LA LEZIONE DEL VIETNAM

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Perché seguire i migliori (ammesso poi siano sempre veramente tali) non sempre si rivela la scelta più felice. In Vietnam i “best and brightest” sbagliarono tutto. Un’acuta riflessione storico-politica di Maurizio Cocco traccia un implicito parallelismo con la realtà attuale.

Nel 1972, nel suo resoconto della guerra del Vietnam, David Halberstam li ha definiti the best and the brightest: erano i membri dell’amministrazione Kennedy, confermati poi in blocco da Lyndon Johnson. David McNamara, Dean Rusk, McGeorge Bundy erano i migliori della propria generazione; uomini di successo provenienti dal mondo della grande industria o delle università americane, tutti, come il loro presidente, veterani della seconda guerra mondiale. E fra i migliori c’era anche William Westmoreland, il generale in capo della missione americana nel Sudest asiatico, pluridecorato militare di professione, brigadiere generale a soli 38 anni, dodici dei quali passati sugli scenari bellici. Eppure i migliori, in Vietnam, sbagliarono tutto. In realtà, di tutti i membri dell’amministrazione, soltanto uno, il sottosegretario di Stato per gli affari economici, George Ball, pensava che la guerra nel quale gli Stati Uniti si stavano gradualmente proiettando sarebbe stata lunga, avrebbe scatenato un’ondata di proteste in casa e, in ultima analisi, non poteva essere vinta. Il suo consiglio fu ignorato, allo stesso modo in cui nel 1861 fu ignorato il colonnello William Tecumseh Sherman quando avvisò che la guerra fra gli stati americani sarebbe stata lunga, sanguinosa e impegnativa.

La vicenda vietnamita, che sembra avere recentemente perso l’interesse della storiografia e dell’industria culturale, fu caratterizzata dal principio dalla menzogna. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il leader vietnamita Ho Chi Minh, che vedeva con favore gli americani in chiave anti-francese, scrisse più volte al presidente Harry Truman, ma quelle lettere furono tenute nascoste dalla CIA. Quando i francesi abbandonarono lo scenario asiatico per essere sostituiti dagli americani in supporto del governo sudvietnamita di Diem e della sua famiglia, l’amministrazione Kennedy tenne nascosta l’entità di quel coinvolgimento. Nelle audizioni e nei confronti con la stampa, il presidente pressato riusciva con fatica, o con mezze verità, a mantenere la realtà degli eventi lontana dagli occhi dei cittadini americani. Quando, diversi mesi dopo la morte di Kennedy, il senatore democratico William J. Fulbright convocò la commissione esteri del Senato per fare chiarezza sulla vicenda, il neopresidente, e suo amico, Lyndon Johnson lo chiamò per chiedergli: William, do you want to fuck me? Uno dei più importanti interventi delle audizioni, quello del padre della politica del contenimento, George Kennan, in cui il coinvolgimento americano veniva aspramente criticato non fu però, con il sollievo del presidente, trasmesso in diretta dalla ABC, che mandò invece in onda i consueti programmi di intrattenimento previsti dal palinsesto.

A mostrare agli americani cosa stava davvero accadendo in un punto fino allora sconosciuto del mappamondo furono alcuni inviati di guerra, fra cui lo stesso David Halberstam, ma soprattutto Morley Safer che filmò il rogo del villaggio vietnamita di Cam Ne a opera dei marines americani. Safer e la CBC furono subito accusati dall’establishment di lavorare per il nemico; per alcuni uomini politici la rete televisiva divenne la Communist Broadcast Company, così come ogni giornalista che riportava notizie accurate sulla vicenda veniva invitato dalle autorità militari e civili americane a supportare invece lo sforzo bellico. Negli anni dal 1963 al 1965 la presenza americana in Vietnam continuò a crescere, ma il governo continuava a mentire: continuò a mentire anche sulle operazioni che prima l’aviazione e poi i marines portavano avanti. Si diceva pubblicamente che i marines stavano difendendo le basi americane, ma si ometteva di dire che per difenderle dovevano condurre operazioni offensive a molti chilometri di distanza. Si diceva pubblicamente che l’aviazione rispondeva ai raid vietcong con interventi mirati, ma si ometteva di dire che nel mirino finivano interi villaggi.

Johnson temeva di perdere la guerra sul fronte interno (un’altra lezione di W. T. Sherman) e per questa ragione furono inizialmente esentati dal sistema del draft gli studenti universitari, cioè i figli del ceto medio. Per il Vietnam partirono in numero nettamente maggiore le minoranze etniche e i figli delle classi popolari. In questi ambienti, di fronte alla realizzazione che una minoranza che
costituiva il 12% della popolazione totale costituiva il numero più grande di caduti, nacquero le prime proteste contro la coscrizione. Molti leader afroamericani annunciarono una campagna di opposizione al reclutamento e in questo senso si espresse anche Muhammad Alì. Seguirono altre proteste, più estese, prima di natura esclusivamente morale, poi personale: quando sempre più soldati americani vennero richiesti da Westmoreland e quindi il sistema del draft si espanse tanto da comprendere i collegiali figli del ceto medio, il movimento si fece di massa. Che ci si pronunciasse contro la guerra in Vietnam per ragioni sociali, morali o personali, farlo significava attirarsi addosso lo stigma di amico del nemico, ostacolo allo sforzo bellico, ragazzino capriccioso che per mero interesse si rifiuta di vedere il grande disegno dell’interesse nazionale. Come aveva però capito George Ball, sarebbe stato proprio il malcontento, la caduta del fronte interno, a costringere il presidente americano (stavolta Richard Nixon) a ritirarsi dallo scenario indocinese. Chissà quante vite ancora, vietnamite e americane, sarebbero state sacrificate senza quel grande movimento di
protesta.

Il governo dei migliori in Vietnam si era imbarcato in un all-in pokeristico: si giocava la reputazione internazionale, la faccia individuale, l’immagine della sua competenza. Chi non può sbagliare difficilmente ammette i propri errori, a qualsiasi costo. Il Vietnam non era né il Nord Africa, né l’Europa occidentale, né la Corea, ciò che là aveva funzionato non poteva funzionare qua. Gli uomini tendono a combattere una nuova guerra come hanno combattuto la precedente, anche se questo non serve a nulla. In Vietnam non esistevano porzioni di territorio che potevano essere stabilmente occupate, non esistevano neanche linee del fronte; come capire allora chi stava vincendo? L’unico dato (ma i dati sono capaci di dire qualsiasi cosa) che parve indicativo del successo era il cosiddetto body count: cioè il numero di nemici uccisi. Numero che, si badi bene, era sempre positivo; molto spesso uno scontro a fuoco terminava con un rapporto di caduti di 1 a 10 in favore degli americani. Però per gli americani quell’uno contava moltissimo, mentre per i vietnamiti quei dieci erano anche pochi se il loro sacrificio sarebbe servito per la causa nazionale. Nonostante ciò, il body count rimase il dato su cui confortarsi nel proprio illusorio successo, il modo per non guardare al deragliamento in corso. Westmoreland, dal canto suo, era convinto di avere la strategia per piegare il nemico, e chi d’altronde poteva smentire un generale di così grande acume e successo, un eroe di guerra, l’uomo giusto per quel lavoro? Il suo piano però richiedeva sempre più uomini così a riecheggiare le richieste che un secolo prima il suo alter-ego George McClennan faceva al presidente Lincoln per piegare l’armata della Virginia del Nord. Gli uomini disposti a morire nell’umido Vietnam dopo tanti anni di logorio non c’erano più e gli Stati Uniti furono costretti a ritirarsi, lasciando sul campo migliaia di morti: tre milioni se si sommano i caduti di tutte le parti,civili compresi. 

Si racconta che quando il presidente Nixon, in incognito, andò a incontrare un gruppo di studenti ribelli, il capo della loro delegazione gli disse: si rende conto, vero, che noi siamo disposti a tutto? Nixon lo comprese, così come Kissinger comprese che lo scenario asiatico non poteva essere risolto in Indocina e con le armi, ma più a est, a Pechino, e con la diplomazia. Nixon però non era considerato fra i best and brightest della sua generazione; probabilmente se lo fosse stato non avrebbe mai avuto il coraggio di fare marcia indietro. I migliori in fondo hanno tutti questo difetto: si sentono così capaci che rifiutano di riconoscere quando la realtà gli dà torto.

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