ENERGIA. NUOVO GAS NATURALE DALLA SICILIA. NEL 2024

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Eni accelera lo sviluppo dei giacimenti Argo e Cassiopea, al largo delle coste di Agrigento. Contengono 10 miliardi di metri cubi di metano e aiuteranno lo sviluppo dell’ex petrolchimico di Gela. Secondo le stime, contengono circa 10 miliardi di metri cubi.

Fonte: Avvenire, 31 gennaio 2023


Nel giro di un anno e mezzo l’Italia potrà contare anche sul gas estratto a pochi chilometri dalle sue coste, nel Canale di Sicilia. Stanno accelerando i lavori per la messa in produzione dei due maggiori giacimenti di gas scoperti in questi anni al largo di Gela e Agrigento.

Si chiamano Argo e Cassiopea e sono riserve di gas naturale conosciute ormai da tempo. Sono il frutto delle esplorazioni che Eni ha condotto tra il 2006 e il 2008 lungo la costa meridionale dell’Isola. A circa trenta chilometri dalla riva i pozzi esplorativi hanno trovato due giacimenti di gas naturale che, secondo le stime, contengono circa 10 miliardi di metri cubi. Non è un’enormità, davanti a un fabbisogno di gas che per l’Italia ammonta attorno ai 70 miliardi di metri cubi all’anno, ma quei due giacimenti contengono comunque quasi il 10% del gas disponibile nel sottosuolo italiano, che tra riserve certe, probabili e possibili — calcolano al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica — raggiunge gli 111,2 miliardi di metri cubi.

Lo sviluppo dei due giacimenti è previsto dal Protocollo d’Intesa firmato nel 2014 da Eni con l’allora ministero dello Sviluppo economico (oggi ministero delle Imprese e del Made in Italy), la Regione Sicilia, il comune di Gela, i sindacati e Confindustria. È l’accordo che ha dato un nuovo futuro a Gela, storico polo della raffinazione che sembrava rischiare l’abbandono. La raffineria è diventata bioraffineria nel 2019: non lavora più petrolio, ma oli vegetali, grassi animali, rifiuti e biomasse. Per Argo e Cassiopea l’accordo prevedeva la costruzione entro la fine del 2023 di quattro pozzi per la coltivazione del gas naturale.

È un progetto di grandi dimensioni e dai costi rilevanti: un investimento da 800 milioni di euro. I pozzi saranno sottomarini, una “prima volta” per Eni, così da azzerare l’impatto visivo degli impianti: chi naviga nei paraggi dei due giacimenti non vede nulla. Dai pozzi partirà una condotta sottomarina lunga 60 chilometri, che sarà realizzata da Saipem, per trasportare il gas naturale alla bioraffineria di Gela. Lì sarà lavorato da un nuovo impianto di trattamento e compressione, per poi essere immesso nella rete nazionale. La piattaforma in alto mare già esistente Prezioso, al largo di Licata, si occuperà del controllo e del monitoraggio del gas naturale.

Eni prevede che il gas estratto da Argo e Cassiopea avrà una portata di picco pari a un miliardo di metri cubi di gas, cioè sette volte l’attuale produzione di gas dell’intera Sicilia e abbastanza da soddisfare il 30% dei consumi della Regione. Sarebbe un buon passo avanti anche a livello nazionale, nell’ambito del piano per aumentare la produzione di gas dai giacimenti italiani (la produzione nel 2021 è scesa da 4 a 3,5 miliardi di metri cubi), e anche un banco di prova per la possibilità di costruire nuovi impianti di questo tipo nonostante il peso della burocrazia.

Nelle previsioni di Eni, il tutto dovrà essere completato entro la prima metà del prossimo anno: la costruzione dell’impianto del trattamento del gas è stata avviata a settembre, a novembre si sono aperti i cantieri per l’approdo sulla costa e la ricezione, attorno alla metà del 2023 saranno realizzati i pozzi e in parallelo comincerà la pose delle condotte.

Eni rivendica la sostenibilità ambientale del progetto, che non prevede nessuno scarico a mare e bilancia le emissioni prodotte con pannelli fotovoltaici da un MW di potenza installati nell’area della bioraffineria. Greenpeace, Wwf, Legambiente e altre associazioni ambientaliste a fianco di alcuni Comuni dell’area avevano fatto ricorso contro il decreto di valutazione di impatto ambientale approvato dal governo Renzi nel 2014, ma prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno dato loro torto.

In un’area dove il tasso di disoccupazione è stabilmente sopra il 20% e continua l’esodo dei giovani verso Nord, il progetto ha creato molte aspettative tra le famiglie. A partire da quelle degli oltre mille addetti della raffineria, che è presente da 70 anni ed è storicamente il primo datore di lavoro a Gela. Sebastiano Tripoli, segretario nazionale della Femca Cisl e commissario del sindacato per Agrigento, Caltanissetta ed Enna è ottimista: “È un progetto che finalmente vede la luce e si realizza dopo tanti anni in cui ha faticato per gli atteggiamenti di una politica non sempre attenta ad energia e sviluppo”. Le ricadute occupazionali sono modeste: una trentina di persone. “La creazione di nuova occupazione è limitata, ma intanto i cantieri per la realizzazione danno una boccata di ossigeno al territorio impegnando aziende e lavoratori locali — spiega Tripoli -. Ma soprattutto ciò che conta è la conferma che Eni continuerà a impegnarsi in questa realtà territoriale nello spirito che fu di Mattei, investendo oggi sulla transizione energetica, in cui il gas naturale ha un importante ruolo di accompagnamento”.

Anche il Comune di Gela spera di potere ottenere dal progetto entrate economiche da investire sul territorio. Con le regole previste per lo sfruttamento dei giacimenti in mare, Eni dovrà versare allo Stato royalties per lo sfruttamento del giacimento pari al 10% degli incassi: le risorse le incasserà lo Stato, che tratterrà per sé il 45% e trasferirà il 5,5% alla Regione Sicilia. Lucio Greco, sindaco di Gela, non ha nascosto di sperare che dalle trattative con Eni, governo e Regione possa ottenere che una parte dell’incasso resti nelle casse Comunali: “Se le ricchezze del nostro sottosuolo ci possono mettere nelle condizioni di essere autonomi, di risparmiare e di guadagnarci pure, saremmo folli a non intraprendere questo cammino”.


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