COSE TURCHE

Un’analisi della strategia di Ankara, nel Mediterraneo ed oltre, alla luce del nuovo mondo multipolare che si sta delineando. Opportunità e rischi per la ‘Sublime Porta’, tra NATO e Russia.

Che la guerra in Ucraina abbia accellerato una serie di dinamiche e di processi, è indubitabile; come è ovvio, tutto è cominciato da tempo, e naturalmente non contemporaneamente, ma con l’esplodere del conflitto NATO vs Russia le cose si stanno facendo via via più chiare, ed è possibile distinguere nettamente come tutto si velocizzi. La famosa frase gramsciana sul mondo nuovo che tarda a nascere, mentre quello vecchio tarda a morire, è ormai superata: in un certo senso, possiamo dire che si sono rotte le acque, il parto del mondo multipolare è imminente.

Fuor di metafora, esso è comunque già vivo, anche se la sua esistenza non si è ancora stabilizzata, se manca ancora un nuovo ordine, e sembra regnare il caos.

Un caos geopolitico globale, in cui si muovono oggi numerosi player minori, non più solo le grandi potenze, e ciò – memori dell’ordine che regnava nell’epoca del bipolarismo e delle guerra fredda – accentua la sensazione di disordine del mondo contemporaneo.

Disordine che peraltro talvolta non è soltanto percepito, ma reale. Ed è un disordine che nasce sia dall’incapacità di fronteggiare gli avvenimenti, sia appunto dalla moltiplicazione dei soggetti che interagiscono sulla scena.

Il baricentro mediterraneo

Se guardiamo ad esempio al Mediterraneo, il fu mare nostrum, sia in senso stretto che come area più vasta che ha questo mare come baricentro, possiamo osservare come non solo alle tensioni storiche (Palestina) o storicizzate (Siria, Libia) se ne aggiungano di nuove, ma come questi nuovi protagonismi risultino a loro volta destabilizzanti.

È il caso della Turchia di Erdogan, le cui ambizioni – ottomane e personali – la stanno portando ad interventi sempre più problematici, contraddittori, e decisamente sul filo del rasoio.
Oggi Ankara è direttamente impegnata militarmente in due aree, Libia e Kurdistan siro-iracheno, cerca di esercitare un’influenza diplomatica verso i paesi balcanici, sta dietro l’Azerbaijan che attacca l’Armenia, gioca su due tavoli nel conflitto ucraino, esercita un ruolo ambiguo nella NATO e – da ultimo – riapre il conflitto con la Grecia.

Ciascuna di queste mosse entra in conflitto con altre, o con la collocazione internazionale turca; perchè anche se stiamo transitando ad un mondo multipolare, ciò non significa che vi sia spazio per l’ambiguità. Sicuramente non sul medio-lungo periodo.

È interessante notare che la strategia turca sia orientata a ricostituire come propria area d’influenza quello che una volta era l’impero ottomano, e che i nemici attuali siano poi quelli di sempre: curdi, armeni, greci. Poi dice la geopolitica…

Con questa partita di ampio respiro, Erdogan pensa che giocando di sponda con tutti i contendenti, e surfando tra le varie situazioni locali, possa ritagliare un ruolo importante per la Turchia nel nuovo contesto che si va delineando. Il rischio è che appaia utile talora all’uno talora all’altro, ma alla fine inaffidabile per tutti.

La questione storica e più calda è ovviamente quella curda. Il PKK – formazione armata di ispirazione comunista – è stato per lungo tempo una spina nel fianco dei vari governi turchi, che hanno sempre rifiutato qualsiasi concessione anche soltanto autonomista. Si tratta in effetti di una questione complessa, con la nazione curda divisa tra quattro stati: Turchia, Siria, Iraq ed Iran, ma anche tra diverse formazioni politico-militari. Nel Kurdistan iracheno, divenuto regione autonoma dopo la guerra e la caduta di Saddam, il potere è diviso tra due formazioni, PDK e UPK, sostanzialmente filo-americane, che gestiscono i proventi dei locali giacimenti petroliferi.

In Iran non si ha notizia di particolari movimenti separatisti, mentre in Siria le formazioni curde, legate al PKK turco, durante la guerra civile si sono schierate contro il regime di Assad ed al contempo sono evolute verso una piattaforma più democratica e popolare. L’area del Kurdistan siriano è quindi diventata un po’ la retrovia militare delle formazioni armate curde operanti in Turchia, il che a sua volta ha spinto Ankara a numerosi interventi armati oltre frontiera.

Questo è uno dei settori più complicati, sotto ogni punto di vista, perchè vi operano molti attori in armi. Oltre alle milizie curde del YPG, ed ovviamente all’esercito siriano, ci sono le milizie turkomanne sostenute dai turchi, ci sono i russi (che hanno lì delle basi militari), i turchi stessi (anche loro con delle basi) e persino gli USA, che a loro volta hanno una base nella zona dei campi petroliferi – che usualmente saccheggiano, esportando illegalmente il petrolio siriano verso l’Iraq. Come se non bastasse, di fronte alla minaccia turca, parte delle milizie curde si sono accordate con Damasco (che gli ha riconosciuto una autonomia di fatto), mentre altre formazioni curde, e della guerriglia antisiriana (riunite nelle SDF) sono sotto la protezione statunitense. Da notare, per inciso, come la guerra ucraina stia portando alla luce alcuni particolari relativi anche a questo scacchiere; dai profili di vari mercenari anglo-americani caduti o catturati, è emerso che avevano precedentemente combattuto proprio con le formazioni curde siriane…
Dal punto di vista turco, comunque, la situazione si è fatta un po’ più complicata. Qui, infatti, Ankara e Mosca si trovano su fronti opposti, mentre Erdogan sta sviluppando buoni rapporti con la Russia (sotto vari aspetti), a partire da una certa equidistanza nel conflitto ucraino. In virtù di ciò, l’atteggiamento turco è mutato profondamente. Se qualche anno fa non si erano fatti scrupolo di abbattere un Mig russo che, in virata, aveva sforato il confine di poche centinaia di metri, più di recente hanno dovuto di fatto annullare l’ennesima annunciata offensiva nel Kurdistan siriano, stante l’alt russo. In quella occasione, per evitare del tutto la magra figura, le forze armate turche ripiegarono su una incursione nel Kurdistan iracheno, ma avendo provocato subito una strage di civili suscitando un’ondata di proteste anti-turche in tutto il paese, dovettero rinunciare al prosieguo dell’operazione.

Per quanto al momento la situazione sia quindi fluida, questo rimane un nodo centrale per lo stato turco, giacché le popolazioni curde dell’area sono assai determinate e strutturate, sia militarmente che politicamente, ed è quindi assai difficile (anche al di là delle questioni confinarie) porre fine alla loro resistenza. Tra l’altro, il partito curdo legato alla resistenza che opera in Turchia, è diventato di fatto il riferimento della opposizione più radicale della sinistra turca, e per quanto costantemente soggetto ad ondate repressive, rappresenta anche un problema interno per Ankara.

Altro fronte caldo è quello libico (anticamente parte dell’impero ottomano, a cui fu strappato dagli italiani, agli inizi del ‘900). Ed anche qui, come nel caso curdo, la situazione sul campo è estremamente complicata, non solo per la solita presenza di molteplici soggetti, ma anche per il mutevole atteggiamento di alcune tra le varie milizie presenti sul terreno. Fondamentalmente, la fascia costiera libica è divisa tra un governo legittimo sostenuto dagli occidentali e dalla Turchia stessa, il parlamento libico, in competizione col governo – entrambe collocati nell’area occidentale della Libia (Misurata, Tripoli) – mentre ad est il paese è stabilmente controllato dal generale Haftar, sostenuto dall’Egitto e dalla Russia. Anche qui, quindi, Ankara e Mosca si trovano su sponde opposte, anche se il disegno turco è quello di arrivare ad una spartizione di fatto, dividendo la Libia in un’area di influenza russa ad est, ed una d’influenza turca ad ovest.

A tal fine, l’esercito turco è presente con proprie truppe sul terreno, formalmente per difendere il governo. Mentre la Russia è rappresentata da truppe della PMC Wagner.

In questo caso, per Erdogan la partita è legata più che altro alla questione del gas nel Mediterraneo orientale – che è poi la ragione anche del nuovo inasprirsi delle tensioni con la Grecia – questione alla quale sono interessati a loro volta sia l’Egitto che Israele, a sua volta in tesissimi rapporti col Libano per i giacimenti sottomarini di Karish. La sua è comunque una posizione non facile, sia perchè l’area su cui aspira ad esercitare la propria influenza è estremamente instabile politicamente, spesso teatro di violenti scontri tra opposte fazioni, e comunque con una presenza occidentale (Italia, Francia), sia perchè l’idea di un accordo spartitorio con Mosca dovrebbe superare, da un lato, le ambizioni nazionalistiche di Haftar, e dall’altro le resistenze occidentali.

Per completare il panorama, Ankara ha riattizzato il conflitto con la Grecia, che, oltre alle ragioni storiche (ed alla questione cipriota), trae oggi nuovo alimento nelle dispute territoriali connesse ai giacimenti di gas sottomarino, così come dalla questione del progettato gasdotto EastMed (che vede coinvolte Grecia, Cipro, Italia, Israele, Francia, Giordania e Palestina, ma esclude la Turchia). Il tutto, ovviamente, in un quadro che vede farsi più rilevanti le questioni relative ai carburanti fossili, a seguito della guerra in Ucraina.

Anche qui, la posizione turca è resa complicata da una serie di fattori. Innanzitutto, le rivendicazioni greche si basano su accordi internazionali già assunti, dei quali la parte turca prova a dare una lettura più restrittiva. E poi, ovviamente, c’è il fatto che entrambi i paesi fanno parte della NATO (per la quale c’è il famoso art. 5…), nonché la forte vicinanza politica tra Grecia ed Israele – paese con cui la Turchia preferisce mantenere buoni rapporti.

Infine, ultima nota mediterranea, sfruttando anche un liaison cultural-religiosa, la Turchia prova a penetrare diplomaticamente anche nella regione balcanica – dalla quale, non a caso, è partita di recente la richiesta, da parte di vari paesi, di una mediazione turca con la Russia per la fornitura di gas.

Altri scacchieri

La proiezione turca, ovviamente, non si limita al solo Mediterraneo. Anche l’area centro-asiatica, nella sua parte turcofona, rientra nelle mire del neo-ottomanesimo. I recentissimi scontri tra Armenia ed Azerbaijan – paese vicinissimo alla Turchia – sono sicuramente conseguenza anche dell’appoggio che Baku sente di ricevere da Ankara. La quale, del resto, è ben felice di sobillare disordini ai confini armeni, altro popolo con cui i turchi hanno una storica ostilità.

Ancora una volta, però, la posizione turca, il suo attivismo, entrano in conflitto con gli interessi di Mosca, sia perchè questa è garante della sicurezza di Yerevan – in base ad un accordo di assistenza militare – sia perché, soprattutto adesso, la Russia non vuole assolutamente problemi alle sue frontiere sud-orientali.
Su un piano più ampio, Erdogan gioca la sua partita provando a sedersi a tutti i tavoli. Da un lato, fa pesare il proprio ruolo nella NATO (quello turco è il secondo esercito dell’Alleanza, ed inoltre la posizione geografica della Turchia è estremamente strategica, sia per il controllo del Bosforo – passaggio tra Mar Nero e Mediterraneo – sia per la proiezione militare sul Caucaso e l’Asia centrale – base USA di Incirlik), dall’altro prova ad inserirsi nelle nuove realtà multipolari emergenti, come la Shangai Cooperation Organization (SCO). Lo scopo, evidente, è di massimizzare le opportunità commerciali del paese e al tempo stesso – giocando appunto di sponda tra l’una e l’altra parte – ritagliarsi un ruolo mediano, utile ad entrambe, che gli consenta di mantenere questa libertà di manovra.

L’interscambio con la Russia, ad esempio, è in questa fase estremamente vantaggioso per entrambe. Per non dire che la Turchia si trova a rappresentare un canale di comunicazione tra Mosca e l’occidente, che risulta, appunto, comodo a tutte le parti. E, proprio in virtù di questo posizionamento terzo, che poi può permettersi di non aderire alla sanzioni anti-russe, o di porre ostacoli all’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, senza per questo pagare dazio.

Quest’ultima questione, in particolare, per come viene condotta da Ankara, sembra in effetti essere più un gioco del gatto col topo. Appare difficile, infatti, credere che l’estradizione di qualche decina di militanti curdi (ormai peraltro pienamente integrati nelle società scandinave) sia effettivamente una questione così dirimente, anche al netto del valore simbolico. L’insistenza di Erdogan su questo punto, che anzi rilancia, inviando nuove richieste di estradizione proprio mentre la magistratura svedese rifiuta di riaprire quelle già rigettate, ha tutta l’aria di essere strumentale, probabilmente funzionale – appunto – al mantenimento di una libertà di manovra su altri piani.

L’insieme di tutte queste questioni, comunque, è sostanzialmente un gioco d’azzardo dal punto di vista turco.

L’economia del paese, per quanto si stia avvantaggiando nella contingenza attuale, non versa in condizioni floride e il mantenimento delle avventure militari in Siria e Libia ha un costo non indifferente. Oltretutto, quest’ultima non gode di grande appoggio interno e, per ottenere il rinnovo della missione militare libica, Erdogan ha dovuto esercitare pressioni sul Parlamento.

Ma, più di ogni altra cosa, la posizione mediana rispetto al conflitto NATO-Russia (e, più ampiamente, dell’occidente collettivo contro Russia, Cina e Iran) rischia fortemente di logorarsi, parallelamente all’inasprirsi del conflitto stesso, con il rischio di risultare nel tempo semplicemente ambigua.

Fondamentalmente, come si è visto, benché per molti versi la fase attuale veda crescere i buoni rapporti con la Russia (che, tra l’altro, è importante per favorire l’apertura verso il mondo BRICS+ e SCO), in molti casi la posizione turca collide con gli interessi strategici russi. D’altro canto, anche Washington prima o poi avrà da ridire su questa ambivalenza turca.

Probabilmente Erdogan, che ha certamente ancora il dente avvelenato per il mancato golpe, organizzato col tacito assenso USA, alle strette propenderebbe per Mosca. Ma in Turchia l’esercito è un potere fondamentale, ed è legato per mille versi al mondo anglo-americano. È quindi prevedibile che, quanto meno una parte di esso, opporrebbe resistenza ad una rottura con la NATO.

In conclusione, si può dire che la grande strategia ottomana di Erdogan sicuramente paga sul breve termine, ma in prospettiva rischia di diventare il suo tallone d’Achille. E, in quel caso, potrebbe bastare una spintarella, da est o da ovest, per determinarne la sua caduta.

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