PERCHÉ L’ECONOMIA RUSSA NON È COLLASSATA

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Francesco Lenzi su La Voce di oggi spiega i tre motivi per cui gli effetti delle sanzioni occidentali sono stati finora assai più modesti delle attese: 1) misure inizialmente blande su gas e petrolio; 2) contromosse russe; 3) contesto internazionale.

Fonte: LaVoce.info

Perché l’economia russa non è crollata


Con un simile dispiego di sanzioni, che ha pochi precedenti nella storia recente — basti pensare che persino la Reichsbank di Hitler riuscì a mantenere la disponibilità delle riserve auree depositate in Svizzera — l’effetto che si voleva ottenere era far collassare l’economia russa. Il presidente Biden, annunciando il primo pacchetto di sanzioni americane, affermò che lo scopo era quello di provocare un livello di distruzione pari a quello che i missili e i carrarmati russi causavano in Ucraina. L’obiettivo era dunque mettere in ginocchio la Russia e fermare velocemente la sciagurata invasione. I dati del 2022, usciti di recente, evidenziano invece che l’economia russa, pur avendo subito un considerevole rallentamento, ha reagito molto meglio delle attese. Per capirne le ragioni ci sono, a mio avviso, due ordini di fattori da considerare.
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La Russia inizia il 2023 con un’economia acciaccata, ma non al collasso. Un’economia che ha bisogno ancora di riorganizzarsi, ma che ha già iniziato la sua trasformazione guardando soprattutto a est, alla Cina in particolare. Il Fondo monetario internazionale stima per quest’anno una crescita dello 0,3 per cento. La disoccupazione è al minimo storico, in alcuni settori c’è già carenza di manodopera. Il bilancio dello stato è ormai strutturalmente in deficit per sostenere il costo della guerra e anche il saldo con l’estero, con i prezzi delle materie prime che si riducono e le importazioni che aumentano, pur rimanendo in attivo, sarà molto più basso del record registrato nel 2022. Quanto le sanzioni saranno in grado di comprimere il potenziale di crescita dell’economia russa, che per la verità non è mai stato tanto elevato essendo basato soprattutto sullo sfruttamento delle materie prime, rimane ancora da dimostrare. Una cosa è però ormai chiara, come ha scritto Nicholas Mulder sul New York Times, “contro un’economia del G20, gli Stati Uniti e la Ue da soli non sono più in grado di imporre regimi sanzionatori con conseguenze catastrofiche”.


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