A MENTE FREDDA

L’ampio ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, nella regione di Kherson, è per molti versi paragonabile a quello di aprile, quando vennero improvvisamente ritirate sia le forze arrivate alle porte di Kiev, sia quelle – penetrate da est – che avevano preso Romny e puntavano sulla capitale. In entrambe i casi, si tratta di un significativo ridispiegamento, di ampia portata territoriale, che segna un cambiamento strategico importante.

Nonostante l’intervento in Ucraina fosse stato pianificato da anni (1), la Russia ha modificato più volte la propria impostazione tattico-strategica nel conflitto. Ciò è ovviamente in parte dovuto alla natura dinamica della guerra, che richiede una elevata capacità di adattamento al mutare delle situazioni, ma anche ad una serie di errate valutazioni politico-militari. Il ritiro delle truppe dalla riva destra del Dniepr segna appunto uno di questi passaggi, che proveremo ad analizzare su più livelli, tattico, strategico e politico.

Il piano tattico

La giustificazione militare che è stata fornita per il ridispiegamento, nonostante sia sostenuta fermamente da tutte le fonti russe (anche quelle a volte critiche), appare francamente abbastanza debole. 
Come più volte ripetuto, Kherson è uno snodo strategico sotto molti punti di vista, soprattutto in relazione alla Crimea per un verso, e ad Odessa per un altro. Non per caso è stata oggetto di una importante controffensiva ucraina, la scorsa estate, ed anche successivamente Kiev ha continuato ad esercitare una forte pressione su quel settore. E di tale rilevanza strategica, ovviamente, c’era piena consapevolezza anche da parte russa. Non si può comunque non notare che, come ampiamente riconosciuto, l’offensiva estiva ucraina si è risolta in un mezzo disastro, con gravissime perdite e pochi o nulli esiti sul piano dell’avanzata territoriale.
Anche se, a seguito di quell’offensiva – e di quella, invece coronata dal successo, nella regione di Kharkiv – viene presa la decisione di procedere con la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti, è altamente probabile che già allora Mosca avesse maturato la decisione di attuare il ridispiegamento messo poi in atto a novembre. Non a caso, quando Surovikin viene nominato comandante di tutte le truppe impiegate in Ucraina, ai primi di ottobre, parla immediatamente di “decisioni difficili” che saranno prese; col senno di poi, è chiaro che si riferisse proprio a questo.

Quando, per dare un senso militare alla decisione, si fa riferimento a difficoltà di approvvigionamento, oppure alla minaccia di una possibile inondazione dell’area nel caso gli ucraini riuscissero a distruggere la diga di Kakhovka, si stanno con tutta evidenza fornendo deboli pretesti, per coprire una decisione che è chiaramente ed eminentemente politica.
Per quanto riguarda la presunta difficoltà di rifornimento, se pure è certamente vero che il flusso deve passare attraverso il collo di bottiglia dei ponti sul fiume, è pur vero che questi non sono affatto pochi (a cavallo del ripiegamento, i russi ne hanno fatti saltare 5 o 6), e che comunque le linee di rifornimento per le truppe di prima linea passano sempre attraverso canali (stradali o ferroviari) soggetti alla minaccia da parte delle artiglierie nemiche. Che, in tanti mesi, non sono comunque riuscite a distruggere un solo ponte. E del resto, se si ha la consapevolezza dell’importanza strategica di quella posizione, e si teme la minaccia sulle linee di rifornimento, per cominciare ci si attrezza con una migliore copertura anti-missile.

Anche la questione posta della costante pressione ucraina è insufficiente, per giustificare il ridispiegamento. È vero che pesa lo squilibrio numerico sul campo, con l’Ucraina che è in grado di schierare 3/4 volte la quantità di uomini impiegati dai russi, ma – al tempo stesso – non si può non sottolineare che l’addestramento delle truppe di Kiev è decisamente inferiore, e soprattutto di tipo individuale (2), che l’equipaggiamento è spesso assai eterogeneo (3), e che l’artiglieria russa – così come le sue forze aerospaziali – assicurano un’ottima capacità di interdizione e di appoggio tattico. Tant’è che, appunto, l’importante controffensiva ucraina d’estate si è infranta contro la resistenza russa. E nonostante nei mesi successivi si sia continuamente parlato di una nuova offensiva, questa in realtà non s’è mai verificata. In autunno, c’è stato solo un intensificarsi delle operazioni DRG (4), per sondare le difese russe.
In ogni caso, dal momento che si fosse ritenuto decisiva – o comunque problematica – l’inferiorità numerica, la cosa più logica sarebbe stata innanzitutto predisporre linee difensive e fortificate, e poi concentrare nel settore almeno una parte significativa dei circa 80.000 uomini appena arrivati in zona di operazioni, a seguito della mobilitazione dei riservisti. Peraltro, non è che la riva destra fosse così sguarnita: secondo il ministero della difesa, il ridispiegamento ha interessato 30.000 uomini e 5.000 mezzi.

L’argomento della possibile piena alluvionale, come conseguenza di un’ipotetica distruzione della diga di Kakhovka, è a sua volta debole. Una tale ipotesi, infatti, avrebbe avuto senso se le forze armate ucraine avessero, nel settore, una disposizione difensiva; in tal caso, l’allagamento sarebbe servito a rallentare e /o fermare un’imminente offensiva russa. Ma qui si trattava esattamente del contrario, essendo le forze armate russe attestate a difesa, mentre quelle ucraine cercavano spazio e modo per procedere all’attacco.
Ma non solo le argomentazioni addotte per giustificare tatticamente il ripiegamento sono quanto meno insufficienti; quest’ultimo, infatti, ha addirittura dei pesanti risvolti negativi sul medesimo piano.
L’arretramento della linea del fronte per alcuni chilometri non è ovviamente senza conseguenze. E se di certo è più facile difendere una linea del fronte segnata da un fiume importante, spostarla all’indietro si riflette sull’intero dispositivo militare retrostante. Tanto per cominciare, infatti, significa che l’artiglieria nemica diventa immediatamente capace di colpire obiettivi più in profondità, che prima non erano raggiungibili.
In particolare, non solo l’artiglieria a lunga gittata ucraina sarà ora in grado di colpire l’istmo che collega con la Crimea, ma anche quella a più corto raggio può battere le retrovie russe. Ad esempio, e come conseguenza del ripiegamento, già l’importante base di Chaplinka è in via di smantellamento. Lì vi era non solo una base permanente e un aeroporto per elicotteri, da cui decollavano i Ka-52 d’attacco per supportare le unità nelle regioni di Kherson e Zaporozhye, ma anche un quartier generale di alto livello. L’abbandono di questo aeroporto influenzerà in modo significativo la qualità e l’efficienza del supporto aereo per le unità delle forze armate, e soprattutto Chaplinka non sarà l’unico. In un raggio di ~90 km dai missili GMLRS, sarà necessario ritirare tutte le posizioni critiche, le unità e le attrezzature. Per tacere del fatto che, ovviamente, sarà impossibile far rientrare in città gli abitanti di Kherson, se non al raggiungimento di un cessate il fuoco, senza esporli al quotidiano martellamento dell’artiglieria ucraina, ormai a poche centinaia di metri.

Il piano strategico

Se sul piano tattico il ripiegamento appare ingiustificato, ed addirittura controproducente, è ovviamente sul piano strategico che si mostra appieno il suo peso.
È infatti evidente che non si tratta di una ritirata propedeutica ad una successiva avanzata, ma di una scelta strategica di fondo. L’arretramento su una linea segnata dal corso di un fiume, la distruzione dei ponti, la predisposizione di linee difensive alle spalle del fiume stesso, sono tutti segnali inequivocabili dell’intenzione di stabilizzare proprio lì questa linea del fronte. Senza dimenticare che il fiume è un ostacolo per entrambe. E se è vero che rende assai difficile per gli ucraini lanciare un offensiva verso sud, superando il fiume sotto il fuoco dell’artiglieria russa, è anche vero che lo stesso ostacolo si frappone alla possibilità, per le forze armate di Mosca, di riattraversare il fiume e muovere verso nord e verso ovest.

In qualche modo, questa decisione russa mostra appieno una questione più ampia, e che – almeno apparentemente – hanno sinora ignorato tutti gli analisti, ovvero che l’arrivo del generale Surovikin segna sostanzialmente l’adozione pressoché uniforme di una attitudine difensiva sul terreno. Per quanto sia a nord-est, in direzione di Lyman, sia nell’ovest del Donetsk, in direzione di Bakhmut e Kramatorsk, le forze russe siano ancora all’offensiva, si tratta di avanzate lente e sanguinose. Mentre le forze aerospaziali hanno lanciato una efficace campagna d’attacco sulle infrastrutture del paese – però quasi esclusivamente concentrata su quelle energetiche (5), sulla linea di contatto non si evidenzia alcuna iniziativa di carattere strategico. Neanche l’arrivo dei primi 80.000 uomini di rinforzo ha determinato variazioni su questo piano. Nè vale, in merito, qualsiasi osservazione relativa alle condizioni meteo stagionali, che pur se effettive non sono tali da determinare una simile stasi. Del resto, che si tratti di un orientamento strategico e non tattico, si evince dalla costruzione di linee difensive (le linee wagner) lungo molti settori del fronte.

È ovviamente sempre possibile che, se e quando arriveranno al fronte gli oltre 200.000 riservisti rimanenti (presumibilmente entro tre/quattro settimane al massimo), che dovrebbero quindi portare ad un totale di circa 400.000 uomini il dispositivo militare russo in Ucraina, ciò dia agio ed impulso ad una ripresa offensiva. Ma al momento i segnali sembrano andare appunto in un’altra direzione. Si potrebbe dire che la postura strategica russa è ora dispiegata, da un lato cercando di piegare la resistenza nemica colpendone le infrastrutture, e dall’altro attestandosi sostanzialmente a difesa dei territori liberati. Ed in effetti, negli ultimi 4/5 mesi si sono registrati ben pochi spostamenti significativi della linea del fronte, se si eccettua appunto la controffensiva ucraina su Lyman.
Anche in zone cruciali, come il settore prossimo alla città di Donetsk, dove la vicinanza con la linea di contatto espone la città a quotidiani bombardamenti, non c’è stato modo di allontanare la minaccia (solo negli ultimi giorni, con la conquista di alcune posizioni, il fronte sembra essersi spostato leggermente più in là).

Se si guarda al complesso dell’intero periodo di guerra, è interessante osservare come le forze armate russe abbiano occupato ampie zone di territorio ucraino – in una fase iniziale, nel nord-est del paese, e nel sud-ovest – per poi cederne la gran parte ritirandosi spontaneamente. Al di là delle ragioni politico-strategiche che hanno determinato alcune di queste scelte (e già esaminate altrove), è chiaro che qui siamo di fronte a qualcosa di diverso. La Russia, infatti, non ha mai avuto intenzione di occupare l’Ucraina (cosa del resto semplicemente impossibile, con i 120.000 uomini inizialmente impegnati), pertanto aveva pienamente senso ritirarsi dall’ampia fetta di territorio nordorientale, una volta venute meno le ragioni che avevano spinto a penetrarvi. Diversamente, il ridispiegamento nell’oblast di Kherson, che solo un paio di mesi fa era stato chiamato a votare per l’annessione alla Federazione Russa, ha tutt’altro senso e sapore. È, in un certo senso, un’auto-castrazione strategica.
Questo arretramento, infatti, se pure consente (appunto…) una migliore disposizione difensiva, equivale a precludersi qualsiasi possibile iniziativa offensiva nel settore. In pratica, comporta la rinuncia a spingersi verso Odessa, e possibilmente un domani verso la Transnistria. È probabile che Mosca non abbia mai avuto veramente intenzione di spingersi tanto ad ovest, forse anche per evitare di giungere troppo da presso alle frontiere NATO, ma tenersi aperta questa possibilità aveva un indubbio vantaggio strategico, che ora è andato in fumo.
In pratica, con questa scelta Mosca sta quasi facendo all-in sull’ipotesi di un negoziato. Se non dovesse andare, si troverebbe ancora una volta spiazzata.

Il piano politico

Per piano politico qui si intende non tanto il piano della politica, o della diplomazia, quanto il meta-livello, quello della strategia geopolitica globale.
Si è detto più volte, in queste analisi, che l’interesse della Russia fosse comunque quello di chiudere prima possibile questa vicenda bellica, e per una serie di ragioni diverse. Ovviamente, questo risultato era ed è conseguibile esclusivamente su due diversi piani: quello militare, sul terreno, o quello politico-diplomatico, ad un tavolo di trattativa. La mossa di Kherson indica chiaramente che è stata scelta la seconda opzione. Anche qui, vi sono ovviamente varie ragioni che spingevano in questa direzione, non ultima quella che l’opzione militare avrebbe inevitabilmente condotto ad una brutale escalation, dalle conseguenze imprevedibili. E se certamente la NATO non ha alcuna intenzione né voglia di arrivare ad un confronto diretto con la Russia, altrettanto può dirsi per la Russia stessa.

Quando il 24 febbraio Mosca dà il via all’operazione speciale, i suoi obiettivi sono sostanzialmente due: garantire la sopravvivenza del cuscinetto formato dalle repubbliche del Donbass, e costringere la NATO ad una trattativa sulla sicurezza in Europa. La demilitarizzazione dell’Ucraina poteva intendersi come parte di quest’ultima, mentre la denazificazione era da intendersi come un regime change a Kiev, che eliminasse gli elementi più russofobici.
Quando diventa chiaro che questi obiettivi non sono perseguibili, perché la NATO non vuole, diventa di necessità modificarli, tarandoli sulla nuova situazione. E in questa prospettiva, stante lo status quo, Mosca può considerare di aver conseguito un successo ancora più grande, rispetto agli obiettivi iniziali.
Ha acquisito alla Federazione territori importanti, corrispondenti a circa il 20% del territorio ucraino, tra l’altro i più ricchi, sia industrialmente che dal punto di vista delle risorse. Ha messo in sicurezza la Crimea, rafforzando il controllo sul mar Nero. Ha inferto un colpo durissimo alle forze armate ucraine, che avranno bisogno di anni per tornare ad essere una formazione efficiente. Ha messo in ginocchio il paese, che a sua volta necessiterà di una lunga fase di ricostruzione, prima di poter tornare a porsi come qualcosa di più che un vivaio di carne da cannone. Ha dimostrato di non recedere, di essere in grado non solo di tenere il punto, ma di reagire anche duramente. È stata capace non solo di reggere l’urto di sanzioni durissime, ma addirittura di riorientare efficacemente il proprio sistema economico-commerciale, passando senza danni dall’orientamento verso ovest a quello verso est, diversamente dall’Europa che invece accusa profondamente la rottura delle relazioni. Non solo ha respinto il tentativo di isolamento internazionale, messo in atto dagli USA, ma ha addirittura esteso e migliorato la sua rete di accordi economici e militari.

Insomma, a conti fatti, ad oggi la Russia può vantare il conseguimento di un successo strategico globale, il cui costo è ancora accettabile. Da qui, quindi, approfittando anche dei segnali di stanchezza provenienti dall’Europa, e delle difficoltà americane, la scelta di giocare veramente una carta diplomatica.
Anche perché non può non tener conto anche di altri due fattori, assai rilevanti.
Innanzi tutto, la frattura con l’Europa, seppure tamponata trovando altri sbocchi commerciali, non solo ha comunque un costo in termini di mancato accesso a prodotti di alta tecnologia, ma rappresenta comunque un danno strategico, in quanto è l’asse Russia-Germania quello vincente, non quello Mosca-Pechino. E più la guerra va avanti, più il solco si approfondisce.
E poi, last but not least, la guerra ha mostrato anche i limiti della capacità militare russa. Se, infatti, ha dimostrato sul campo di avere un considerevole potenziale in termini di armamenti strategici, una capacità dell’industria bellica più pronta e reattiva di quella occidentale, così come una resistenza all’attrito assai superiore a quella della NATO, si è anche evidenziato un limite non da poco: quei 120/130.000 uomini inizialmente impegnati, sono di fatto il massimo che è in grado di gettare prontamente in battaglia. Pur tenendo conto della vastità del territorio, da presidiare non solo alle frontiere, in particolar modo quelle calde del Caucaso e dell’Asia, così come dell’impegno in Siria, resta il fatto che – quando è emersa la necessità di rinforzare il dispositivo militare in Ucraina – l’unica scelta possibile è stata la mobilitazione dei riservisti, con la conseguenza che diventa operativa solo a distanza di mesi.

Conclusioni

Per come sembra si stiano mettendo le cose, si può affermare che si sta predisponendo il clima per aprire un processo che possa portare alla fine delle ostilità. Sarebbe illusorio pensare ad un processo veloce. Ci vorrà un certo tempo perché, sia Washington che Kiev, trovino la piena volontà di avviare un percorso di tal genere; e poi, successivamente, affinché si arrivi ad un non facile accordo. Parliamo necessariamente di mesi. Arrivare almeno ad un cessate il fuoco entro l’arco dei dodici mesi dall’inizio della guerra sarebbe già un ottimo risultato.
Tutto ciò, naturalmente, sempre che non intervengano fattori capaci di inceppare il cammino, rallentando o bloccando del tutto il processo.
Non è possibile prevedere, ad esempio, quale possa essere la reazione dell’estrema destra nazista, ad una prospettiva di tal fatta – che, inevitabilmente, significa congelamento della situazione sul terreno. Né quella delle stesse forze armate, che sono ampiamente permeate dal medesimo nazionalismo tossico. Per quanto l’influenza, per non dire il controllo, esercitato dagli USA sul governo Zelensky sia praticamente totale, non si può escludere che ci possano essere reazioni di rigetto da parte di settori militari. Diciamo pure che è un classico delle destre, la reazione a quella che verrebbe considerata una resa ed un tradimento.
Del resto, ancora in questi giorni, secondo il New York Times, “ci sono sempre più indizi da parte delle truppe a terra e dei volontari vicini a loro che gli ucraini si stanno preparando per una nuova offensiva terrestre a sud attraverso la regione di Zaporozhye verso Melitopol”.

Ugualmente non sappiamo come, ed in quale misura, una opzione di questo genere verrebbe presa in Gran Bretagna, dove sia le spinte oltranziste, sia la tendenza a fare un po’ da sé, sono ben radicate; e come sappiamo, sono molto ben collegati con i servizi segreti ucraini. Già pare che stiano tramando in Moldova, magari per innescare qualche provocazione con la Transnistria. Del resto, in ambienti NATO non tutti sono d’accordo nel chiudere la partita, e vorrebbero trascinare ancora il conflitto.
In ogni caso, se tutto va bene potremo parlare – come detto – di fine delle ostilità. La pace è tutt’altra cosa, ed è ben lontana dall’essere anche solo in vista.


1 – Il che non significa che vi fosse da anni l’intenzione di avviare l’Operazione Speciale Militare; come è prassi presso tutti gli stati maggiori, compresi quelli occidentali della NATO, la preparazione di piani operativi relativi ad una serie di scenari possibili, è parte integrante dell’attività strategica.

2 – La necessità di fronteggiare l’offensiva russa, e quella di ripianare le pesanti perdite nelle varie unità, ha fatto sì che l’addestramento delle reclute – sia in patria che all’estero – avvenisse molto più rapidamente (4/5 settimane, invece che 12/14 come da standard), e soprattutto che gli uomini venissero poi inviati laddove necessario per reintegrare le fila dei reparti. Ciò ha comportato, appunto, che l’addestramento fosse non solo insufficiente, ma soprattutto a livello di capacità individuale, essendo di fatto impossibile procedere ad un addestramento tattico a livello di unità.

3 – Poiché le dotazioni inziali dell’esercito ucraino, così come la prima ondata di rifornimenti occidentali (prevalentemente mezzi di produzione ex-sovietica), si è presto esaurita, l’equipaggiamento è via via diventato sempre più basato su armi (sistemi anticarro ed antimissile) e mezzi (artiglieria, corazzati per il trasporto truppe) provenienti da svariati eserciti occidentali, a loro volta distribuiti ai reparti secondo la medesima logica tappabuchi. Il che ha appunto prodotto una grande eterogeneità di mezzi ed armamenti, anche all’interno della medesima unità, con evidenti difficoltà logistiche (munizionamento, riparazione, coordinamento).

4 – Con il termine gruppo di sabotaggio e ricognizione (in russo: Диверсионно-разведывательная группа, ДРГ, traslitterato: Diversionno-razvedyvatel’naâ gruppa, DRG) si intende una formazione militare creata temporaneamente nella struttura delle forze speciali, utilizzata per il sabotaggio e la ricognizione dietro le linee nemiche in situazioni di guerra, con l’obiettivo di disorganizzare le retrovie, distruggere o disabilitare temporaneamente strutture industriali-militari, trasporti e comunicazioni, e raccogliere informazioni sul nemico.

5 – Colpisce, in particolare, la scarsa o nulla concentrazione di fuoco sul sistema ferroviario, in particolare su quelle linee che sono utilizzate per portare in Ucraina i mezzi forniti dalla NATO, e su quelle per poi smistarle ai reparti al fronte. Una disattenzione simile anche per i ponti che si trovano alle spalle delle linee ucraine; per quanto si voglia ammettere la riluttanza a colpire infrastrutture che impattano anche sulla vita civile, è evidente che c’è un di più. Molto probabilmente legato ad un intreccio di interessi, convergenti nel mantenere aperte vie di comunicazione commerciale tra la Russia e l’occidente europeo.

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