LINEE DI FRATTURA

Senza tanto apparire – anche perché i media occidentali hanno tutto l’interesse di nasconderlo – ma qualcosa sta realmente cambiando nella guerra in Ucraina. Si stanno delineando due linee di frattura, potenzialmente capaci di incrinare, forse definitivamente, la resistenza di Kyev, e quindi aprire una prospettiva – quantomeno – di cessazione delle ostilità. Perché ciò possa eventualmente determinarsi, sarà però necessario attendere almeno sino all’estate del prossimo anno.

Un cambio di passo

A partire dall’autunno, il conflitto ucraino ha registrato una serie di eventi significativi, ma di cui forse non s’è sinora colto il senso complessivo, distratti più che altro dal loro valore immediato, diciamo pure dal loro impatto mediatico. Eppure è proprio mettendoli in prospettiva che si riesce a coglierne il valore strategico, e quindi il loro impatto bellico.
I principali tra questi eventi sono stati, indubbiamente, la mobilitazione parziale in Russia, gli attacchi al ponte di Kerch ed alla base navale di Sebastopoli, l’intensa campagna missilistica sull’Ucraina.
La mobilitazione russa, che subito i media legati alla NATO hanno presentato come un fattore di debolezza, addirittura parlando di chissà quali fughe di massa dei reclutandi (1), è in effetti uno degli elementi che peseranno profondamente sull’andamento del conflitto, ma che ancora non ha dispiegato il suo potenziale. Com’è nella sua tradizione militare, e come ha dimostrato costantemente in questi mesi di guerra, la Russia non si muove mai di fretta. Per quanto il momento in cui è stata assunta la decisione fosse di difficoltà sul terreno (con il forte arretramento e la perdita di Lyman, nell’oblast di Kharkiv, ed il permanere della notevole pressione ucraina sul fronte di Kherson), la scelta è stata quella di completare per bene l’addestramento dei mobilitati – che, ricordiamolo, sono comunque tutti ex militari – tant’è che ad oggi, su 300.000 uomini richiamati alle armi, solo 87.000 sono stati schierati lungo il fronte, di cui meno della metà in prima linea.
Ciò significa che, come del resto avevamo ampiamente previsto, il pieno dispiegamento operativo di questa forza non si registrerà prima della fine del mese / inizi di dicembre. Di conseguenza, tenendo anche conto che ormai l’inverno lì è già pienamente arrivato, con nevicate anche in pianura, non c’è da attendersi a breve termine grandi rovesciamenti del fronte, e soprattutto grandi e veloci manovre di sfondamento. Di fatto, però, con il sostanziale ribaltamento dei rapporti numerici, la lenta progressione russa sull’intero fronte è da ascrivere alle lecite aspettative.

Le due spettacolari azioni contro la Crimea, per quanto appunto siano state mediaticamente – e se vogliamo anche simbolicamente – tali, non hanno però conseguito risultati militari. Il ponte è rimasto in piedi, nel giro di poche ore aveva già ripreso a funzionare, sia pure a traffico limitato, e già dopo un paio di giorni era stato ripristinato il traffico ferroviario. Del resto, per quanto sicuramente la Crimea abbia funzionato, e tuttora funzioni, come retrovia profonda della prima linea meridionale, l’eventuale interruzione del ponte non avrebbe determinato alcun significativo stop al flusso logistico, che avrebbe potuto comodamente continuare a giungere attraverso il Donetsk.
A sua volta, l’attacco con droni alla base di Sebastopoli – portato a termine sfruttando anche il canale navale sicuro per il trasporto del grano – non ha a sua volta prodotto danni significativi, semmai dimostrando che le difese russe nel settore sono state messe a punto decisamente meglio, rispetto ai giorni dell’affondamento del Moskva.
In entrambe i casi, peraltro, è risultato chiaro il coinvolgimento diretto dei servizi e delle forze speciali britanniche, che del resto sembrerebbero coinvolte direttamente anche nel sabotaggio degli oleodotti North Stream 1 e 2.
Le operazioni ucro-britanniche contro la Crimea, però, non sono un buon segnale, né per Kyev né per la NATO; ciò non solo per lo scarso o nullo risultato bellico, ma soprattutto perché sono indice di una difficoltà ad ottenere risultati sul campo di battaglia. Pur nella modestia degli esiti, infatti, avrebbero potuto assumere un diverso peso se fossero avvenute in concomitanza con una incisiva capacità operativa delle truppe sul terreno, mentre così attestano più che altro la necessità di bilanciare altrimenti le difficoltà lungo la linea di contatto, e soprattutto la dipendenza pressoché totale dal supporto NATO pur di giungere ad una qualche risultato, sia pure solo propagandistico.

La campagna d’attacco contro l’intero territorio ucraino, condotta con un massiccio impiego di missili balistici e da crociera, da terra dall’aria e dal mare, nonché da un considerevole numero di loitering munitions (munizioni circuitanti, i cosiddetti droni kamikaze), che in un primo momento era sembrata essere una risposta all’attacco contro il ponte, va invece avanti da un mese ed ha una doppia valenza: da un lato, strettamente militare, mettendo in difficoltà la logistica ucraina, e dall’altro psicologica, mettendo la popolazione delle principali città del paese di fronte alla realtà brutale della guerra, quella che gli abitanti del Donbass affrontano da otto anni. Questa campagna, per quanto ancora limitata, sta determinando grosse difficoltà per l’Ucraina, destinate a riflettersi anche sulle relazioni politiche con i paesi amici che la sostengono. Non è un caso che, mentre da un lato Kyev rivendica quotidianamente di aver abbattuto più vettori di quanti ne siano stati lanciati, richieda disperatamente a tutti l’invio di sistemi anti-missile.
Va rilevato che questo quotidiano martellamento sta prendendo di mira sostanzialmente la rete di distribuzione elettrica del paese, soprattutto le sottostazioni. In tal modo, anche se l’impatto è notevole – e visibile… – la capacità produttiva di energia elettrica (del resto in parte sostenuta dalle centrali nucleari di Rivne e Khmelnytskyi) rimane essenzialmente integra. I maggiori effetti, infatti, si riverberano sull’illuminazione pubblica e privata, sull’alimentazione delle industrie, ed in parte sulla rete internet, oltre che sulla distribuzione idrica. Sul piano militare, l’impatto è soprattutto sulla capacità di trasporto ferroviario, soprattutto perché l’Ucraina scarseggia di motrici diesel.
In ogni caso, non si può non sottolineare che, ancora una volta, la modalità offensiva russa eviti di colpire massicciamente obiettivi che avrebbero un ben più importante impatto sul piano bellico, ma che al tempo stesso danneggerebbero pesantemente le infrastrutture del paese. Non vi è sostanzialmente traccia, infatti, di attacchi a ponti stradali e ferroviari, a stazioni e nodi ferroviari, alle maggiori linee stradali di comunicazione.

Collasso?

Fondamentalmente, l’attacco all’infrastruttura elettrica dell’Ucraina si ripercuote su svariati piani, ben oltre quello strettamente militare. Innanzitutto, com’è ovvio, va a stressare la resistenza psicologica della popolazione, su cui già mordono le successive mobilitazioni (anche delle donne) militari, e ovviamente le enormi perdite registrate al fronte. E questo è un fattore decisivo per la leadership di Zelensky, perché nonostante il supporto statunitense, lo scarto enorme tra la sua propaganda vittoriosa e la realtà effettiva della guerra si fa più evidente, e non può che incrinarne il consenso. Incide inoltre sulla capacità economica del paese, perché rallenta o ferma le attività produttive, rende impossibile continuare con l’esportazione verso l’Europa di energia elettrica, e sostanzialmente mette a dura prova una struttura statale – già profondamente segnata dalla corruzione ben prima del conflitto – che al crescere delle difficoltà, nonché all’allontanarsi delle illusorie prospettive di vittoria, scivolerà sempre più verso il si salvi chi può. Le sempre più numerose e precise segnalazioni sul traffico d’armi (da ultimo, la scoperta di un elicottero da combattimento pronto per essere imbarcato ad Odessa), stanno ad indicare che anche adesso, e persino nelle forze armate, la ricerca del profitto personale, pur in una condizione di grave carenza di mezzi, prevale sul patriottismo.

Se, com’è prevedibile, la campagna missilistica continuerà anche durante i prossimi mesi, l’inverno approfondirà tutte le contraddizioni presenti all’interno della società e dello stato ucraino, potendo potenzialmente portare a spaccature ben più profonde e visibili. Ad oggi, le fonti ufficiali ucraine stimano che gli attacchi russi abbiano messo fuori uso il 40% del sistema elettrico nazionale. A questi ritmi, un altro mese significa arrivare al 70/80%, in pratica lo stop totale. Quanto potrebbe resistere il paese, in pieno inverno, in queste condizioni? Quali e quante potrebbero essere le spinte che si manifesterebbero, all’interno degli apparati statali e militari, oltre che nella società civile? È evidente che, in mancanza di risposte concrete, o quanto meno di credibili speranze, gli oltranzisti si troverebbero in difficoltà; e se da un lato comincerebbero ad affacciarsi pressioni per andare verso una trattativa, dall’altro è ben possibile che gli irriducibili nazionalisti potrebbero provare a scalzare l’attuale dirigenza politica, assumendo direttamente il controllo del paese e spingendolo ancora più oltre – probabilmente, con l’appoggio degli ultras della NATO, britannici in testa.

Senza denari non si canta messa

In tutto ciò, c’è come un grande assente, qualcosa che c’è e non  c’è come la fata Morgana… Che fine ha fatto l’offensiva ucraina su Kherson? La davano tutti per scontata per il mese di ottobre, comunque certamente prima delle elezioni di mid-term, ed effettivamente le premesse sembravano esserci tutte. I 10.000 militari ucraini addestrati in Gran Bretagna erano rientrati, c’era una grande concentrazione di mercenari in quel settore del fronte, le operazioni di reparti DRG (2) ucraini si susseguivano… persino – cosa ancor più significativa – i russi hanno evacuato gli abitanti della riva destra della città di Kherson e – pare – ora stiano evacuando anche quelli della riva sinistra. Insomma, tutto i segnali sul terreno indurrebbero ad aspettarsi che l’attacco fosse sferrato già da un po’. Invece nulla.
In effetti, era trapelato un certo malumore da parte delle formazioni di mercenari, che dovrebbero costituire la prima linea, a quanto pare insoddisfatte della copertura prevista. Ma, secondo le ultime indiscrezioni, parrebbe che l’offensiva non ci sarà proprio più – e ciò nonostante Kherson sia il nodo più strategico di tutti, in questa fase della guerra, e tutto sommato anche il più esposto, trovandosi a pochi chilometri dalla linea del fronte.

La notizia va presa con le molle, perché ovviamente potrebbe essere parte di una strategia di disinformazione, messa in atto proprio per favorire l’attacco; così come, del resto, anche l’evacuazione di Kherson potrebbe rispondere ad una strategia simile ma speculare, per indurre gli ucraini ad attaccare, attirandoli invece in una trappola. Di questo, avremo contezza nel giro di un paio di settimane al massimo. Di certo, l’unico fattore su cui potevano contare gli ucraini era quello della superiorità numerica, oltretutto – per una volta – con una buona quantità di truppe ben addestrate. Temporeggiare ha dato modo ai russi di far confluire un primo robusto contingente di truppe fresche, mentre nel giro di qualche settimana arriverà il grosso dei mobilitati e dei volontari – equivalenti a circa 225/230.000 mila uomini. In pratica, un raddoppio netto – sull’intera linea di contatto.
È vero che, nel frattempo, i russi hanno ripreso l’iniziativa, sia verso nord, dove stanno rosicchiando un po’ alla volta il terreno perso quest’estate, puntando a riprendersi Lyman, sia soprattutto sul fronte centrale, dove stanno per accerchiare Ugledar, combattono casa per casa a Bakhmut, e stanno per arrivare a Malinka, un’altra delle cittadelle fortificate che difendono quel settore. Gli ucraini hanno dovuto spostare lì delle riserve, per contenere l’avanzata russa, consapevoli che si tratta un po’ del loro ventre molle; se infatti i russi dovessero sfondare in quel settore del fronte, non avrebbero praticamente più ostacoli, e potrebbero dilagare verso ovest, tagliando fuori tutto il concentramento di truppe che premono su Kherson.

Secondo quanto si apprende, come detto prima, la ragione del mancato avvio dell’offensiva – anzi, del suo definitivo accantonamento – sarebbe molto semplice, e troverebbe riscontro con quanto si sapeva precedentemente, riguardo le reticenze dei mercenari. In effetti, gli ucraini non sarebbero in grado di concentrare lì una quantità sufficiente di artiglieria, e di sistemi anti-missile di copertura, necessari sia alla preparazione dell’attacco, sia al fuoco di controbatteria. Com’è noto, invece, la Russia mette in campo una notevole quantità di unità d’artiglieria, e soprattutto è in grado di reggere un volume di fuoco continuativo straordinario. Senza una sufficiente copertura, quindi, un eventuale attacco ucraino sarebbe destinato al massacro.
Il punto è che, come già segnalato in passato, ormai l’armamento delle forze armate di Kyev dipende interamente dalle forniture occidentali, che sono ormai pressoché giunte ad esaurimento. In certi casi, ci sono reparti ucraini equipaggiati con cannoni trainati della seconda guerra mondiale… Inoltre ci sono grossi problemi con il munizionamento. I tedeschi, sia pure a malincuore, hanno fornito i carri antiaerei Gepard, ma il munizionamento è prodotto dalla Svizzera, che rifiuta la consegna all’Ucraina per via della propria neutralità. L’Italia sta inviando i suoi obici semoventi M109L, ma non ha sufficienti munizioni da inviare. La grande varietà di proiettili da 155mm, non tutti utilizzabili da qualsiasi obice di quel calibro, sta generando grande confusione nella logistica, che non è abbastanza preparata a gestire gli standard NATO, col risultato di ridurre fortemente la capacità di utilizzo…

Insomma, i nodi stanno venendo al pettine. La verità, qui più volte segnalata, che la NATO non è attualmente attrezzata per una guerra d’attrito con la Russia, sta venendo prepotentemente alla luce. E senza armi non si combatte. Anche gli Stati Uniti, i più generosi in assoluto, per ovvi motivi, hanno esaurito la propria disponibilità in molti settori chiave, ed ormai ogni annuncio di nuove forniture è in effetti una promessa, poiché si tratta di armamenti e mezzi che vengono ordinati all’industria bellica americana, e che verranno consegnati – quando va bene – nel corso del 2023. L’Italia è già arrivata al capolinea, e non è più in grado di inviare null’altro che armamento leggero. La Germania nicchia, e comunque il parlamento ha votato per non aumentare le forniture – in pratica, per non dare null’altro che mezzi non offensivi.
E questo è il secondo, enorme problema che si pone all’Ucraina ed alla NATO. Il ritmo di consumo del conflitto è così intenso ed elevato, che la capacità occidentale di sostenerlo s’è già esaurita, mentre quella russa non accenna minimamente ad allentare. Inevitabilmente, quindi, per gli ucraini non resta che rinunciare a qualsiasi offensiva significativa, perché avrebbe comunque un costo insostenibile, e ripiegare su una strategia difensiva lungo tutta la linea, sperando che l’inverno li aiuti a contenere la pressione russa, destinata ad aumentare considerevolmente tra gennaio e febbraio, almeno fintanto che arrivino i primi ordinativi da parte dell’industria bellica americana.

I russi, per parte loro, sono chiaramente intenzionati a voltare pagina quanto prima. Naturalmente, ormai sono in ballo e non si tireranno indietro, ma la partita preferirebbero chiuderla prima della prossima estate. Per questo, nonostante tutto, continuano a mandare segnali di disponibilità. Difficilmente la NATO potrà evitare che, con l’arrivo della primavera, e la ripresa della piena mobilità sul campo, il raddoppio del potenziale russo sul fronte – che non è solo di uomini, ma anche di mezzi – non faccia sentire il suo peso schiacciante, così come sarà assai difficile, per l’Ucraina, reggere a mesi e mesi di tracollo strutturale, quale si sta delineando in conseguenza della distruzione progressiva della rete elettrica nazionale.
È probabile che continuino a cercare di colpire la Crimea, in quanto terra di cerniera, che i russi considerano suolo patrio più del Donbass, ma che Kyev può rivendicare come territorio da riconquistare. Oltretutto, per la NATO è strategicamente importante indebolire la posizione russa nel mar Nero. Ma l’unica vera chance, per l’occidente, a parte l’intervento diretto, sarebbe l’apertura di un secondo fronte, opzione al momento abbastanza difficile. Mentre la Russia impugna la spada di Damocle della concentrazione in Bielorussia, e la pur sempre possibile offensiva su Odessa.
In ogni caso, è nel corso del prossimo anno che vedremo probabilmente il passaggio decisivo. Resta solo da vedere in che direzione.


1 – In questi giorni, la Duma russa ha confermato che non c’è alcuna necessità di emanare provvedimenti specifici per sanzionare la renitenza alla chiamata alle armi, proprio in virtù del fatto che l’incidenza del fenomeno è stata insignificante. Del resto, e contemporaneamente alla mobilitazione, ben altri 15.000 uomini si sono presentati volontari.
2 – Con il termine gruppo di sabotaggio e ricognizione (in russo: Диверсионно-разведывательная группа, ДРГ?, traslitterato: Diversionno-razvedyvatel’naâ gruppa, DRG) si intende una formazione militare creata temporaneamente nella struttura delle forze speciali, utilizzata per il sabotaggio e la ricognizione dietro le linee nemiche in situazioni di guerra, con l’obiettivo di disorganizzare le retrovie, distruggere o disabilitare temporaneamente strutture industriali-militari, trasporti e comunicazioni, e raccogliere informazioni sul nemico.

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