Spoiler (per chi non ha voglia di leggere tutto l’editoriale)

  1. Lo zerovirgola è sempre l’inizio di un qualcosa di nuovo
  2. Giubbe Rosse non ha mai appoggiato e non appoggerà nessuno dei partiti che hanno corso alle ultime elezioni e sono entrati in Parlamento
  3. Giubbe Rosse guarda con interesse (ma senza firmare assegni in bianco) alle nuove aggregazioni politiche che stanno nascendo
  4. Punti irrinunciabili: superamento dell’UE, ripristino della sovranità nazionale, piano di reindustrializzazione del territorio, piano di finanziamento della sanità pubblica e della scuola, piano di finanziamento delle infrastrutture, politiche del lavoro che siano in grado di assicurare condizioni dignitose ai lavoratori e sostenibilità alle PMI, riallineamento della politica estera con i dettati costituzionali.

L’1% è più dello 0. Anche un neonato appena uscito dal grembo materno pesa in genere poco più di tre chili. Non è ancora pronto per affrontare la vita da solo e confrontarsi con gli adulti. Ma un giorno lo sarà.

La differenza tra lo “zerovirgola” e lo zero può sembrare irrilevante solo ai miopi. È la differenza che intercorre tra esistere e non esistere. Non si nasce e si vola, specialmente quando non si ha alle spalle una macchina da guerra capace di finanziare con un marketing elettorale capillare ogni angolo della comunicazione. Per capirci, quella stessa macchina da guerra che consentì a Berlusconi di scendere in campo e vincere le elezioni nel 1994 o che ha consentito al M5S di passare in pochi anni dai meet up al 32,4% del 2018. Nessuna delle attuali aggregazioni che si pongono in funzione anti-sistema, comunque le giudichiate, possiede questi mezzi. Possono piacervi o meno, ma tutte loro hanno in comune un elemento: sono fatalmente condannate, almeno in un primo momento, allo zerovirgola, essenzialmente per carenza di mezzi finanziari. È nella natura delle cose, è il prezzo da pagare. Se qualcuno di voi pensa che l’attuale sistema possa essere ribaltato con una presa della Bastiglia, con una marcia trionfale del “popolo” contro le “élite” da realizzarsi in poche settimane, senza sconfitte, senza perdite, senza sacrifici, preferibilmente rimanendo seduti sul divano, è bene che ci ripensi. Non accadrà. Sarà una lotta durissima e probabilmente durerà anni. Noi lo abbiamo messo in conto fin dall’inizio.

Giubbe Rosse è nato come zerovirgola. Ha difeso fin dall’inizio posizioni zerovirgoliste, ignorate, non di rado sbeffeggiate dalla maggioranza, attaccate violentemente dai media. Dalla critica all’assioma “I vaccini fermeranno la pandemia del Covid-19”, alla critica della vaccinazione di massa per gli under 60, dell’obbligo di vaccinazione, dell’ingenuo trionfalismo per i 220 miliardi ottenuti da Conte e il PNRR, alla critica all’appiattimento della diplomazia e della politica europea sulle posizioni di Washington nei rapporti con la Russia fino alla facile previsione che questo approccio avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per l’Europa sul piano geopolitico, industriale ed energetico. Piano piano, giorno dopo giorno, i fatti ci hanno dato ragione. E oggi in tanti stanno arrivando sulle nostre posizioni. Lo zerovirgola si è trasformato da allora in oltre 63.000 iscritti e in una linea editoriale condivisa ormai da decine di altri canali, blog, influencer, aggregazioni editoriali e culturali, gruppi politici. Oggi persino sui mainstream, fino a qualche settimana fa appiattiti rigidamente sui paradigmi ufficiali, timidamente iniziano ad affiorare posizioni dissenzienti. I più furbi hanno capito che questa rotta li sta conducendo contro l’iceberg e si affrettano a smarcarsi e ad abbandonare la nave. Non sappiamo esattamente quanti siamo oggi. Quel che è certo è che siamo molti più di ieri. E intravediamo il potenziale per essere molti di più domani.

Da quando è stato fondato due anni e mezzo fa, il canale Giubbe Rosse non ha mai sostenuto nessuno dei partiti attualmente rappresentati in Parlamento, fatta eccezione, forse, per quelle costole che si sono staccate progressivamente dai partiti maggiori per andare a formare gruppi parlamentari minoritari o finire nel misto. Tanto meno ritiene utile farlo adesso, dopo la disastrosa esperienza del Conte 2 e del governo Draghi, che ha regalato all’Italia un PUN ampiamente sopra i 500 Euro a MWh, un BTP decennale al 3,40% (che sarebbe probabilmente ben oltre il 4% senza l’annuncio del TPI da parte della BCE), centinaia di piccole, medie e grandi aziende in ginocchio a causa del rialzo dei costi dell’energia, costrette a fermare la produzione o già in procinto di delocalizzare in paesi che promettono costi energetici e costo del lavoro più allettanti, il plateale fallimento della vaccinazione di massa, con i contagi ai massimi a tre anni durante l’estate più calda degli ultimi decenni. Se qualcosa ci ha insegnato questa legislatura, è che centrosinistra e centrodestra condividono lo stesso progetto, incardinato sui parametri del neoliberismo unipolare, del primato della finanza e delle grandi multinazionali, dell’asservimento a interessi sovranazionali (UE, OMS), del controllo sociale e della limitazione drastica dei diritti. “Destra” e “sinistra” sono categorie oggi politicamente obsolete, utilizzate per dare una patina di pluralismo alla sostanziale omologazione di idee, pratiche e paradigmi. Prima attraverso un’apparente alternanza, poi, più sfacciatamente, con l’ammucchiata del governo Draghi, questi partiti hanno governato gli ultimi trenta anni producendo i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Davvero volete continuare a dare loro la fiducia?

Rifondare oggi modelli politici alternativi è arduo. Ma non impossibile. E ogni passo in questa direzione è un potenziale avanzamento. A patto, ovviamente, che restino saldi alcuni punti irrinunciabili.

In primo luogo, è necessario da subito studiare un piano di fuoriuscita dall’euro o, quanto meno, di rimodulazione drastica dei nostri rapporti con l’UE. La necessità più urgente, infatti, resta quella di ricreare la politica come spazio di sovranità efficace e democratica, il che comporta la liberazione da tutti i vincoli che oggi subordinano lo spazio pubblico agli attori privati, ossia al mondo della finanza, ai fondi di investimento, alle fluttuazioni del mercato indotte a fini di condizionamento politico e speculazione. Si rende necessario recuperare una piena sovranità monetaria, rivedere di conseguenza il ruolo della Banca d’Italia, ma anche riorganizzare l’apparato burocratico dello Stato, che è oggi uno dei principali centri di potere non elettivi, mentre dovrebbe essere una struttura puramente tecnico-amministrativa.

Secondo: lo sviluppo potrà venire solo da politiche pensate per l’Italia e nell’interesse degli Italiani. Le nostre risorse devono essere investite in progetti di portata strutturale. L’obiettivo non è sopravvivere ma vivere: far vivere dignitosamente ogni cittadino significa porsi di nuovo l’obiettivo della piena occupazione; valorizzare il tessuto produttivo italiano, oggi soffocato da un sistema tributario pensato apposta per affossarlo; ricostruire un sistema di infrastrutture efficiente e pubblico; rifondare una scuola in grado di trasmettere conoscenze e non competenze aziendali; restituire alla sanità pubblica l’alto standard che aveva prima dei tagli (38 miliardi negli ultimi dieci anni) che lo hanno devastato, in modo che il diritto alla salute, a cure tempestive ed efficaci per tutti, non resti un’illusione venduta dalle multinazionali della telemedicina.

Nel punto di svolta in cui ci troviamo – il cui peso capiremo meglio probabilmente nei prossimi anni – ci auguriamo, quindi, la nascita di un polo politico capace di raccogliere tutte le istanze di dissenso che in questi anni hanno animato le piazze e le tantissime iniziative territoriali contro le logiche del sistema che oggi comprime libertà e diritti. Un polo di difesa della Carta Costituzionale e di avanzamento sui binari tracciati dal documento fondamentale dello Stato.

È uno sforzo che non può esaurirsi o essere passivamente delegato a un’eventuale avanguardia politica o a un drappello parlamentare. Può e deve nascere dalla e nella società: dalla capacità quotidiana di praticare esistenze diverse da quelle imposte tramite il marketing televisivo; dall’abbattimento graduale di tutte le casematte che oggi blindano il potere. Ecco, la creazione di un’alternativa politica ed elettorale – se costruita all’insegna dell’unità, della trasparenza e della coerenza – può essere parte di questo percorso.

Non prendere atto di questo significa rinchiudersi a propria volta in un’utopia di plastica. Prenderne atto, invece, comporta scelte, decisioni conseguenti e atti concreti. Perciò noi di Giubbe Rosse vogliamo seguire con interesse gli esperimenti che si stanno producendo in vista del 25 settembre, nella speranza che siano appunto quel che possono e devono essere: il primo passo di un cammino lungo, difficile, ma necessario. Non tutto ci piacerà, lo sappiamo e lo mettiamo in conto finora. Ma sarà, comunque, un inizio.

Lo zerovirgola è l’embrione da cui può nascere un nuovo soggetto. L’unica alternativa accettabile allo zero (il disimpegno, l’astensionismo) e all’accettazione passiva dell’esistente. Anche perché l’esistente (i partiti tradizionali) riesce ormai a portare alle urne poco più del 40%. La metrica più illuminante del loro fallimento.

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4 thoughts on “ELOGIO DELLO ZEROVIRGOLA

  1. Non so dire delle compagini anche se penso che lo zero virgola dovrebbe abbandonare la politica delle differenziazioni estreme per concentrarsi sul massimo comune multiplo. Proprio seguendo questa logica — in sintonia con i mai vecchi precetti di Giulietta Chiesa — basterebbe l’uscita dalla NATO per rendere impliciti molti altri punti programmatici. Un meta-gruppo “Fuori dalla NATO” renderebbe tutto meno complicato.

  2. Ho letto ora il vostro giornale e lo trovo molto interessante e illuminante complimenti e la prima volta che lo vedo

  3. Ocio….., lo spoiler è Perfetto. Solo il guizzo di un pensiero: ..Non però con Atteggiamento Zen di auto e/o contemplazione,… e basta. Perché il punto 4 non può mai prevederlo.

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