Una guerra d’attrito

“In fisica l’attrito è una forza che si oppone al movimento o allo spostamento di un corpo relativo alla superficie su cui si trova: se si manifesta tra superfici in quiete relativa si parla di attrito statico, se invece si manifesta tra superfici in moto relativo si parla di attrito dinamico.”

Quella che si sta svolgendo in Ucraina, è a tutti gli effetti una guerra d’attrito, in cui le parti in combattimento esercitano reciprocamente una frizione, che si traduce in un logoramento delle parti a contatto. Questo attrito dinamico, nella sua macroscopica evidenza, rischia però di mettere in ombra altre questioni non meno importanti, prima tra tutte il fatto che tale logoramento è assai più profondo di quanto dica ciò che avviene direttamente sul punto di frizione.

Due concezioni della guerra

Per comprendere le implicazioni strategiche del conflitto in atto, è necessario un breve excursus sulle dottrine militari dei due contendenti, Russia e NATO.
Fondamentalmente, la dottrina militare russa si è formata in epoca sovietica, ed è rimasta sostanzialmente uguale. Il suo principio base è il logoramento del nemico, anche facendo ricorso a ritirate strategiche. Sul piano tattico, e conseguentemente, si fonda su unità di combattimento fortemente supportate dalle artiglierie, mentre aviazione e carri armati sono adoperati prevalentemente in appoggio tattico alle unità di fanteria meccanizzata.
Dal canto suo, la dottrina militare NATO ha subito almeno due evoluzioni significative, dalla nascita dell’Alleanza in avanti. Sino alle soglie degli anni ‘70, a dominare era la concezione strategica americana formatasi durante il secondo conflitto mondiale, che potremmo definire come una via di mezzo tra quella sovietica ed il modello tedesco della blitzkrieg. Questo approccio strategico era anche fortemente condizionato da quello che Eisenhower definì come “complesso militare-industriale”, e che puntava alla produzione di massa sul modello fordista, e quindi attribuiva una considerevole importanza alla quantità di mezzi da gettare in battaglia.
Negli anni settanta del secolo scorso, la NATO avverte l’esigenza di rimodulare la propria dottrina strategica, in funzione di quello che ritiene essere il modello offensivo sovietico. Prenderà quindi corpo la dottrina dell’Airland battle, una dottrina che tendeva a creare una pratica coerente ed ordinata riguardante tutti gli aspetti dell’arte operazionale, dalla logistica alla manovra e, particolarmente, l’impiego dell’artiglieria e dell’appoggio aereo. Si trattava, insomma, di definire più precisamente il continuo coordinamento tra forze di terra e di aria, con l’obiettivo di contrastare grandi forze corazzate e meccanizzate avversarie, ed in grado di effettuare penetrazioni in profondità.
Questo approccio tattico-strategico, mostrò i suoi primi limiti durante la guerra del Vietnam, giacché era tarato su un avversario ipotetico profondamente diverso da quello reale. Ma la lezione vietnamita tornerà in qualche modo utile al momento della seconda evoluzione strategica.
Quando implode l’URSS, nel mondo occidentale si fa strada l’idea della fine della storia (1), che implica il proprio dominio globale. Venuta quindi meno l’Unione Sovietica, viene meno il nemico storico, e di conseguenza il vecchio ruolo militare della NATO, che cessa di essere lo strumento per fronteggiare un ipotetico attacco di Mosca, per divenire una sorta di polizia mondiale.
In questo quadro, la dottrina strategica muta radicalmente, e si struttura non più intorno all’idea dello scontro tra potenze più o meno equivalenti, ma in funzione di conflitti asimmetrici, in cui la potenza USA-NATO viene esercitata contro paesi infinitamente più deboli, ed avendo come obiettivo collaterale la massima riduzione delle perdite umane (lezione vietnamita) e la massima velocità di esecuzione. Due elementi eminentemente politici, che entrano in misura non secondaria nella definizione delle modalità di combattimento.
Questa nuova dottrina bellica si concretizza in alcune significative novità, prima tra tutte il passaggio da eserciti di leva ad eserciti professionali. In questo nuovo modello, infatti, assume grande rilevanza la capacità di colpire a distanza – bombardamenti aerei ed attacchi missilistici – ed in maniera massiccia, con l’obiettivo di disarticolare non solo l’esercito nemico ma l’intera struttura di comando del paese, mentre l’intervento boots on the ground è previsto solo successivamente, con funzioni di ripulitura del terreno. Il ruolo primario quindi passa alle forze aeree e navali (proiezione sulle lunghe distanze), mentre sul campo occorrono forze ad alta professionalità, in grado di maneggiare mezzi sempre più sofisticati.
Sul piano degli armamenti, infatti, l’accento viene posto sempre più sulla dotazione e capacità tecnologica, piuttosto che sulla quantità e la semplicità d’uso. Mezzi sempre più avanzati, tra l’altro, significano anche un costo sempre più elevato (e tempi di produzione e addestramento più lunghi), il che incide a sua volta sulla quantità complessiva.

Due dottrine a confronto

Quando due dottrine belliche differenti vengono a confronto, è come se l’attrito dinamico si producesse tra due materiali diversi, con diversa grana e diversa resistenza.
Ovviamente, l’obiettivo degli strateghi occidentali – soprattutto anglo-americani – quando hanno deciso di innescare il conflitto aperto tra Russia ed Ucraina, non era semplicemente la Russia, e non era semplicemente militare.
L’obiettivo politico primario era recidere, in modo drastico e duraturo, qualsiasi legame tra Russia ed Europa, poiché la minaccia per eccellenza, agli occhi degli USA, è proprio la nascita di un  blocco euroasiatico, l’unico – a loro avviso – in grado di minacciare seriamente il predomino statunitense. E ovviamente, in questo la Russia ricopre un ruolo fondamentale, in quanto anello di congiunzione (non solo geografico, ma anche culturale e politico) tra la parte europea e quella asiatica del continente.
L’obiettivo secondario, quindi, era il logoramento della Russia, della sua capacità militare, del suo potenziale economico, della sua influenza politica. Lo strumento individuato per conseguire questo risultato era l’Ucraina (sul piano militare) e le sanzioni su quello economico-politico. Di queste ultime, in ogni caso, non è questa la sede per discutere della loro efficacia o meno.
La guerra russo-ucraina, è perciò precisamente quell’attrito dinamico di cui si è detto. Ma che va visto, appunto, non semplicemente nella sua dimensione immediata – ciò che accade sul campo di battaglia – ma nella sua dimensione generale, ovvero rispetto a ciò che accade ai due contendenti reali, NATO e Russia.
La questione quindi è: come impatta questo attrito sui due contendenti? E cosa ci dice, in termini strategici?
Chiaramente, essendo questa una proxy war, in cui la NATO agisce sul campo per procura, attraverso le forze armate ucraine, il ruolo e la capacità di queste non è irrilevante. Quello che si può dire al riguardo, almeno per grandi linee, è che per un verso si tratta di un esercito assolutamente impreparato ad un conflitto contro un avversario di tale portata, sia sul piano della dotazione bellica che quello della capacità di combattimento, mentre per un altro ha mostrato comunque una considerevole resistenza, anche a fronte di perdite assai elevate. Questi due fattori, pertanto, si può affermare che grosso modo si elidono vicendevolmente.
Quello che è interessante osservare, sotto il profilo appunto dell’effetto logoramento, è l’impatto quantitativo.
Da un lato, abbiamo a confronto due aspetti: il consumo di armamenti, e quello del personale umano. Dall’altro, quello della entità d’impiego, dall’una e dall’altra parte.
Senza entrare qui nel merito di alcune variazioni strategiche intervenute nel corso dei sei mesi di guerra, possiamo sommariamente enucleare alcuni dati di fatto.
La Russia sta impegnando nel conflitto solo una parte, non piccolissima ma secondaria, del proprio potenziale bellico – in senso lato. Tutte le formazioni impegnate nei combattimenti, compresa la logistica, non superano le 200.000 unità – a fronte di un totale di  circa 900.000 effettivi, che giungono a circa 2.000.000 includendo i riservisti, ed al netto degli aumenti previsti per il 2023. E naturalmente parliamo sempre dell’esercito professionale; se si arrivasse ad una mobilitazione, parleremmo di decine di milioni.
Ovviamente, in una guerra d’attrito, per quanto asimmetrica, le perdite umane non sono irrilevanti. E, trattandosi di unità professionali, le perdite hanno un peso, in quanto vanno ad incidere su un bacino delimitato.
Sul piano degli armamenti, il rapporto sul campo si inverte. Mentre i combattenti russi sono decisamente meno di quelli ucraini (in un rapporto di circa 1:3), la Russia mette in campo una quantità di mezzi decisamente superiore; in alcuni settori, come missili ed artiglieria, immensamente superiore. Da rilevare anche che il volume di fuoco – quindi il consumo di munizionamento – è stato ed è elevatissimo.
È da notare che Mosca impegna nella guerra prevalentemente armamento non di ultimissima generazione, soprattutto in prima linea. Per dire, fa ancora massicciamente uso di MLRS Grad, una tecnologia degli anni ‘60, ed in generale attinge molto agli arsenali costituiti in epoca sovietica.
Complessivamente, quindi, ed anche con riferimento alle capacità dell’industria bellica (2), si può affermare che il logoramento delle capacità belliche russe è assai relativo e limitato, con una maggiore incidenza sul piano delle perdite umane (assai più difficilmente sostituibili). Anche senza considerare l’eventuale aggiornamento dell’industria bellica a nuove esigenze, le stime più attendibili ritengono che la Russia possa sostenere una guerra di questo tipo, e senza difficoltà, per ancora qualche anno.
Va tenuto tra l’altro presente che, storicamente, la Russia ha una elevata capacità morale e psicologica nell’assorbire le perdite umane in guerra.
Se guardiamo dall’altra parte del fronte, e soprattutto oltre le forze armate ucraine, possiamo osservare uno scenario completamente diverso.
Intanto, i combattenti stranieri (volontari nelle varie unità di foreign fighters), molto spesso con provata esperienza militare, e che erano accorsi a migliaia in una prima fase del conflitto, sono ad oggi assai meno. Non solo per le forti perdite in battaglia, e per il sostanziale freno ai nuovi arrivi, ma anche perchè in molti hanno abbandonato il campo. Le ragioni addotte pressoché unanimemente da questi ultimi, sono riconducibili per un verso alla disorganizzazione delle forze armate ucraine, e per un altro allo sconcerto dinanzi alla potenza di fuoco nemica. Questo elemento è significativo per due ordini di ragioni. Intanto, parliamo di militari professionisti, il cui apporto è quindi fondamentale; e poi, proprio in quanto tali, e quindi esperti delle condizioni di combattimento, restituiscono un feedback significativo sull’impatto materiale e psicologico del potenziale bellico russo.

Sul piano del consumo di armamenti, sappiamo che inizialmente le forniture militari all’Ucraina si sono concentrate sulle dotazioni, di epoca sovietica, degli ex-paesi del Patto di Varsavia, anche perchè erano più d’immediato utilizzo per gli ucraini, mentre successivamente si è passati ad armamenti di tipo NATO, sempre però a partire prevalentemente da materiale dismesso, e quindi non di ultimissima generazione. Ciò ha riguardato in particolare i mezzi corazzati di vario tipo, e – in minor misura – l’artiglieria. Basti pensare che ancora adesso i paesi NATO stanno fornendo cingolati M113 (anni ‘70), totalmente indifesi contro i moderni missili anticarro, oppure che i migliori carri armati li ha dati la Polonia (200, quasi tutti distrutti nella controffensiva verso Kherson), e si tratta di T-72 sovietici rimodernati…
Di là da altre considerazioni su qualità, quantità e tempistica delle forniture occidentali all’Ucraina (su cui del resto ho già scritto in precedenza (3)), quello che possiamo constatare è che, a sei mesi dall’inizio delle ostilità e dei trasferimenti di armi, tutti i paesi NATO sono in difficoltà. Le scorte stipate negli arsenali si sono di fatto esaurite, e soprattutto i paesi europei non sono più in grado di fornire nuovi armamenti, senza intaccare direttamente le dotazioni in servizio dei propri eserciti. Cosa che ovviamente sono assai restii a fare. L’alternativa è quella di commissionare alle rispettive industrie della difesa nuovi armamenti, o da inviare direttamente a Kyev, o da acquisire prima di inviare quelli in servizio. Ma si tratta di una prospettiva di lungo termine, in quanto queste commesse possono richiedere anche alcuni anni per essere esaudite. Non a caso, nella riunione dell’8 settembre a Ramstein, gli Stati Uniti hanno esercitato una fortissima pressione sugli alleati, affinché intacchino la dotazione delle proprie unità in servizio, pur di non far cessare l’afflusso verso l’Ucraina.
In ogni caso, il bilancio a sei mesi di conflitto in essere, è che il fronte ucraino si è rivelato un pozzo senza fondo, capace di inghiottire risorse militari fornite da una trentina di paesi, senza però alcuna capacità di incidere sull’andamento del conflitto – se non, in qualche misura, nel prolungarlo.

Un primo bilancio

A conti fatti, è possibile trarre una prima lezione della guerra tra NATO e Russia.
Tutto il complesso bellico occidentale – sotto il profilo strategico, delle capacità di combattimento, della dotazione e della capacità produttiva – essendosi strutturato negli ultimi decenni su una proiezione profondamente diversa da quella in cui si trova oggi impegnato, è in grande difficoltà. E ciò nonostante si tratti di una guerra per procura. Se si fosse trattato di un confronto diretto, le cose potrebbero essere assai peggiori.
Innanzi tutto, ovviamente i russi impiegherebbero una forza ben maggiore, sia in termini quantitativi – uomini e mezzi – sia qualitativi – armamenti più moderni e potenti. E questo avrebbe un effetto moltiplicatore, innanzi tutto sulle perdite umane in combattimento. Anche senza considerare i danni alle infrastrutture ed alle città, quale sarebbe l’impatto psicologico di perdite nell’ordine delle centinaia di migliaia di caduti, e di un milione di feriti?
Con ogni probabilità, di questo vi è consapevolezza assai più piena negli stati maggiori che non nei governi dell’Alleanza. Così come vi è consapevolezza che, già così – e quindi in questa condizione di proxy war – si avvicina pericolosamente non solo il limite di sostenibilità del supporto all’Ucraina, ma persino quello di una condizione di debolezza strategica. Insomma, nel 2023 gran parte dei paesi NATO potrebbe trovarsi nella condizione d’essere privo di riserve strategiche di armamenti, e con la prospettiva di dover attendere qualche anno per poter ripristinare gli arsenali.
Ovviamente, non si tratta tanto del pericolo di una minaccia militare russa (anche se, soprattutto alla luce delle indicazioni strategiche emerse dal vertice di Madrid, questa eventualità non può essere ignorata dagli eserciti NATO), quanto della debolezza politica che ne consegue.
Il paradosso, quindi, potrebbe essere che l’idea iniziale degli strateghi statunitensi – una lunga guerra che logorasse il potenziale bellico russo – si riveli invece il suo esatto contrario: una guerra d’attrito, in cui la Russia, evitando accuratamente qualsiasi escalation, sta lentamente macinando il potenziale bellico della NATO, mettendola in condizione di non poter accedere allo strumento militare per qualche anno. Giusto il tempo che serve a Mosca per superare l’impatto delle sanzioni, e costruirsi una solida rete di alleanze tale da rendere un confronto diretto con la NATO assai più incerto per Washington di quanto non sia già oggi.


 1 – Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, UTET

2 – Di recente, sono stati istituiti due nuovi impianti per la riparazione di mezzi meccanizzati e corazzati. La scelta di utilizzare prevalentemente armamenti non proprio modernissimi, ha a che fare anche con la necessità di acquisire nuove fonti d’approvvigionamento per alcune componenti tecnologiche, bloccate dalle sanzioni.

3 – Cfr. https://giubberosse.news/2022/08/19/la-vittoria-impossibile/

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