L’ANTI-CLAUSEWITZ

Formalizzato da Carl von Clausewitz nel suo Della Guerra, pubblicato negli anni trenta dell’800, il principio della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi è in realtà sempre stato considerato da tutti i teorici dell’arte militare – da Machiavelli a Sun Tzu, da Giap a Gerasimov. Si potrebbe in effetti dire che sia un principio talmente vero da risultare ovvio, ma in realtà non è poi così nei fatti. Quel che è certo è che questo principio trova la sua massima applicazione nel corso del 900, quando alle classiche linee di frattura geopolitiche si aggiungono quelle ideologiche, facendo quindi della guerra uno strumento quasi privilegiato della/dalla politica.

La guerra rivoluzionaria

È interessante notare come, proprio nel corso del novecento, l’ideologizzazione della guerra produca un fenomeno speculare, le cui ricadute – come vedremo – si presentano ancora oggi in modo per certi versi sorprendente. Il secolo scorso, infatti, vede la nascita della guerra rivoluzionaria, che non è semplicemente lo strumento bellico messo al servizio di una politica – appunto – che si prefigge la rivoluzione, ma è a tutti gli effetti, e prima d’ogni cosa,  una rivoluzione della guerra. Per certi versi paragonabile a quella napoleonica.

Anche se tendenzialmente il pensiero va al Mao Tze Dong della lunga marcia, il vero teorico della guerra rivoluzionaria è il vietnamita Võ Nguyên Giáp. È lui che guiderà la lotta di liberazione del popolo vietnamita, dapprima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti. Ed a questi due conflitti sono legati altri due fattori importanti, ai fini della presente riflessione.

Innanzitutto, è nel corso del conflitto indocinese (e poi durante la guerra di liberazione algerina) che l’idea di guerra rivoluzionaria viene assimilata (e rielaborata) da un esercito occidentale; all’interno dell’esercito coloniale francese, infatti, la temperie di questi due conflitti fa maturare la consapevolezza che la guerra non è più semplicemente una questione tra eserciti contrapposti e, pertanto, va affrontata con logiche strategiche e tattiche assai diverse.

Non è comunque tanto la conclusione immediata cui arrivano gli ufficiali francesi, ad essere rilevante. Il punto d’arrivo di quello specifico processo fu infatti il terrorismo dell’OAS – una risposta non solo sbagliata, ma sopra ogni cosa inefficace. Il dato rilevante è che, a partire da quella esperienza, nelle forze armate dei paesi occidentali si fa strada l’idea che la guerra non sia mero strumento della politica, ma sia essa stessa politica e che, quindi, la politica debba far parte del bagaglio concettuale di un esercito moderno. Da queste radici, per dire, nasce il fatto che oggi ad avere la visione politica più lucida sul conflitto ucraino siano proprio i militari. Tra l’altro, la guerra rivoluzionaria è chiaramente l’antesignana della moderna guerra senza limiti, o guerra totale, quella cioè in cui non vi è più alcuna separatezza temporale tra politica ed atto bellico, né tra lo strumento militare e tutti gli altri possibili (economico, energetico, psicologico, biologico, etc).

Dal Vietnam all’Afghanistan

Questa piena consapevolezza della politicità della guerra, ed al tempo stesso questa assai più sfumata separazione tra la fase politica e quella militare, sono in fondo la chiave di volta che spiega l’esito di molti conflitti moderni. Benché le summenzionate guerre di Indocina e di Algeria – soprattutto quest’ultima – siano già esempi di ciò, è con la guerra americana del Vietnam che si palesa chiaramente il peso del fattore politico nel conflitto bellico.

La guerra del Vietnam comincia (all’indomani della fine dell’impero coloniale francese in Indocina, come diretta conseguenza della sconfitta di Dien Bien Phu) nel 1955, e finirà vent’anni dopo con la caduta di Saigon nel 1975. Alla base dell’intervento USA (dapprima sotto forma di appoggio al governo fantoccio sud-vietnamita, dal 1965 in poi con un impegno diretto sul campo) c’era la teoria del domino, in base alla quale si riteneva che, lasciando cadere un paese in mano ai comunisti, altri sarebbero caduti uno dopo l’altro. Per giustificare quindi l’intervento militare diretto, gli Stati Uniti si inventarono l’incidente del Tonchino (1) e diedero vita ad una delle guerre più disastrose della propria storia.

Come si è detto, gli USA non avevano alcun interesse strategico in Indocina ed il loro intervento trovava quindi la sua ratio politica nella duplice convinzione che la vittoria comunista in quel paese ne avrebbe provocate altre e che l’espansione del comunismo (anche in paesi strategicamente poco rilevanti) fosse di per sé una minaccia.

Dal punto di vista statunitense, quindi, la guerra del Vietnam era a tutti gli effetti una guerra ideologica, che si poneva l’obiettivo di contrastare l’avanzata del comunismo – in quanto ideologia, ben più che come strumento di penetrazione della Russia sovietica. Per quanto le forze armate americane incontrassero enormi difficoltà nel fronteggiare l’esercito nord-vietnamita e la guerriglia viet-cong, non si posero problemi nel mettere in atto una enorme escalation pur di vincere. Non solo sul piano quantitativo – dai 3.500 marines sbarcati nel 1965 ai 550.000 uomini impiegati nel 1969 – quanto su quello qualitativo. I bombardamenti su Hanoi, l’infiltrazione di reparti in Laos e Cambogia (paesi formalmente estranei al conflitto), il massiccio uso di napalm e defolianti (l’agente Orange), sino al punto di considerare l’ipotesi di sganciare la bomba atomica.

Sotto il profilo strettamente militare, quindi, magari con uno sforzo ulteriore, Washington avrebbe potuto vincere la guerra. Ma la perse, proprio perché la sua era una guerra ideologica che non aveva alcun reale fondamento negli interessi strategici geopolitici del paese.

Una guerra di tale natura, infatti, rimbalzò in maniera devastante all’interno della società americana, squassandola dal profondo. E, inevitabilmente, ad un certo punto la combinazione tra la pressione politica interna – laddove la guerra era vista come non necessaria per gli interessi vitali del paese – ed il fatto che appunto non rivestiva effettivamente alcun reale interesse strategico, diedero il via al processo di disimpegno che si concluderà con la fuga precipitosa dall’ambasciata di Saigon.

Dal Vietnam in poi, gli Stati Uniti hanno condotto numerose guerre in giro per il mondo, da quelle quasi ridicole contro l’isoletta di Grenada o contro Panama, a quelle sanguinose e disastrose in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan. Quest’ultima conclusasi, dopo vent’anni di combattimenti, in modo identico a quella vietnamita, con una fuga precipitosa dal paese – e per le medesime ragioni.

Se infatti l’Afghanistan aveva un valore per l’Inghilterra, a cavallo tra l’800 ed il 900 (l’epopea del grande gioco…) in quanto necessario a difendere l’India dalle (presunte) mire della Russia zarista, il suo valore strategico per gli USA, negli anni duemila, era praticamente nullo. È stata, quella, una guerra per affermare una supremazia politica, che avrebbe potuto essere combattuta indifferentemente lì oppure (ad esempio) in Somalia. E poiché l’Afghanistan in sé non aveva valore strategico, è arrivato il momento in cui il costo politico di quella guerra è divenuto totalmente inutile, dunque insostenibile.

L’ordine del caos

Il 900 è stato indubbiamente il secolo americano. Lo è stato non solo perché il suo intervento è stato determinante nelle due guerre mondiali, ma anche per due ancor più rilevanti ragioni.
La prima, perché ha sancito il suo dominio sulla parte più significativa d’Europa (oltre ad aver contribuito a dividerla), la seconda perché ha visto la sua proiezione militare espandersi a livello globale. Mai, nella storia dell’umanità, una potenza imperiale ha avuto tante basi militari all’estero, ed in così tanti paesi diversi.
È interessante notare come, benché appunto nel corso del secolo scorso gli USA fossero senza alcun dubbio la maggiore potenza economica mondiale, abbiano senza esitazione scelto di esercitare il proprio predominio utilizzando principalmente lo strumento militare. Questo è addirittura – a mio avviso – un tratto costituente della cultura americana.
Tutta la strategia imperiale degli Stati Uniti, in effetti, si fonda sull’uso della forza. Ed è, questo, un fattore di straordinaria pregnanza. Perché per un verso ha fornito all’impero la certezza del dominio, ma per un altro ne ha intossicato il pensiero strategico.
La seconda metà del 900, che è quella che ha visto l’apoteosi dell’imperialismo statunitense, è stata densissima di guerre, colpi di stato e tentativi di eversione vari, praticamente in ogni angolo del mondo (2). Ed è interessante notare come questa estrema militarizzazione della politica americana – dalla guerra del Golfo alle rivoluzioni colorate – anche laddove abbia prodotto delle vittorie militari (Iraq, Libia…), ha comunque prodotto politicamente il caos.

Le guerre americane non si sono mai concluse con una, sia pur temporanea, stabilizzazione.
Ovviamente, anche la strategia del caos, della destabilizzazione, ha un suo perché. Mantenere una situazione di instabilità ha anche dei vantaggi – alimenta il complesso militare-industriale, mantiene aperte possibilità di successive deflagrazioni conflittuali, si riflette sulla stabilità regionale coinvolgendo amici e nemici…
Il punto è che questa non è una strategia mirata, applicata laddove conviene, ma è la strategia, tout court. Che ha funzionato, o meglio non è entrata in crisi, fintanto che l’egemonia economica di Washington era assoluta. Quando questa ha cominciato a venire meno, o quanto meno a ridursi (peraltro a crescente velocità), ha cominciato ad intravedersene la debolezza intrinseca.

Clausewitz rovesciato

Se nel corso del novecento l’America ha esteso e rafforzato la propria egemonia, ha però anche coltivato l’illusione che il proprio impero – a differenza di tutti quelli che l’hanno preceduto – potesse durare in eterno. Che fosse intrinsecamente giusto buono, e che per ciò stesso le sue armi avrebbero trionfato sempre e comunque. In una parola, è rimasta vittima della propria ideologia imperiale. Essendo, come s’è detto, l’uso della forza militare un tratto costituente della cultura americana, quando ha cominciato a percepire che l’unipolarismo (cioè il monoimperialismo) stava per venire meno, ha reagito pavlovianamente. L’ipotesi del multipolarismo non viene neanche considerata, l’istinto dice: guerra.
La conseguenza di questa postura bellica, è che il mondo intero diventa potenzialmente un possibile terreno di scontro, ed al tempo stesso quasi nessun luogo – al di fuori dell’homeland – è veramente importante strategicamente. Nello scacchiere globale, ogni casella è importante (perché la partita è vissuta come esiziale), ma nessuna è vitale come quella dove sta il Re.

Nella pratica, ciò si traduce in quel che abbiamo visto a Kabul: una guerra inutile trascinata per vent’anni, e poi sbaraccata in quattro e quattr’otto.

Nella distorsione prospettica americana, infatti, ciò che si è operato è una sorta di rovesciamento del principio clausewitziano: non più la guerra come prosecuzione della politica, ma la guerra come politica. Che non è la guerra rivoluzionaria, e nemmeno una guerra rivoluzionata, ma la cancellazione del limes tra mezzo e fine.

Ed è questa la ragione profonda per cui, nello specifico della guerra contro la Russia, l’America non può vincere. Ovviamente alla base c’è il fatto che la Russia sia una potenza militare di prim’ordine; ma la ragione strategica è nell’asimmetria di valore tra Washington e Mosca.

Per gli USA questo è un episodio della più ampia guerra per mantenere il predominio mondiale, guerra in cui – a torto o a ragione – la Russia è considerata l’avversario minore, la minaccia vera essendo identificata con la Cina. Se si tiene presente questo, si comprende bene che, proprio in quanto episodio minore, la guerra potrebbe essere protratta anche per vent’anni, ma non sarà mai considerata la battaglia strategica. Mentre per la Russia – ancora una volta, a torto o a ragione – lo è. Ne consegue che per gli Stati Uniti la guerra ucraina può anche concludersi con la vittoria della Russia, se per impedirlo il costo dovesse essere troppo alto. L’Ucraina è assolutamente sacrificabile, è una pedina di secondo piano, nella partita globale.
Di più. Poiché per Mosca questa è invece una battaglia vitale, se sentisse minacciata seriamente la propria esistenza non esiterebbe a ricorrere ad armi nucleari tattiche. E nella consapevolezza che, molto probabilmente, e ben al di là delle dichiarazioni propagandistiche, gli USA non reagirebbero sullo stesso piano. Proprio perché quella che si combatte in Ucraina non è certo la madre di tutte le battaglie, alla Casa Bianca non ci pensano neppure lontanamente a rischiare di innescare una guerra nucleare con la Russia – per Kyev poi! – che comporterebbe nella migliore delle ipotesi di uscirne magari vincitrice ma in ginocchio. Con la Cina che guarda compiaciuta.

È questa l’asimmetria insanabile. Per la Russia è in gioco lo spazio vitale, la propria esistenza. Per l’America no. Per questo, in un modo o in un altro, tra un anno o forse tra venti, gli ucraini saranno lasciati soli e gli europei con loro. Perché, quando saremo regrediti economicamente, lo saremo anche strategicamente. Ed il cuore della scacchiera è nell’indo-pacifico.


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