SUL CONCETTO DI “CULTURA”

Arriviamo al paradosso che non esiste una civiltà pura, ma esistono invenzioni politiche ed economiche per favorire processi identitari.

L’esistenza di un sistema-mondo non deve indurci nell’errore di pensare che non esista alcuna differenza tra un’epoca altamente globalizzata (come la nostra o i decenni che hanno preceduto la scrittura di questo post) e un’epoca ad essa molto precedente.

Abbiamo già chiarito come l’esistenza di fitte rete mercantili, religiose, diplomatiche o culturali non intaccasse la vita delle persone di ogni epoca passata (in cui la grandissima maggioranza della popolazione era analfabeta, lavorava la terra – almeno l’80% del totale -, viveva meno di 40 anni, moriva come mosche per un’influenza intestinale di 48 ore e non si allontanava mai più di qualche chilometro dalla casa in cui era nata).

Il mondo odierno è diverso.

Chiunque di noi, ancor di più in una grande città, uscendo può incontrare altre culture. Paradigmatico il libro di M. Augé “Un etnologo nel metrò”. Ogni fermata di metrò può farci tornare in superficie e trovare un quartiere completamente diverso, popolato da persone che arrivano da un’altra parte del mondo, con altre usanze, abitudini culinarie, credenze religiose o politiche; la metrò stessa diventa un luogo diverso dal mondo della strada, con regole proprie, non scritte, ma a cui tutti i frequentatori sembrano conformarsi. La città moderna scrive nuovi codici mescolandone di vecchi o facendo un collage tra quartieri in cui ciascuno adotta il suo.

Il concetto di “civiltà” o “cultura” (inteso come insieme di individui che sposano una certa visione del mondo) come delineato nella storia occidentale porta un bagaglio di purezza.

Quando io parlo di civiltà occidentale o cinese, di una civiltà giapponese o vietnamita, do una definizione che crea un limite. Lo abbiamo visto molto chiaramente dopo l’11 settembre. C’era l’Occidente – che spaziava da Trump fino al barbone sotto casa – e c’era l’Islam che includeva un altro miliardo abbondante di persone, ma che alla fine noi riducevamo al terrorista nel deserto che poi diventa il terrorista della porta accanto.

Questa narrazione cancella con un colpo di spugna differenze individuali, regionali, comunità minori, storie.

Parlare di Islam implica accumunare già i due grandi gruppi (e i due grandi blocchi di rivalità geopolitica in Medio Oriente), sunniti e sciiti, tanto per rimanere nel macroscopico, ma anche cancellare tutta una di serie peculiarità specifiche.

Non a caso, i due sistemi-macchina dell’11 settembre (la propaganda occidentale e la propaganda di Al Qaeda) hanno mandato avanti per i loro interessi questa narrazione. Cancellare diversità, storie, individui a favore delle istituzioni violente del Potere, che passa sopra le diversità, le dimentica e cancella.

In questo processo di revisione storica si dimentica poi la grande mescolanza tra storia islamica e storia “occidentale” (cosa che già abbiamo visto nei giorni passati essere estremamente ambigua). L’Islam fu la cinghia di trasmissione del sapere antico all’Europa medievale, fu il bagaglio che trasportò la letteratura e filosofia greca in Occidente. Uno studioso notò acutamente che tutta la storia del pensiero europeo e di quello islamico sembrano le note a margine di un compendio di Platone: modo simpatico per dire che siamo tutti platonici.

Chissà che tra tre milioni di anni, quando i discendenti degli orsetti lavatori domineranno il mondo, non parleranno della “civiltà platonica esistita dal 400 a.C. al 2050 d.C. dal Portogallo al fiume Indo. Litigavano tra di loro, ma poi erano tutti platonici, alla fine dovettero vendere tutto ai cinesi per pagare le auto a rate”.

Non ci sarebbe pensiero europeo senza pensiero islamico.

Una civiltà pura non esiste. La purezza è un’idea inventata per favorire scopi politici. Una presunta purezza non è mai esistita (persino nel nostro genoma trovate traccia di altre specie del genere Homo). I popoli si sono sempre mescolati tra loro. L’idea di scambiare oggetti per creare rapporti attraverso il dono è vecchia quanto il mondo, così come lo è la guerra, lo scambio o il furto delle donne (perché viveteci in una comunità di 15/20 individui, di cui solo 7/8 donne in età fertile, di cui siete anche parenti prossimi… O il gruppo si procura altre donne o il gruppo in tre generazioni è morto).

Le identità sono sempre rivolte all’esterno. Non posso essere italiano se non davanti a un francese, non posso essere europeo se non davanti a un non-europeo (per intenderci, nessuno sente come predominante un’identità terrestre, almeno non tra noi terrestri).

Capite, però, il paradosso di qualcosa che dovrebbe esprimere purezza (e, quindi, isolamento), ma può esperimersi solo attraverso il legame e il contatto?

Arriviamo, quindi, al paradosso che non esiste una civiltà pura, ma esistono invenzioni politiche ed economiche per favorire processi identitari (visti col senno del poi).

Condividi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.