SMOKING GUN

0

Un recentissimo studio pubblicato appena tre giorni fa sulla rivista Clinical Infectious Diseases riporta per la prima volta la presenza di proteina spike, sia nella forma S1 (quella che si lega al recettore ACE2) che in quella S1-S2 (proteina completa), nel sangue di persone che sono state vaccinate contro il covid con il prodotto di Moderna, basato sull’RNA della proteina S di SARS-CoV-2. La proteina spike è alla base della ben nota reazione infiammatoria tipica del covid e la sua presenza nella circolazione sanguigna dopo vaccino, oltretutto con una variabilità interindividuale molto elevata, rafforza l’ipotesi che possa essere alla base delle reazioni avverse post vaccino. Questa nuova evidenza scientifica sembra smentire l’ipotesi, ventilata finora da più parti su base puramente speculativa, che la proteina spike non possa diffondersi nell’organismo dopo la vaccinazione e sembra confermare, invece, l’ipotesi contraria: che sia proprio la diversa quantità di proteina spike alla base della diversa risposta da un soggetto all’altro, sia in termini di efficacia che di effetti avversi.

Tredici persone vaccinate con Moderna e seguite per meno di due mesi con qualche prelievo ogni tanto: è bastato questo per dare corpo all’ipotesi nostra e di vari altri ricercatori[1], secondo cui i vaccini a mRNA (e probabilmente anche quelli a DNA/vettore virale come AstraZeneca, J&J e Sputnik V) inducono una produzione di proteina spike virale in tutto l’organismo, in tempi e con livelli variabili da individuo a individuo.

Lo studio, pubblicato il 20 maggio scorso sulla rivista Clinical Infectious Diseases edita da Oxford Academic Press, riporta per la prima volta la presenza di proteina spike e in particolare della subunità S1, quella che si lega al recettore ACE2 sulle cellule della persona contagiata e che è alla base della reazione infiammatoria tipica del covid[2], nella circolazione sanguigna, con ampia variabilità interindividuale. Nella figura, inclusa nel materiale supplementare dell’articolo, si possono osservare:

  • la S1 che compare subito dopo la prima dose (rosso);
  • la spike intera, composta dalle due subunità S1 e S2 che in alcuni soggetti compare anche dopo la seconda dose (blu);
  • nella parte bassa, la produzione anticorpale.

Questo piccolo studio fornisce evidenza a una nostra ipotesi: quanta più proteina spike viene prodotta, tanto più il sistema immunitario viene stimolato. Il che suggerisce anche, a sua volta, che il verificarsi e l’intensità degli effetti avversi dipenda dai livelli di proteina spike prodotta. Ci preme far osservare che questo avrebbe dovuto essere precisamente uno degli studi richiesti nella fase I della sperimentazione clinica. E, laddove non fossero stati effettuati spontaneamente dall’industria farmaceutica, di certo avrebbero dovuto essere richiesti dalle agenzie regolatorie. A parziale scusante, si potrà obiettare che forse in pochi si sono resi pienamente conto fin dall’inizio di avere a che fare non con un vaccino tradizionale, bensì con un farmaco che, come tale, avrebbe dovuto essere studiato. Ci si può, insomma, appellare all’intrinseca novità della tecnologia impiegata (mRNA) e, di conseguenza, alla scarsa esperienza con essa da parte dei regolatori e, forse anche, degli stessi ricercatori che l’hanno sviluppata. Resta il fatto, però, che questi nuovi risultati rendono oggi ineludibili ulteriori studi per capire le basi dell’enorme variabilità interindividuale (già evidente su appena tredici persone), nella prospettiva di controllare adeguatamente efficacia e sicurezza di questi prodotti.

Nell’ipotesi da noi formulata[3] è proprio a questa produzione variabile (per quantità, durata e, forse, anche per sede d’organi e tessuto) di proteina spike che potrebbe essere ricondotta la risposta altrettanto variabile dei soggetti ai prodotti a base di RNA/DNA in termini di efficacia e, soprattutto, di tollerabilità. Come già scrivevamo la scorsa settimana:

"[...] è necessario studiare l'assorbimento, la distribuzione e l'eliminazione di questi prodotti, nonché la loro attività anche in relazione ai recettori della proteina spike, noti come ACE2. Sarà possibile in tal modo migliorare il profilo di efficacia e di sicurezza dei prodotti attuali, identificando anche biomarcatori utili a prevedere preventivamente i benefici attesi rispetto agli eventuali rischi di effetti avversi nei singoli individui, come pure possibili trattamenti farmacologici utili a prevenire gli effetti avversi o a ridurli ove si manifestassero. Di sfuggita, le notizie sui sovradosaggi accidentali di vaccino e sulle loro conseguenze cliniche indirettamente confermano questo punto di vista, che offre anche potenziali approcci razionali al trattamento delle loro conseguenze".

Sulla base di questo studio, oggi possiamo dire di avere in mano qualcosa di più di una semplice ipotesi: si aprono prospettive di ricerca clinica vastissime, potenzialmente utili a migliorare enormemente l’efficacia e, soprattutto, la sicurezza dei prodotti a RNA/DNA per l’immunizzazione covid.

NOTA CONCLUSIVA

In tanti in queste settimane hanno condiviso vari articoli “autorevoli” che sostenevano aprioristicamente l’impossibilità che la proteina spike si diffonda nell’organismo dopo vaccinazione. A loro, ma soprattutto agli autori di quegli articoli, andrebbe ricordato che in medicina e, in generale, in biologia le ipotesi sono tutte belle, ma poi vanno verificate. Non ci aspettiamo alcun mea culpa da parte degli autori. La speranza, se mai, è che i loro lettori vogliano affidarsi di meno in futuro al ben noto principio ab auctoritate.

Condividi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *