11 NOVEMBRE, IERI E OGGI

Un secolo fa gli europei finirono in guerra come sonnambuli. Oggi si sveglieranno prima che sia troppo tardi? Analogie storiche, geopolitiche e culturali tra la Grande Guerra e la guerra in Ucraina. Di Alessio Turchi.

Sono le 11 del mattino dell’11 novembre 1918: scende il silenzio sui campi di battaglia dal Mare del Nord alla Svizzera. I cannoni tacciono e una quiete irreale cala su un mondo profondamente diverso da quello che quattro anni prima si era diretto verso uno scontro epocale. Si riconoscono i vinti, ma si fatica a riconoscere i vincitori. Da lì a breve si capirà che non ce ne sono.

Quella guerra, finita oltre cento anni fa, il cui ricordo sbiadisce sempre più e i cui protagonisti sono ormai tutti morti da tempo, è in realtà molto più attuale di quanto si pensi. Vi sono, infatti, molte più similitudini con i giorni nostri di quante ve ne siano con la seconda guerra mondiale, alla quale continuiamo a guardare per trarre delle lezioni.

Nel 1914 come oggi, l’Europa arrivava da molti anni di sviluppo economico e tecnologico, con assenza di conflitti sul suo suolo. Questo faceva sì che la popolazione non temesse la guerra anche e soprattutto perché non ne aveva avuto esperienza diretta. Nel 1939, invece, il ricordo della carneficina era ben vivo e questo spiega i tentativi di evitare un altro conflitto (quelli che accusano Chamberlain e Daladier di vigliaccheria non resisterebbero cinque minuti in uniforme).

Altro elemento in comune è la propaganda: basta guardarci intorno per renderci conto che dalla mattina alla sera siamo bombardati da una narrazione a senso unico, tesa a disumanizzare il nemico e renderne la sconfitta totale l’unica opzione praticabile. Le piazze festanti dell’agosto 1914 non sono poi molto diverse dai social in cui si inneggia ad armare l’Ucraina e a follie tipo la no-fly zone.

Anche chi si oppone alla corsa verso la guerra viene, oggi come allora, indicato al pubblico ludibrio e accusato di intelligenza col nemico, anche se ammettiamo che un ban o l’accusa di putinismo siano effettivamente meglio della pallottola che toccò a Jean Jaures.

La cosa più preoccupante, tuttavia, è analizzare come la dinamica che fece precipitare gli eventi nel mese successivo a Sarajevo ricordi quello che sta avvenendo oggi. Nessuno in realtà voleva davvero la guerra, ci si arrivò per una serie di errori di calcolo, automatismi nella mobilitazione e superficialità nel relazionarsi con alleati e avversari. Ognuno pensava che una dimostrazione di forza e fermezza avrebbe spaventato l’altro inducendolo a mollare. Di fermezza in fermezza, si arrivò al punto in cui l’unica scelta era tra scatenare una guerra o ritirarsi con la coda tra le gambe.

Oggi sentiamo dire ovunque che non possiamo cedere, che un negoziato non è possibile, che la Russia deve essere distrutta e altre amenità. Si esaltano le nostre capacità militari dipingendo l’esercito russo come un branco di alcolizzati equipaggiati con ferraglia, promettendo facili vittorie. Anche nel luglio 1914 si faceva un gran parlare del rullo compressore zarista,  dell’invincibile esercito germanico e della vittoria per Natale.

Christopher Clark nel suo libro chiama “sonnambuli” re e primi ministri che precipitarono il mondo nella Grande Guerra. E di certo, a sentire le dichiarazioni di molti nostri leader, non si avverte una maggiore consapevolezza del pericolo, anzi. A onor del vero, le motivazioni dei propagandisti per la guerra un secolo fa erano forse più articolate di slogan infantili che si ascoltano oggi, come “C’è un aggressore e un aggredito”.

L’11 novembre 1918 il velo di menzogne era stato squarciato da un pezzo, l’entusiasmo era svanito e nelle trincee dei vinti quanto dei vincitori erano rimaste solo lacrime, stanchezza e amarezza. A parte qualche invasato e chi aveva tratto profitto dalle forniture militari nessuno avrebbe voluto ripetere l’esperienza se avesse potuto tornare indietro.

Stavolta speriamo di fermarci in tempo, anche per evitare un altro spiacevole fenomeno di allora: i guerrafondai che, finite le ostilità, anziché vergognarsi e sparire, ripetevano le storie su vittorie mutilate e pugnalate alla schiena, sostenendo che la colpa fosse del nemico interno e che con un altro sforzo si sarebbe ottenuto molto di più. Come andò a finire non serve spiegarlo: ci auguriamo che lo sappiate da soli.

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