da quella di Nuova Delhi; all’India rimanevano comunque pieni poteri in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, prerogative che le hanno consentito di amministrare direttamente la regione e di considerare impossibile qualsiasi negoziato che potesse sfociare nell’autodeterminazione o nella secessione del Kashmir.

    L’art. 370 vietava ai cittadini indiani di altri Stati di comprare proprietà immobiliari in Kashmir e la sua recente abrogazione spiana la strada ad una colonizzazione indù della regione sul modello, ad esempio, di quella intrapresa da Israele in Cisgiordania[3].

    L’hindutva (“induità”) è l’ideologia storica fatta propria dall’ala paramilitare del Bharatiya Janata Party  (BJP), partito indiano di cui Modi è stato in passato dirigente, sostenitore del progetto della “Grande India” attraverso un potenziamento militare del Paese in chiave anticinese e antipakistano[4].

    L’importanza geostrategica del Kashmir

    Un Kashmir permanentemente destabilizzato giova alla strategia degli Stati Uniti perché metterebbe a rischio il progetto infrastrutturale del Corridoio economico sino-pakistano (componente estremamente rilevante della Nuova Via della Seta a guida cinese) e minerebbe il sistema di relazioni eurasiatiche.

    Muhammad Ali Jinnah, nel 1948, definì il neonato Paese dell’Asia meridionale come il futuro “Stato perno globale”. L’idea derivava dalla consapevolezza che la posizione geografica del Pakistan (suggerita dal poeta e pensatore Muhammad Iqbal durante un celebre discorso alla Lega Musulmana nel 1930) si trovasse all’incrocio tra le direttrici Nord-Sud ed Ovest-Est dell’Eurasia e che da tale posizione si potesse facilmente accedere sia allo spazio dell’Asia centrale (il “cuore del mondo” nella prospettiva del celebre geopolitologo britannico Sir Halford Mackinder) sia all’Oceano Indiano.

    Cercando di manipolare l’informazione geopolitica sulla regione contesa, alcuni anni fa Nuova Delhi diffuse una presunta dichiarazione russa a sostegno dell’azione indiana nel Kashmir, ma il Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov ribadì al contrario la necessità di ridurre le tensioni attraverso i rapporti bilaterali indo-pakistani così come stabilito negli accordi di Simla del 1972. Questi prevedono che la Carta delle Nazioni Unite governi i rapporti tra i due Paesi, i quali sono invitati a risolvere le proprie dispute attraverso negoziati bilaterali e nel rispetto dell’unità territoriale e della sovranità di entrambi[5].

    Oggi, dopo vent’anni di disastrosa occupazione occidentale a Kabul (con tanto di aumento esponenziale della coltivazione di oppio e produzione in loco di eroina), si aprono nuove opportunità per la connessione infrastrutturale con l’Asia Centrale attraverso un Afghanistan finalmente stabilizzato. Dunque, si aprono importanti opportunità geoeconomiche per il Pakistan.

    Il corridoio economico sino-pakistano garantirebbe una rapida crescita economica al Pakistan (stimata intorno al 2,5% annuo) e l’accesso diretto della Cina al lato africano dell’Oceano Indiano; inoltre, questa infrastruttura consentirebbe all’Iran di aggirare il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dalle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi.

    Da Gwadar, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione, dall’Estremo Oriente all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar è prevista la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi al gasdotto Iran-Pakistan (“gasdotto della pace”).

    Il CPEC dovrebbe collegare Kashgar nello Xinjiang cinese con il porto pakistano di Gwadar e, attraverso le sue diramazioni, il Pakistan all’intera Asia centrale[6]. Da qui il rinnovato interesse pakistano per la creazione di un mercato unico per beni e servizi attraverso la piattaforma dell’Economic Cooperation Organization (ECO) votata alla cooperazione industriale ed agricola fino alla costituzione di un vero e proprio blocco commerciale centro-asiatico. Tra le infrastrutture, spicca il collegamento ferroviario Islamabad-Istanbul-Teheran (ITI) che dal 2021 ha iniziato a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi verso l’Europa e divenire un ramo della Nuova Via della Seta cinese.

    Nel 2017 il Pakistan, al pari dell’India, è entrato a far parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS) e i rapporti con la Russia sono migliorati notevolmente, dalla visita di Lavrov nel Paese fino alle esercitazioni militari congiunte nel 2018.

    Limare le posizioni di ciascuno dei due contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore qualora tutti intendano realmente collaborare per superare l’unipolarismo statunitense. Quest’anno il ministro degli Esteri pakistano, Bilawal Bhutto Zardari, è arrivato a Goa, la prima visita in India di un alto funzionario pakistano in 12 anni, sostenendo che il viaggio era solo per il vertice regionale dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ma secondo alcuni analisti, i motivi per cui Bhutto Zardari ha partecipato alla riunione dell’OCS in India è merito di Pechino. Il suo obiettivo è di riaffermare stretti legami con la Cina, importante alleato e contrappeso regionale all’India, costruendo relazioni con la Russia, che ha recentemente iniziato a vendere petrolio a buon mercato al Pakistan.


    La repressione dei musulmani nel Kashmir


    Il rapporto di 43 pagine dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), pubblicato l’8 luglio 2019, ha sollevato serie preoccupazioni sugli abusi da parte delle forze di sicurezza statali e dei gruppi armati nelle parti del Kashmir controllate dall’India e dal Pakistan. Il Governo indiano ha respinto il rapporto definendolo una “narrativa falsa e motivata” che ignorava “la questione centrale del terrorismo transfrontaliero”[7]. Il Pakistan ha accolto con favore il rapporto, ma ha chiesto che fossero rimosse o modificate le sezioni in cui le informazioni “non erano specifiche del Kashmir amministrato dal Pakistan, ma riguardavano preoccupazioni generali sui diritti umani che interessavano tutto il Pakistan”.

    L’OHCHR ha affermato che sia l’India che il Pakistan non sono riusciti a compiere alcun passo chiaro per affrontare e attuare le raccomandazioni formulate nel suo rapporto del giugno 2018, il primo in assoluto dell’ufficio sui diritti umani in Kashmir.

    La Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir, con sede a Srinagar, ha riferito che le vittime legate al conflitto sono state le più alte nel 2018 dal 2008, con 586 persone uccise, tra cui 267 membri di gruppi armati, 159 membri delle forze di sicurezza e 160 civili. Il Governo indiano ha affermato che 238 militanti, 86 membri delle forze di sicurezza e 37 civili sono stati uccisi.

    L’OHCHR ha riscontrato che le forze di sicurezza indiane hanno spesso ricorso ad un uso eccessivo della forza per rispondere alle violente proteste iniziate nel luglio 2016, incluso l’uso continuato di fucili a pallini come arma per controllare la folla, causando un gran numero di morti e feriti tra civili: “Il Governo indiano dovrebbe rivedere le proprie tecniche di controllo della folla e le regole di ingaggio e ordinare pubblicamente alle forze di sicurezza di rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine”.

    Il rapporto denuncia, inoltre, la mancanza di giustizia per abusi passati come l’uccisione e lo spostamento forzato di Pandit indù del Kashmir, sparizioni forzate o involontarie e presunte violenze sessuali da parte del personale delle forze di sicurezza indiane. Esprime preoccupazione per l’uso eccessivo della forza durante le operazioni di cordone e di perquisizione, che hanno provocato la morte di civili nonché nuove accuse di tortura e morte in custodia.

    L’OHCHR ha osservato che lo Special Powers Act (AFSPA) delle forze armate indiane (Jammu e Kashmir) “rimane un ostacolo fondamentale alla responsabilità”, perché fornisce un’immunità effettiva per gravi violazioni dei diritti umani. Da quando la legge è entrata in vigore in Kashmir nel 1990, il Governo di Nuova Delhi non ha mai concesso il permesso di perseguire il personale delle forze di sicurezza nei tribunali civili.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche affermato che l’India dovrebbe modificare la legge sulla sicurezza pubblica, una legge sulla detenzione amministrativa che consente la detenzione senza accusa né processo fino a due anni. La legge è stata spesso utilizzata per detenere manifestanti, dissidenti politici e altri attivisti per motivi vaghi e per lunghi periodi, ignorando le normali garanzie della giustizia penale.

    Nel luglio 2018, il governo di Jammu e Kashmir ha modificato la sezione 10 della legge sulla sicurezza pubblica, eliminando il divieto di detenere residenti permanenti di Jammu e Kashmir al di fuori dello Stato. Almeno 40 persone, principalmente leader politici separatisti, sono state trasferite in carceri fuori dallo Stato nel 2018 secondo l’OHCHR. Il trasferimento dei detenuti al di fuori dello Stato rende più difficile per i familiari visitarli e per i consulenti legali incontrarli. Ha inoltre osservato che le carceri fuori dallo Stato sono considerate ostili ai detenuti musulmani del Kashmir, in particolare ai leader separatisti.

    L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che i gruppi armati sono responsabili di violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, uccisioni di civili, violenza sessuale, reclutamento di bambini per combattimenti armati e attacchi contro persone affiliate o associate a organizzazioni politiche in Jammu e Kashmir. Ha citato al riguardo come fonte la Financial Action Task Force (FATF), un’organizzazione intergovernativa che monitora il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[8].  

    L’OHCHR ha poi riscontrato che le violazioni dei diritti umani nel Kashmir controllato dal Pakistan – pur di natura diversa rispetto a quelle perpetrate dall’India – includevano restrizioni al diritto alla libertà di espressione e associazione, discriminazione istituzionale contro gruppi minoritari e uso improprio delle leggi antiterrorismo per prendere di mira oppositori e attivisti politici. Ha rilevato minacce contro i giornalisti per aver svolto il loro lavoro. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha anche espresso preoccupazione per le sparizioni forzate di persone provenienti dal Kashmir controllato dal Pakistan, sottolineando che i gruppi delle vittime hanno affermato che le agenzie di intelligence pakistane erano responsabili delle sparizioni.

    Per questa ragione l’OHCHR ha invitato i 47 Stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a “considerare … la possibile istituzione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale indipendente e completa sulle accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir”, dato che il Governo indiano ha finora proibito l’accesso alla regione da parte di giornalisti e osservatori neutrali[9].


    Finora non si registrano passi in avanti sostanziali


    Nel giugno 2020, il Governo indiano ha annunciato una nuova politica sui media in Jammu e Kashmir che conferisce al Dipartimento dell’informazione e delle pubbliche relazioni (DIPR) del governo locale il potere di monitorare i media e i giornalisti per “disinformazione, notizie false, plagio e attività anti-nazionali”. Il DIPR determinerà inoltre chi sarà “incaricato” o accreditato, e controllerà gli stanziamenti per la pubblicità governativa. I giornali locali fanno affidamento sulle entrate derivanti dalla pubblicità governativa per restare in attività, e si teme che questo potere porti i giornali a censurare la loro produzione.

    Il Governo indiano ha affermato che le misure erano necessarie per “sventare” i tentativi provenienti da oltre confine di interrompere la pace e la sicurezza in Kashmir. L’India ha spesso accusato il Pakistan di aiutare e favorire il terrorismo in Jammu e Kashmir, affermazione che il Pakistan nega.

    Le restrizioni sui siti di social media introdotte da Delhi sono state rimosse nel marzo 2020 ma già nel giugno dello stesso anno un gruppo di esperti in diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l’India, chiedendo che venissero immediatamente liberati gli attivisti arrestati in relazione alle proteste deflagrate a dicembre contro l’emendamento alla legge sulla Cittadinanza approvato nell’agosto 2019[10].

    La legge – sostenuta dalla destra induista – ha creato una sorta di corsia preferenziale per la naturalizzazione di rifugiati e immigrati irregolari appartenenti a sei minoranze religiose e provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan e arrivati in India prima del 2015, escludendo apertamente quella musulmana. L’emendamento ha scatenato un’ondata di proteste che, partite dalle università, si sono via via allargate a tutto il Paese. Rendere l’appartenenza religiosa un prerequisito per la cittadinanza si scontra con i principi secolari sanciti nella Costituzione indiana.

    Le proteste si sono scontrate con la repressione governativa e nella loro dichiarazione gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i nomi di undici arrestati, affermando che i loro casi includevano “gravi accuse di violazioni dei diritti umani, tortura e maltrattamenti in custodia”. Il gruppo di esperti Onu ha detto che il caso più preoccupante riguardava quello di Safoora Zargar, 27 anni, studentessa della Jamia Millia Islamia University e attivista, arrestata in relazione alle proteste di Delhi nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza e tenuta in isolamento mentre imperversa la pandemia (che in India non ha ancora raggiunto il picco, secondo gli esperti). A Zargar, poi scarcerata su cauzione per motivi umanitari, era stato negato qualsiasi contatto con la famiglia, cure mediche e una dieta adeguata a una donna incinta[11].

    Nel febbraio 2021, circa 18 mesi dopo la sospensione, i servizi Internet 4G sono stati reintrodotti in tutto Jammu e Kashmir.

    Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite in una lettera indirizzata al Governo indiano il 31 marzo 2021 e resa pubblica poco dopo, hanno però manifestato tutte le loro preoccupazioni relativamente alla situazione nella regione.

    I relatori hanno esaminato le questioni relative alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti; detenzione arbitraria; sparizioni forzate o involontarie; esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e la mancata protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali contrastando il “terrorismo”. Gli esperti hanno comunicato le loro preoccupazioni al Governo indiano evidenziando i casi di tre uomini del Kashmir: Waheed Para, Irfan Ahmad Dar e Naseer Ahmad Wani. Para, membro del Partito democratico popolare di Jammu e Kashmir, che ha amministrato Jammu e Kashmir in un’alleanza con l’Hindu Bharatiya Janata Party (BJP) fino al 2018, è detenuto dal 25 novembre 2020. I relatori delle Nazioni Unite hanno affermato che Para sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti presso la sede della National Investigation Agency (NIA) a Nuova Delhi. Presumibilmente è stato preso di mira per aver parlato apertamente del Governo e sottoposto a interrogatori abusivi che sono durati dalle 10 alle 12 ore consecutive: “È stato tenuto in una cella sotterranea buia a temperature sotto lo zero, è stato privato del sonno, preso a calci, schiaffeggiato, picchiato con le verghe, denudato e appeso a testa in giù. I suoi maltrattamenti sono stati registrati. Para è stato visitato tre volte da un medico governativo dal suo arresto lo scorso novembre e tre volte da uno psichiatra. Ha richiesto farmaci per l’insonnia e l’ansia”, si legge nella lettera dei relatori.

    Nella missiva è stato evidenziato anche il caso di Irfan Ahmad Dar, un negoziante di 23 anni arrestato il 15 settembre 2020 vicino alla sua residenza nella zona di Sopore, nel Kashmir settentrionale, dal Gruppo per le operazioni speciali della polizia di Jammu e Kashmir (SOG)). La mattina dopo, la famiglia di Dar ha ricevuto la notizia della sua morte. Avevano scoperto che le sue ossa facciali erano fratturate, i suoi denti anteriori rotti e la sua testa sembrava avere lividi dovuti a un trauma da corpo contundente. Alla sua famiglia è stato permesso di vedere il corpo per circa dieci minuti prima della sepoltura, si legge nella lettera.

    In risposta alle proteste contro l’omicidio, l’Amministrazione distrettuale ha ordinato un’indagine, durante la quale due agenti di polizia sono stati sospesi per “negligenza del dovere” per avergli permesso di scappare, ma nessuno è stato ritenuto responsabile del suo omicidio, aggiunge la lettera.

    Per evidenziare le sparizioni forzate, gli esperti hanno citato il caso di Naseer Ahmad Wani, residente nel distretto meridionale di Shopian. Il 29 novembre 2019, “i soldati indiani hanno fatto irruzione nella sua casa e hanno rinchiuso tutti i membri della sua famiglia in una stanza mentre lo picchiavano per più di mezz’ora in un’altra stanza. I soldati lo hanno portato via. Quando la sua famiglia ha visitato l’accampamento militare a Shadimarg, è stata allontanata”. La sera stessa, alcuni ufficiali dell’esercito hanno fatto visita ai Wani e hanno detto loro che lo avevano rilasciato, si legge nella lettera. Ad oggi non è stato rintracciato.

    “Anche se non vogliamo pregiudicare l’accuratezza di queste accuse, esprimiamo la nostra grave preoccupazione che, se dovessero essere confermate, costituirebbero arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e maltrattamenti, sparizioni forzate e, nel caso di Dar, uccisioni extragiudiziali e costituirebbero violazioni dell’articolo 6 [del Patto internazionale sui diritti civili e politici]”, si legge nella lettera, riferendosi al diritto a non essere arbitrariamente privati della vita.

    Gli esperti hanno ricordato al Governo indiano che le preoccupazioni per il “deterioramento della situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir, comprese le presunte violazioni in corso delle minoranze indiane, in particolare dei musulmani del Kashmir”, sono state sollevate in cinque precedenti comunicazioni da diversi relatori speciali dall’agosto 2019.

    Secondo l’ONU, finora il Governo indiano non ha risposto a nessuna di queste comunicazioni[12].

    Recentemente, l’India ha invece attaccato il Pakistan all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definendolo “Paese con uno dei peggiori record al mondo in materia di diritti umani”, ribadendo che “Jammu, Kashmir e Ladakh sono parte integrante dell’India”, in risposta al tentativo del Governo di Islamabad di sollevare la questione del Kashmir all’ONU. L’India ha anche elencato tre passi che il Pakistan deve intraprendere per garantire la pace nell’Asia meridionale: “In primo luogo, fermare il terrorismo transfrontaliero e chiudere immediatamente le sue infrastrutture terroristiche. In secondo luogo, liberare i territori indiani sotto la sua occupazione illegale e forzata. E in terzo luogo, fermare le gravi e persistenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze in Pakistan”[13].

    Insomma, per risolvere la difficile situazione tra India e Pakistan rimangono ancora molti ostacoli da superare.


    NOTE AL TESTO

    [1] Lo Stato di Jammu e Kashmir (nome formale del territorio) era uno dei 584 Stati principeschi del subcontinente indiano. Al momento dell’indipendenza nel 1947, l’allora viceré consigliò ai governanti di questi Stati di unirsi all’India o al Pakistan, tenendo conto dei desideri dei loro popoli e della posizione geografica. I musulmani del Kashmir avevano due forti ragioni per aderire al Pakistan: la loro preponderanza numerica (80% della popolazione) e la contiguità geografica. Tuttavia, i leader indiani costrinsero il sovrano non musulmano dello Stato ad aderire all’India. I musulmani del Kashmir si ribellarono, liberando un ampio tratto dello Stato e istituendo il governo Azad (libero) di Jammu e Kashmir. L’India si rivolse alle Nazioni Unite, che respinsero le pretese indiane sullo Stato e approvarono varie risoluzioni, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei kashmiri. La risoluzione del 5 gennaio 1949 recita:

    “La questione dell’adesione dello Stato di Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan sarà decisa attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale”.

    Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir in varie risoluzioni, comprese quelle del 1951 e del 1957, su questa base:

    “Constatando che i governi dell’India e del Pakistan hanno accettato le disposizioni delle risoluzioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’India e il Pakistan del 13 agosto 1948 e del 5 gennaio 1949, e hanno riaffermato il loro desiderio che il futuro dello Stato di Jammu e Kashmir sarà deciso attraverso il metodo democratico di un plebiscito libero e imparziale condotto sotto gli auspici delle Nazioni Unite.”

    [2] Agnieszka Kuszewska, The India-Pakistan Conflict in Kashmir and Human Rights in the Context of Post-2019 Political Dynamics, “”Asian Affairs”, Volume 53, 18 marzo 2022. A sostegno delle garanzie contenute nell’articolo 370 e della sottosezione 35 A in difesa della composizione etnica dello stato, vennero previste pratiche di discriminazione positiva a favore della popolazione locale, tra le quali norme stringenti atte all’ottenimento dello status di residente e il divieto posto ai non-kashmiri di acquistare terreni e proprietà nello Stato. Lo status di residente venne riconosciuto agli individui stabilmente residenti nel Paese alla data del maggio 1944, rendendo poi tale status ereditario anche per i loro discendenti che pure non risiedevano effettivamente nel nuovo Stato di Jammu e Kashmir.

    [3] Nel 2022 Narendra Modi era Primo Ministro dello Stato federato del Gujarat quando si verificarono violenti pogrom contro la popolazione musulmana della regione (morirono 800 persone in seguito alle varie violenze), con la complicità dei mezzi d’informazione che contribuirono alla diffusione di notizie false e incitarono alla contrapposizione tra le due comunità. I rapporti tra India e Israele sono al loro massimo storico. Tenuta scientemente lontana dai riflettori da Delhi per decenni, la relazione con Gerusalemme è ormai direttrice della proiezione indiana verso Medio Oriente e Mediterraneo; la collaborazione militare e tecnologica tra i due Paesi è del massimo livello. Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, ha individuato nell’India nazionalista il pivot geopolitico per combattere i nemici dell’Occidente a guida USA: l’Islam ed il confucianesimo, nonché per ostacolare il progetto d’integrazione eurasiatica.

    [4] I tre pilastri portanti di tale ideologia sono: nazione comune; razza comune; cultura comune, con l’esclusione dell’Islam. I musulmani in India sono circa 200 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione totale del Paese, in Kashmir vivono più di 13 milioni di persone. In un articolo del maggio 2016 comparso sul sito informatico di “Eurasia” Domenico Caldaralo sottolineò come il governo nazionalista di Nuova Delhi stesse rapidamente abbandonando la tradizionale posizione di “non allineamento”, mantenuta nei decenni precedenti (con alterne fortune) dal Partito del Congresso, per rivestire il più che ambiguo ruolo di “fiancheggiatore degli interessi statunitensi nell’Oceano Indiano”. Dopo aver giocato un ruolo di primo piano nella costruzione di un possibile ordine globale multipolare, l’India, soprattutto dopo l’elezione di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti, ha ulteriormente ridefinito la propria posizione geopolitica, anche sulla base di presunte affinità ideologiche con il “nuovo” paradigma politico rappresentato dall’amministrazione nordamericana e dal suo naturale alleato sionista. Nel generale panorama di ridefinizione del sistema di alleanze a cui si sta attualmente assistendo, Nuova Delhi sembrerebbe aver già compiuto una precisa scelta di campo. La recente decisione sulla revoca dello status speciale al Jammu e Kashmir non può che essere interpretata alla luce di questo fatto. (“Eurasia” 4/2019).

    [5] Dopo l’accordo di Simla del 1972 la Cease–Fire Line (CFL) viene indicata come Line of Control (LOC). Va ricordato che la CFL/LOC non costituisce la frontiera ufficiale tra i due Stati e come tale non viene riconosciuta; il suo tracciato infatti segue esattamente le posizioni tenute dai due Eserciti al momento del cessate il fuoco ed ha quindi un significato puramente militare. Tra le alternative vi sarebbe poi anche quella di arrivare al riconoscimento della Linea di Controllo attraverso un aggiustamento territoriale concordato tra l’India ed il Pakistan che permetterebbe a quest’ultimo di entrare in possesso della valle del Kashmir, dove si concentra la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, lasciando agli Indiani il controllo del Jammu (a maggioranza induista) e della zona del Ladakh (a maggioranza buddista); questa proposta viene considerata da alcuni analisti difficilmente praticabile sia per il fatto che le diverse aree della regione sono economicamente integrate sia perché quasi sicuramente non verrebbe accettata dagli abitanti del Kashmir, che aspirano a ricostituire l’unità dello Stato entro i confini esistenti nel 1947. L’unica soluzione immediata appare quindi quella di un’autonomia politica del Kashmir all’interno dell’India ripristinando l’articolo 370 della Costituzione indiana che garantisce al Governo regionale diverse prerogative in campo legislativo. Un Kashmir totalmente destabilizzato renderebbe complicato realizzare il CPEC e un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina.

    [6] Il CPEC oltre a garantire un aumento dell’occupazione, consentirebbe al Pakistan di risolvere la cronica carenza di energia del Paese.

    [7] Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, Update of the Situation of Human Rights in Indian-Administered Kashmir and Pakistan-Administered Kashmir from May 2018 to April 2019, 8 luglio 2019.

    [8] La FATF durante una conferenza a Parigi bell’ottobre 2022 ha rimosso il nome del Pakistan dalla Lista grigia nonostante l’obiezione dell’India. Cfr. comunicato del Ministero degli esteri di Islamabad, 21 ottobre 2022, mofa.gov.pk.

    [9] No steps taken by India or Pakistan to improve human rights situation in Kashmir – UN, luglio 2019, www.ohchr.org.

    [10] Il Citizenship Amendment Bill (Cab), emenda una legge di 64 anni fa secondo cui un immigrato irregolare non può diventare cittadino indiano. In particolare, il provvedimento stabilisce delle eccezioni per Indù, Sikh e Cristiani provenienti dai Paesi limitrofi a maggioranza musulmana (Bangladesh, Pakistan e Afghanistan) ma non per gli immigrati musulmani.

    [11] Secondo i dati forniti dall‘All Parties Hurriyat Conference (noto con l’acronimo APHC, è un movimento politico formato 10 marzo 1993 quale alleanza di 26 organizzazioni politiche, sociali e religiose in Kashmir), ecco un riassunto di quanto successo dal 1989 al 2006:

    HUMAN RIGHTS VIOLATIONS COMMITTED BY INDIAN TROOPS IN IOK (FROM JANUARY, 1989 TO FEBRUARY, 2006)

    Total Killings                                  90,776

    Custodial Killings                             6,817

    Civilians Arrested                        111,269

    Houses/Shops Destroyed           105,143

    Women Widowed                         22,371

    Children Orphaned                     106,616

    Women Molested                           9,637

    [12] Hilal Mir, UN experts concerned over rights abuses in Kashmir, 6 giugno 2021, aa.com.tr.

    [13] Chandrajit Mitra, “World’s Worst Human Rights Records”: India’s Sharp Dig At Pakistan, 23 settembre 2023, ndtv.com.

  • AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI

    L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

    Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato deldivieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

    Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

    Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

    1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

    2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

  • L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    L’ARMA FINALE È PUNTATA. CONTRO L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE

    Sapere che esponenti dell’intelligence USA, in conversazioni finto-riservate con i fondatori di Axios, lamentino l’uso massiccio di bot e contenuti falsi da parte di tutti gli attori geopolitici “anti-americani”, di certo non fa notizia. Il ritornello sulla disinformazione strategica da parte del nemico – Russia in testa, ma non senza rivali – risuona incessante da tempo: sarebbe sorprendente, se mai, la straordinaria resistenza di questa litania nonostante le clamorose sconfessioni che ne interrompono ciclicamente la messa in onda, ma abbiamo imparato a non sottovalutare la perversa genialità di certi meccanismi.

    Il punto, piuttosto, è nel cortocircuito che brilla fra le righe del recente capolavoro retroscenistico di VandeHei e Allen. Si parla dell’intreccio di tensioni globali che, a detta dell’ex segretario USA alla Difesa Bob Gates, rischia di saturare la banda larga degli strateghi di Washington. Tanto più che “in tutti questi conflitti” – rendicontano i due giornalisti – “viene impiegata una nuova arma: una massiccia diffusione di video falsificati o completamente falsi per manipolare ciò che le persone vedono e pensano in tempo reale. Gli architetti di queste nuove tecnologie, nelle conversazioni in sottofondo con noi, dopo averci mostrato le nuove funzionalità che presto verranno implementate, hanno assicurato che anche gli occhi più esercitati alla ricerca di video falsi non avranno il tempo per rilevare ciò che è reale”.

    Curioso: il nemico è là fuori, ma usa armi i cui “architetti” conversano amabilmente con due giornalisti familiari alla Casa Bianca insieme agli “alti funzionari governativi” che ispirano i loro editoriali. In realtà, ancora nulla di nuovo. Sappiamo non da oggi che il deep fake (in breve, la tecnica di sintesi dell’immagine basata sulla IA, che consente di produrre video falsi, ma iperrealistici e già oggi quasi indistinguibili da quelli veri) è una tecnologia in continuo perfezionamento (si veda il livello delle applicazioni oggi scaricabili da chiunque per due spiccioli per farsi un’idea di cosa possano avere già in mano a livelli più alti). Sappiamo anche che questi nuovi germogli del progresso fioriscono benissimo alle nostre latitudini: per anni video realizzati con tecnologia deep fake hanno allietato gli scambi fra utenti in piattaforme statunitensi come Reddit (che con molta calma ha poi preso a bannarne le derive pornografiche), per non dire che la GAN (Generative Adversarian Net), ossia la rete che ottimizza il deep learning e rende possibile il deep fake, è farina del sacco di Ian J. Goodfellow, informatico statunitense formatosi fra Stanford e Montréal, nonché del suo maestro, il canadese Yehoshua Bengio, Premio Turing 2018 e autorità assoluta in fatto di Intelligenza Artificiale.

    Ovviamente Bengio, insieme a una vasta schiera di suoi colleghi, oggi depreca il cattivo uso che potrebbe essere fatto delle sue ricerche e invoca sistemi di tracciamento e controllo. Il che significa che siamo già alla fase due: dopo la creazione e l’immissione nel mercato di armi potenzialmente distruttive, il passo successivo è regolamentarne l’uso. Una foglia di fico davvero troppo piccola, però, per strumenti i cui possibili abusi “civili” – pur gravissimi – sono a dir poco collaterali rispetto a quelli di reti assai più vaste (su cui l’efficacia dei protocolli e l’incisività del contrasto dei governi sono notorie), ma anche di strutture operanti in terre incognite (a prova di Twitter Files) o delle varie centrali della propaganda di massa, con cui solitamente le maglie della supervisione algoritmica sono piuttosto larghe. Sì, è vero: cedendo alle famigerate tentazioni “cospirazionistiche”, che sovente la Storia s’è incaricata di premiare, non ci pieghiamo al dogma della “fiducia” a priori e anzi pensiamo che questa parola dovrebbe essere espulsa dal lessico della politica, dove al contrario vorremmo vedere egemoni i campi semantici della critica e della continua verifica dei fatti. Che si vuole? Sarà una nostra bizzarra deformazione, ma ci suonano abbastanza ridicoli gli allarmi lanciati da istituzioni che, al contempo, finanziano o incoraggiano la ricerca in quest’ambito. Per non dire dell’altro classico immortale: le multinazionali del Tech che, dopo aver diffuso il veleno, si propongono come produttrici (e venditrici) dell’antidoto. Così, una volta lanciato il deep-fake, lo si fa inseguire dal gemello diverso, una sorta di deep-check, in modo che chi manovra il primo si assicuri anche il controllo del secondo, immaginando poi che ciò debba rassicurarci.

    Intanto solo pochi mesi fa il video di un’esplosione nei pressi del Pentagono, realizzato con queste tecnologie e rilanciato anche da importanti agenzie, ci ha mostrato quanta strada sia stata fatta rispetto ai primi giochetti su Obama o Nicholas Cage, già comunque inquietanti. Un video facilmente smentibile, certo, e tutto sommato innocuo: il Dow Jones Industrial Index, sceso di 85 punti in soli 4 minuti, è poi rapidamente risalito. Ma immaginiamo che un video con quel livello di credibilità venga vidimato dagli oligopoli che gestiscono le nostre agenzie di stampa e, di conseguenza, diramato su tutti i media occidentali. Potrebbe trattarsi, andando a caso, di Capitol Hill in fiamme (stile Project X, ma senza sovrapposizioni artigianali) o di uno squarcio urbano devastato in Ucraina (oggi, se non ne trovano, capita pure che ripieghino su foto del Donbass: almeno si risparmierebbero la fatica). O di una dichiarazione di Putin o Trump. Potrebbero essere diffusi video tali da costringere alle dimissioni politici sgraditi. O addirittura capaci di legittimare azioni militari. Certo, sono cose in buona parte già viste, ma realizzabili ora con una tecnologia che rasenta la perfezione e consente di creare qualunque cosa in modo da renderne praticamente impossibile lo smascheramento (quantomeno con gli strumenti dati ai poveri mortali, e comunque ad alto rischio di dispersione fra diatribe legali di anni). Oggi Powell non avrebbe bisogno di inscenare la pantomima delle boccette, insomma. Si potrebbe produrre un video che mostra il ritrovamento di armi di distruzione di massa nel Paese prescelto, magari con dichiarazioni di osservatori ONU per contorno. E qualche anno dopo, a cose fatte, chiedere scusa per l’errore, come fece lui.

    Del resto, quale sarebbe la differenza? Diciamolo pure, a beneficio di qualche anima bella scappata per caso ai trafiletti di Repubblica o ai fact-checking di Open: quest’ulteriore evoluzione della fabbrica delle menzogne è già realtà perché già sono stati solidamente impiantati nell’immaginario collettivo i pilastri ideologici e i copioni che la giustificano. Vent’anni di emergenze continue – e quindi di fini che giustificano i mezzi – o di digitalizzazione integrale, di imposizione forzata di “verità ufficiali”, di test sul backfire effect, di perfezionamento dei monopoli informativi, di privatizzazione del dibattito pubblico via piattaforme social, per non dire delle urla sedicenti “antifa” o degli scientismi fatti in casa, a cosa sono serviti? L’implementazione dell’arma finale – per raggiungere l’obiettivo di rendere il vero indistinguibile dal falso, e quindi di neutralizzare qualunque controtendenza, rinchiudendo tutti definitivamente nell’indifferenza individualistica – va di pari passo con la penetrazione dell’IA in ogni settore delle nostre vite, e con il suo progressivo perfezionamento.

    Peraltro, l’arma è puntata anzitutto contro di noi che ci ostiniamo a fare informazione indipendente. Lo sappiamo, certo, ma talvolta si ha la sensazione che questa consapevolezza venga rimossa dal nostro dibattito. Eppure è questa la vera minaccia esistenziale. Sappiamo che il nostro essere “indipendenti” riguarda al momento lo spirito e le intenzioni che ci animano (oltre al fatto di non avere conflitti d’interesse con finanziatori o sponsor), ma non ancora i contenuti, per i quali in larga parte dipendiamo dai media ufficiali. Cerchiamo di tenerci in equilibrio, certo, smascherandone dove possibile le più evidenti capriole, criticandone le palesi tendenze propagandistiche, smontandone il setting, ma non avremmo gli strumenti per affrontare, oltretutto in tempi rapidi, situazioni come quella prima descritta (e anche meno: il garbuglio sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli a Gaza, con la conseguente trafila di post cancellati, filmati, perizie e controperizie, anche senza deep-fake ne è l’esempio più recente).

    Né durerà in eterno l’altra circostanza che oggi ci offre un certo spazio di agibilità, cioè l’esistenza di agenzie non occidentali a cui riferirci per avere fonti non pregiudicate dallo storytelling di casa nostra. Sappiamo anche, infatti, che in questa sporca guerra i buoni non esistono; che la propaganda è moneta corrente ovunque, e che anche il multipolarismo, tanto più in un mondo dominato comunque dall’IA, non è un approdo sicuro: favorisce la presenza più o meno paritaria di diversi attori, sì, ma non ne fa qualcosa d’altro che centri di potere, ciascuno con il proprio arsenale pronto all’uso. Del resto, fra le principali aziende produttrici di applicazioni con tecnologia deep-fake c’è la cinese Zao. E certo gli interlocutori di VandeHei e Allen sono spaventati non dall’esistenza di questa “nuova arma” ma dal fatto di non essere gli unici a possederla, né gli unici ad avere i mezzi per perfezionarla prima e meglio del nemico. Ci proveranno – e lo dichiarano – ma è la solita lotta contro il tempo. In mezzo alla quale, ancora una volta, stiamo noi.

    Nessun equilibrio è reale e duraturo se fra i suoi poli non ve n’è uno che non faccia riferimento in alcun modo a governi o istituzioni politico-finanziarie. Potremmo noi (noi tutti: canali, redazioni, associazioni, movimenti di dissenso) essere capaci di renderci indipendenti fino a quel punto? Per capirlo, anzitutto, dovremmo incontrarci e parlarci. Stabilire prassi comuni, forme di scambio e collaborazione non solo personali, non solo occasionali. Superare qualche pregiudizio, magari. Individuare soggetti che condividono i nostri fini anche oltre i nostri confini. Creare reti internazionali di scambio di informazioni possibilmente di prima mano. Reti organiche, permanenti. Dovremmo in prospettiva a diventare quello che le agenzie di stampa potrebbero definitivamente smettere di essere molto presto. Dovremmo chiamare tutti i nostri lettori o ascoltatori ad essere militanti, nel senso che oggi principalmente questo termine può avere: testimoni di fatti e custodi di memorie. Perché la verità è rivoluzionaria, e ben lo sa chi vorrebbe renderla indistinguibile dalla menzogna.

    Tutto molto ambizioso, certo. Stiamo precorrendo i tempi? Purtroppo non abbiamo alcuna possibilità di controllo sui tempi! Si può fare entro domani? No. Sia perché siamo pochi, piccoli e senza risorse, sia perché siamo ancora divisi più del necessario e del ragionevole. Ma se già oggi cominciassimo a pensarci, forse, sarebbe una gran cosa.

  • ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    ROMPERE IL SILENZIO SULLE ONG IN AFRICA

    Fonte: Breaking the silence on NGOs in Africa – a review di Zachary J. Patterson, pubblicato in Review of African Political Economy. Traduzione a cura di Gavino Piga, con la collaborazione di Domenico Fiormonte

    Nel 2023 l’Africa ha vissuto una rinnovata ondata di proteste popolari su temi come le responsabilità dei governi, le disuguaglianze economiche e il coinvolgimento nel processo democratico, nodi che hanno determinato il diffondersi delle manifestazioni. Su e giù per il continente, le comunità si stanno organizzando contro l’alto costo della vita e la disoccupazione, l’irregolarità delle elezioni e la corruzione dei governi, l’autoritarismo e la violenza della polizia, guadagnando slancio e attenzione internazionale attraverso l’azione collettiva diretta. Migliaia di tunisini marciano per le strade contro l’arrivo al potere del presidente Kais Saied e la crescente repressione delle voci di opposizione in un quadro di inflazione sempre più acuta. Le proteste contro la detenzione del leader dell’opposizione Ousmane Sonko continuano in Senegal, mentre i giovani elettori che esprimono preoccupazione per la corruzione nel mondo politico, il deterioramento della democrazia e le scarse opportunità economiche si scontrano con le forze di sicurezza. I leader sindacali in Sudafrica mobilitano i lavoratori in tutta la nazione per chiedere tagli dei tassi di interesse, riforme del mercato dell’elettricità e crescita dell’occupazione, mentre il governo approva aumenti salariali per i titolari di cariche pubbliche, e i disordini sociali si ampliano a causa delle incertezze economiche e della mano pesante usata dalla polizia. Le proteste antigovernative in Kenya a causa dell’aumento delle tasse, del costo della vita e delle recenti irregolarità elettorali, alimentate dal leader dell’opposizione Raila Odinga, sono state accolte con lacrimogeni e pallottole vere da forze di polizia militarizzate, con un bilancio di circa 75 morti alla fine di luglio.

    Il capitalismo neoliberista – come il vasto processo di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione che ha infettato il continente dal 1980, ristrutturando le dimensioni politiche, socio-economiche, culturali, ecologiche, e impedendo l’emancipazione coloniale e l’autonomia nazionale – è in crisi. Gli africani stanno approfittando del momento storico e si stanno sollevando contro i governi neocoloniali, simpatizzanti dell’ideologia liberista e da essa guidati. Come si è visto negli ultimi mesi, i cittadini che si mobilitano per il cambiamento affrontano una violenta repressione poliziesca sostenuta dalle élites che intendono mantenere il potere. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni per la sicurezza nelle manifestazioni, gli organizzatori che tengono in considerazione il sostegno internazionale e la collaborazione con le ONG – allo scopo di ottenere maggiore visibilità, legittimità e sicurezza – sono invitati dal Kenya Organic Intellectuals Network, nel libro Breaking the Silence on NGO in Africa, a procedere con cautela, per evitare di cadere nella trappola del discorso sui diritti occidentali, nella retorica riformatrice e nelle dinamiche del movimento liberale.

    Dalla loro ascesa alla ribalta come agenti di fornitura di servizi negli anni Novanta e fino ad oggi, le ONG sono cresciute esponenzialmente in dimensioni e influenza, costruendo reti con attivisti di base per offrire soluzioni alla crescente disuguaglianza, all’autoritarismo dittatoriale e ad altre conseguenze patologiche del neoliberismo. Tuttavia, spesso i problemi che le ONG dicono di voler affrontare non migliorano né cambiano, e i loro sforzi, così come i loro limitati successi, si allontanano dalle aspirazioni e dalle lotte delle comunità di base. In Breaking the Silence of NGO in Africa, i membri del Kenya Organic Intellectuals Network esplorano il ruolo che il discorso e la partecipazione delle ONG hanno avuto nelle lotte contemporanee per un cambiamento radicale in Africa. Considerando e riflettendo su Silences in NGO Discourse: The Role and Future of NGO in Africa di Issa Shivji (2007), gli autori presentano le loro esperienze in queste organizzazioni – storie di frustrazioni e contraddizioni – e l’impatto che le ONG hanno avuto nei movimenti popolari in tutto il continente. Gli autori forniscono una cronologia storica della resistenza in Kenya, Zimbabwe e nel resto dell’Africa, mettendola in relazione con i fattori soggettivi esistenti in ciascuna fase, e su questa base viene tracciata una relazione tra i movimenti sociali e le ONG nella nostra epoca. Il libro, tempestivo ed essenziale, contiene approfondite riflessioni su come le ONG svolgano un ruolo fondamentale nel soffocare lo sviluppo e l’indipendenza dei movimenti radicali africani, offrendo un importante monito da parte di tutti coloro che sono coinvolti nella lotta per la liberazione dalla dominazione neocoloniale e dalle condizioni oppressive imposte dal neoliberismo.

    Resistenza, giustizia e liberazione

    Il Kenya Organic Intellectuals Network è composto da organizzatori attivi nella lotta per far crescere i movimenti progressisti in Kenya e rivitalizzare un più ampio movimento rivoluzionario, panafricanista e con un orientamento socialista. Impegnati nella politica rivoluzionaria, i membri di questa rete diversificata stanno sfidando le dinamiche e gli effetti del neoliberismo affiliandosi a una varietà di iniziative, tra cui la Lega socialista rivoluzionaria, Kongamano la Mapinduzi, il Partito comunista del Kenya, la Biblioteca Ukombozi e centri di giustizia sociale a Mathare o in altri insediamenti informali di Nairobi. L’Organic Intellectuals Network si è formato nel 2021 con lo scopo di formare scrittori e pensatori attivi all’interno del movimento per la giustizia sociale, storicizzando la resistenza africana e la politica progressista attraverso la lettura collettiva, il dialogo condiviso e la scrittura riflessiva. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di amplificare le voci degli attivisti di base che oggi espongono articolatamente gli effetti del capitalismo nelle loro comunità a Nairobi attraverso parole e pratiche. Con le loro pubblicazioni, i forum pubblici e le attività comunitarie correlate, i compagni rivelano a se stessi e alle masse una storia nazionale e continentale repressa di alternative radicali e progressiste al dominio della conoscenza neoliberista, così come la mentalità e gli approcci che più hanno condizionato idee e azioni politiche di gran parte dell’Africa mascherando le crisi create dal capitalismo. Insieme, esplorano concetti teorici relativi all’attuale momento storico e applicano queste forme di comprensione alle esperienze vissute, costruendo un’ideologia radicale – critica dell’egemonia della classe dominante – e una politica altrettanto radicale per il cambiamento rivoluzionario.

    La Rete utilizza il concetto di “intellettuale organico” sviluppato dal marxista italiano Antonio Gramsci, per il quale è organico l’intellettuale che ha una connessione diretta con la struttura economica della propria società e della propria classe. Unendo vari elementi dai discorsi delle voci emarginate per formare e articolare un’ideologia comune e organica – radicata nella storia della lotta di classe condivisa – si crea un principio egemonico che può essere utilizzato per sfidare gli aspetti culturali e ideologici prevalenti – la sovrastruttura – del potere statale e della classe dominante. Il concetto di “ideologia organica” è centrale nella comprensione della “filosofia della prassi” di Gramsci – l’applicazione del marxismo come relazione riflessiva e mediatrice tra teoria e pratica. Insieme, ideologia e prassi possono essere usate per comprendere l’egemonia in quanto compiuto strumento della politica, per comprendere cioè come il potere sociale possa essere praticato per affrontare o preservare le relazioni di classe. Il mantenimento dell’egemonia prevalente e delle relazioni storicamente squilibrate sotto il capitalismo globale richiedono sia la forza coercitiva che il dominio delle idee per il consenso di massa, rendendo le alternative impensabili e impraticabili e neutralizzando i modi antagonisti di essere.

    Come spiega Brian Mathenge, “è infatti il pensiero di Antonio Gramsci, strettamente integrato con i contributi di Walter Rodney, che ha ispirato la creazione e l’adozione dell’istituzione politica e organizzativa della Rete degli intellettuali organici” come anche l’uso della teoria nell’analisi critica dell’attuale sistema egemonico e della pratica riflessiva nell’organizzazione rivoluzionaria. Applicando questa comprensione, l’iniziativa utilizza “strumenti del materialismo storico e dialettico per analizzare la società e produrre conoscenza radicata nella lotta della gente comune” per raggiungere la sua missione di sfidare l’egemonia neoliberista – abolendo la censura ideologica della classe dominante – e ispirare il pensiero e l’azione rivoluzionaria.

    L’espansione della Nuova Agenda Politica che enfatizza discorsivamente la riduzione della povertà, il buon governo e la cittadinanza democratica, promossa dagli stati donatori occidentali e dalle istituzioni finanziarie dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto alla maggiore presenza delle ONG nella fornitura di servizi e nelle campagne di difesa per la costruzione delle istituzioni e dei diritti umani in Kenya. Come attori chiave del “terzo settore”, le ONG sono state descritte, introdotte e giustificate all’interno del quadro concettuale della società civile – un terreno conflittuale di relazioni borghesi e associazioni individuali, in cui le ideologie dominanti sono pervasive e ove si sostiene il potere statale e l’egemonia appare stabile. Come spiega Shivji, “le ONG sono nate nel grembo del neoliberismo e consapevolmente o meno partecipano al progetto imperiale” denominato globalizzazione, rinnovando e rafforzando il dominio occidentale in Africa. Proprio come l’impresa coloniale ha usato la chiesa e i missionari in quanto agenti civilizzatori – legittimando il ruolo dei colonialisti occidentali e condannando i combattenti per la libertà – le ONG sono state utilizzate nel progetto di globalizzazione come soldati ideologici che parlano il linguaggio dei diritti umani (laici e non politici) favorendo l’accettazione dell’ideologia neoliberista, l’ascesa di una classe compradora capitalista e la sottomissione delle masse al dominio imperiale.

    Facendo eco ai contributi di Glen Wright (2012), Maurice Amutabi (2006) e James Petras (1999), questo libro sostiene che le ONG dominino gran parte della definizione e della gestione dello sviluppo in tutta l’Africa oggi, rispecchiando gli interessi dei loro finanziatori occidentali, il che ha portato all’incrollabile predominanza del neoliberismo. Secondo Lewis Maghanga, tuttavia, a differenza della storia missionaria coloniale, sarebbe sbagliato presentare il rapporto tra ONG occidentali e agenzie donatrici come una sorta di complotto consapevole. Semmai, come egli spiega, “la cooptazione delle ONG nella causa neoliberista riflette, più che un piano premeditato, una coincidenza ideologica… [dove] i sostenitori del neoliberismo vedevano nello sviluppo caritatevole la possibilità di far rispettare l’ordine sociale ingiusto, che essi desideravano, con mezzi consensuali piuttosto che coercitivi. Un’eccellente combinazione d’interessi e un’opportunità per mascherare l’intenzione e la natura del sistema capitalista”.

    Dalle loro riflessioni sul testo di Shivji, i membri della Rete traggono la convinzione che il progetto imperiale non sia un fenomeno storico concluso ma anzi riguardi il tempo che stiamo vivendo, in cui le ONG oggi esistenti – vincolate e limitate dalla raccolta di dati necessari per i rapporti sull’impatto dei finanziamenti dei donatori – funzionano come fornitori di servizi per le comunità emarginate e oppresse, diagnosticando e affrontando questioni non politiche anziché, appunto, l’ideologia e gli accordi politici da cui dipende la gran parte della violenza vissuta sotto il capitalismo.

    ONG, sintomi e movimenti

    Un contributo notevole e significativo dato dall’Organic Intellectuals Network è l’allarme sul rischio di ONG-izzazione delle cause e dei movimenti di giustizia sociale per un cambiamento politico radicale in Kenya. Attraverso i loro contributi, gli attivisti-autori descrivono le loro esperienze riguardo alle contraddizioni del discorso delle ONG e del ruolo economico, politico e ideologico svolto da queste organizzazioni nel camuffare l’offensiva neoliberista sotto forma di campagne per i diritti umani e riforme politiche. “Sostegno alla costruzione del movimento” è diventata un’altra parola d’ordine nel discorso delle ONG. Si tratta di una tattica ingannevole usata in tutto il complesso delle organizzazioni senza scopo di lucro. Travestite da “sostenitori non politici” a sostegno delle preoccupazioni dei cittadini, le ONG sgomitano su quali movimenti “sostenere” e a quali destinare risorse, collegando direttamente le finanze e gli interessi occidentali agli sforzi di un dato movimento, modellando così la natura della lotta e limitando l’orientamento altrimenti radicale della traiettoria dei movimenti.

    Gli autori, poi, continuano diagnosticando alcuni sintomi-chiave prodotti dalla ONG-izzazione dei movimenti kenioti. Kinuthia Ndungu, raccontando la storia di Bunge La Mwananchi (Il Parlamento del Popolo) nei primi anni 1990, spiega come il movimento sia diventato l’ombra di ciò che originariamente era quando le ONG hanno capitalizzato le condizioni materiali dei membri poveri trasformando questi ultimi in “armi a noleggio” da mobilitare per attività e manifestazioni – a prescindere dalla causa – in cambio di rimborsi monetari. Questo è solo uno dei modi in cui le ONG creano una cultura di dipendenza all’interno di un movimento, rendendo difficile organizzare attività per leader di base che non dispongano di adeguate risorse finanziarie e che non possano offrire compensi ai sostenitori di una data causa. La dipendenza dal supporto materiale delle ONG – sotto forma di personale, materiali stampati, computer, ecc. – può creare dipendenza in un movimento, con conseguenti gravi tensioni allorché i fondi dei donatori si spostano verso altre alleanze o cause. Inoltre, i movimenti che accettano le risorse delle ONG e il loro sostegno spesso diventano più morbidi nella loro critica alle posizioni di queste organizzazioni e respingono il rapporto storico tra imperialismo e ONG.

    Inoltre, quando una ONG si infiltra in un movimento sociale come partner per una causa comune, il movimento viene influenzato dai sintomi della disumanizzazione e della depoliticizzazione. Dividendo i membri della comunità in gruppi per la raccolta di dati o per l’analisi statistica, e documentando storie di esperienze vissute di soggezione alla violenza sistemica e strutturale (rappresentate da povertà estrema, omicidi extragiudiziali e violenza di genere), le ONG disumanizzano le lotte e ne depoliticizzano le condizioni mentre si assicurano milioni di dollari tramite rapporti e domande di finanziamento. Esistendo organicamente come strutture rivoluzionarie informali, le ONG distorcono e sconvolgono la situazione convertendo gli attivisti in redattori di rapporti per la segnalazione d’impatto necessaria ad ottenere maggiori finanziamenti. Sotto il neoliberismo, i piani strategici, i progetti e i programmi di advocacy delle ONG, volti a produrre e ottenere risultati finanziati dai donatori, non hanno fatto altro che depoliticizzare i problemi affrontati dalle masse “mettendo in ombra le ideologie di liberazione nazionale e l’emancipazione sociale, trasformando il confronto in negoziazione”. Altri autori del volume evidenziano l’impatto che le ONG hanno sulle cause di base attraverso il sintomo della professionalizzazione dell’attivismo. Mediante il sostegno ai movimenti nelle campagne di advocacy e sensibilizzazione rivolte ai funzionari governativi, ai media e ad altri attori della società civile, le ONG sono spesso inquadrate come portavoce di una causa, il che di fatto stabilisce una gerarchia fabbricata per essere rivolta verso l’esterno e indebolisce le voci e le funzioni interne a un dato movimento. In questo modo le ONG appaiono come guardiane di una protesta limitata, guidata dalle riforme, mentre conducono i movimenti di base verso soluzioni ad essi estranee. I resoconti e le riflessioni forniti in questo libro mostrano come le ONG possano “plastificare” movimenti africani radicali di resistenza e liberazione diventandone rappresentanti – pseudo-leader – e sostenendo soluzioni fuorvianti ad artificiali preoccupazioni e richieste di base.

    Silenzi, storie e ideologie

    L’esame e l’interpretazione svolta da Issa Shivji delle ONG degli anni 2000 – organizzazioni astoriche per natura e ostili alle comprensioni sociali e teoriche dello sviluppo, della povertà e dell’emarginazione – è confermata dalle narrazioni personali del Kenya Organic Intellectuals Network negli anni 2020. Shijvi ha presentato le ONG come associazioni che si auto-percepiscono non governative, non politiche, non ideologiche, senza scopo di lucro e composte di individui ben intenzionati desiderosi di rendere il mondo un posto migliore per i poveri e gli emarginati. Le ONG sono ben finanziate e strutturate in modo efficiente, hanno voce e vengono ascoltate, forniscono dati, analisi, raccomandazioni e piani, ma operano senza una chiara comprensione del loro ruolo nelle riforme neoliberiste e nel progetto imperiale, trascurando le peculiarità del momento storico e respingendo la dimensione politico-ideologica necessaria ad unificare la lotta per la liberazione.

    Il ruolo delle ONG in Africa è complesso, difficile da analizzare e riassumere. Richiede una visione chiara della storia e della politica, dei fatti e della teoria, dell’autoriflessione e della critica. Interpretare il loro ruolo e il loro impatto è utile, ma interpretarli erroneamente dal punto di vista analitico e politico potrebbe costare parecchio nella realizzazione di un cambiamento politico radicale. È necessaria una riflessione intellettuale e personale ponderata per comprendere collettivamente la natura e le caratteristiche delle ONG. Proprio ciò che questo libro offre. Lungo l’intero volume, sedici collaboratori applicano analisi che evidenziano il ruolo ideologico, economico e politico delle ONG nell’espansione e nel consolidamento dell’egemonia neoliberista in tutta l’Africa. La lotta per l’ideologia – legata ancora a Gramsci e alla sua concezione della “guerra di posizione” – nei movimenti e in tutto il terreno conteso della società civile keniota è un tema ben sviluppato in tutto il testo. Al centro della propria riflessione ideologica, la Rete enfatizza l’educazione politica e la necessità per i quadri di condividere un fondamento teorico che consenta ai movimenti di comprendere la funzione storica delle ONG e la natura interconnessa del sistema neoliberista che agisce nell’interesse dell’imperialismo globale. Il libro di Shivji del 2007 sfida l’Organic Intellectuals Network a imparare dalle lotte attuali “e dalle intuizioni intellettuali di cui appropriarsi creativamente a proposito del ruolo delle ONG nel proprio contesto politico e storico”, strutturando un’ideologia organica e offrendo a questi intellettuali organici una chiara direzione come avanguardia per il movimento rivoluzionario.

    Comprendere le ONG in Africa e il capitalismo è un esercizio intellettuale e un’attività politica difficili ma vitali, necessari per informare l’attuale congiuntura. Questo volume possiede la necessaria chiarezza ideologica e dà un senso alle ONG nel contesto del neoliberismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Si tratta di un contributo prezioso, un progetto politico radicale che merita un plauso. Attraverso la narrazione personale e la riflessione contestualizza autenticamente altri contributi accademici e peer-reviewed sul ruolo delle ONG nello sviluppo, nel discorso sui diritti umani, nei movimenti sociali e nell’egemonia neoliberista. Comprendere la natura, il ruolo e l’impatto delle ONG in Africa, sui movimenti di base e sulle proteste, è uno sforzo importante ma trascurato, sia dagli studiosi che dagli attivisti. Raramente all’interno degli spazi accademici della teoria del movimento sociale, degli studi sullo sviluppo o delle relazioni internazionali, la relazione tra ONG e movimento sociale è studiata criticamente, esaminata empiricamente o è argomento di pubblicazione. Inoltre, lo studio dell’impatto delle ONG sui movimenti africani e sulle proteste popolari è una frontiera inesplorata per l’indagine e la comprensione da parte degli organizzatori di comunità e degli accademici. Questi autori-attivisti offrono una raccolta accessibile, unica e utile che dovrebbe essere considerata sia dagli attivisti di sinistra che dagli intellettuali per nutrire la riflessione ideologica, la conversazione collettiva e l’intervento rivoluzionario. Un libro dunque attuale, profondo, importante e da non perdere.

  • ISRAELE, GAZA E LA LOTTA PER IL PETROLIO

    ISRAELE, GAZA E LA LOTTA PER IL PETROLIO

    Di Charlotte Dennet – originale in inglese per  WhoWhat Why .


    È stato il segnale che mi ha colpito. Ero con i manifestanti fuori dal municipio di Burlington (VT) durante una manifestazione organizzata da Jewish Voice for Peace. Alla mia sinistra vidi un uomo, dal volto cupo e silenzioso, che teneva in alto un pezzo di cartone con queste parole graffite in nero:

    “Ebrei contro il genocidio”.

    “Quindi finalmente siamo arrivati ​​a questo”, mi sono detta.

    Perché, mi chiedevo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’amministrazione Biden avrebbero rischiato la loro posizione nel mondo ignorando le richieste di cessate il fuoco? Avevano un programma inespresso?

    Come cronista delle infinite guerre post-11 settembre in Medio Oriente, ho concluso che la fine del gioco era probabilmente collegata al petrolio e al gas naturale, scoperti al largo delle coste di Gaza, Israele e Libano nel 2000 e nel 2010 e stimati essere vale 500 miliardi di dollari. La scoperta prometteva di alimentare massicci progetti di sviluppo che coinvolgevano Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita.

    In gioco c’era anche la trasformazione del Mediterraneo orientale in un corridoio energetico fortemente militarizzato che potesse fornire all’Europa il suo fabbisogno energetico mentre la guerra in Ucraina si trascinava.

    Ecco la polveriera in attesa di esplodere che avevo previsto nel 2022. Ora stava esplodendo davanti ai nostri occhi. E a quale costo in vite umane?

    Riflessioni sulla guerra israeliana a Gaza

    Il 1975 fu il mio ultimo anno nella bellissima e cosmopolita Beirut, in Libano, prima che precipitasse in 15 anni di brutale guerra civile, uccidendo 100.000 persone.

    Come giornalista per il Beirut Daily Star, ho iniziato a riferire sulle crescenti tensioni tra i cristiani maroniti al potere, i musulmani sciiti – situati principalmente nel sud del Libano, non lontano dal confine con Israele – e i palestinesi intrappolati nel mezzo. La presenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat in Libano non è stata apprezzata dall’élite cristiana maronita al potere del Libano.

    L’OLP era stata costretta a lasciare la Giordania dal re Hussein durante quello che divenne noto come Settembre Nero (1970). In quel conflitto le forze di Arafat combatterono per impedire ai giordani di riprendere il controllo della Cisgiordania, un tempo controllata dalla Giordania, dopo che le forze israeliane si erano ritirate in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Sconfitti dalle forze di re Hussein, i rifugiati palestinesi si riversarono in Libano. Nel disperato bisogno di essere ascoltati dalla comunità internazionale, i militanti palestinesi iniziarono a dirottare aerei nel 1968 per esprimere il loro risentimento contro l’occupazione israeliana.

    Quei tre anni di reportage in Medio Oriente mi hanno dato una rara lezione su come il petrolio stesse trasformando gli sceiccati del deserto in moderne città-stato, e Beirut in un rifugio per i ricchi – ma anche un rifugio per i palestinesi sfollati, che alla fine non sarebbero stati tollerati.

    Dal tetto del mio appartamento ho visto i jet Mirage francesi forniti ai maroniti rombare in alto per sganciare bombe su un campo profughi palestinese alla periferia di Beirut. Giorni dopo, ho trascorso un pomeriggio prona, nascosta sotto una scrivania mentre i proiettili volavano intorno a una scuola cristiana dove mi ero rifugiata durante un improvviso scoppio di combattimenti.

    Ho iniziato a scrivere di genitori che schivano i proiettili per salvare i propri figli. Non sapevo chi stesse combattendo contro chi e, quando il crepuscolo scese sulla scuola, accettai con gioia l’offerta di un genitore di portarmi in salvo. Mentre correvamo verso la sua macchina, la sua mano strinse la mia mentre sfuggivamo per un pelo al proiettile di un cecchino. Era un cristiano palestinese e probabilmente mi ha salvato la vita.

    Poco dopo tornai negli Stati Uniti, non entusiasta di coprire una guerra che per me non aveva senso. Ci sarebbero voluti altri sette anni prima di capire che questa “guerra civile” in corso mirava davvero a liberare il Libano dai palestinesi radicalizzati.

    Nel 1982, l’esercito israeliano invase il Libano e si coordinò con le forze falangiste libanesi di destra per massacrare centinaia di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila. Arafat e la sua OLP hanno recepito il messaggio. Quell’anno lasciarono il Libano per l’esilio in Tunisia, e la resistenza palestinese, un tempo laica e di sinistra, lasciò il posto all’ascesa dei combattenti islamici Hezbollah che resistettero alle future incursioni israeliane nel Libano meridionale dominato dagli sciiti, e finirono per guadagnarsi il rispetto dei libanesi. numerosa popolazione sciita.

    L’opinione pubblica negli Stati Uniti e nel mondo cominciò a schierarsi contro Israele in seguito ai massacri di Sabra e Shatila, ma i media americani e i membri del Congresso equipararono la critica a Israele all’antisemitismo e invariabilmente ricordarono al mondo gli orrori dell’Olocausto.

    La censura nei confronti di chiunque mostrasse simpatia per i palestinesi era pervasiva, quindi in quel periodo mi presi una pausa dallo scrivere sul Medio Oriente e finii per unirmi al mio futuro marito, autore e giornalista investigativo Gerard Colby, nell’indagare sul genocidio degli indiani amazzonici durante gli anni ’60 e ’70. Il risultato della nostra indagine durata 18 anni è stato : Sia fatta la tua volontà: la conquista dell’Amazzonia: Nelson Rockefeller e l’evangelizzazione nell’era del petrolio (HarperCollins, 1994). Quel lavoro è diventato il mio manuale per comprendere il petrolio e l’energia ai massimi livelli.

    La morte di una grande spia e il petrolio

    Verso la metà degli anni ’90, sono tornata a scrivere del Medio Oriente, che è sempre stato nel mio cuore, essendo nata a Beirut e avendo frequentato lì la scuola superiore – e questo è stato l’inizio del mio risveglio politico. Ma questa volta avevo una missione personale. Ho deciso di indagare sulle circostanze dell’incidente aereo che ha ucciso mio padre. All’epoca avevo sei settimane. Daniel Dennett aveva appena completato una missione top secret in Arabia Saudita nel marzo 1947.

    In qualità di capo del controspionaggio per l’Office of Strategic Services (OSS) e il suo successore, il Central Intelligence Group (CIG), il suo compito era quello di determinare il percorso dell’oleodotto transarabico (noto anche come Tapline) e se avrebbe terminato ad Haifa, La Palestina, che presto diventerà Israele, o il vicino Libano.

    Il suo ultimo rapporto affermava che i dirigenti petroliferi statunitensi erano arrabbiati con la Siria antisionista, che si rifiutava di lasciare che l’oleodotto attraversasse il territorio siriano.

    A ciò fu posto rimedio nel 1949, quando la CIA rimosse il presidente siriano democraticamente eletto, Shukri al-Quwatli, e lo sostituì con un ufficiale dell’esercito libanese che diede il via libera al gasdotto che attraversava le alture di Golan in Siria e terminava vicino al porto libanese meridionale di Sidone. .

    Il petrolio saudita e l’oleodotto transarabico che lo trasportava fino al Mar Mediterraneo erano importanti per le ambizioni americane in Medio Oriente. Il New York Times , il 2 marzo 1947, pubblicò un articolo a tutta pagina intitolato: “L’oleodotto per gli Stati Uniti si aggiunge alle questioni del Medio Oriente: la concessione petrolifera solleva domande che coinvolgono la posizione della Russia”.

    L’articolo, scritto dal futuro genero del presidente Harry S. Truman, Clifton Daniel, era un trattato sul “Grande gioco per il petrolio”. “La protezione di tale investimento”, ha scritto Daniel, “e la sicurezza militare ed economica che esso rappresenta, diventerà inevitabilmente uno degli obiettivi primari della politica estera americana in quest’area, che è già diventata un perno della politica mondiale e uno dei principali focolai della rivalità tra Oriente e Occidente”.

    L’Est, ovviamente, era l’Unione Sovietica. E la concessione esclusiva degli Stati Uniti sul petrolio saudita l’avrebbe presto trasformata in una potenza mondiale, con grande costernazione non solo dei sovietici, ma anche di inglesi e francesi. I nostri ex alleati in tempo di guerra stavano tutti silenziosamente cercando di minare gli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente.

    Nel 1944, mio ​​padre scrisse in un documento declassificato che la sua missione per l’OSS era “proteggere il petrolio a tutti i costi”. Tre anni dopo, mentre lasciava l’Arabia Saudita per l’Etiopia per un’altra missione petrolifera, il suo aereo si schiantò misteriosamente, uccidendo tutti e sei gli americani a bordo. Un funzionario della CIA mi ha confessato: “Abbiamo sempre pensato che si trattasse di sabotaggio, ma non potevamo provarlo”. Sentendomi convalidata nella mia ricerca della verità, ho iniziato a scavare nella storia per avere più contesto.

    Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avrebbero sostituito la Gran Bretagna, molto indebolita, come supervisore di quello che sarebbe diventato Israele. E Israele, in seguito alla guerra per l’indipendenza del 1948 e all’espulsione di 750.000 palestinesi dalla loro patria, sarebbe rapidamente diventato un avamposto pesantemente militarizzato legato agli interessi degli Stati Uniti, con gli ebrei filo-occidentali europei sopravvissuti all’Olocausto che si sarebbero stabiliti lì per proteggere le loro vite – e, inconsapevolmente per la maggior parte, di proteggere il petrolio saudita “a tutti i costi”.

    Conquistare l’Iraq: uno “scopo di guerra di prima classe”

    La mia ricerca di collegamenti petroliferi mi ha riportata ancora più indietro, alla prima guerra mondiale, quando il sequestro del petrolio dell’Iraq divenne un “obiettivo di guerra di prima classe” per l’Ammiragliato britannico sotto Winston Churchill. Nel 1911 aveva deciso che la marina britannica avrebbe dovuto sostituire la sua fonte di carburante (il carbone, di cui la Gran Bretagna aveva abbondanza) con petrolio più economico ed efficiente (che la Gran Bretagna non aveva), richiedendo quindi a Churchill di combattere “su un mare di problemi”. “per ottenere petrolio per la sua Marina.

    La Gran Bretagna ebbe successo, con l’aiuto di Lawrence d’Arabia e degli arabi a cui fu promessa l’indipendenza in cambio dell’aiuto a scacciare i turchi (il vacillante impero ottomano) dal Medio Oriente. Invece, nel 1917, il ministro degli Esteri britannico, Arthur Balfour, scrisse la Dichiarazione Balfour che segnalava l’approvazione britannica di una casa ebraica in Palestina.

    Meno noto è il fatto che la dichiarazione era in realtà una lettera scritta a Walter Rothschild, un rampollo della potente famiglia petrolifera e bancaria europea. Entrambi gli uomini capivano che la posta in gioco era alta per proteggere un oleodotto progettato per portare il petrolio dall’Iraq (che era visto come una fonte particolarmente promettente) all’Occidente, attraverso il porto di Haifa. Stabilire una colonia di ebrei europei dentro e attorno al punto terminale del gasdotto ad Haifa avrebbe alleviato le loro preoccupazioni in materia di sicurezza.

    Netanyahu: “Presto il petrolio arriverà ad Haifa

    Nel 1927 l’esplorazione petrolifera provocò un grave attacco vicino a Kirkuk, in Iraq; l’oleodotto, progettato da tempo, fu completato nel 1934 e il petrolio fluì attraverso di esso verso l’Occidente fino al 1948, quando fu chiuso dagli iracheni durante la prima guerra arabo-israeliana. Circa cinquant’anni dopo, la sua riapertura divenne un grido di battaglia dell’allora ministro delle Finanze Benjamin Netanyahu, in seguito agli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center e all’invasione americana dell’Iraq. Netanyahu immaginava che Saddam Hussein venisse rovesciato e sostituito da un dissidente iracheno filo-israeliano di nome Ahmad Chalabi. “Presto il petrolio arriverà ad Haifa!” Lo ha affermato Netanyahu. “Non è un sogno irrealizzabile.”

    Ma Chalabi fu presto estromesso e screditato come il creatore del pretesto delle armi di distruzione di massa (WMD) del governo americano per invadere l’Iraq, e il sogno irrealizzabile di Netanyahu dovette essere accantonato.

    Nel 2000 sono stati scoperti importanti giacimenti di gas naturale al largo delle coste di Gaza e di Israele. I palestinesi affermavano che i giacimenti di gas al largo delle sue coste, conosciuti come Gaza Marine, appartenevano a loro. Arafat, ora stabilitosi in Cisgiordania, assunse la British Gas (ora il più grande fornitore di energia del Regno Unito) per esplorare i giacimenti. Si scoprì che potevano fornire 1 miliardo di dollari di entrate estremamente necessarie. “Questo è un dono di Dio per il nostro popolo”, proclamò Arafat, “e una solida base per uno Stato palestinese”.

    Gli israeliani la pensavano diversamente. Nel 2007, Moshe Yaalon, un militare intransigente (che sarebbe diventato ministro della difesa israeliano dal 2013 al 2016) ha respinto le affermazioni dell’ex primo ministro britannico Tony Blair secondo cui lo sviluppo del gas offshore di Gaza da parte della British Gas avrebbe portato nell’area lo sviluppo economico tanto necessario. Anche se i proventi di un accordo sul gas palestinese avrebbero potuto ammontare a 1 miliardo di dollari, Yaalon affermò in un articolo per Jerusalem Issue Briefs che le entrate “probabilmente non arriverebbero a un popolo palestinese impoverito”. Isistette sul fatto che i proventi “probabilmente serviranno a finanziare attacchi terroristici contro Israele”. È chiaro, aggiunse, che “senza un’operazione militare globale per sradicare il controllo di Hamas su Gaza, nessuna attività di trivellazione potrà avere luogo senza il consenso del movimento islamico radicale”.

    Un anno dopo, il 27 dicembre 2008, le forze israeliane lanciarono l’operazione Piombo Fuso con l’obiettivo, riferiva Haaretz , di riportare Gaza “decenni indietro nel tempo”, uccidendo quasi 1.400 palestinesi e 13 israeliani. Ma ciò non portò Israele a guadagnare la sovranità sui giacimenti di gas di Gaza.

    Nel dicembre 2010, i cercatori scoprirono un giacimento di gas molto più grande al largo della costa israeliana, soprannominato Leviathan. Il giacimento offriva energia sufficiente per soddisfare il fabbisogno di Israele, ma presentava anche a Israele, secondo l’Hazar Strategy Institute, “una delle sue maggiori sfide: proteggere la nuova infrastruttura offshore del gas nel Mediterraneo orientale, vitale per la sua sicurezza energetica e quindi per la sua sicurezza economica”.

    Mi è venuto in mente l’ articolo del New York Times del 1947 sul gasdotto Saudi Tapline, che sottolineava la necessità di proteggere questo grande investimento americano, da qui la necessità di sicurezza militare ed economica.

    Nell’estate del 2014, Netanyahu lanciò una massiccia invasione di Gaza con l’obiettivo di sradicare Hamas e garantire il monopolio israeliano sui giacimenti di gas di Gaza, uccidendo 2.100 palestinesi, tre quarti dei quali civili. Il giornalista Nafeez Ahmed, scrivendo per The  Guardian , affermò che “la competizione per le risorse è stata sempre più al centro del conflitto [a Gaza], motivata in gran parte dai crescenti problemi energetici interni di Israele”. Continuando: “In un’epoca di energia costosa, la competizione per dominare i combustibili fossili regionali sta influenzando sempre più la decisione critica che può infiammare la guerra”.

    Dopo l’invasione del 2014, l’economia di Gaza è entrata in caduta libera, esacerbando le preoccupazioni per i crescenti disordini.

    Il 7 ottobre e la fine dei giochi

    Netanyahu è riuscito finora a evitare domande su come il tanto decantato apparato di sicurezza israeliano avrebbe potuto essere colto di sorpresa dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

    Insiste nel chiamare il 7 ottobre “l’11 settembre di Israele”, anche paragonando il modo in cui l’amministrazione Bush, come Israele, fu “colta di sorpresa” dagli attacchi terroristici di quel giorno (in effetti, Bush era stato avvertito di un attacco imminente). Ora Netanyahu aveva un pretesto per giustificare l’ultima e più brutale invasione di Gaza da parte di Israele.

    Si è però diffusa la notizia che egli era stato avvertito dai servizi segreti egiziani che Hamas era sul punto di orchestrare attacchi in Israele. In effetti, è stato ripetutamente avvertito dall’intelligence israeliana che i disordini politici che circondano la sua difesa del cambiamento del sistema giudiziario israeliano minacciavano la sicurezza nazionale israeliana.

    Il che solleva una domanda inevitabile: Netanyahu ha permesso che il 7 ottobre realizzasse le sue ambizioni: mettere a tacere i suoi critici, combattere le accuse di corruzione, restare fuori di prigione e radunare il paese attorno a un presidente in tempo di guerra deciso a distruggere Hamas?

    Gran parte della parte settentrionale di Gaza è stata ridotta in macerie, e il suo obiettivo è cancellare anche la parte meridionale della Gaza. Forse sta pensando che solo allora, dopo aver distrutto Hamas e costretto i palestinesi a lasciare Gaza, potrà convincere i finanziatori internazionali a sostenere il suo progetto di lunga data di trasformare Israele in un corridoio energetico.

    Netanyahu – e forse il presidente Joe Biden – stanno probabilmente adottando una “visione a lungo termine”, convincendosi che il mondo dimenticherà quello che è successo una volta che lo sviluppo economico decollerà nella regione, alimentato dall’abbondante gas naturale offshore di Israele nel Leviathan Field e nella Gaza Marine. Sono già iniziati i lavori su un altro progetto infrastrutturale: la costruzione del cosiddetto Canale Ben Gurion, dalla punta settentrionale di Gaza a sud fino al Golfo di Aqaba, collegando Israele al Mar Rosso e fornendo un concorrente al Canale di Suez egiziano.

    Progetto del canale Ben Gurion

    Il progetto del canale collegherà anche Israele alla futuristica città tecnologica Neom dell’Arabia Saudita da 500 miliardi di dollari. Un piano previsto dagli Accordi di Abraham prevedeva la normalizzazione delle relazioni con Israele e il vincolo dei firmatari – Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco – in vasti progetti di sviluppo in nome della pace.

    Ironicamente, almeno per me, ciò comporta il rilancio del gasdotto transarabico, solo con il suo punto terminale ad Haifa, invece che in Libano.

    L’aspetto positivo è che gran parte del mondo sta ora riconoscendo che non può esistere alcun progetto di sviluppo, nessun processo di pace che non garantisca la sicurezza militare della Palestina e di Israele, e non riconosca il diritto dei palestinesi a vivere liberi dall’occupazione, con gli stessi diritti, dignità e pace dei loro vicini israeliani.

    Ancora più incoraggianti sono le posizioni assunte dagli ebrei americani che si rendono conto che l’assedio di Gaza da parte di Netanyahu non ha fatto altro che aumentare l’antisemitismo in tutto il mondo. Come ha osservato recentemente la rabbina Alissa Wise: “Tutto ciò sta rendendo gli ebrei meno sicuri nel mondo. Le azioni di Israele a Gaza, ma non solo adesso ma per generazioni: quando i palestinesi non sono liberi, gli ebrei sono meno sicuri nel mondo. E questo è il nocciolo della questione”.

    Peter Beinart, direttore di Jewish Currents , vede chiaramente la follia della guerra di Netanyahu contro Hamas: “Non puoi sconfiggere Hamas militarmente, perché anche se lo deponi a Gaza, getterai i semi per il prossimo gruppo di persone che lo farà. combattere Israele”.

    Charlotte Dennett è una giornalista investigativa. Il suo libro più recente, ora in edizione tascabile, è Follow the Pipelines: Uncovering the Mystery of a  Lost Spy and the Deadly Politics of the Great Game for Oil .

  • C’ERA UNA VOLTA IL FRANÇAFRIQUE

    C’ERA UNA VOLTA IL FRANÇAFRIQUE
    C'era una volta la Francia che possedeva un impero che copriva un quarto del secondo continente più grande del pianeta

🧵Ma poi arrivò sul posto un agente 🇷🇺 – il defunto Yevgeny Prigozhin - che contribuì a smantellare la versione moderna dell’Africa imperiale francese.

    Uno dei principali imperi della storia moderna sta crollando sotto i nostri occhi. Un evento straordinario di cui si parla poco, ma che ha un impatto decisivo sulla rapida evoluzione del potere globale.

    Negli ultimi 60 anni, la Francia ha utilizzato ogni possibile strumento diplomatico, palese e occulto, leale e scorretto, anche criminale, per incorporare circa 14 nazioni africane in un impero neocoloniale chiamato Françafrique, una vasta regione che copre un quarto dell’Africa e si estende per quasi 5.000 km dal Senegal sulla costa atlantica al Ciad nel centro del continente. [1]

    Parigi forniva una forma approssimativa di stabilità al prezzo di una politica caratterizzata da economia predatoria, corruzione endemica, post-colonialismo, interventi militari discutibili (presunto sostegno ai gruppi Hutu responsabili del genocidio in Rwanda nel 1994), oltre che da decine di scandali politici ed economici nei decenni successivi alle indipendenze di un radicato governo autocratico e di un profondo sfruttamento economico.

    A mano a che il dominio coloniale e post-coloniale francese su questa vasta regione si addentrava nel suo secondo secolo di vita, aumentava il disagio nelle ex colonie, fino a sfociare in aperta ostilità nei confronti della presenza francese in vari Paesi della Françafrique. In meno di un anno, Parigi si è vista costretta a ritirare le truppe francesi dalla Repubblica Centrafricana, dal Burkina Faso, dal Mali e, recentemente, anche dal Niger. Dopo aver preso il potere a luglio, la nuova giunta militare di Niamey aveva chiesto la partenza dei francesi e, per ribadire il concetto, aveva chiuso il suo spazio aereo alla Francia. “Le forze imperialiste e neocolonialiste non sono più le benvenute sul nostro territorio nazionale”, aveva annunciato la giunta guidata dal Gen. Tiani.

    Mentre Parigi ritirava i suoi 1.500 soldati e l’ambasciatore francese, i nuovi leader militari del Niger contattavano prontamente la Wagner per chiedere sostegno, espandendo così la sfera di influenza della Russia nell’impero francese che già stava rapidamente soppiantando.

    Nel 2017 in mezzo agli sconvolgimenti geopolitici africani, era apparsa sul posto una figura molto insolita proveniente da Mosca: Yevgeny Prigozhin, fondatore della Wagner PMC.

    11/ Mentre i francesi si ritiravano lentamente e con estrema riluttanza dal loro impero post-coloniale, la Wagner iniziava a muoversi, diventando il surrogato di Mosca in una gara tra grandi potenze per l'influenza e il controllo in Africa.

    Mentre i francesi si ritiravano lentamente e con estrema riluttanza dal loro impero post-coloniale, la Wagner iniziava a muoversi, diventando il surrogato di Mosca in una gara tra grandi potenze per l’influenza e il controllo in Africa.

    Le implicazioni strategiche di questo cambiamento, che pare destinato a continuare, sono potenzialmente profonde. Quando negli anni ’90 la NATO, a trazione USA, si è avvicinata sempre più al confine occidentale della Russia, Mosca ha reagito all’inizio degli anni 2.000 (prima dell’avvio dell’ operazione speciale nel 2022) con l’intervento in sostegno del Donbass, l’annessione della Crimea, lanciando operazioni speciali per proteggere i suoi alleati in Asia centrale e, soprattutto, impegnanosi in una manovra geopolitica di fiancheggiamento poco compresa attraverso due continenti.

    La spinta di questa manovra era iniziata nel 2015, quando Mosca aveva scavalcato la barriera NATO della Turchia per aprire una massiccia base aerea a Latakia, nel Nord della Siria.

    Ben presto, i Wagner e gli aerei russi riducevano in macerie le città come Aleppo, cadute in mano ai cosiddetti “ribelli” e “terroristi moderati dello Stato Islamico”, che gli Stati Uniti sponsorizzavano (e continuano tuttora a sponsorizzare) per rovesciare il governo di Bashar Al-Assad.

    15/ Ben presto, i Wagner e gli aerei russi riducevano in macerie le città come Aleppo, cadute in mano ai cosiddetti “ribelli” e “terroristi moderati dello Stato Islamico”, che gli Stati Uniti sponsorizzavano (e continuano tuttora) per rovesciare il governo di Bashar Al-Assad.

    Nel 2020, scavalcando lo stretto alleato americano Israele, la Russia aveva iniziato a fornire all’Egitto parte di una commessa di avanzati caccia Sukhoi-35, in modo che i piloti egiziani potessero competere con gli israeliani che volavano gli F-35, che Washington si rifiutava di fornire al Cairo. [2]

    A completamento della spinta verso Sud di Mosca nella regione, il presidente russo Vladimir Putin e il principe dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman (ora Primo Ministro del Regno), stringevano amicizia e sviluppavano una proficua collaborazione (OPEC). Il legame tra i due Paesi andava consolidandosi a tal punto che, alla fine dello scorso anno, gli osservatori statunitensi esprimevano preoccupazione per la possibile perdita di un alleato chiave.

    L’ultimo perno geopolitico delle recenti manovre russe si è rivelato essere quello africano, seppur rimasto significativamente nascosto: il Gruppo Wagner è stato impiegato per estendere l’influenza della Russia paese per paese, accordo per accordo, attraverso il Sahel.

    Se questo processo dovesse continuare con successo nel prossimo futuro, Mosca affiancherebbe l’Europa (e quindi anche gli Stati Uniti) formando un arco di influenza geopolitica che si estende a Sud attraverso il Medio Oriente e a Ovest attraverso l’intero Sahel.

    Una regione che si estende dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico. Per il successo di questa manovra, tuttavia, la fine del neocolonialismo francese si è rivelata cruciale.

    Per apprezzare il significato storico dell’imminente caduta dell’impero postcoloniale di Parigi, è importante comprendere e cogliere tutta la portata dello straordinario ruolo di Yevgeny Prigozhin.

    Prigozhin è stato l’uomo sul posto che ha permesso alla Russia di estendere il suo potere e la sua influenza in Africa per la prima volta dalla Guerra Fredda.

    Per sfidare l’impero francese post-coloniale costruito con astuzia, corruzione e sotterfugi, Mosca aveva bisogno di un agente che potesse eguagliare la leggendaria maestria di Jacques Foccart negli affari sporchi dell’impero, misura per misura. E l’ha trovato nella persona di Yevgeny Prigozhin, uno di quegli improbabili e donchisciotteschi avventurieri che, negli ultimi due secoli, sono stati le avanguardie di nuove forme di impero.

    Il lascito africano:

    Chi era questo straordinario individuo, la cui iniziativa personale ha sconvolto l’ordine mondiale in Africa, stabilendo una presenza di collaudate truppe russe e legami con i governi di almeno sette Paesi africani?

    Uscito dalle carceri sovietiche dopo una condanna a 10 anni per uno scippo in età adolescenziale, Prigozhin era passato da venditore di hot-dog per le strade di San Pietroburgo a ristoratore milionario per le mense scolastiche e delle truppe russe. Lo straordinario rapporto di Prigozhin con l’Africa mette in luce un aspetto trascurato degli imperi moderni in quella che viene ancora considerata l’era post-imperiale. Nonostante il ruolo spesso citato del potere militare nella creazione e nel mantenimento degli imperi, spesso sono alcuni individui che emergono dall’ombra che svolgono un ruolo sorprendentemente significativo nella creazione della versione postmoderna dell’impero.

    Invece dei gentiluomini avventurieri dell’epoca imperiale britannica, gli o. omologhi moderni sono di solito, come Prigozhin, agenti segreti, spesso provenienti da ambienti tutt’altro che gentili. E c’è da scommettere che, mentre la lotta per plasmare e controllare l’Africa settentrionale continua attraverso quelli che saranno senza dubbio innumerevoli nuovi capitoli, Prigozhin non sarà l’ultimo di quegli straordinari agenti segreti, quegli uomini sul posto, che lasciano le loro impronte sulle scene della storia mondiale. Di lui, il Presidente Putin ha detto: “Conoscevo Yevgeny Prigozhin dalla fine degli anni Novanta. Era un uomo dal destino difficile, ma di talento, che ha commesso gravi errori, ma era un patriota. Ha lavorato attivamente non solo nel nostro Paese, ma anche all’estero. E ha lavorato con successo”.

    L’ultimo viaggio in Africa di Prigozhin e l’incontro con il commandante Wagner Anton Elizarov “Lotus”:

  • “NET ZERO” RICHIEDE CHE NUOVE LINEE ELETTRICHE AD ALTA TENSIONE SIANO AVVOLTE INTORNO ALLA TERRA 2.000 VOLTE IN 17 ANNI

    “NET ZERO” RICHIEDE CHE NUOVE LINEE ELETTRICHE AD ALTA TENSIONE SIANO AVVOLTE INTORNO ALLA TERRA 2.000 VOLTE IN 17 ANNI

    di Chris Morrison per The Daily Skeptic

    Raggiungere Net Zero significa costruire 80 milioni di chilometri di linee elettriche nuove e ristrutturate entro 17 anni, equivalenti ad avvolgere la Terra 2.000 volte con nuova capacità di rete elettrica. Tutte le linee ad alta tensione costruite nel secolo scorso dovranno essere ricostruite entro il 2040 per beneficiare di tutta l’energia intermittente prodotta dal vasto numero di turbine eoliche. I costi ecologici di tutto ciò possono solo essere immaginati. I cavi elettrici sono realizzati in alluminio e rame e infilati su giganteschi tralicci in acciaio e sostenuti da grandi basi di cemento. Da parte loro, le turbine eoliche rappresentano una minaccia sia per la fauna aviaria che per quella oceanica, consumano grandi quantità di materie prime, hanno una durata di vita limitata e rappresentano una crescente piaga sia per i paesaggi interni che per quelli offshore.

    Se l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ce la farà, è ancora tutto da vedere. La realizzazione delle linee ad alta tensione avverrà su una scala senza precedenti. In un rapporto sulle reti elettriche globali pubblicato in concomitanza con la COP28 , l’IEA afferma che “è necessario un livello di attenzione senza precedenti da parte dei politici e dei leader aziendali per garantire che le reti supportino le transizioni verso l’energia pulita e mantengano la sicurezza elettrica”. Si ritiene che siano essenziali cambiamenti importanti nel modo in cui le reti funzionano e sono regolate. Gli investimenti annuali nelle reti, che sono rimasti sostanzialmente stagnanti, devono raddoppiare fino a superare i 600 miliardi di dollari all’anno entro il 2030.

    La giornalista scientifica australiana Jo Nova non ha voglia di essere comprensiva : “Ricordate, non è colpa loro se le energie rinnovabili hanno bisogno di molta più terra, più spazio, più sostegno e più infrastrutture – è colpa nostra se non abbiamo costruito un mondo pronto per la loro energia sacra”.

    L’IEA dipinge un mondo in cui le reti elettriche stanno diventando un “collo di bottiglia” per la transizione verso emissioni nette zero. Mentre gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati rapidamente, gli investimenti globali nelle reti “sono rimasti pressoché invariati”. In Europa, i politici possono accelerare i progressi sulle reti “migliorando la pianificazione, garantendo che le valutazioni dei rischi normativi consentano investimenti anticipati e snellendo i processi amministrativi”. In parole povere, ciò significa stracciare le leggi sulla pianificazione locale nella Gran Bretagna sovrappopolata e ricoprire il paese con milioni di giganteschi tralicci elettrici. Questi saranno necessari per portare energia alle aree urbane dall’energia generata in modo intermittente in luoghi lontani, nel Mare del Nord e al largo della costa scozzese.

    Forse non è un caso che il governo britannico abbia recentemente varato “grandi piani” per velocizzare le connessioni e aumentare rapidamente la capacità della rete elettrica. Il comunicato stampa lo collegava astutamente a un investimento governativo di 960 milioni di sterline nelle “industrie verdi”. Si prevede che il nuovo pacchetto porterà avanti 90 miliardi di sterline di investimenti nei prossimi 10 anni. Il governo ha promesso che “premierà” coloro che vivono più vicini alle nuove infrastrutture con uno sconto fino a 1.000 sterline all’anno sulle bollette dell’elettricità. In un’altra parte del comunicato, questo viene declassato a “le comunità “potrebbero” trarne beneficio, e il limite è ridotto a 10 anni.

    Quale che sia il denaro speso, è probabile che sia “mangime per polli” rispetto al crescente sussidio annuale di 12 miliardi di sterline pagato dai consumatori di elettricità ai produttori di energia rinnovabile. Ma il prossimo governo britannico si troverà ad affrontare un erario vuoto e un debito statale alle stelle. La mancanza di finanziamenti, insieme alla fine dei bassi tassi di interesse e alla stampa gratuita di denaro, probabilmente ucciderà molte delle fantasie verdi attualmente diffuse dai fanatici collettivisti di Net Zero. Sta diventando ogni giorno più chiaro, per un numero crescente di persone, che l’energia rinnovabile è inaffidabile e antieconomica, e ha un insaziabile bisogno di sussidi finanziari.

    Il professore emerito di Cambridge Michael Kelly è da tempo un critico della corsa cieca e gratuita verso Net Zero. La rete elettrica del Regno Unito richiederà un ammodernamento da cima a fondo, ha scritto in un recente saggio GWPF . Tralasciando la massiccia realizzazione delle linee di trasmissione a lunga distanza necessarie, ha notato le inadeguatezze di tutti i cavi locali e delle sottostazioni costruite prima della necessità di caricare le auto elettriche e far funzionare le pompe di calore. “L’intero sistema di distribuzione dovrà essere aggiornato… il lavoro sarà straordinariamente costoso, ma senza di esso ci saranno regolari abbassamenti di tensione, oppure agli autisti verrà detto dove e quando potranno caricare le batterie”, ha spiegato.

    Il professor Kelly ritiene che si tratti di un fallimento dell’apparato politico britannico, in particolare del lavoro del comitato non eletto per il cambiamento climatico. “Abbiamo deciso di decarbonizzare l’economia senza che nessuno avesse riflettuto su tutte le questioni ingegneristiche, per non parlare di stabilire un costo per l’operazione”, ha concluso.

    Ma, come osserva Jo Nova, è tutta colpa nostra. “A quanto pare, avremmo dovuto prestare attenzione e costruire la rete giusta e ora, a causa della nostra pigrizia, dovremo tirare altri 80 milioni di chilometri di interconnettori, proprio così”, scrive “Dite ai bambini che hanno mentito, lei conclude. “Il futuro verde è un deserto industriale di cemento e acciaio costruito per riempire le tasche di miliardari e banchieri”.

    Chris Morrison è il redattore ambientale del Daily Sceptic .

  • AFGHANISTAN: STORIA, POLITICA, PATRIMONIO

    AFGHANISTAN: STORIA, POLITICA, PATRIMONIO

    La prof. Maria Morigi dà alle stampe la seconda edizione del suo “Afghanistan – Storia, Geopolitica, Patrimonio”. Il libro descrive la storia e il patrimonio culturale del paese che è il cuore dell’ “isola mondo” e per questo ha pagato attraverso gli anni, senza mai piegarsi, un altissimo tributo di sangue agli equilibri di potere internazionali.

    La prima edizione del testo descrive la storia del paese attraverso i secoli. La seconda, da poco disponibile in libreria, integra la prima versione con due capitoli sulla situazione attuale dopo il ritiro americano. L’accuratezza della descrizione, la completezza informativa fanno di questo libro una lettura obbligata per chi voglia capire gli sviluppi futuri di tutto il continente euroasiatico e, in particolare, dell’Afghanistan, crocevia di tutti gli scambi nord-sud ed est-ovest che si svilupperanno nei prossimi anni al centro del continente euro-asiatico.

    L’autrice, con lo stile ironico e al contempo amorevole che la contraddistingue, offre anche una chiara immagine delle forze che si confrontano nel paese e di come siano distribuite le responsabilità storiche della situazione.

    Autore: Maria Morigi
    Editore: Anteo (Cavriago)
    Collana: Popoli
    Anno prima edizione: 2021
    Anno seconda edizione integrata: 2023
    https://www.anteoedizioni.eu/negozio/popoli/afghanistan/


  • INFO-WARFARE, LA ‘TERZA GUERRA’

    INFO-WARFARE, LA ‘TERZA GUERRA’

    Nell’ambito della Grande Guerra Globale in cui ci troviamo immersi – e che segnerà certamente i decenni a venire – possiamo vedere in atto almeno tre guerre: quella europea, quella mediorientale e quella dell’informazione. Le prime due cercano di ottenere risultati politici attraverso l’uso delle armi, la terza attraverso il condizionamento delle opinioni pubbliche mondiali (e quindi dei governi).
    Ma non si tratta di tre guerre separate, anzi sono strettamente intrecciate le une con le altre, e sotto molteplici aspetti. Delle relazioni tra le due guerre guerreggiate abbiamo del resto già detto in un precedente articolo [1].Le mosse tattiche e le manovre strategiche della guerra informativa tengono conto di quanto avviene sui campi di battaglia, cercano di darvi un senso inquadrandolo in una particolare lettura, sia al fine di confondere (e/o mobilitare) le opinioni pubbliche, sia nell’ambito di vere e proprie psy-ops volte a disorientare il nemico o a proteggere la parte che le mette in atto.

    Se si tiene in mente questa premessa, si può provare a decifrare il significato di molte recenti mosse tattiche di questa guerra dell’informazione. E già il loro intensificarsi, per quantità e per qualità, oltre che per i contenuti, suggerisce chiaramente come le guerre guerreggiate siano in una fase critica, che richiede interventi narrativi esterni ai campi di battaglia.
    In particolare, esamineremo sia dichiarazioni ufficiali, come quella del Segretario alla Difesa USA Lloyd Austin, che una serie di indiscrezioni ed analisi giornalistiche, con riferimento sia al conflitto russo-ucraino che a quello israelo-palestinese. Ad esempio, è assai interessante osservare quanto detto da Austin, che ha parlato di entrambe i conflitti. Secondo il Segretario, gli Stati Uniti non permetteranno che Putin e Hamas vincano; e lo potranno fare poiché sono “il paese più potente sulla terra” [2].
    Questa dichiarazione, che mette sul medesimo piano sia l’Ucraina che Israele, ma soprattutto sia Putin (la Russia) che Hamas, giunge in realtà in un momento assai critico su entrambe i fronti.

    Per quanto riguarda il conflitto in Ucraina, mentre Austin dichiara la capacità statunitense di “dirigere le risorse in più teatri”, al Congresso si sta in effetti svolgendo una battaglia parlamentare perché invece le risorse per Kiev sono esaurite [3], e la maggioranza repubblicana alla Camera è assai restia a votare nuovi finanziamenti. Ma soprattutto – come testimoniato dal rovesciamento della narrazione occidentale – la guerra sta andando esattamente in direzione opposta. Il Washington Post, notoriamente ben connesso col Pentagono e coi servizi americani, ha addirittura dedicato una lunga analisi, suddivisa in due parti ed affidata all’intero staff redazionale, per esaminare le cause del fallimento della famosa controffensiva ucraina della scorsa estate [4], ma sostanzialmente per suonare il de profundis per le illusioni di vittoria ucraine. Articoli del medesimo tono si sono susseguiti su varie testate internazionali, da ultimo Der Spiegel [5].

    Anche se il Segretario alla Difesa proclama la volontà americana di non far vincere i nemici dell’occidente, la realtà è ben diversa – e lui lo sa fin troppo bene. Questa realtà è che la guerra in Ucraina è perduta, ed ora la partita diventa piuttosto come uscirne salvando la faccia (ed il prestigio). Per gli Stati Uniti oggi è questa la priorità, impacchettare una narrazione abbastanza credibile per cui la sconfitta risulti spendibile come un pareggio. Ovviamente il problema non è l’opinione pubblica americana, che peraltro sa a malapena dove si trova l’Ucraina, quanto la credibilità internazionale degli USA come grande potenza – e quindi della sua capacità di difendere i paesi amici e di colpire quelli nemici. Un problema che richiede urgentemente una risposta (preferibilmente prima delle presidenziali americane…); nonostante la guerra porti vantaggi economici agli states, infatti, quanto più si prolunga tanto più diventa probabile che la vittoria russa sia clamorosamente evidente. Il che è da evitare come la peste.

    Oggi il principale ostacolo affinché si possa addivenire ad una soluzione accettabile per Washington sembra essere il povero Zelensky. Osannato e portato sugli allori per quasi due anni, convinto proprio dagli anglo-americani a non trattare coi russi quando ancora era possibile (e come ormai confermato universalmente), è ormai prigioniero del personaggio che gli hanno costruito addosso – oltre che delle sue dipendenze… – e quindi, incapace com’è di cambiare ruolo in commedia alla velocità richiesta dal regista, si trova condannato ineluttabilmente alla rimozione.
    Non a caso, è ancora una volta la stampa internazionale amica che si incarica di scaricarlo. Le indiscrezioni sul suo gradimento interno in calo, così come quelle sulla rivalità col comandante delle forze armate Zaluzhny [6] (al momento suo più accreditato successore), sono ormai quasi a livello di gossip. Solo che la questione è assai seria.

    Anche se i pretendenti al trono non mancano – oltre Zaluzhny, di sicuro l’ex consigliere di Zelensky, Arestovych, e forse l’ex presidente Poroshenko ed il capo dei servizi Budanov – in questa fase il capo delle forze armate sembra essere in pole position. A frenare la sua ascesa c’è probabilmente una certa diffidenza da parte americana, nata proprio durante la controffensiva, quando di fatto l’esercito ucraino non seguì le indicazioni tattiche suggerite dai comandi NATO; una decisione, questa, presa proprio da Zaluzhny, e dalla quale è dipeso (secondo il Pentagono) il successivo fallimento. Oltretutto, proprio di recente, durante la visita di Austin a Kiev, il generale ha avanzato delle richieste esorbitanti (17 milioni di proiettili e 400 miliardi di dollari), che hanno generato non poca perplessità a Washington. Non solo una tale quantità di munizioni per artiglieria non sarebbe disponibile nemmeno raccogliendola da tutto il mondo (cosa che Zaluzhny non può ignorare), per tacere dei miliardi…, ma una simile richiesta sembra indicare la volontà di continuare la guerra ancora a lungo, piuttosto che di condurre il paese verso una trattativa.

    E qui si inserisce l’ultimo articolo di Seymour Hersh. Secondo il noto giornalista d’inchiesta americano, infatti, sarebbe in corso una trattativa segreta tra ucraini e russi, condotta proprio da Zaluzhny per i primi, e dal comandante in capo russo Gerasimov per i secondi. Secondo quanto riportato da Hersh [7], che si rifà a quanto rivelatogli da fonti militari USA, la base della trattativa sarebbe da un lato la cessione di tutti i territori conquistati alla Russia, e dall’altro l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, con l’impegno a non ospitare sul proprio territorio armi e/o truppe di altri paesi.
    Com’è abbastanza evidente, questa notizia – così come riportata – appare assai poco credibile.
    Innanzi tutto, non si vede perché gli Stati Uniti dovrebbero avere interesse a rivelare una tale trattativa, se fosse realmente in atto, quando è evidente che renderla pubblica significa sia acutizzare le tensioni tra Zaluzhny e Zelensky, sia soprattutto minarne le possibilità di successo.

    Ma soprattutto, a renderla poco credibile, sono i presunti termini dell’accordo – per non parlare del fatto che un trattativa di tale livello, che implica decisioni fondamentali, di certo non potrebbe essere condotta da Gerasimov, che sarebbe tutt’al più abilitato a discutere un temporaneo cessate il fuoco.
    È comunque semplicemente impensabile che la Russia accetti uno scambio in cui prende ciò che già ha, e che nessuno può realisticamente pensare di toglierle, e cede proprio sul punto fondamentale per cui è cominciata la guerra, ovvero l’adesione alla NATO da parte di Kiev.
    Per quanto è possibile che i vertici politico-militari occidentali siano imprigionati nel proprio schema mentale, secondo il quale l’assenza di sostanziali cambiamenti territoriali implica una situazione di stallo (laddove invece i russi perseguono la distruzione dell’esercito ucraino, non la conquista del territorio), e quindi possano ritenere di trovarsi in una situazione di equilibrio, dalla quale entrambe le parti abbiano interesse ad uscire, credere che Mosca possa accettare un’Ucraina nella NATO è davvero fuori dalla realtà.

    Ne consegue che la rivelazione soffiata a Hersh è nella migliore delle ipotesi un ballon d’essai; molto più probabilmente un’operazione di psy-ops. Lo scopo è ovviamente mandare un messaggio, innanzi tutto proprio a Zelensky: bada, è arrivato il momento di trattare, se non lo fai tu lo faremo fare a qualcun altro. Secondariamente, il messaggio è per lo stesso Zaluzhny: possiamo passarti lo scettro, ma a condizione che porti a termine una trattativa come nostro intermediario. Perché ovviamente i termini di un accordo devono avere l’ok statunitense. Ed infine, sullo sfondo, c’è il messaggio universale, all’opinione pubblica occidentale, che dice: la guerra sta per finire, costringeremo la Russia ad accettare le nostre condizioni, sia pure sacrificando qualcosa.
    E naturalmente ciò a prescindere dal fatto che possano esserci realmente o meno dei colloqui riservati tra i due comandanti militari.

    Sull’altro fronte di guerra guerreggiata, la Palestina, e nonostante molte apparenze, le cose non stanno molto diversamente.
    C’è ovviamente una immane tragedia umanitaria in atto, superiore a quella ucraina non certo per i numeri (la guerra europea conta oltre 400.000 morti solo da parte ucraina) ma per la conclamata volontà di sterminio, e perché diretta intenzionalmente contro la popolazione civile. Ma il tentativo di genocidio della popolazione palestinese di Gaza è soprattutto una gigantesca operazione di occultamento. E ciò che deve nascondere è il doppio fallimento israeliano, quello del 7 ottobre così come quello dell’intera operazione militare di rappresaglia.
    Il vero problema posto ad Israele dall’operazione al-Aqsa Flood è infatti del tutto simile a quello posto agli USA dall’evoluzione del conflitto in Ucraina. Ha, cioè, minato il potere di deterrenza dello stato ebraico.

    Se guardiamo agli avvenimenti del 7 ottobre, è impossibile non rendersi conto di come questi abbiano sovvertito l’agenda internazionale, e più di ogni cosa di come abbiano colpito Tel Aviv nel suo tallone d’Achille. Per Israele, infatti, un paese con meno di dieci milioni di abitanti (peraltro non tutti di religione ebraica), che si trova circondato in profondità da centinaia di milioni di arabi e musulmani, la capacità di rintuzzare qualsiasi ostilità da parte dei suoi nemici – e di farlo efficacemente e rapidamente – è un elemento fondamentale per la sua sopravvivenza. Mettere in discussione la sua capacità di risposta militare, e la sua capacità di prevenzione d’intelligence, significa minare le fondamenta su cui lo stato ebraico ha costruito le sue relazioni coi paesi vicini.
    A fronte di ciò, persino l’aver rimandato quanto meno sine die l’applicazione degli Accordi di Abramo, così come l’aver riportato prepotentemente la questione palestinese al centro del dibattito mondiale, offuscando in 24 ore il conflitto russo-ucraino, appaiono risultati di minore importanza.

    Aver mostrato che Tsahal può essere preso di sorpresa e battuto, che i mitici (o meglio, mitizzati) servizi segreti israeliani non sono poi così efficienti, è il vero colpo mortale ad Israele. Ed è precisamente questa la ferita che deve essere sanata il più in fretta possibile, nell’ottica della sicurezza futura dello stato.
    L’attacco della Resistenza palestinese, dunque, segna immediatamente dei grossi punti a proprio vantaggio. E qual’è il risultato della controffensiva israeliana, a due mesi di distanza? Un picco assoluto nella politica di pulizia etnica certamente, che peraltro Israele persegue senza soste dal 1948, ma nulla di più. I rapporti con i paesi amici, dagli Stati Uniti ai paesi arabi e musulmani con cui intrattiene abitualmente proficui rapporti (Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Turchia…) si sono quantomeno raffreddati. La condanna e l’isolamento internazionale, per quanto tenuto a freno, sono larghissimi. Il costo economico della guerra è pesante, assai più del prevedibile. L’ostilità attiva del fronte arabo si è incrementata (alla Resistenza palestinese ed agli Hezbollah si sono aggiunte le milizie sciite irachene e quelle yemenite). La pluridecennale carriera politica di Netanyahu, già traballante, è chiaramente giunta al termine.

    Cosa forse ancor più rilevante, la crisi innescata dagli eventi del 7 ottobre potrebbe persino, sul medio periodo, mettere in discussione l’intero progetto politico del sionismo. Con la rappresaglia portata avanti dalle forze armate israeliane, infatti, Tel Aviv si è spinta al limite estremo praticabile, nel suo disegno di pulizia etnica; è abbastanza evidente che oltre quella soglia non le sarebbe possibile andare, né ora né in futuro. E se nemmeno questo ha reso possibile perseguire il sogno messianico della Grande Israele, né tantomeno è servito a sconfiggere definitivamente la resistenza del popolo palestinese (e non solo quella armata), appare chiaro che il sogno è irrealizzabile, che la battaglia demografica contro le popolazioni autoctone arabe è perduta.
    Dunque, il bilancio della tempesta scatenata nel giorno del Simchat Tora è totalmente negativo per Israele.

    E lo è, con tutta evidenza, anche sul piano strettamente militare. A due mesi dall’attacco, l’IDF può reclamare l’uccisione di un migliaio di combattenti palestinesi, quasi tutti durante l’attacco stesso, e di pochi comandanti di livello medio-basso. Ciò a fronte di una capacità stimata di 40.000 uomini in armi tra i vari gruppi della Resistenza. A fronte di quasi altrettanti militari caduti e/o prigionieri, compresi alti ufficiali, e migliaia di feriti – e oltre 2000 disertori/renitenti… A fronte di una capacità difensiva ed offensiva inalterata – continuano i massicci lanci di razzi sulle città israeliane, Tel Aviv compresa. A fronte del clamoroso emergere che gran parte delle vittime civili di quel 7 ottobre furono fatte proprio dall’IDF, in ottemperanza alla terribile Direttiva Annibale [8].
    Ed ora, mentre l’alto comando israeliano dichiara ai media che le operazioni di terra nel nord sono quasi finite, e che la guerra continuerà nel sud, proprio a nord infuria la battaglia, ed in un solo giorno restano sul terreno (ufficialmente) sette tra graduati ed ufficiali dell’IDF.

    Per Israele, ancor più che per gli Stati Uniti, la potenza militare è tutto. È la capacità, soprattutto attraverso la deterrenza, di difendere l’esistenza stessa dello stato. Ecco perché diventa fondamentale ripristinarla. Ripristinare, cioè, la credibilità della minaccia. Qualcosa che deve necessariamente partire proprio dal momento in cui si è incrinata.
    Questo è il senso dell’avvertimento di Lloyd Austin (sempre lui), quando dice che Israele si sta dirigendo verso una “sconfitta strategica”. Perché “in questo tipo di combattimento il centro di gravità è la popolazione civile. E se la si spinge tra le braccia del nemico, si sostituisce una vittoria tattica con una sconfitta strategica”. Ovviamente, gli israeliani – che combattono i palestinesi da quasi ottant’anni – non hanno certo bisogno che qualcuno gli rammenti questi concetti banali; quel che intende Austin è: se non siete capaci di ottenere un successo almeno tattico contro la Resistenza armata, tutto questo è non solo inutile, ma persino controproducente.

    E qui, ancora una volta, entra in gioco la guerra dell’informazione.
    La prima fase del conflitto è stata dominata dalla propaganda, quella stile Bucha (i bambini decapitati, le donne violentate…); serviva come copertura per lanciare la feroce rappresaglia, ma ovviamente non ha retto più di qualche giorno. Poi è cominciata a trapelare la verità (gli elicotteri Apache che lanciavano missili sui ragazzi del rave in fuga, i carri armati che sparavano contro le case, il bombardamento sulla caserma di Eretz…), che ha messo in luce un ulteriore livello di debolezza dell’IDF – oltre l’impreparazione, il panico, il caos. Il vaso di Pandora si è rotto, ed a questo punto non resta che cercare almeno di rabberciarne i pezzi. E poiché non è possibile cancellare i fatti, bisogna rovesciarne l’interpretazione. Comincia, per dirla con Baudrillard, “lo psicodramma visivo dell’informazione”.

    Se non puoi negare la realtà – l’attacco della Resistenza palestinese ha colto l’IDF con le braghe calate, e l’ha travolto – la puoi ribaltare. La nuova narrazione dice che sì, è accaduto, ma per una imperfezione umana, anche se il sistema aveva funzionato benissimo.
    Si comincia a piccoli passi, c’era stata la segnalazione di qualche attività sospetta, ma non era stata presa sul serio. Poi viene fatta filtrare la notizia che un reparto femminile, addetto a visionare le riprese di video-sorveglianza, aveva a sua volta indicato strani movimenti al di là del confine ma (un po’ di sessismo non guasta) il comando non gli aveva dato ascolto [9]. Infine, in un crescendo rossiniano, ecco la stampa americana [10] sostenere che in realtà i servizi israeliani conoscevano dettagliatamente il piano di attacco già da un anno, ma avevano escluso che potesse essere realizzato, perché troppo ambizioso. Addirittura, ci viene detto che la conoscenza del piano era così approfondita, da essere (a giochi fatti) perfettamente sovrapponibile a quello messo in atto il 7 ottobre. In ogni singolo particolare.

    Poi ci si lascia prendere dall’entusiasmo, e – last but not least – viene sganciata la bomba finale: non solo lo sapevano tutti, nel governo nei servizi e nell’esercito, ma addirittura c’è chi – sapendo – ne ha approfittato per fare una bella speculazione finanziaria! Anzi, è stata proprio Hamas [11] a farla!
    Secondo quanto riportato da Haaretz, infatti, misteriosi individui hanno piazzato massicce scommesse contro Israele sui mercati di Tel Aviv e Wall Street, pochi giorni prima dell’attacco, guadagnando miliardi.
    Inutile dire che tutto questo polverone [12] assolve perfettamente alla funzione di ingenerare una gran confusione; è quindi opportuno provare a diradarlo, per capirne di più.
    Allo stato attuale delle cose, non siamo in possesso di elementi che possano farci affermare con certezza che si tratta di informazione-verità, o di falsa informazione, o addirittura di un’altra psy-ops. Possiamo però esaminare la questione sotto il profilo logico.

    Intanto, sgombriamo il campo dalle cose meno credibili, come la storia della Resistenza che organizzava esercitazioni di attacco sotto gli occhi degli israeliani, e per di più alla presenza di uno dei massimi leader di Hamas. Cerchiamo piuttosto di separare il grano dal loglio, alla luce della ragionevolezza.
    È possibile che alcune delle fasi preparatorie dell’attacco, che certamente sono state molto lunghe e laboriose, siano in qualche modo ed in qualche misura trapelate.
    È possibile che, alla luce del quadro generale, gli eventuali segnali anomali arrivati dalla sorveglianza su Gaza siano stati sottovalutati e/o non sufficientemente collegati tra loro.
    Se questa fosse l’ipotesi più attendibile, è difficile credere che sia arrivata ai più alti vertici politici e militari, e quindi il flusso di notizie si sarebbe interrotto ad un livello medio-basso. In tal caso, ciò avrebbe portato già adesso alla rimozione dei responsabili.

    Ma se, come sostiene il NYT, i vertici israeliani conoscevano dettagliatamente il piano palestinese, addirittura un anno prima, ci sono molte cose che non tornano.
    Innanzitutto, significherebbe che l’attività di sorveglianza e spionaggio israeliana è talmente accurata ed approfondita – e certamente proveniente da fonti diverse – da aver penetrato profondamente la struttura militare della Resistenza. Se lo Shin Bet, il Mossad e gli altri servizi avevano una tale capacità, appare del tutto incredibile che a) non abbiano, quanto meno in via precauzionale, approntato un piano per affrontare l’eventualità, b) non siano stati messi in preallarme, dalle proprie fonti, quando il piano è entrato nella fase operativa, e c) che la Resistenza, pur avendo tutto pronto, abbia atteso addirittura un anno per mettere in atto l’operazione – nonostante il crescente rischio che qualcosa trapelasse.
    Ma, più di ogni altra cosa, a lasciare francamente molto più che un dubbio è un’altra considerazione.

    Come è possibile che, con una simile capacità di intelligence, tale da conoscere con enorme anticipo e precisione un piano segreto, non sia poi capace – e ciò è di tutta evidenza – di conoscere anche solo sommariamente la struttura operativa della resistenza nella Striscia di Gaza? E parliamo della rete di tunnel, della dislocazione delle brigate combattenti, dei depositi di armi e viveri, delle batteria di lancio dei missili, dei posti comando… Se c’è una cosa che l’operazione Iron Sword (l’attacco di terra alla Striscia) dimostra con assoluta certezza, è che l’IDF non ha la minima idea di tutto ciò.
    I pochi tunnel scoperti, le poche armi trovate, le poche rampe di lancio raggiunte, sono il risultato del caso, o la conseguenza di scontri a fuoco con le brigate resistenti. La stessa narrazione propagandistica annaspa, identificando i comandi dapprima sotto gli ospedali di Gaza City, ora sostenendo che sono stati spostati a Khan Younis.

    È fin troppo evidente che, se davvero Israele avesse avuto questa capacità di penetrare i segreti militari della Resistenza, l’operazione ora in essere all’interno della Striscia avrebbe tutt’altro sviluppo ed esito.
    Banalmente – ma nemmeno tanto – pensiamo all’uccisione di combattenti palestinesi rivendicata dall’IDF (e, per inciso, si noti che non risulta nessun combattente catturato, a Gaza…); lo stato maggiore israeliano, riconoscendo come valide le cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese, in merito alle vittime nella Striscia, afferma di aver ucciso 5.000 combattenti, e che due civili morti per ogni combattente ucciso “non è male”. Ma i morti nei bombardamenti sono oltre 16.000, dei quali oltre 7.000 sono bambini e quasi 5.000 donne; ne consegue quindi che gli uomini adulti morti sono circa 4.000. Quindi, delle due l’una: o secondo l’IDF anche donne e bambini sono combattenti palestinesi, oppure ogni singolo uomo ucciso è un militante armato della Resistenza (e ne mancano ancora 1.000…). Il tutto indicherebbe poi una precisione sovrumana, in quello che è un bombardamento indiscriminato. La verità è che i combattenti uccisi, dal 7 ottobre ad oggi, sono circa un migliaio, e quasi tutti caduti durante l’operazione di attacco. Esattamente come un migliaio sono i caduti dell’IDF.

    La logica ed il buon senso, pertanto, portano alla conclusione che quella pubblicata dal NYT è una psy-ops, portata a termine tra Washington e Tel Aviv. Il cui scopo – o meglio i cui scopi – possono essere svariati, alcuni dei quali al momento anche indecifrabili. Di sicuro, uno potrebbe essere benissimo un tentativo di rabberciare i pezzi della credibilità di Israele e del suo potere deterrente. Piuttosto che un apparato militare e di intelligence che si fa trovare del tutto impreparato da un attacco, meglio un apparato efficiente che però fallisce per negligenza umana. E ovviamente è anche possibile che serva per esercitare pressioni sull’ala più oltranzista del potere politico-militare israeliano.
    E senza per ciò escludere che vi siano degli elementi fattuali, su cui la psy-ops poggia. Vengono qui in mente le profezie di Nostradamus, che notoriamente appaiono corrispondere a taluni avvenimenti, ma solo a posteriori, e solo attraverso una lettura forzata delle profezie stesse.

    Altro capitolo è quello delle speculazioni finanziarie sulla borsa israeliana (e Wall Street). In pratica, secondo uno studio condotto da ricercatori della New York University e della Columbia University, si sosteneva che alcuni trader avessero ottenuto informazioni sull’attacco di Hamas del 7 ottobre, prima che avvenisse, e avessero quindi realizzato operazioni short sulle borse degli Stati Uniti e d’Israele nella prospettiva che i prezzi delle azioni crollassero dopo l’attacco. In realtà, si è trattato di una grossa panzana, o meglio di un clamoroso errore degli autori della ricerca. Come successivamente chiarito dal responsabile del commercio della Borsa di Tel Aviv, Yaniv Pagot, questi avevano semplicemente ritenuto che le azioni fossero quotate in shekel e non in agorot, stimando quindi un profitto di 3,2 miliardi, quando in pratica il profitto è stato solo di 32 milioni [13]. Insomma, l’ennesimo ballon d’essai. Del resto, è abbastanza inverosimile che non se ne fossero accorti i servizi israeliani (che sicuramente monitorano il proprio mercato finanziario).
    Tutto comunque confluisce nel polverone mistificatorio, sedimenta nella memoria dell’opinione pubblica, contribuendo al suo disorientamento.

    Per quanto, alla luce di tutto ciò che è stato già esaminato, non dovrebbe essere necessario, prenderemo infine rapidamente in esame l’ipotesi più complottista, e cioé che i vertici israeliani sapessero dell’attacco, e lo avessero lasciato accadere per avere un pretesto sufficiente a scatenare la rappresaglia genocida che lo ha seguito, e che sarebbe il fine ultimo di tutta questa manovra di occultamento.
    Premesso che tutta la storia di Israele ci dice che, sostanzialmente, non si è mai preoccupata troppo di averne uno, per fare ciò che riteneva necessario [14], basta fare un sommario bilancio dei pro e dei contro, per comprendere l’inconsistenza di questa ipotesi.

    Tra i risultati negativi possiamo certamente annoverare: il congelamento dei Accordi di Abramo, l’attrito con gli Stati Uniti, l’imbarazzo dei paesi amici e dell’ONU, il crescente isolamento internazionale, la frantumazione del potere deterrente, la crescita dei sentimenti ostili in tutto il mondo, il rilancio internazionale della questione palestinese, il rafforzamento politico-militare dell’Asse della Resistenza, l’enorme costo economico, la radicalizzazione dei palestinesi a Gaza ed in Cisgiordania, e le perdite umane e militari. Per limitarsi ai più importanti.
    E quali sarebbero i risultati positivi? La popolazione palestinese di Gaza (oltre 2.100.000) sarà decurtata del 10%. Punto.
    E tutto questo sarebbe per di più stato ordito dal governo di Netanyahu, che ne pagherà il prezzo con la morte della sua carriera politica.

    Riassumendo, quindi, abbiamo una info warfare che si muove in relazione ed a supporto delle guerre guerreggiate, non soltanto veicolando propaganda – anche la più sfacciatamente fasulla – ma anche provando a riorientare le opinioni pubbliche secondo il mutare degli eventi sui campi di battaglia (e quindi secondo il mutare delle esigenze dell’occidente collettivo), cambiando bruscamente narrazione. E che, per di più, è anche terreno di vere e proprie operazioni di guerra psicologica, messe in atto sia per riparare i danni subiti nelle guerre vere, sia per interagire con queste ed in queste.
    La caratteristica fondamentale di questa terza guerra è che, diversamente dalle prime due, l’obiettivo principale di ogni mossa, tattica o strategica che sia, siamo noi.


    1 – Cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News
    2 – “E non lasceremo che Hamas o Putin vincano. E non permetteremo ai nostri nemici di dividerci o indebolirci. Perciò, mentre aumentiamo il sostegno a Israele, rimaniamo concentrati sull’Ucraina. E restiamo pienamente in grado di proiettare potenza, di mantenere i nostri impegni e di dirigere le risorse in più teatri. Gli Stati Uniti sono il Paese più potente della Terra.”, Cfr. “‘A Time for American Leadership’: Remarks by Secretary of Defense Lloyd J. Austin III at the Reagan National Defense Forum (As Delivered)”defence.gov
    3 – Jake Sullivan (Consigliere per la sicurezza nazionale): “quando finiremo i soldi stanziati cesseremo la forniture di armi a Kiev, non abbiamo cornucopie magiche”.
    4 – Cfr. “Miscalculations, divisions marked offensive planning by U.S., Ukraine”Washington Post
    5 – Cfr. “Die Ukraine im zweiten Kriegswinter. Kämpfen und leben”Der Spiegel
    6 – Cfr. “Pantano”Giubbe Rosse News
    7 – Cfr. “General to general”substack.com
    8 – Si tratta di una procedura militare istituita nel 1986, a seguito di uno scambio di prigionieri (3 soldati israeliani per 1.150 prigionieri palestinesi). Questa direttiva segreta, emanata al fine di evitare il ripetersi di situazioni simili, stabilisce sostanzialmente che – qualora vengano catturati degli israeliani, e non c’è possibilità immediata di liberarli – l’esercito deve uccidere tutti, sequestrati e sequestratori.
    9 – Cfr. “The Women Soldiers Who Warned of a Pending Hamas Attack – and Were Ignored”, Yaniv Kubovich, Haaretz
    10 – Cfr. “The Oct. 7 Warning That Israel Ignored”New York Times
    11 – Cfr. “Did Hamas Make Millions Betting Against Israeli Shares Before October 7 Massacre?”, Ido Baum, Haaretz.
    12 – Tra le altre notizie che circolano, annoveriamo la sparizione delle registrazioni video del 7 ottobre, ed una presunta spia che avrebbe dato informazioni ad Hamas sulle basi militari israeliane…
    13 – Cfr. “Huge errors in US study about TASE short sellers”, Hezi Sternlicht, Globes
    14 – In proposito, suggerisco la lettura dell’ottimo volume di Ilan Pappé, “La prigione più grande del mondo”, Fazi Editore

  • SISTEMA PANAFRICANO DI PAGAMENTO E DI REGOLAMENTO. CHE COSA C’È DA SAPERE

    SISTEMA PANAFRICANO DI PAGAMENTO E DI REGOLAMENTO. CHE COSA C’È DA SAPERE
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    Articolo originale: Africa’s new online foreign exchange system will enable cross-border payments in local currencies – what you need to know, The Conversation, 27 novembre 2023


    L’economista dello sviluppo Christopher Adam, che ha studiato le politiche dei tassi di cambio dei paesi africani, risponde ad alcune domande chiave.

    Perché i paesi africani sono esposti al mercato valutario internazionale?

    Tre sono i motivi principali. In primo luogo, le economie africane sono piccole e, in quanto tali, dipendono fortemente dal commercio con il resto del mondo. Le loro esportazioni sono dominate da materie prime primarie, tra cui petrolio e gas, minerali e agricoltura da reddito. Dal lato delle importazioni, acquistano un’intera gamma di beni, dai beni essenziali non prodotti in patria come cibofarmaci e medicinali, ai beni strumentali e all’energia. Gran parte di questi proviene dalla Cina e da altre importanti economie del nord del mondo. Ma, poiché i paesi africani sono piccoli rispetto ai loro partner commerciali, raramente hanno il potere di determinare i prezzi delle importazioni e delle esportazioni. Sono “price taker” sui mercati mondiali. E con i prezzi mondiali fissati nelle principali valute di riserva del mondo (dollaro USA, euro, yen e renminbi), i paesi africani sono esposti ai movimenti di questi prezzi mondiali.

    In secondo luogo, il commercio “intra-africano” è ancora una percentuale relativamente piccola del commercio totale dei paesi africani.

    Infine, poiché le valute dei paesi africani non possono per lo più essere scambiate direttamente nelle transazioni internazionali, il dollaro rimane la valuta più utilizzata nel commercio, anche tra i paesi africani.

    Che cosa serve al sistema per decollare?

    L’idea di base del sistema è quella di essere in grado di regolare il commercio tra i paesi africani senza dover utilizzare il dollaro USA.

    Ci sono due grandi sfide da affrontare. In primo luogo, il commercio intra-africano rappresenta attualmente meno del 15% delle esportazioni africane (anche se i sostenitori dell’Area di libero scambio continentale africana si aspettano che questo cresca in modo significativo nei prossimi decenni). Il sistema di pagamento africano non elimina quindi del tutto il ruolo del dollaro (o di altre valute estere) nel regolamento commerciale.

    La seconda questione è che il commercio tra i paesi africani non è equilibrato. Ad esempio, il Kenya esporta in Etiopia beni di valore totale superiore a quello che importa dall’Etiopia. Se l’Etiopia pagasse nella propria valuta, il Kenya si ritroverebbe con una valuta etiope di cui non ha bisogno. È necessaria una qualche forma di valuta di regolamento che sia accettabile per tutti, molto probabilmente il dollaro USA.

    Quali sono le sfide e i potenziali rischi?

    Dal momento che raramente il commercio avviene in modo istantaneo, alcune istituzioni nella catena di finanziamento commerciale comportano il rischio di cambio. A causa del divario tra il momento in cui viene effettuato un ordine di importazione e la ricezione di questo per la vendita nell’economia locale, vi è il rischio che il valore della valuta locale cambi rispetto alla valuta in cui è denominata l’importazione.

    Nel “vecchio” sistema, questo rischio è a carico del trader perché tutto è valutato in dollari. Il valore in valuta locale delle entrate derivanti dalle esportazioni o il costo in valuta locale delle importazioni cambierà con i movimenti tra la valuta locale e il dollaro, ma le banche e le controparti che fissano i prezzi in dollari sono protette.

    Con il nuovo sistema, la stessa ripartizione del rischio rimarrà nel “commercio estero”. Questo rischio valutario è presente anche per il commercio intra-africano.

    Una domanda importante per il nuovo sistema di pagamento africano è: chi si assume il rischio di cambio se una valuta africana si deprezza rispetto a un’altra? L’importatore o l’esportatore? Il sistema dei pagamenti africano può e deve assumersi da solo questo rischio di fluttuazioni dei tassi di cambio? Laddove entrambe le valute sono volatili, i trader potrebbero comunque preferire la relativa stabilità del regolamento attraverso il dollaro USA.

    Il successo di questo sistema dipende anche dalla scala. Quanto più il regolamento commerciale viene instradato attraverso di esso, tanto più facile sarà il regolamento in valuta locale. Grandi squilibri valutari saranno meno comuni. Ma fino a quando il sistema non raggiungerà questa scala, il sistema di pagamento africano avrà bisogno di un bilancio solido in modo che i trader e i partecipanti possano avere fiducia che il regolamento sarà rapido e privo di rischi. Al momento non è chiaro come ciò avvenga.

    Qual è lo scenario migliore?

    Se il sistema sarà in grado di affrontare il problema dello squilibrio commerciale, di fornire chiarezza sulla gestione del rischio e di raggiungere la scala, potrebbe avere molto successo. Ma tutto questo sarà guidato dalla performance delle economie sottostanti. Un regolamento migliore aiuterà, ma ciò che sta realmente guidando questo processo è la struttura del commercio. Quanto più le economie africane riusciranno a sviluppare il commercio intra-africano e quanto meno dipenderanno dal commercio extra-africano, tanto minore sarà la dipendenza dal dollaro nel commercio. Questa crescita del commercio dipende in una certa misura dalla regolamentazione e dal finanziamento del commercio, ma molto di più dalla produzione, dal consumo, dalla politica commerciale e dalla politica fiscale.

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  • VIVERE. IN UN FILM LA FIGURA DEL VENERABILE MATTEO FARINA

    VIVERE. IN UN FILM LA FIGURA DEL VENERABILE MATTEO FARINA

    «Non potremo mai spiegarci i misteri del disegno di Dio, siamo solo uomini. Forse la mia storia, come quella di ognuno, è solo un progetto divino che deve fare il suo corso. È vero, ci sono avvenimenti della nostra vita che dipendono dalle nostre scelte, ma altri accadono ugualmente anche contro la nostra volontà. Ognuno ha una possibile strada per andare a Dio. Sono il tuo servo, Signore. Fai di me ciò che vuoi».

    Queste parole schiudono un mondo, suggeriscono una direzione che è divenuta estranea all’uomo di questo tempo, ma proprio per questo è ancora più urgente riscoprirla. Sono le parole di un giovane, Matteo Farina, servo di Dio, per il quale è in corso il processo di beatificazione.

    Parole che suggellano il bel cortometraggio dedicato alla sua figura, diretto dal regista Dario Di Viesto. Un’opera che si spera possa diventare, a breve, un progetto più grande.

    Un’opera che, non solo per il contenuto, ma anche per la sua forma, ci parla di un’altra idea di cinema che va scoperta, coltivata, fatta conoscere.

    Ne parliamo direttamente con l’autore.

    Dario, raccontaci come è nato il progetto e come si è sviluppato.

    Il progetto è nato dall’idea della Pastorale giovanile di Brindisi di fare un cortometraggio su Matteo Farina. Poi, sono stato contattato da Francesco Parisi della cooperativa Eridano, il quale mi ha comunicato che, secondo lui, ero la persona giusta per scriverlo e dirigerlo. Personalmente non conoscevo Matteo Farina, ma l’idea di fare un corto su un venerabile mi ha subito colpito. Parisi mi ha raccontato telefonicamente alcuni fra gli aspetti principali della vita di Matteo, in particolare riguardo alla lucidità e al coraggio dimostrato da Matteo nell’affrontare la sua malattia. Improvvisamente è riaffiorato in me un sogno che avevo fatto la notte precedente alla telefonata, nel quale mi trovavo su un letto di ospedale dove una commissione di medici mi esaminava e una cardiologa mi diagnosticava un problema serio al cuore. Ricordo che nel sonno provai terrore alla possibilità di poter morire, e anche appena sveglio quel senso di smarrimento non mi ha lasciato immediatamente.

    Ecco, grazie al sogno, ho capito subito che la telefonata di Parisi era un invito ad alzare il capo verso un esempio di vita superiore ed ho accettato senza remore.

    Ho voluto affrontare questo progetto facendomi accompagnare, dalla scrittura al montaggio, da Federico Spiazzi, un mio fraterno amico col quale condividiamo la medesima visione della vita.

    Il resto del progetto si è sviluppato da sé partendo da quanto appena raccontato.

    Un’opera dal respiro e non solo dal contenuto così spirituale è stata accompagnata dall’alto da alcuni piccoli grandi segni. Ce ne vuoi raccontare qualcuno? Crediamo che questa umanità debba recuperare al più presto la capacità di riconoscerli e leggerli, non credi?

    Innumerevoli segni, li abbiamo percepiti in molti. Personalmente il segno più potente l’ho riconosciuto durante la fase di scrittura. Con Federico avevamo provato a sviluppare diverse linee narrative ma non eravamo ancora soddisfatti, avvertivo un po’ di frustrazione nel non riuscire a trovare un soggetto adatto, qualcosa che in pochi minuti riuscisse a riassumere, a restituire il sapore dell’intera vita del venerabile brindisino. Poi, lessi una testimonianza della madre di Matteo contenuta nella Positio, in cui si parlava di un certo ragazzo che, per via di un malinteso, dopo essere venuto quasi alle mani con Matteo, fu acquietato dal venerabile, facendolo diventare un suo fraterno amico e, stando alla testimonianza, anche un attento credente.

    Un giovane che tutti dovremmo conoscere: Matteo Farina. Una figura, raccontata dal regista Dario Di Viesto, che ha da dire qualcosa all'uomo, spaesato e schiavo della paura, come è l'uomo di questo tempo. Un'intervista che ci apre alla vita e ad un'altra idea di cinema.

    Abbiamo deciso di riprendere questa vicenda ma ricollocandola in un altro contesto, quello musicale. E fu così che questo amico lo chiamammo Carletto e ridisegnammo la sua storia facendogli indossare i panni di ciò che i brindisini chiamano “cacafave” (un perditempo a cui piace esercitare la propria spavalderia nei confronti di coloro che reputa più deboli). Ora, senza entrare nei dettagli del plot, dico soltanto che Matteo, seguendo i segni, dopo esser finito nelle mire del bullo, riesce a recuperare Carletto facendogli scoprire un talento musicale che neanche lui sospettava e inserendolo in extremis come batterista della sua rock band. Carletto è costretto, quindi, ad uscire fuori dalle proprie chiusure e prendersi le proprie responsabilità.

    Realizzato lo script, finalmente soddisfatti, scoprii su YouTube un video dei NoName (si chiamava così il gruppo di Matteo Farina) che si apre con una sorta di quadretto in cui i componenti del gruppo posano mettendo la mano sulla pelata di un ragazzo accovacciato che ha in mano delle bacchette. Ebbi un sospetto… lessi nella descrizione del video chi fosse questo batterista e scoprii che era lo stesso ragazzo di cui parlava la madre di Matteo nella positio. Sentii salirmi i brividi e capii che la storia che avevamo inventato trovava un riscontro nella realtà. Sentii in quel momento Matteo molto vicino e capii che il cortometraggio era sulla strada giusta.

    Uno dei temi più importanti che emergono dal film, anche se in maniera sottile e mai sbandierata, è ovviamente il tema della morte. Cosa ci dice la figura di Matteo sulla morte, quale il suo cammino verso di essa, o meglio ancora verso l’incontro con Dio, oltre le barriere della esistenzialità?

    Matteo ha abbracciato la vita e la morte con il medesimo abbandono a Dio. Dinanzi alla propria malattia, si è più volte chiesto quale fosse il disegno di Dio, che cosa Dio volesse comunicargli. Sicuramente anche Matteo, in particolari momenti, avrà “sudato sangue”, ma sempre silenziosamente, proteggendo chi gli stava attorno. Anche nei momenti più drammatici si è comportato da vero cristiano, cercando di dar forza a tutti e dando l’esempio. Non si lamentava mai del proprio stato di salute, è stato in questo senso una figura eroica.

    Molti dicono che la paura della morte recluti fedeli. Può essere vero, ma è una affermazione che secondo me si ferma all’apparenza delle cose, si mantiene in superficie. Perché chi si avvicina alla religiosità per paura, non si avvicina a Dio, non si eleva. Che tipo di fedeli può reclutare la paura? La paura rende egoisti e cinici. Per chi sa accoglierla, la morte esercita invece un potere molto più profondo, rende in un certo senso “immortali”. Ma senza addentrarci in questo mistero, questo corto l’abbiamo voluto chiamare “Vivere” anche per la proprietà che ha la morte di svelare la bellezza della vita. È la bellezza a reclutare veri fedeli. Matteo, grazie alla malattia, ha affinato la sua capacità di rendersi in grado di abbracciare la bellezza. Nella sua breve vita è stato testimone della bellezza della vita. Dai suoi scritti emerge sempre entusiasmo, luminosità, anche mentre affrontava momenti di grande difficoltà.

    Un altro aspetto che io ho ritrovato nel film dal punto di vista stilistico e che ben rispecchia la figura di questo ragazzo, è la semplicità. Semplicità nelle inquadrature, nelle situazioni e nei dialoghi. Semplicità che non è ovviamente mai banalità. Cosa ci puoi dire riguardo a questa e ad altre scelte stilistiche. E quale idea di semplicità emana dalla vita di Matteo Farina?

    Matteo Farina diceva che la semplicità è lo specchio del volto di Cristo. Sì, anche nel modo in cui abbiamo messo in scena, il nostro cortometraggio ha voluto restituire la semplicità del venerabile brindisino. Ciò che è semplice manca di doppiezza, è immediato, onesto, integro.

    Come è stato lavorare alla preparazione di un film così particolare? Quale il lavoro e il rapporto con i giovani attori, in particolare con Salvatore Giufré che interpreta proprio il ruolo di Matteo?

    È stato un percorso bellissimo. Ricordo che mentre ci preparavamo alle riprese, vivevamo in uno stabile vicino al mare (sede della Cooperativa Eridano) dove una rondinella si era fatta il nido. Durante il giorno cacciava per ritornare al nido e cibare i suoi piccoli. Io e Federico ci siamo sentiti in quei giorni come quella rondinella. Avevamo il compito di liberare quei giovanissimi attori dalle comuni convenzioni riguardo, sì, alla messa in scena, ma, soprattutto, riguardo ad una visione della vita che il materialismo ci trasmette ed è zavorra. Credo che fare questo film sia stata un’esperienza molto importante nella vita di Salvatore Giufré, ma anche di Patrick Sermon. Ed anche per me è stato molto importante. Toccare certi temi e cercare di affrontarli in modo serio inevitabilmente ti muove qualcosa dentro.

    Il giorno prima dell’inizio riprese le piccole rondini hanno lasciato il nido, hanno imparato a volare.

    Fare cinema connotato da una sincera e spiccata spiritualità è difficile e allo stesso urgente nel tempo in cui viviamo. Questo almeno è ciò che noi crediamo. Dal tuo punto di vista qual è lo stato dell’arte oggi? E quanto grande il bisogno, anche inconfessato, di spiritualità dell’uomo?

    C’è un presupposto che il cinema richiede all’uomo per poter esistere: la capacità di stare seduto per un paio d’ore, al buio, senza altri pensieri. Tutto questo, oltre ad essere una condizione fisicamente necessaria, è anche una disponibilità che l’uomo deve dare in senso più esteso, simbolico, per rendersi “fruitore”, potremmo dire, “di bellezza”. Il film ha la necessità di sovrastare, per il tempo dovuto, la quotidianità dello spettatore. I fatti della vita quotidiana devono scomparire per lasciare spazio alla visione; lo spettatore deve farsi assorbire nello schermo, essere nel presente. Ciò, se da una parte riguarda la capacità dello spettatore di lasciare da parte i condizionamenti e abbandonarsi davanti allo schermo, dall’altra presuppone la capacità e la responsabilità del cineasta di fornire un’esperienza speciale, nutrendo lo spettatore con qualcosa che sia vivo, “straordinario”, significativo.

    Fra i film che ho occasione di vedere attualmente nei cinema ci sono opere fatte tecnicamente benissimo, con genialità, con attori straordinari, esteticamente ineccepibili, eppure… eppure sento che manca sempre qualcosa… un qualcosa che non è accessorio. Anche gli autori che un tempo mi appassionavano molto, sento che oggi non hanno più qualcosa di importante da dire. Perché la vita, prima del cinema, è cambiata, è in continua trasformazione. Credo che difficilmente oggi i film riescono a riconciliare con la vita, a nutrire la parte più essenziale, a colmare i vuoti, a dare risposte. La crisi profonda dell’uomo moderno non trova un interlocutore, a livello profondo, lì dove l’arte dovrebbe agire. Tutto è divenuto eccessivo, roboante, sia nel “cinema d’autore” (che è una definizione che certo cinema si auto assegna), sia nel cinema d’intrattenimento. Servirebbe più silenzio nelle nostre vite per rendere possibile un ritorno all’ascolto e all’osservazione. Per rendere possibile la poesia. Tutto nasce da lì, dal silenzio. C’è bisogno di tempo, tempo vuoto vissuto nella pienezza.

    Non so se ho risposto alla tua domanda, ma sento che tutto questo ha a che fare con la dimensione spirituale nelle arti.

    Il cortometraggio racconta la storia di un giovane “eccezionale” nella sua quotidianità. Sono forse proprio i giovani i primi destinatari della tua opera? O anche noi adulti dobbiamo accogliere un messaggio che ci interroga?

    Credo e spero siano vere entrambe le cose.

    La vita e le opere di Matteo Farina sono state in diretta comunicazione con la vita dei giovani che lo hanno circondato, spesso con amore, altre volte con sospetto. Raccontare Matteo Farina significa quindi sì cercare di dire qualcosa di universale sull’uomo, ma naturalmente lui è un esempio diretto soprattutto per coloro che si trovano ad affrontare medesime situazioni e medesimi conflitti, ovvero i giovani.

    Ci puoi, in finale, dire dove e come verrà distribuito il corto? State pensando a delle proiezioni legate anche a dei percorsi educativi? Chi fosse interessato ad organizzare delle proiezioni – associazioni, enti, scuole o anche privati cittadini – chi può contattare?

    Essendo il cortometraggio nato nell’ambito di un progetto che ha l’obiettivo di contrastare la povertà educativa, tale finalità è prioritaria nelle nostre intenzioni di distribuzione. Per questo motivo qualora una scuola, una parrocchia, un’associazione volessero organizzare una proiezione è sufficiente rivolgersi a Eridano chiamando lo 0831411295, oppure scrivendo a info@cooperidano.it. Per quanto riguarda la partecipazione a festival, per adesso stiamo un po’ temporeggiando. A seguito delle prime proiezioni in pubblico, ci è stato chiesto da più persone di far diventare questo corto un lungometraggio. Sarebbe molto bello. Staremo a vedere se le occasioni si apriranno in questa direzione.

  • PANTANO

    PANTANO

    In Ucraina è arrivato anticipatamente l’inverno. Pioggia e neve già rendono impraticabili le strade non asfaltate, e la mobilità dei corazzati è ridotta al minimo. Una tempesta di inaudita potenza ha spazzato il mar Nero, distruggendo reti elettriche un po’ dovunque. 2000 villaggi ucraini sono senza energia elettrica, la Crimea è senza acqua corrente, perché gli impianti di pompaggio non sono alimentati. In alcuni punti della costa, il mare è arretrato anche di 100 metri.
    Ovviamente tutto questo si riflette immediatamente sulla linea di combattimento, frenando fortemente l’attività aerea e di artiglieria, il che nell’immediato costituisce un vantaggio per gli ucraini: le condizioni climatiche, infatti, rallentano ulteriormente l’avanzata russa intorno ad Avdeevka, così come la controffensiva sul Dniepr, nel settore di Kherson.
    La situazione sul campo è al momento, metaforicamente e praticamente, congelata.

    L’arrivo del generale inverno, comunque, può tuttalpiù agevolare le forze ucraine nel passaggio da una postura offensiva ad una difensiva. Ma non è sufficiente per nulla di più, e come s’è già visto lo scorso inverno, non fermerà l’esercito russo.
    L’inevitabile rallentamento delle operazioni terrestri, però, diventa terreno fertile perché altri livelli del conflitto si manifestino più incisivamente. È infatti evidente che la NATO è ormai entrata in modalità Minsk, ovvero è alla ricerca di una via d’uscita temporanea dal conflitto; una qualche forma di accordo che consenta, appunto, di congelare il conflitto, quel tanto che basta per rimettere in piedi una parvenza di esercito ucraino efficiente, e soprattutto per mettere i paesi europei dell’Alleanza in condizione di affrontare uno scontro diretto con Mosca. È evidente che la NATO si sta orientando verso questa prospettiva, una guerra con la Russia entro (relativamente) pochi anni. Come del resto ha chiaramente detto il presidente della Repubblica Ceca, Pavel, che oltretutto è un ex-generale NATO.

    Vanno in tal senso sia gli sforzi (e gli investimenti) per adeguare ed uniformare le infrastrutture viarie europee (sia su gomma che su ferro), al fine di renderle adeguate agli spostamenti di truppe e mezzi con standard NATO, sia la recente proposta di una Schengen militare [1], per agevolare la rapidità e libertà di movimento transfrontaliero per gli eserciti NATO.
    Una prospettiva che, però, richiede necessariamente che soprattutto gli eserciti europei – e le rispettive capacità industriali – siano portati al livello necessario per combattere una guerra di logoramento, con una grande potenza militare come la Russia. E per fare ciò, occorre fondamentalmente tempo. Un tempo di non belligeranza attiva, che quindi richiede la chiusura (temporanea) del conflitto ucraino. Un risultato, questo, che richiede l’allineamento di tre elementi: la conversione della narrativa propagandistica, la disponibilità ucraina, e soprattutto quella russa.
    Ovviamente, i primi due sono non solo quelli su cui è possibile esercitare tutta l’influenza della NATO, ma anche quelli necessari (seppur non sufficienti) per avviare il dialogo con Mosca.

    Ma se riorientare la narrazione della propaganda (cosa peraltro già in atto) è facile, convincere gli ucraini a più miti consigli sembra esserlo assai meno. Zelensky, infatti, sembra essere determinato a portare avanti la guerra ad ogni costo, anche perché percepisce che il suo destino è ineluttabilmente legato al suo proseguimento, e quindi quanto più dura il conflitto tanto più dura il suo potere.
    Ne consegue che per la NATO – o meglio, per chi in essa decide, ovvero Washington – il problema è gestire una transizione al governo del paese; idealmente, una transizione democratica sarebbe stata preferibile, ma è evidente che Zelensky non ha alcuna intenzione di tenere le elezioni presidenziali, il prossimo anno. Sarà pertanto necessario, con ogni probabilità, ottenere il cambio desiderato in modo un po’ più informale
    Al momento, il problema principale sembra essere trovare un sostituto che sia affidabile (per gli USA) ma anche credibile (per gli ucraini), cioè che sia capace di mantenere la presa sul paese, conducendolo fuori dalla guerra, senza scossoni né colpi di coda.

    Quest’ultimo punto, in particolare, non è proprio scontato. Anche se, infatti, la popolazione ucraina è stremata (e decimata), e vedrebbe generalmente bene la fine delle ostilità, non bisogna dimenticare che una parte significativa delle forze armate è costituita da unità dichiaratamente filonaziste, la cui reazione potrebbe essere del tutto imprevedibile (o prevedibilissima, secondo come la si guardi). Non dimentichiamo che la storia europea racconta di ben due, clamorosi casi in cui una pace vista come tradimento dei sacrifici della guerra, produsse nella Germania sconfitta dapprima i freikorps e poi il nazismo, e nell’Italia vittoriosa il fascismo. Non si tratta quindi di un pericolo da sottovalutare, anche in considerazione del fatto che queste unità banderiste sono molto ben armate ed addestrate.
    Serve insomma un candidato che abbia l’autorevolezza per tenere sotto controllo i settori più inquieti della società ucraina, durante una fase necessariamente tempestosa.

    Allo stato attuale, le alternative possibili a Zelensky sembrano essere due, il suo ex consigliere Arestovich, ed il capo delle forze armate Zaluzhny. Il primo è sicuramente in linea con la prospettiva del compromesso per la pace, ma è anche un personaggio non particolarmente limpido, e comunque noto ma non popolare. Diversamente il comandante in capo gode di molta stima, sia tra i militari che nella popolazione, ma seppure spesso in contrasto con il presidente non sembra però molto convinto dell’opzione pacifista; va da sé che, in virtù del suo ruolo attuale, non può sbilanciarsi troppo in tal senso, ma talune sue prese di posizione sembrano suggerire che il dissenso sia più che altro relativo alla migliore strategia per opporsi alla Russia, e non sull’idea di continuare a combattere o meno. E ovviamente, il fatto di essere il comandante dell’esercito renderebbe più difficile dissimulare la sostanza del modo in cui avverrebbe il cambio al vertice, cioè un golpe.

    Naturalmente Zelensky è ben consapevole di tutto ciò, e si muove cercando di prevenire le mosse di chi vorrebbe detronizzarlo. Sul piano internazionale, è evidente che l’unico alleato di ferro su cui possa contare è la Gran Bretagna (che diversamente dagli USA sono per continuare la guerra sino all’ultimo ucraino), mentre sul piano interno è cominciata una vera e propria guerra fratricida, che oppone il gruppo di potere zelenskiano a quello (quasi esclusivamente militare) di Zaluzhny.
    Del resto, il presidente ucraino capisce bene che questa non è soltanto una battaglia sulla scelta tra guerra e pace, e neanche una questione meramente di potere; di fatto, a questo punto c’è molto di più. Come ha scritto recentemente di lui Politico [2], “finché Zelensky sarà in vita, continuerà a muovere l’Europa nella direzione che desidera”. Il che, se non proprio come una minaccia, di certo suona come un oscuro pronostico. Sta quindi usando il suo potere per indebolire gli avversari.

    Quello che sta accadendo in Ucraina, infatti, è un vero e proprio regolamento di conti, una sorta di notte dei lunghi coltelli [3] protratta nel tempo. Secondo l’ex Deputato della Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) Oleg Tsarev [4], due sono le strutture in grado di realizzare un golpe senza bisogno di schierare i carri armati nelle strade: la Divisione Speciale Alfa e le Forze per le Operazioni Speciali.
    Il vice Comandante di Alfa, General Maggiore Shaytanov, è stato accusato di tradimento. Viktor Khorenko, Responsabile delle Forze Speciali, è stato rimosso. La comandante dei reparti della sanità militare, Tatyana Ostashchenko (una fedelissima di Zaluzhny), è stata rimossa. Zelensky ha inoltre licenziato e sostituito quattro vice comandanti della Guardia Nazionale ucraina.
    Di più, Zelensky ha recentemente lanciato un attacco diretto a Zaluzhny – sia pure senza nominarlo – in un’intervista al quotidiano The Sun, dichiarando che “se un militare decide di impegnarsi in politica, e ha tutto il diritto di farlo, allora lascialo fare, ma poi non potrà impegnarsi in una guerra. Se sei in guerra, pensi di entrare in politica o di candidarti alle elezioni domani, allora sia a parole che in prima linea ti comporterai come un politico e non come un militare, commettendo, secondo me, un grosso errore” [5].

    La situazione interna ucraina, quindi, è altrettanto impantanata quanto le truppe al fronte. È probabile che, con il peggiorare delle condizioni lungo la linea di combattimento, e con l’avvicinarsi della campagna elettorale per le presidenziali USA, le pressioni da parte di Washington per arrivare ad una Minsk III si faranno sempre più forti, utilizzando la leva degli aiuti e delle forniture militari – la cui entità e fattispecie sarà via via sempre più finalizzata a spingere Kiev verso un accordo.
    Naturalmente, in tutto ciò (come del resto ormai d’abitudine) la NATO fa i conti senza l’oste. Non si capisce infatti per quale ragione la Russia dovrebbe accettare oggi un compromesso, dal quale non ricaverebbe null’altro che una presa d’atto occidentale della realtà sul campo (ovvero qualcosa che già ha ottenuto), non solo rinunciando agli obiettivi strategici della guerra – demilitarizzazione e neutralità dell’Ucraina – ma nella consapevolezza che, proprio come è stato per i precedenti accordi firmati nella capitale bielorussa, si tratterebbe di meri espedienti, utilizzati dalla NATO per guadagnare tempo e riprendere fiato.

    Certamente in presenza di una disponibilità formale ucraina, e di una sostanziale statunitense, la Russia subirebbe pressioni da più parti affinché quantomeno non respinga pregiudizialmente la possibilità di un accordo. È chiaro che questa guerra risulta scomoda, anche per alcuni importanti amici di Mosca – la Cina tra tutti. Ma è anche vero che un accordo di compromesso al ribasso, non solo potrebbe provocare malumori nel paese (ancora la vittoria tradita…), ma sarebbe soprattutto un errore strategico. È infatti assolutamente evidente che la NATO si sta preparando per la guerra, e che – a meno di clamorosi eventi – nel giro di 5/7 anni si sentirà pronta per ripartire all’offensiva; magari proprio da un’Ucraina ritirata sù alla bell’e meglio, che riapre il conflitto col pretesto di riprendersi i territori perduti.
    Qualsiasi accordo che non preveda il conseguimento certo degli obiettivi, risulterebbe pertanto una manovra a dir poco avventata. Probabile quindi che Mosca, pur accettando di sedersi ad un tavolo, non accetterà invece alcun cessate il fuoco, e soprattutto non sottoscriverà alcun trattato rispetto ai cui termini sia garantita non già dalla parola della NATO, ma da risultati concreti ottenuti sul campo di battaglia.

    Indipendentemente da quanto accadrà a Kiev nei prossimi mesi, quindi, la prospettiva che si sta delineando sul medio periodo è quella di una nuova guerra con la Russia, ma in cui l’Ucraina (o i baltici, o chi altro sia disposto a ricoprire il ruolo) farà da innesco, ma a fare la parte dei prossimi proxy saranno gli eserciti europei della NATO. Mentre l’impero manovra per linee esterne, come si addice ad una potenza thalassocratica, a combattere sulle frontiere vanno gli eserciti coloniali.


    1 – Cfr. “La NATO esorta gli Stati membri a costruire una ‘Schengen’ militare”Euractiv.it
    2 – Cfr. “The most powerful people for 2024”Politico Europe
    3 – Cfr. “La notte dei lunghi coltelli”Rai Cultura
    4 – Cfr. “Sul licenziamento del responsabile delle forze speciali dell’ucraina, General Maggiore Viktor Khorenko”Telegra.ph
    5 – Cfr. “Zelensky warns Ukraine generals that getting involved in politics puts country’s unity at risk”The Sun

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