ESOTICO E COLONIALISMO IN INDOCINA

Le differenze tra l’arrivo dell’Islam in terra indiana e in Asia Sud Orientale sono notevoli.
Nel primo caso, l’Islam arrivò con la formazione di entità politiche (o stati come nel caso dell’Impero Moghul), nel secondo grazie alle reti commerciali.
L’avvento mongolo in Asia Centrale e i ripetuti attacchi subiti in Medio Oriente, costrinsero i mercanti arabi a spostare verso sud e via mare, la via delle spezie (in particolare del pepe).

di Gabriele Germani – 25.07.2022

Le differenze tra l’arrivo dell’Islam in terra indiana e in Asia Sud Orientale sono notevoli.

Nel primo caso, l’Islam arrivò con la formazione di entità politiche (o stati come nel caso dell’Impero Moghul), nel secondo grazie alle reti commerciali.

L’avvento mongolo in Asia Centrale e i ripetuti attacchi subiti in Medio Oriente, costrinsero i mercanti arabi a spostare verso sud e via mare, la via delle spezie (in particolare del pepe).

Vediamo, quindi, come paesi mai entrati nella sfera politica islamica entrarono a far parte dell’Islam religioso.

A diffondersi, specie in ambito popolare, fu spesso il sufismo che riassorbì parte delle tradizioni precedenti (i santi sufi diventarono intermediari).

Nei porti meridionali della Cina, in particolare Canton, si parla di mercanti islamici già sul finire del nono secolo; nei due secoli successivi, sono presenti minoranze islamiche nell’odierna Cambogia e iniziò la penetrazione nelle isole sud-orientali.

Il vero salto missionario fu sul finire del ‘400, quando si passò alla conversione di Giava e Sumatra, dove lentamente si formarono sultanati locali. Nello stesso secolo iniziò la conversione del Borneo e in quello successivo delle Molucche.

In questo coacervo etnico-religioso assistiamo alla formazione della cultura dell’Asia sud-orientale caratterizzata dalla coopresenza di influenza locali (malesi, khmer, vietnamite,ecc.), induiste, buddhiste, arabo islamiche, ovviamente cinesi e in chiave minore cristiane e persiane.

Nacquero delle società multi-etniche, ma in cui le singole comunità non persero usanze o tradizioni. Pur non essendo la norma -con molta volatilità in base alle comunità e al reddito-, non mancarono matrimoni misti (in epoca più recente, i ricchi mercanti cinesi della diaspora preferivano dare le proprie figlie in sposa a cinesi della madrepatria).

Queste comunità con l’arrivo della decolonizzazione e della Guerra Fredda hanno spesso calato nelle nuove divisioni rivalità o competizioni secolari. I cinesi furono guardati con sospetto in tutti i paesi capitalisti dell’area, pregiudizio che colpì particolarmente le minoranze in Malesia, Thailandia e Filippine; i laotiani (divisi in tantissime etnie) conservarono un senso di soggezione verso i vicini vietnamiti (del cui precedente Impero furono parte fino alla fine); la Cambogia diventò luogo di scontro tra vietnamiti e cinesi, schierati su fazioni diverse (e in cui gli USA si ritrovarono al fianco della Cina e indirettamente di Pol Pot, in chiave anti-vietnamita e anti-sovietica); l’Indonesia e le Filippine diventarono luoghi di violenza etnica e religiosa, fino ai decenni più recenti dove l’intolleranza e il fondamentalismo stanno prendendo piede tra le comunità islamiche (la nascita di nuovi movimenti religiosi nelle Filippine inizia ad essere approfondita dagli accademici, in Indonesia siamo ancora molto lontani dall’avere un quadro soddisfacente – anche vista la frammentaria insularità del paese).

Questo crogiolo lasciò sbalorditi gli europei colonizzatori che arrivarono nell’area.

Portoghesi e spagnoli crearono una mitologia positiva dell’incontro (come fatto altrove): i nativi erano felicissimi di incontrare gli europei, di prendere le loro merci e conoscenze, di mettersi sotto la loro guida illuminata. Questo modello deve creare una mitologia reazionaria per giustificare la realtà dei fatti caratterizzata da violenza, intolleranza e conquista.

Inglesi e olandesi (seconda ondata) crearono il mito della società violenta. I loro avamposti di sapere e commercio erano dei punti di luce nella perenne lotta selvaggia di sultani, principi, tribù, mercanti…

Questo senso di superiorità è stato spesso associato a un generico fascino per l’Oriente (sorto in un secondo momento), creando il mito dell’esotismo, un fascino astorico quasi pensato per condannare queste popolazioni a una eterna marginalità nel mercato mondiale.

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