ASCESA E DECLINO DELLA FINE DELLA STORIA

Il mito della fine della storia e il declino dell’Occidente.

Se ci limitassimo ad una lettura romantica, potremmo semplicemente dire che stiamo assistendo a un lungo tramonto dell’Occidente. Il raggiungimento del picco del potere occidentale tra la II Guerra Mondiale e la fine della Guerra Fredda (o al termine di questa) ha coinciso inevitabilmente con l’inizio del reflusso del potere stesso.

Negli anni ’80 era molto in voga immaginare un mondo proiettato verso l’edonismo. Le ideologie, le religioni perdevano sempre più potere rappresentativo (in alcuni paesi fu così evidente da essere discusso pubblicamente: in Canada, i banchi delle chiese si svuotarono da un mese all’altro). Le idee uscivano di scena e diventavano un retaggio del passato.

In quegli stessi anni, il Drago d’Oriente, che si preparava a superare in PIL gli USA, non era la Cina, ma il Giappone. L’economia giapponese correva come una lepre. Dalla seconda metà degli anni ’80, il surriscaldamento dell’economia generò una serie di bolle che esplosero nel 1991. Lo sfidante più accreditato all’egemonia USA (l’URSS aveva iniziato ad arrancare da dopo Chernobyl) si era auto-bruciato. Il caso Giappone fu un monito sulla finanziarizzazione che nessuno ascoltò.

Nell’entusiasmo generale, l’anno successivo, il 1992, Francis Fukuyama, in delirio di onnipotenza, prendeva la palla di vetro e pubblicava “La fine della storia”: mercato e liberal-democrazia sarebbero arrivati ovunque. Il progresso tecnologico spinge il mondo verso una maggiore integrazione e accumulazione di saperi, che a loro volta convergono verso l’aumento dei diritti (in salsa occidentale) e questo non può che sfociare in: democrazia e capitalismo.

Intanto, l’Occidente collettivo (o, se preferite, la NATO) violava la parola data al momento della caduta del muro, si estendeva ad Est e, dove non la lasciavano arrivare, arrivava con le bombe (Bosnia 1992-1995, Kosovo 1998 – 1999). La lezione alla Serbia era chiara: non dovete intralciare la NATO ad est, l’integrazione europea e, quindi, l’appiattimento economico e antropologico europeo.

Che le cose non stessero proprio andando così, gli USA avrebbero almeno potuto capirlo con gli attentati alle ambasciata di Nairobi e Dar el Salam, il 7 agosto del 1998. Uno sconosciuto Osama Bin Laden, ben pasciuto (anche dalla CIA fino ad allora), rivendicava gli attentati… Ma l’illusione collettiva proseguiva.

Ricordo il clima di quegli anni: tv private che spuntano come funghi, crociere a basso prezzo, telefonini giganti, internet lentissimo. Anche Fukuyama lo aveva detto: ci saranno delle resistenze locali, ma alla fine la storia evolve verso un fine e il binomio liberal-democrazia e capitalismo è perfetto, quindi… Ma poi le ambasciate in Kenya e Tanzania, che ci importa a noi di Kenya e Tanzania? Anzi, guarda, abbiamo riempito i tg della sera a parlare della vittoria al Superenalotto di Peschici e di “Afrodisia”, il libro più venduto della settimana, non se ne poteva più!

I due attentati, che oggi si studiano nei libri di storia, all’epoca passarono inosservati tranne che a esperti noiosi (e, quindi, sospetti di comunismo, in un momento in cui il comunismo era visto come una cosa a metà tra il fallimento e l’eroina). 224 morti e oltre 4000 feriti, ma da noi davano “i consigli per acquisti”.

Qualche analista più attento diceva che anche la Cina aveva capito: il capitalismo trionferà, hanno sposato il capitalismo. Perché darsi pena di studiare il sistema economico cinese? Li usiamo come fabbrica di giocattoli scadenti e discarica della plastica, che ci importa del sistema cinese? A noi fa comodo dire che è capitalismo e lo sarà!

Ma poi, scusami, libertà economica va di pari passo con libertà politica. I cinesi inizieranno a comprare casette a schiera fuori città, cani nani, tv al plasma, moto e suv e alla fine scopriranno di voler votare due partiti uguali tra loro per poter dire che anche la politica è come il mercato: la concorrenza offre l’opportunità migliore.

Poi l’11 settembre e la guerra al terrorismo, non parliamo delle armi di distruzione di massa inventate in Iraq e dell’ondata delle rivoluzioni arancioni che investirono tutto l’Est Europa, ancora meno le Primavere Arabe.

Ah, i filosofi francesi amici del Presidente di turno (perché la Francia sembra una grande corte signorile del 1500, con il signore e intorno grandi scrittori e intellettuali a leccare il culo) che ci dicevano che le rivolte in Egitto, in Libia, in Tunisia avrebbero aperto ulteriori spazi alla fine della storia. Vuoi mettere poi quanto sarà facile licenziare quei pelandroni dei dipendenti pubblici egiziani? Noi abbiamo avuto bisogno di Renzi, Brunetta, Bersani, beati loro che si sbrigano tutto con un golpe pagaeto dalla CIA e sponsorizzato da Twitter e Facebook.

… E intanto qualcuno tesseva un nuovo ordine per il sistema-mondo.

In Venezuela si affermava un governo populista di sinistra, Cuba ritrovava un po’ fiato, la Russia – con l’ascesa di Putin – si dava una riassettata e scopriva che gli accordi degli anni ’90 erano stati violati tutti, ma in particolare Cina e India avevano due economie che ruggivano. La Cina improvvisamente cominciò a diventare argomento di studio e discussione.

Ricordo ancora i primi anni 2000, la distinzione sociale la indicava il pregiudizio: i poveri odiavano gli arabi, i ricchi parlavano con un misto di disprezzo e ammirazione dei cinesi (la sacra percezione dei propri interessi). Cosa ancora più sorprendente, il gigante indiano, che sembrava un sottoprodotto del colonialismo anglosassone, si scopriva non proprio desideroso di abbandonare una cultura complessa, articolata, continentale e millenaria per mangiare ai fast-food. McDonald cominciò a produrre panini vegan per i quartieri jainisti (che rifiutano ogni uccisione, figuriamoci se cominciarono a frequentare McDonald dopo).

I BRICS, prima di nascere da un saggio accordo tra i grandi sfidanti, nascevano nelle loro rispettive società.
La prima pietra tombale all’ordine mondiale occidentale fu la scelta, non tanto dei governi, quanto dei cittadini di questi paesi di non assorbire più passivamente modelli imposti. I cinesi si vogliono tenere il Partito Comunista, gli indiani continuano ad apprezzare una religione ultramillenaria, i brasiliani iniziano a chiedersi perché siamo noi a dovergli dire cosa fare delle loro risorse.

Improvvisamente, la retorica dei diritti civili, della democrazia, del capitalismo e del fatto che “ora arriviamo noi e ve lo spieghiamo come funziona” non attaccava più.

E qui finisce una storia e ne inizia un’altra. Lo shock psicoanalitico della classe dirigente occidentale, che reagisce male già quando si trova (grazie ai 5Stelle) un’estetista di Terracina in Senato (Oh signora mia, ma votano anche? Chiamate i giornali e massacratela! Un’estetista ma vi rendete conto? D’altronde, prima avevamo Platone). Figuriamoci se accettano di trattare alla pari con le colonie (ma dove andremo a finire?)

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