L’ANNO CHE VERRÀ

Se, al momento del ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, era sembrata aprirsi una finestra di possibilità per un cessate il fuoco, i missili ucraini sulla Polonia l’hanno chiusa. Non solo perché hanno confermato, ancora una volta, l’oltranzismo del governo di Kyev, ma perché la reazione dei paesi occidentali – USA in testa – se pure è stata assai più cauta e ragionevole, ha mostrato con chiarezza che la NATO non intende affatto deflettere dai propri obiettivi bellicisti. Ecco perché l’anno che sta per arrivare potrebbe essere decisivo per la guerra.

Il Generale Inverno

La stagione attuale è probabilmente la peggiore, dal punto di vista dell’impatto meteorologico sulle condizioni di combattimento. Piogge e nevicate sulle pianure ucraine rendono il terreno paludoso, con gravi implicazioni per la mobilità dei mezzi corazzati, mentre i trinceramenti si trasformano in canali di scolo. Non è quindi il momento migliore per aspettarsi grandi battaglie di movimento o fulminee avanzate dall’una o dall’altra parte.

Ciò nonostante, i combattimenti sono assai attivi e sostanzialmente segnalano l’iniziativa russa lungo la linea del fronte del Donetsk e Lugansk. In particolare nel settore centrale si segnalano una serie di successi tattici delle forze armate russe in direzione di Bakhmut, che stanno conquistando uno dopo l’altro alcuni villaggi intorno alla cittadina, al cui interno da alcune settimane si combattono aspramente gli ucraini (con fortissime perdite, nell’ordine di oltre 200 uomini al giorno) ed i militari della PMC Wagner. L’eventuale caduta di questa città fortificata, aprirebbe la strada ad una spinta in profondità delle forze russe, costringendo probabilmente gli ucraini ad arretrare di alcuni chilometri, sino alla successiva linea difensiva fortificata, lungo la direttrice Slovyansk-Kramatorsk.

Da parte ucraina, benché il ripiegamento russo da Kherson abbia sostanzialmente liberato almeno 50.000 uomini del contingente sud delle forze armate di Kyev, che possono essere spostate su altri settori più caldi (in effetti c’è un continuo affluire di truppe, da lì verso Bakhmut), nonostante numerosi contrattacchi – falliti – in vari settori, non sembra al momento evidenziarsi un serio tentativo di organizzare una offensiva più massiccia ed incisiva.
Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, al fronte aspettano tutti l’arrivo del Generale Inverno. Con l’abbassamento delle temperature, infatti, i pantani ghiacceranno, il terreno si indurirà, restituendo maggiore mobilità alle forze corazzate.
Ma in questa fase il problema maggiore per gli ucraini non è sul fronte, ma nelle retrovie. La campagna sistematica di distruzione delle infrastrutture energetiche sta infatti mettendo in ginocchio il paese. Non si tratta ovviamente solo degli aspetti più appariscenti, come le città al buio, senza riscaldamenti, acqua e telefonia mobile – tutte cose che richiedono energia elettrica per funzionare – né dell’impatto che tutto ciò può avere sulla popolazione, ma delle ricadute dirette sulla capacità di combattimento. Il calo drastico nella distribuzione di energia ha conseguenze importanti anche per le forze in prima linea.

C’è una ridotta capacità operativa delle strutture ospedaliere, dove vengono ricoverati i feriti. C’è una forte incidenza sulla logistica, officine di riparazione e produzione industriale bellica da un lato, capacità di trasporto ferroviario per uomini e mezzi dall’altro. La capacità o meno di fronteggiare gli attacchi missilistici e con droni kamikaze in profondità, diventa dunque cruciale per la capacità di resistenza anche militare.
Inoltre emerge con sempre maggior evidenza che le forze armate ucraine hanno un problema di manpower; che non è tanto quantitativo, ma qualitativo. Pur avendo mobilitato già oltre un milione di uomini (e donne: secondo lo stato maggiore di Kyev sono 50.000 quelle impegnate in servizio attivo), ed anche al netto delle pesantissime perdite subite – nell’ordine di 2/300.000, tra caduti, feriti e prigionieri – pur disponendo di una considerevole forza d’urto, deve fare i conti con la scarsa efficienza di combattimento.

Il problema ha origine da alcune problematiche insormontabili. La prima, più ovvia, è che la stragrande maggioranza degli uomini in servizio ha avuto un addestramento veloce e sommario, ed è arrivata al fronte senza esperienza di combattimento. Inoltre, le forti perdite subite hanno costretto Kyev a rimpinguare le perdite delle unità con i coscritti, cosa che a sua volta ne ha determinato un calo di capacità operativa. La seconda, deriva dall’esaurirsi del materiale bellico ex-sovietico, e dall’incidenza sempre maggiore di quello occidentale – oltretutto assai eterogeneo, provenendo da oltre 30 paesi diversi. Si tratta infatti di armamenti che hanno una diversa concezione, e che spesso richiedono un’elevata capacità tecnica da parte del personale addetto, impossibile da erogare in tempi brevi.

In termini strategici, a questo problema la NATO sta cercando di porre rimedio, da un lato col programma di addestramento da parte dei paesi dell’UE (che però riguarderà 15.000 uomini, una goccia nel mare), e dall’altro col crescente uso di mercenari; dopo la fase iniziale della Legione Internazionale, in cui prevalevano una sorta di idealismo e di voglia d’avventura, adesso siamo in presenza di un ben pianificato flusso di militari esperti, spesso provenienti da forze speciali, che transitano dalle forze armate ad alcune compagnie private operanti in coordinamento con i comandi NATO, e vengono dislocati nei settori più delicati del fronte ucraino. Si tratta prevalentemente di polacchi, statunitensi, inglesi, ma anche rumeni.
Di fatto, la NATO è già in campo con i suoi uomini, oltre che con i suoi mezzi e la sua intelligence, ma non ufficialmente. Anche se le perdite cominciano ad essere elevate, rispetto alla consistenza dei reparti (1.200 caduti polacchi), ad ulteriore riprova che svolgono incarichi di prima linea.

La guerra della NATO

Dal punto di vista dell’Alleanza Atlantica, la guerra sta diventando un problema. Per un verso, sta mettendo in evidenza alcune criticità strutturali – che a loro volta sottolineano dei grossi errori di valutazione precedenti il 24 febbraio – e per un altro la difficoltà di uscirne senza perdere. Se pure per gli USA non perdere è sempre una vittoria (o almeno così amano raccontarsela e raccontarla al mondo intero), in questa fase del conflitto è assai complicato congelare i combattimenti senza che appaia evidente la vittoria russa. Anche perché, appunto, l’interesse americano non è per una chiusura definitiva della partita (che significherebbe affrontare e risolvere, insieme a Mosca, una serie di questioni assai spinose: adesione o meno alla NATO dell’Ucraina e sicurezza in Europa sopra tutto), ma semplicemente sospenderla per il tempo necessario a tirare il fiato, tenendo la brace accesa sotto la cenere, in modo da poterla nuovamente attizzare appena necessario.

A rendere impraticabile questa possibilità, sono essenzialmente due fattori: la situazione sul terreno, troppo sbilanciata in favore della Russia, e la diffidenza russa. Putin ha detto chiaramente che aver a suo tempo accettato gli accordi di Minsk è stato un errore, perché la controparte voleva solo prendere tempo per tornare all’offensiva. In un certo senso, quindi, la NATO è in questa fase incastrata nel conflitto, e non avendo opzioni possibili per procedere nella direzione auspicata, deve per forza di cose insistere sulla via del confronto sul terreno, sperando che si realizzi una congiuntura favorevole che consenta – appunto – di fermare la giostra senza perdere la faccia. Il principale – ma non unico – ostacolo, è però di natura materiale, non politica o strategica.
Anche se l’Alleanza deve fare i conti con i paesi europei, sempre più incerti e sempre meno coesi, in cui le spinte dal basso si sommano alle crescenti preoccupazioni del mondo economico, attualmente il suo problema principale è il livello di consumo di materiali nella guerra. Mentre per un verso la Russia mostra una capacità pressoché intatta della produzione bellica, nonché una considerevole vastità degli arsenali, gli oltre trenta paesi occidentali che stanno supportando Kyev sono ormai quasi tutti arrivati alla canna del gas. Gli arsenali si sono svuotati, spesso le stesse disponibilità operative sono state intaccate, ma il conflitto fagocita armamenti ad una velocità ben superiore alle capacità produttive dei paesi NATO.

In particolare, ad essere pericolosamente carenti sono le forniture di munizionamento per l’artiglieria – nella guerra ucraina, entrambe le parti ne fanno un uso elevatissimo. Anche se l’industria bellica statunitense si è già messa in moto per recuperare il gap, prima che la produzione raggiunga i livelli necessari a ripianare le dotazioni dei vari eserciti, a metterli a loro volta in condizione di poter eventualmente sostenere una simile guerra d’attrito, e continuando al contempo ad alimentare la voragine ucraina, presumibilmente ci vorranno molti mesi, se non più di un anno.
Tra l’altro, va sottolineato che l’industria bellica americana – che è quella destinata ad impegnarsi maggiormente – è completamente privata, e prima di investire in un rilancio produttivo chiede garanzie sui volumi di acquisto, e sulla durata delle commesse. E quindi la lobby delle armi, soprattutto una volta che la produzione sarà a regime, eserciterà la sua influenza affinché il conflitto – quindi il business – si prolunghi il più possibile.

Uno snodo decisivo

Sul breve termine, quindi, dovendo necessariamente tenere aperto il conflitto, la NATO si trova di fronte al problema di come rispondere alle tre esigenze fondamentali dell’Ucraina: una rete di sistemi anti-missile, per difendersi dagli attacchi in profondità delle forze Aerospaziali russe; una crescente quantità di personale combattente qualificato ed esperto; un inesauribile rifornimento di munizioni per l’artiglieria.
Al primo problema, la NATO finirà probabilmente per rispondere fornendo alcuni sistemi anti-missile all’Ucraina. Inevitabilmente, però, saranno pochi (in quanto anche costosissimi) e quindi scarsamente efficaci. Va tenuto presente che la Russia, a parte i droni kamikaze (che hanno un costo bassissimo e vengono utilizzati massivamente), in questa guerra ha già lanciato quasi 5.000 missili a lunga gittata, con una media aritmetica di meno di 500 al mese; se poi consideriamo il fatto che in realtà la campagna massiccia è in atto solo da un paio di mesi, questa media sale di molto. Inoltre, gli attacchi missilistici sono portati sia utilizzando lanciatori mobili, sia dalle navi della flotta del mar Nero, sia dall’aviazione; e generalmente utilizzando una tattica micidiale.

Innanzi tutto, ogni attacco viene portato utilizzando un numero ridondante di vettori, rispetto alla quantità di obiettivi prefissati, in modo da saturare la difesa anti-missile. Ad una prima ondata di missili, segue in genere una seconda di droni. E soprattutto, c’è sempre qualche missile anti-radar. I sistemi anti-missile della difesa, infatti, funzionano in base all’identificazione del vettore per mezzo di un radar, ma appena questo viene acceso il missile anti-radar lo identifica e va a colpirlo. Gli ucraini, infatti, ormai tendono a risparmiare i sistemi rimasti, e li accendono solo quando è conveniente. Quindi, per quanto più efficienti, i sistemi occidentali non potranno che migliorare leggermente la situazione – a pressione russa invariata…

Al secondo problema, quello degli uomini sul terreno, è difficile trovare soluzione, perché da un lato è sempre più difficile ripianare perdite così elevate, e dall’altro aumentare indefinitamente il numero di personale militare non ucraino sul campo rischia di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto – cosa che l’Alleanza non vuole assolutamente.
Il terzo problema, come s’è visto, richiederà del tempo per essere risolto – e la quantità di questo tempo è a sua volta dipendente da svariati fattori (velocità di risposta della produzione industriale, quantità di consumo sul fronte, disponibilità dei vari paesi, etc).
Tutto ciò, mentre la guerra procede. Il che significa che la capacità offensiva di Kyev tendenzialmente diminuirà, mentre quella russa è destinata a crescere esponenzialmente – anche in virtù del declinare di quella ucraina.

Un’opportunità per Mosca

Nel giro di un paio di mesi, la Russia si troverà di fronte un’ampia finestra di opportunità.
Il peso dei danni infrastrutturali inferti al nemico avrà raggiunto una soglia critica. Le condizioni meteo aumenteranno le possibilità di manovra. La capacità di combattimento ucraina sarà strutturalmente calata. L’arrivo delle nuove truppe (sinora addestrate con tutta calma) porterà a disposizione di Surovykin – tra mobilitati e volontari – praticamente il doppio degli uomini.
Sino ad ora, nonostante alcune incertezze ed alcuni errori, le cose sul campo non sono andate molto male per Mosca, anzi. Ha preso stabilmente possesso della parte più ricca e strategicamente più importante dell’Ucraina, ed ha messo in sicurezza il controllo del mar Nero.
Sul piano economico ha tenuto botta, molto meglio di quanto non stia accadendo ai paesi occidentali. Sul piano diplomatico, sta inanellando un successo dopo l’altro.
Ciò nonostante, al Kremlino sono consapevoli che questa guerra ha un costo non indifferente (in senso lato), e soprattutto che il resto del mondo – Cina ed India in testa – preferirebbero che avesse fine.

Il 2023 pertanto potrebbe essere il momento in cui si può produrre il miglior allineamento dei pianeti, e giocando tra predominio sul campo, crisi nei paesi occidentali, ed offensiva diplomatica, Mosca potrebbe condurre le cose verso un cessate il fuoco nell’estate prossima. Anche se una soluzione di questo genere non è per niente facile, ha l’opportunità di giocarsi la combinazione tra due fattori.
Il primo, è che mentre la NATO può anche non vincere, la Russia non può perdere. Per la NATO, per gli USA, questa non è la madre di tutte le battaglie, mentre per la Federazione Russa è una questione esistenziale, di sopravvivenza. E di ciò sono consapevoli entrambe le parti.
Il secondo è che la NATO è disposta a portare avanti questa guerra, solo sinché è e rimane una proxy war. Se dovesse minacciare di coinvolgerla direttamente, soprattutto adesso, dovrebbe rinunciare. Pertanto se dovesse vedere concretizzarsi questo pericolo, tirerebbe il freno.
Dunque il gioco – pericoloso certo – è rendere impossibile il prosieguo della guerra in forma di guerra per procura, ovvero mettere in ginocchio l’Ucraina. Portarla ad un punto in cui proseguire la guerra sia materialmente impossibile, ed offrire una via d’uscita un momento prima che il crollo sia effettivo.

Insomma, in parole povere, mettere la NATO di fronte alla scelta se chiudere la partita o giocarla in prima persona, e farlo nel momento di massima debolezza della NATO. Diversamente, se la guerra si dovesse prolungare, la NATO avrà tempo e modo per riorganizzarsi e recuperare la piena capacità di sostegno a Kyev, mentre le pressioni da parte dei paesi terzi affinché la guerra abbia termine cresceranno sempre più. Col rischio che – domani – Mosca sia costretta ad accettare uno stop in condizioni non più di vantaggio.

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