IL SUPREMATISMO USA ALLA PROVA

Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti ha preso il sopravvento una strana alleanza tra l’elite globalista democratica ed i circoli neocon. Questo grumo di potere è unito dalla visione messianica degli USA come del paese eletto da dio a guidare il mondo; i primi apportano all’alleanza la visione ideologica, i secondi il cinismo politico. Sempre più scollegati dalla realtà degli states, appaiono accecati dalla propria stessa narrazione e stanno trascinando il mondo occidentale in una guerra senza fine, che per di più non possono vincere. La vera minaccia del conflitto nucleare viene da lì, non dalle steppe russe.

Un’America accecata

Quando si pensa al suprematismo negli Stati Uniti, il pensiero va alle correnti di estrema destra che attraversano il paese, soprattutto fuori dalle grandi metropoli e lontano dalle sponde oceaniche: quel suprematismo bianco che va dal Ku Klux Klan alle milizie neonaziste. Ma, ancora più profondo, c’è un altro suprematismo che alligna in USA e che ha le sue radici nella dottrina Monroe (1): l’idea dell’America First. Variamente declinata, e giustificata, l’idea della supremazia statunitense sul mondo si è via via andata delineando come una mission assegnata da dio (2), ma all’ombra della quale si sono poi annidati i corposi interessi materiali delle elites economiche. Già nella formulazione della locuzione è insita questa idea: come ha recentemente fatto notare il Presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, gli USA si pensano e si dicono l’America, laddove invece non ne sono che una parte. Anche solo il nord America, infatti, conta anche il Messico ed il Canada.

Questa idea della supremazia americana, quale la conosciamo oggi, si è formata soprattutto attraverso due passaggi fondamentali, la seconda guerra mondiale e la guerra contro l’Iraq.
Dal punto di vista di Washington, il conflitto mondiale è stato significativo per più di un motivo. Innanzi tutto, è stato il primo massiccio evento di proiezione globale; gli Stati Uniti hanno condotto infatti una guerra sul fronte atlantico-europeo ed una su quello pacifico. Per quanto entrambe rispondessero principalmente ad una ragione geopolitica (bloccare la crescita economico-industriale della Germania e del Giappone), la narrazione roosveltiana fece sì che apparisse come la guerra dei giusti contro il male – riuscendo in questo a generare una mobilitazione morale del popolo americano, necessaria a rendergli sopportabile l’immane sforzo. Questa visione del conflitto – e di sé – contribuirà moltissimo a radicare l’idea del suprematismo americano non solo nelle elites, ma anche nel senso comune popolare. Inoltre, fornirà un modello di narrazione che i governi statunitensi ricicleranno innumerevoli volte: la hitlerizzazione di ogni successivo avversario.

All’indomani del conflitto, quindi, Washington si trova non solo dominus pressoché assoluto dei due maggiori oceani, ma di fatto padrone del più rilevante (allora) pezzo di mondo, l’Europa. Non solo, diviene consapevole che il proprio apparato militare ed industriale è all’altezza della mission suprematista, la quale a sua volta è penetrata profondamente nella ideologia americana.
La lunga stagione della guerra fredda che seguirà, sarà in effetti – nonostante la presenza dell’Unione Sovietica – la golden age del dominio statunitense.
A sostanziale conclusione di questo ciclo, la guerra in Iraq produce invece un profondo fraintendimento. Prevalentemente in occidente, e com’è ovvio soprattutto in USA, ma non solo. A poco più di un decennio dalla dissoluzione dell’URSS, la travolgente vittoria con Saddam (un altro Hitler…) sembra non solo riscattare la clamorosa sconfitta del Vietnam, ma soprattutto affermare l’irresistibile invincibilità delle armate americane.

Ciò che questa guerra determina, quindi, è rafforzare l’idea che la supremazia americana è così evidente de facto, che non può non esserlo anche de jure. Il diritto divino dell’America a guidare il mondo.
Peraltro, l’esito della guerra irachena contribuirà a rafforzare un trend iniziato appunto con la caduta dell’Unione Sovietica, ovvero la trasformazione strategica delle forze armate USA e della NATO che – nell’autopercezione di essere ormai l’unica potenza dominante – immaginano, d’ora in avanti, di avere di fronte soltanto guerre asimmetriche, contro avversari infinitamente più deboli. (3)
Su questo filone ideologico del pensiero politico americano, negli ultimi decenni si è venuta poi a creare una saldatura tra l’elite globalista incarnata nei vertici del partito democratico USA, ed i circoli neocon statunitensi. L’ideologia globalista incarnata dai democrats è di fatto una espansione dell’idea suprematista, che non ritiene più sufficiente l’egemonia politica ed il dominio militare degli USA, ma muove di fatto verso una omologazione profonda del mondo al modello americano; e quindi alla cancellazione di qualsiasi riottosità all’adozione dell’ideologia liberal-progressista. Per quanto ideologicamente lontanissimi da questa visione, i circoli neoconservatori – veri e propri think tank del pensiero di estrema destra – offrono al progetto globalista la visione strategica, il disegno geopolitico globale. Benché palesemente divergenti rispetto agli obiettivi ultimi, e con ogni probabilità reciprocamente convinti di star usando l’altro, democratici e neocon convergono sulla necessità di annichilire qualsiasi resistenza al dominio assoluto degli USA, che entrambe percepiscono come una minaccia.

Hitler oggi vive a Mosca – domani a Pechino

Nella narrazione evocativa statunitense, è Putin a ricoprire il ruolo di Hitler del momento. Ma in effetti la Russia post-sovietica, anche sotto la guida di Putin, non è mai stata anti-occidentale, né tantomeno il leader russo è stato altro che un politico attento agli interessi nazionali russi, ma in una chiave affatto radicale. A ben vedere, infatti, la NATO ha dovuto trascinarlo per i capelli, nel conflitto ucraino. Un leader anche solo vagamente hitleriano avrebbe già raso al suolo l’Ucraina, ed i suoi carri sarebbero alle porte di Varsavia e Berlino.
In pratica, quella che si sta combattendo non è soltanto una guerra tra la Russia e l’Ucraina (e 30 paesi NATO, più qualcun altro del club occidentale…), ma anche, se non soprattutto, una guerra tra la realtà e la narrazione. E paradossalmente è proprio in quest’ultimo conflitto, che si annidano i maggiori pericoli di espansione dell’altro. Il deep state USA ha lanciato Kyev e l’intero occidente in una guerra devastante, senza in effetti avere un’idea realistica di come condurla e vincerla. Il che, da un punto di vista strategico, segna una significativa regressione del pensiero politico statunitense; il quale già abitualmente scatena guerre senza avere alcuna idea precisa sul cosa debba seguire l’immancabile vittoria – e infatti quel che segue è immancabilmente il caos – ma in questo caso appare sempre più evidente che, oltre all’irrefrenabile desiderio di far guerra alla Russia, non c’è nemmeno un’idea sul come farla.

Battere l’Orso russo si sta rivelando assai più difficile del previsto. Per quanto i vertici statunitensi possano essere stati spinti da avventurismo politico e fanatismo ideologico, al Pentagono avrebbero dovuto avere le idee un po’ più chiare, almeno sulle questioni militari. Ne consegue che la guerra ha preso una piega imprevista, e che tutte le agenzie di intelligence occidentali avevano commesso seri errori di valutazione. A dieci mesi dal 24 febbraio, i paesi NATO hanno praticamente esaurito la possibilità di rifornire gli ucraini in un settore cruciale come il munizionamento d’artiglieria; l’esercito di Kyev è praticamente distrutto, e senza il supporto di migliaia di mercenari sarebbe già collassato.
Per Washington oggi il problema è trovare una via d’uscita che consenta di salvare la faccia – e la NATO; in caso di sconfitta, è chiaro che le spinte centripete comincerebbero a squassare l’Alleanza.
Persino l’indebolimento dei paesi europei, ormai ridotti al vassallaggio, benché fosse evidentemente tra gli obiettivi americani, e nonostante apporti indubbiamente vantaggi sul breve periodo, in una prospettiva strategica di medio-lungo periodo diventerà un problema. Se, infatti, graverà principalmente sulle spalle USA il confronto con la Cina (col codazzo dei vassalli locali, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Australia), a fronteggiare Mosca sul suolo europeo resteranno proprio gli alleati indeboliti, con eserciti buoni si e no per le parate.

Senza una vittoria in Ucraina, sempre più improbabile, anche ammesso che la NATO regga politicamente il colpo, ci vorranno sicuramente alcuni anni prima che possa tornare ad essere operativa in modalità offensiva. Non si tratta infatti di una questione di semplice aumento dei budget militari (comunque adesso più difficilmente sostenibili per i paesi europei), ma di una completa e complessa ristrutturazione del sistema, dall’articolazione delle forze armate alla capacità produttiva dell’industria militare.
Un lasso di tempo durante il quale le minacce avranno modo di rafforzarsi ulteriormente, anche stringendo legami tra di loro – cosa del resto già in atto. È quindi probabile che – a meno di rivolgimenti politici sostanziali negli states – a Washington si avverta la necessità di intervenire nuovamente per impedire la saldatura del fronte avverso, prima dello scontro finale con Pechino; e non appena possibile, faccia ricorso allo strumento militare. Candidato ideale al ruolo di prossimo obiettivo, per una serie di ragioni ad oggi appare essere l’Iran (4).

Non serve più essere una thalassocrazia

Ai tempi dell’impero britannico, il dominio dei mari significava la possibilità di conquistare colonie e di controllare le rotte commerciali; il che, di fatto, era sufficiente ad assicurare la supremazia. Con la seconda guerra mondiale, il dominio navale in Atlantico assicurò agli USA le linee di rifornimento sul fronte europeo e nord-africano, mentre nel Pacifico fu necessaria una guerra lunga e sanguinosa col Giappone (altra potenza navale), la cui sconfitta, senza le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, sarebbe stata ancora più lunga e dura.
Ma allora non solo la potenza industriale ed economica statunitense era in piena espansione, ma erano profondamente diverse sia le tecnologie connesse alla guerra, sia le economie e le capacità industriali degli stati avversi. Ma la potenza aero-navale, nel mondo odierno, può assicurare la supremazia solo a condizione che ogni conflitto sia asimmetrico, che il nemico dell’impero sia militarmente ed economicamente più debole (e che lo sia in misura significativa), e che la sua determinazione sia altrettanto inferiore.

Se guardiamo alla realtà – e la guerra in Ucraina ne sta facendo emergere molte – ci si rende conto che la forza militare imperiale americana ha oggi dei margini di manovra molto ridotti. È sicuramente in grado di esercitare il pieno controllo sul continente americano (nord e sud) e, limitatamente, nella restante parte dell’emisfero occidentale; ma non è assolutamente in grado di esercitare un ruolo offensivo significativo, al di fuori di questo ambito.
Attualmente, “i paesi europei della NATO hanno grandi capacità militari complessive, con circa un milione e 892 mila persone attualmente impegnate (erano 1718 mila nel 2016), ma la loro dislocazione, armamento, integrazione e preparazione operativa non sono considerati adeguati.” (5)
Tale è l’opinione della NATO stessa. A ben vedere, la guerra ucraina è anche interessante perché sta producendo esiti inaspettati; Mosca, che con l’operazione militare speciale intendeva conseguire soprattutto la smilitarizzazione dell’Ucraina ed ottenere un accordo di sicurezza soddisfacente, sta sì distruggendo l’esercito di Kyev, ma al tempo stesso ha dato una spinta al riarmo europeo – e con ogni probabilità ha seppellito ogni ipotesi di accordo sulla sicurezza in Europa. A sua volta la NATO, spingendo la Russia verso il conflitto, ed alimentandolo allo stremo, sta indebolendo la propria forza di deterrenza militare convenzionale (almeno sul breve-medio periodo) e sta spingendo il Cremlino a trasformare le sue forze armate da strumento difensivo in strumento anche offensivo.

Dal momento che nel continente euroasiatico sono presenti ben due potenze in grado di contrastare, sul terreno, un eventuale attacco statunitense, è evidente che questo non è possibile. Basti pensare, ad esempio, ai due maggiori casus belli relativi, Ucraina e Taiwan.
Il conflitto in Europa ha messo in evidenza una serie di debolezze occidentali, anche su un piano strettamente materiale. Innanzi tutto, la limitatezza strutturale degli eserciti europei che, soprattutto a seguito della Guerra del Golfo, hanno completamente abdicato ad una propria specifica politica di difesa, confidando totalmente nella copertura imperiale americana, e limitando le capacità operative delle proprie forze armate al ruolo di forza di complemento alle armate statunitensi, per le missioni internazionali. Ma anche il limite strutturale del complesso militare-industriale occidentale, che a fronte di una guerra d’attrito ha evidenziato la propria inadeguatezza. Se è pur vero che la NATO, in quanto tale, non è scesa direttamente in campo, non si può non rilevare che tutti i trenta paesi che ne fanno parte hanno fornito sostegno all’Ucraina – in termini di forniture militari, di intelligence, e di personale combattente. Basti pensare che si stima in 5.000 il numero di mercenari polacchi caduti, il che significa che presumibilmente sono almeno 4 volte tanti…
Né va sottovalutato il fatto che questo aiuto massiccio vada ad un esercito – quello ucraino – che da otto anni veniva addestrato ed armato dai paesi NATO, tanto che si poteva affermare fosse già di fatto integrato nell’Alleanza Atlantica. E mentre la controparte russa a tutt’ora non ha impegnato che una parte del proprio potenziale bellico.
In pratica, la guerra sta mostrando come la NATO, nel suo complesso, abbia grande difficoltà a sostenere persino un conflitto difensivo prolungato, e quindi non abbia ovviamente alcuna capacità di deterrenza convenzionale rispetto alla Russia. Tanto meno sul piano nucleare, sia pure soltanto tattico.

Ancor più macoscopica, a ben vedere, sarebbe la difficoltà di un conflitto con la Cina.
Gli alleati locali – Taiwan, Corea del Sud e Giappone – sono in grado di offrire un supporto estremamente limitato, e oltretutto in caso di guerra Seul avrebbe già grossi problemi a difendersi dalla Corea del Nord. Il Giappone è appena attrezzato per la difesa delle proprie isole, mentre Taiwan – così vicina alle coste cinesi – potrebbe a malapena resistere qualche settimana.
Il carico di un conflitto, quindi, ricadrebbe interamente su Washington. La quale però, pur disponendo di una grande flotta, alla fin fine sarebbe costretta a farla avvicinare pericolosamente alla Cina continentale, a migliaia di miglia dalla madrepatria. Semplicemente impensabile, poi, l’ipotesi di trasferire a tale distanza una forza di sbarco appena appena significativa, dovendo fronteggiare un esercito di milioni di uomini.

Il vecchio assunto thalassocratico americano, secondo il quale una potenza insulare che domina i mari può attaccare chiunque ma non essere attaccata, nella realtà geopolitica contemporanea perde semplicemente di senso. Per la semplice ragione che nessuna potenza competitiva ha bisogno di attaccare direttamente gli Stati Uniti – che privi della propria egemonia sono destinati ad accartocciarsi su sé stessi – mentre una proiezione americana aggressiva ed a distanza è possibile solo in condizioni asimmetriche, contro un avversario considerevolmente più debole. Per non parlare poi di una vera e propria invasione della Russia o della Cina (o anche solo dell’Iran), semplicemente impossibile.
L’era della supremazia statunitense è ineluttabilmente finita. Gli USA possono accettare il multipolarismo, e ritagliarsi in esso un ruolo comunque da grande potenza, oppure possono andare allo scontro per rifiutarlo – ma con ben scarse prospettive di vittoria. Tertium non datur.


1 – “La dottrina Monroe indica un messaggio ideologico di James Monroe contenuto nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato innanzi al Congresso il 2 dicembre 1823, che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano.” Cfr. Dottrina Monroe
2 – “L’unico paese indispensabile al mondo”, Bill Clinton, 1999. È evidente una componente messianica-religiosa, nell’ideologia progressista americana.

3 –  In proposito, cfr. “La pelle dell’Orso”Giubbe Rosse News

4 – Cfr. “La guerra prossima ventura”Giubbe Rosse News

5 – Cfr. “Il nuovo concetto strategico della NATO: verso la militarizzazione dell’Europa?”ilbolive.it

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