COME CAMBIA LA STRATEGIA UCRAINA

Analisi e bilancio del conflitto in Ucraina. Di Enrico Tomaselli.

La guerra in Ucraina va avanti ormai da oltre 160 giorni. Se c’è una cosa che va onestamente riconosciuta è che, nonostante l’incredibile sproporzione di forze e nonostante una direzione politica del conflitto a dir poco disastrosa, è davvero notevole che l’esercito ucraino ancora resista e combatta e non sia collassato.
Ciò detto, va anche rilevato che la pressione russa è in costante crescita e che il collasso è sempre dietro l’angolo.

La consunzione

Dal punto di vista strettamente militare, le forze armate ucraine devono scontare una serie di problemi di notevole difficoltà.

Il primo dei quali, ovviamente, è la consunzione. Man mano che le truppe in prima linea subiscono perdite, si pone il problema di sostituirle, il che significa, in pratica, inviare al fronte coscritti con poca ed affrettata preparazione. Per di più – essendosi ormai praticamente esaurito l’armamento di tipo sovietico – costoro hanno a che fare con armi più sofisticate, di produzione occidentale, che al contrario richiedono una curva d’apprendimento più lunga. Questo comporta, per un verso, che il livello operativo dei reparti si abbassa, per un altro che la tenuta psicologica delle truppe cala vistosamente. Da questo punto di vista, la guerra ucraina si può dire che è la prima guerra social (come quella in Iraq fu la prima televisiva), Quello che rivelano, appunto, i social media è un numero costante di interi reparti ucraini che pubblicano video in cui lamentano le condizioni in cui sono costretti a combattere. Spesso in cui si rifiutano di farlo o annunciano l’intenzione di arrendersi.

Quale sia l’impatto di questa consunzione si può agevolmente capire anche da altri, piccoli dettagli. Poco tempo addietro, ha fatto capolino sui media la notizia, subito dimenticata, che la Svizzera avesse rifiutato di accogliere nei propri ospedali militari ucraini feriti. Ciò testimonia una portata estremamente vasta di queste perdite. Significa che né gli ospedali ucraini né quelli militari dei paesi NATO né, in generale, quelli dei paesi più vicini (sempre nei limiti della possibile accoglienza) sono in grado di gestirne la quantità. E quando parliamo di ospedalizzati, parliamo di personale militare che non sarà in grado di tornare a combattere per un tempo medio-lungo.

Le armi occidentali

Un altro problema è legato all’utilizzo di sistemi d’arma occidentali. Anche se per la maggior parte si tratta di materiale non nuovissimo, a parte le armi leggere si tratta pur sempre di armamenti tecnologici, che richiedono un addestramento più lungo – cosa, come si è visto, ormai possibile solo per pochi. Il risultato è che l’utilizzo di tali armi è spesso al di sotto delle possibilità. A ciò va aggiunto che, trattandosi per lo più di armi dismesse dagli eserciti dei paesi fornitori, le condizioni delle stesse sono a volte tali da abbassarne di per sé le capacità offensive. Quando non si tratti addirittura di armi la cui efficacia reale è molto al di sotto degli standard ufficiali – si vedano ad esempio i lanciamissili anticarro spalleggiabili Javelin, inviati dagli USA in grandi quantità, e divenuti famosi al punto che alcuni neonati ucraini sono stati così battezzati, ma che in realtà hanno un efficacia effettiva intorno al 30%.

Ma ovviamente il problema strategico, relativamente alle forniture d’armi da parte della NATO, è un altro.
Prendiamo, ad esempio, il sistema lanciarazzi multiplo MLRS Himars. Gli Stati Uniti ne hanno inviati 16, ma lo hanno fatto un poco alla volta, tanto che oggi quelli operativi sono la metà, poiché nel frattempo i russi ne hanno distrutti otto. Il che significa che gli ucraini ne hanno avuti disponibili contemporaneamente non più di quattro o cinque; su un fronte di oltre 1000 Km. A questo si aggiunga che – nel timore che concentrandoli potessero essere più facilmente distrutti – l’esercito ucraino li ha dispersi lungo la linea di combattimento, rinunciando quindi all’effetto tattico che sarebbe potuto conseguire da un uso massivo nello spazio e nel tempo. Come se ciò non bastasse, l’Himars è un arma a tecnologia avanzata, che colpisce i bersagli in base alla localizzazione GPS fornita via satellite o da droni, ma che non è in grado di colpire obiettivi in movimento. È, quindi, totalmente inefficace nei confronti di carri armati, blindati e comunque truppe in rapido movimento.

La scarsità di armamenti che, di per sé, potrebbero fare la differenza, quanto meno sul piano tattico, è un serio problema per le forze ucraine. Il fatto che arrivino continuamente armamenti e munizioni, ma mai in quantità massiccia in una sola volta, fa sì che il loro utilizzo non possa mai avere un valore strategico, ed il flusso diventa in pratica una sorta di flebo. Quanto basta per tenere in vita, ma insufficiente per riprendersi.

Ma oltre ai problemi soggettivi, gli ucraini devono far fronte a quelli oggettivi.

L’artiglieria russa

Per quanto la presenza numerica sul terreno li veda prevalenti, e per quanto – in linea di massima – sia assai più semplice la disposizione difensiva, lo scarto di capacità belliche tra i due eserciti è fin troppo marcato. Anche a prescindere dal dominio dell’aria, che comunque i russi sfruttano abbastanza limitatamente, più che altro a livello tattico di appoggio a terra, nonché dalla disponibilità di missili balistici, il grosso problema per gli ucraini è l’artiglieria russa.

Come testimoniato sia da prigionieri ucraini, sia da mercenari rientrati nei propri paesi, la potenza di fuoco russa è terrificante – anche per militari con provata esperienza di combattimento. La differenza, soprattutto quantitativa, tra artiglieria russa ed ucraina è un fattore determinante.

Ad agire, al di là degli aspetti psicologici sul morale delle truppe, è soprattutto la cosiddetta legge del quadrato di Lanchester. Si tratta in effetti di una formula matematica, che consente di valutare l’impatto esponenziale della diversa quantità di armi a lunga gittata tra due contendenti. In pratica, man mano che procede il combattimento, l’incidenza percentuale delle perdite sarà maggiore, ed in misura crescente, per chi parte da una dotazione inferiore (1), tanto che – ad un certo punto – diventano insostenibili, ed il fronte cede.

Questo accumulo di problematiche, oltre al fatto che la guerra è gestita da parte ucraina con una forte impronta politica (il che, a sua volta, genera contrasti tra Stato Maggiore e governo), si riflette inevitabilmente sull’atteggiamento strategico adottato dalle forze armate di Kyev. Tale atteggiamento si caratterizza sempre più per alcuni elementi.

Come combatte l’Ucraina

Il primo di questi consiste nel predisporre una serie di linee trincerate successive, su cui eventualmente retrocedere via via. Ciò è particolarmente presente sul fronte del Donbass, dove in parte erano già state predisposte durante gli otto anni di guerra civile precedenti l’operazione speciale russa. La tattica del trinceramento, certamente efficace nel rallentare l’avanzata russa, ha però la necessità di appoggiarsi ai centri abitati, in quanto il territorio è prevalentemente pianeggiante. Le linee fortificate ucraine, quindi, fanno perno su città e villaggi, con tutto ciò che questo comporta per la popolazione civile. Inoltre, hanno evidentemente un effetto di rallentamento ma, sia per le caratteristiche orografiche che per la potenza di fuoco avversaria, non sono in grado di costituire un bastione insormontabile. Come del resto si vede ancora in questi giorni, in cui cede una linea dopo l’altra.

Un altro elemento è la scelta di colpire obiettivi civili dietro le linee russe. A questa determinazione contribuiscono evidentemente più fattori, primo dei quali è certamente l’odio per le popolazioni russofone, subito schieratesi col nemico. Ma vi sono anche ragioni più precipuamente militari. Innanzitutto, si tratta di obiettivi facili da colpire: le città sono ampie e non si muovono. Inoltre, c’è la speranza che – per difenderle – i russi spostino lì parte dei propri sistemi di intercettazione antimissile, sguarnendo parzialmente la linea di combattimento. Ovviamente, questa scelta ha molto a che fare anche con la conduzione politica della guerra e va comunque ricordato che – almeno dalla seconda guerra mondiale in poi – tutti gli eserciti hanno fatto ricorso agli attacchi alla popolazione civile, con l’intento di demoralizzarla e far cedere il fronte. Che poi questo esito non si sia quasi mai verificato, evidentemente non basta a far dismettere questa pratica.

Un terzo elemento, che sembra emergere negli ultimi tempi, è in effetti un’estensione della pratica summenzionata.

In questo caso, l’obiettivo sembra essersi spostato dagli agglomerati civili ad insediamenti ad alto rischio. Abbiamo, quindi, ripetuti attacchi contro la centrale nucleare di Enerhodar, nei pressi di Zaporizhzhia, contro la centrale idroelettrica di Kakhovskaya, vicino Kherson, lo stabilimento chimico Styrol di Gorlovka e, di recente, quello contro un birrificio vicino Donetsk, che ha provocato la fuoriuscita di una nube di ammoniaca. Colpire obiettivi di questo genere, che potenzialmente possono apportare grandi danni alla popolazione circostante, ma anche agli attaccanti (secondo le condizioni meteo), sembrano dettati più da rabbia e disperazione che da una qualche logica militare. Il che induce a pensare che, nella condotta strategica ucraina (e, quindi, in ultima analisi, della NATO), cominci a scarseggiare una qualche visione prospettica, un’idea degli obiettivi da porsi e delle tattiche per conseguirli.

Concentrarsi ossessivamente ed esclusivamente sul logoramento della Russia, infatti, rischia di perdere talmente di vista il campo di battaglia da non essere poi in grado anche solo di approcciare tale obiettivo.
Cosa accadrà, se le forze armate russe ed i loro alleati sfonderanno la linea difensiva Slovyansk-Kramatorsk (cosa più che probabile, nel corso del mese corrente o dei primi di settembre), e si trovassero la strada spianata verso ovest? Quale sarà la reazione, sul piano militare, di fronte ad una vera offensiva verso Odessa?

Sono queste le domande chiave, per il futuro più prossimo.


(1) Per comprendere meglio il funzionamento delle legge del quadrato di Lanchester, è efficace l’esempio seguente, seppure riferito ad altri tempi: “Supponiamo che il nostro nemico abbia duemila arcieri e noi mille. Non appena comincia la battaglia tutti gli arcieri cominciano a scoccare frecce contro l’avversario con tutta la rapidità possibile. L’esercito nemico scaglia una raffica di duemila frecce, esponendo così ogni nostro soldato alla minaccia contemporanea di due frecce (naturalmente è una media, perchè un guerriero può beccarsi tre o quattro frecce e un altro, fortunello, neanche una). Al contrario, ciascun arciere nemico è sotto il tiro di 0,5 frecce (in altre parole, la metà di essi non ha niente da temere). Tenuto conto dei tiri sbagliati e dei bersagli mancati, poniamo che soltanto una freccia su dieci faccia una vittima, ferendo o uccidendo un combattente. La prima scarica costa duecento vittime a noi e cento al nemico. Nel corso dello scambio successivo i 1900 nemici rimasti abbattono 190 dei nostri uomini. A quel punto abbiamo perso il trentanove per cento dei combattenti. Pochi eserciti possono reggere un simile tracollo, e il nostro non fa eccezione. I sopravvissuti scappano. Abbiamo perso.” (da: Peter Turchin, “La scimmia armata”, UTET)

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