IL GIALLO KHERSON

C’è stata un’improvvisa accelerazione nelle vicende della guerra ucraina, determinata dalla decisione russa di ritirarsi dalla riva destra del Dniepr nella regione di Kherson. Proviamo ad analizzarne i possibili motivi, fermo restando che, allo stato attuale delle cose, possiamo solo fare delle ipotesi. L’editoriale di Enrico Tomaselli.

Si è più volte parlato della città di Kherson, anche su queste pagine, proprio perché in effetti si tratta di un nodo strategico fondamentale nell’ambito della campagna russa in Ucraina. Come si ricorderà, la città fu oggetto di una controffensiva ucraina questa estate, che però – a parte qualche marginale successo – non riuscì a determinare alcun cambiamento significativo del fronte e oltretutto comportò un elevato numero di caduti e di perdite in mezzi ed armamenti. Da allora, si è continuamente parlato di una nuova, imminente offensiva per cercare di riprendere la città, ma, nonostante una serie di segnali in tal senso (soprattutto l’accumulo di forze nel settore, in buona parte mercenari ben addestrati) questa non si è mai concretizzata. Al contrario, questo settore del fronte è rimasto sostanzialmente stabile, proprio a partire dal fallimento dell’offensiva ucraina. E questo mentre invece gli altri fronti hanno continuato a mantenere una certa dinamicità. A nord, nel settore di Kharkiv-Lyman, le forze russe hanno rosicchiato qua e là, recuperando parte dei territori persi durante la fortunata controffensiva ucraina d’estate. Inoltre, i russi continuano a cercare di riprendere Lyman. Analogamente, le forze armate russe hanno ripreso con vigore l’offensiva per cercare di liberare la restante parte del Donetsk ancora sotto controllo ucraino e, pur muovendosi in un territorio altamente fortificato e, quindi, con la necessità di combattere praticamente casa per casa, non hanno smesso di avanzare. Nell’oblast di Zaporizjia gli ucraini non hanno smesso di tentare gli assalti contro la centrale nucleare di Enerdogar, attraverso il largo bacino idrico creato dal Dniepr. Solo nel settore di Kherson non si è più registrato nulla di significativo.

L’importanza strategica della città

Kherson è strategicamente importante e per più di una ragione. Innanzi tutto, chi controlla la città è in grado di minacciare i collegamenti con la Crimea. La sua posizione, inoltre, ne fa un baluardo, da cui è possibile partire verso la (o, al contrario, impedire la) conquista del sud-ovest ucraino, con Odessa e sino alla Transnistria. Il fatto poi che si trovi a cavallo del Dniepr, a valle del grande bacino che fa da confine tra gli eserciti nella regione di Zaporizjia, fa di questa città un nodo critico per il controllo di questa importante via d’acqua verso il mar Nero. Non a caso, i russi hanno pensato bene di conquistarla sin dai primi giorni del conflitto, così come gli ucraini hanno cercato di riprendersela.
Vale la pena rimarcare che, come già detto, a questo tentativo gli ucraini sono stati disposti a pagare un prezzo molto elevato. Nonostante una grande inferiorità numerica, i russi sono stati in grado di respingere ogni tentativo ucraino, infliggendo gravi perdite. E questo quando il rapporto di forze, non solo nel settore, era fortemente sbilanciato in favore degli ucraini. Non per caso, fu proprio dopo le due controffensive estive (quella contro Lyman, coronata dal successo, e quella contro Kherson, fallita) che a Mosca è stata presa la decisione della mobilitazione parziale.

Sappiamo che, proprio a seguito di questa decisione, negli ultimi tempi sono giunti al fronte circa 80/90.000 uomini (e relativi mezzi), che certo non sono stati concentrati tutti in un solo settore ma che, in qualche misura, devono aver rafforzato anche quella regione. Per tacere del fatto che, nel giro di 30/40 giorni dovrebbero arrivarne oltre 200.000, terminato il periodo di riaddestramento.

Riassumendo, quindi, la situazione generale potrebbe essere riepilogata in questi termini: le forze armate russe stanno conducendo una dura campagna aerea contro le infrastrutture ucraine, creando forti difficoltà alla mobilità ferroviaria e all’attività industriale e di riparazione (per limitarsi agli effetti più evidenti sul piano militare); sia pure in modo diversificato, e senza gradi spostamenti del fronte, sono all’offensiva pressoché sull’intera linea di contatto, ed anche laddove sono gli ucraini ad avere l’iniziativa continuano ad infliggergli gravi perdite; tutto il dispositivo militare al fronte è stato rafforzato, ed è imminente un ulteriore, significativo rafforzamento. Insomma, una situazione di indiscutibile vantaggio strategico.

In questo quadro, stante l’evidenza di un interesse ucraino a riconquistare Kherson – peraltro più volte riaffermata da Zelensky – è impensabile che un generale esperto come Surovikin abbia sottovalutato la minaccia e, quindi, non abbia provveduto per tempo a rafforzare le difese laddove necessario. Oltretutto, sia l’attacco al ponte di Kerch che quello alla base navale di Sebastopoli hanno mostrato chiaramente che l’interesse ucraino (ed ancor più della NATO, che del Donbass se ne frega, ma al mar Nero ci pensa eccome) è rivolto principalmente alla penisola, e quindi l’importanza strategica della città ne risulta ancor più evidente.

C’è un dietro le quinte?

Eppure, qualcosa accade. O meglio, non accade. L’offensiva ucraina, più e più volte annunciata, non arriva; gli analisti ritenevano che quanto meno sarebbe scattata a ridosso delle elezioni di midterm, per supportare in qualche modo l’amministrazione Biden, ma così non è stato. E, ciò nonostante, tra settembre ed ottobre non solo sono continuati gli invii di armi occidentali, ma è aumentato l’impegno generale della NATO e dell’Unione Europea – sia in termini economici che di addestramento – si è fatto più stringente l’azione dei servizi di intelligence, soprattutto britannici, e – last but not least – sono rientrati in Ucraina i 10.000 uomini del contingente addestrato in Gran Bretagna. C’erano, insomma, tutti i presupposti perché scattasse l’offensiva. E invece, appunto, nulla.

Quando Surovikin decide di far evacuare i civili dalla riva destra della città, sembra essere una misura presa proprio in vista di una grande battaglia; stante comunque la superiorità numerica ucraina, appariva possibile che prendesse in considerazione l’eventualità di un iniziale sfondamento e, quindi, la necessità di rinculare con le truppe verso la città. Il rischio che, alla fine, ci si trovasse a combattere proprio per le strade di Kherson sembrava una buona ragione per questa scelta drastica.

Va notato, comunque, che, sebbene la città di Donetsk sia molto più prossima alla linea di contatto e sia quotidianamente bombardata dagli ucraini, non è stata mai avanzata la necessità di evacuarla.

Qualcosa di strano è cominciato a farsi strada, quando è filtrata la notizia che sarebbero stati evacuati i civili anche dalla riva sinistra e, soprattutto, quando si è saputo che si stavano predisponendo linee difensive fortificate proprio da questo lato del fiume, alle spalle della città. Insomma, è singolare che, in un momento in cui la situazione strategica è tornata a pendere in favore dei russi, e quella tattica nel settore non presenta particolari novità – se non, appunto, un rafforzamento dello schieramento russo – si assumano decisioni apparentemente improntate ad una francamente eccessiva preoccupazione, diremmo pure ad una sopravvalutazione del nemico.

Finché non arriva addirittura la notizia che le forze armate russe lasciano completamente la parte a destra del Dniepr dell’intero settore, compresa quindi la parte di città che si trova su quella riva, e che questa nel giro di pochi giorni sarà occupata dalle forze ucraine.

Va notato che, pressoché contemporaneamente, da Kiev viene fatta filtrare la notizia che Zelensky ha dato ordine di riconquistare la città prima del 15 novembre, in modo che possa presentarsi al G20 indonesiano da vincitore. Per quanto ormai siamo abituati alle sparate del leader ucraino, è evidente che questa nasce dalla consapevolezza che i russi si ritireranno. Quindi, non solo gli ucraini lo sanno, ma in qualche modo la cosa appare addirittura concordata. Anche l’espressione usata per comunicare la decisione (“Kherson will come under the control of the Armed Forces of Ukraine”) è rivelatrice di un agreement. Del resto, se così non fosse, approfittando della propria superiorità numerica gli ucraini attaccherebbero il nemico in ritirata, amplificando al massimo l’impressione del successo militare.

Del resto, le giustificazioni addotte sono abbastanza singolari, in quanto si parla di difficoltà nel mantenere rifornite le truppe che si trovano al di là del fiume. Difficoltà che non sono mai emerse prima, nemmeno durante la controffensiva ucraina d’estate, e che sinceramente appaiono quanto meno discutibili; anche a voler considerare la parziale interruzione del ponte di Kerch, non si vede quale difficoltà ci sarebbe nel far pervenire il necessario sulla riva destra, visto che ovviamente può arrivare tutto via terra attraverso il Donetsk. Del resto, a dimostrare la fragilità dell’argomento, sta il fatto che sono stati proprio i russi, il 9 novembre, a far saltare i ponti sul Dniepr, a Tyaginsky, Darevsky e Novovasilyevsky.

Altra cosa assai singolare: non solo la decisione di ritirarsi così in profondità (senza che ci fosse un’effettiva ed impellente necessità militare) è stata comunicata ai massimi livelli – oltre Surovikin, anche il ministro Shoigu – ma, cosa ancor più rara, persino due personaggi solitamente assai critici con tutto ciò che può apparire come un cedimento, ovvero il ceceno Khadirov e Prigožin, il capo della PMC Wagner, si sono affrettati a dire che condividono la decisione, che, anzi, essa dimostra la saggezza del generale Surovikin. Anche altre fonti vicine alle forze armate hanno ribadito che la decisione è di natura strettamente militare, non politica. È evidente che negare la politicità di una scelta del genere è esattamente la conferma che, invece, essa è di natura eminentemente politica. E del resto, non potrebbe essere diversamente.

Questa, infatti, non è una scelta tattica, una ritirata momentanea, ma strategica e definitiva. Se la Russia si ritira dalla riva destra del Dniepr, un domani sarebbe estremamente complicato riprendersela. È pur vero che, sin dall’inizio del conflitto, molti analisti ritenevano che i russi non intendessero spingersi oltre il Dniepr, facendone di fatto una linea di confine – almeno per la parte meridionale del suo corso. Ma è anche vero che neanche due mesi fa si è voluto accelerare il processo referendario, e di certo gli abitanti di Kherson non pensavano – votando a favore dell’annessione alla Federazione Russa – che poco dopo si sarebbero trovati definitivamente allontanati dalla propria città. Sul piano della credibilità verso le popolazioni russofone, è comunque la si guardi, un duro colpo.

Questa rinuncia, dunque, deve avere un alto valore su altri piani, tale da giustificare una mossa che, per quanto la si voglia giustificare, apparirà come un segnale di debolezza – e come tale sarà sbandierata in tutto l’Occidente. Ovviamente, le voci dicono che questo è il prezzo per aprire una trattativa. Che ci sarebbero state discrete pressioni americane su Zelensky in tal senso, anche in virtù del fatto che si temevano i contraccolpi sia del voto di midterm (anche se sembra essere meno disastroso del previsto), sia della crescente difficoltà e stanchezza degli alleati europei. Peraltro, anche gli USA stessi cominciavano ad essere un po’ in affanno con le forniture militari a Kiev.

Se questo è il disegno che sta dietro questa ritirata, immagino che a Mosca abbiano valutato bene quel che stanno facendo. Perché ci sono almeno due precedenti che dimostrano come la disponibilità russa sia usata per guadagnare tempo. Già gli accordi di Minsk, come dichiarato dallo stesso Poroshenko, furono intesi esattamente come un modo per riorganizzarsi militarmente e prepararsi a tornare all’attacco del Donbass. Certamente, quel periodo è stato sfruttato dalla NATO per preparare le forze armate ucraine alla futura proxy war con la Russia.

Analogamente, quando a marzo i russi si ritirarono spontaneamente sia dalla periferia di Kiev, sia dalla regione di Sumy ad est, lo fecero anche nella convinzione che questo potesse agevolare i primi tentativi di dialogo, tra Ankara e Minsk. Come sia andata a finire, lo sappiamo bene.

Se, dunque, cedere un pezzo di territorio (che comunque agiva da protezione per la Crimea ed il fianco sud degli oblast di Zaporizjia e Donetsk) è una mossa in vista dell’apertura di un tavolo di trattativa, per un verso non si può non essere contenti che si ponga fine alla guerra, ma dall’altro non si può perdere di vista il quadro generale, con tutti i contraccolpi del caso.

La prima domanda, infatti, è: e dopo? Cosa accadrà, se da parte di Kiev si manifestasse (con prevedibilissima arroganza) una disponibilità a tornare al tavolo? Ovvio che la situazione dovrà essere congelata, il che significa rinunciare a pezzi dei quattro oblast annessi, ancora in mano ucraina. Significa fare di Kherson una sorta di Berlino fluviale degli anni del Muro. E soprattutto, il rischio è che tutto questo non porti ad alcun esito sulla questione essenziale, ovvero un trattato sulla sicurezza in Europa. Perché gli Stati Uniti è facile che passino la palla agli ucraini, come se fosse una faccenda regionale, da sbrigare tra Kiev e Mosca. Insomma, tanta fatica – e tanto sangue – per niente?

Tra l’altro, sinora proprio gli ucraini non sembrano granché convinti: secondo un comunicato delle forze armate di Kiev, infatti (“Ukrainian operational headquarters ‘South’ believes that the retreat of the RF Armed Forces from Kherson may be part of an information-psychological operation to mislead the Armed Forces of Ukraine – speaker of the Operational Command ‘South’ Natalya Gumenyuk”) si attribuisce alla ritirata russa il significato di una operazione di psy-ops per ingannare l’esercito ucraino. E resta poi da vedere come reagirebbero le formazioni neonaziste che sostengono Zelensky e che sono molto ben radicate ai vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Per non parlare del fatto che gli obiettivi dichiarati dell’operazione speciale – demilitarizzare e denazificare – sarebbero clamorosamente mancati. Gli ukronazi sono ancora tutti lì (anzi, i russi gli hanno anche restituito quelli catturati) ed il giorno dopo la firma di un armistizio la NATO si fionderà a rimettere in piedi l’esercito ucraino.

Dal punto di vista di Mosca, c’è il rischio significativo che una vittoria militare di fatto si trasformi in una sconfitta politico-diplomatica. Ma tutto ciò è – al momento – del tutto ipotetico. Staremo a vedere cosa accade nelle prossime settimane. Se, cioè, la ritirata da Kherson sia una mossa politica, per aprire uno spiraglio di trattativa, o se invece sia realmente una mossa militare, funzionale a migliorare la capacità offensiva russa. Se la campagna d’attacco alle infrastrutture ucraine rallenta ulteriormente, se l’arrivo dei nuovi reparti non determina una maggiore incisività offensiva, se l’Ucraina darà segnali di apertura, vuol dire che si voleva arrivare a questo. E forse non è un caso che Macron rilanci proprio adesso la necessità di garantire la sicurezza in Europa, quasi ci fosse un ammiccarsi a distanza.

La Russia, in ogni caso, non può permettersi il lusso di perdere di vista il quadro globale. La portata dello scontro va ben oltre la sua dimensione militare.

Il mondo guarda Mosca e Washington: una mossa sbagliata può far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

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2 thoughts on “IL GIALLO KHERSON

    1. I civili sono stati evacuati per evitare che subissero ritorsioni da parte degli ucraini, considerato che hanno da poco votato per abbandonare l’Ucraina e aderire alla Federazione Russa. L’idea di distruggere la città per annientare le truppe nemiche è decisamente fuori dalla realtà; non dimentichiamo mai che questa è una guerra, non un videogioco, le persone muoiono davvero, e le città non sono fatte con i Lego…

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